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Davide Morelli, La poesia e la ricerca dell’io

di Davide Morelli

 

I poeti di ricerca non si contano certo sulle dita di una mano. Sono una miriade. Molti di più di quel che si pensi. In questa definizione possono essere compresi tutti coloro che fanno poesia sperimentale. Sono il contropotere. Sono quindi molti di più di quelli che sono stati canonizzati, ovvero antologizzati dai critici. Personalmente sono contrario alle etichette e alle mappe, che possono creare fraintendimenti e talvolta possono anche essere fuorvianti. Di solito mi piace valutare i letterati in base alla loro ispirazione, piuttosto che all’appartenenza – o meno – a una qualche scuola.

Tra questi artisti sperimentali ci sono sicuramente delle eccellenze, ma qui vorrei trattare delle loro premesse teoriche. Non voglio lodare nessuno (è innegabile comunque che la qualità letteraria di questa corrente è molto elevata, anche se talvolta di nicchia. I capiscuola di questa corrente sono geniali e scrivono magistralmente. Entreranno a pieno diritto nella storia della letteratura) e neanche stroncare nessuno; non ne avrei l’autorità. Vorrei perciò disquisire sui presupposti teorici senza fare un processo alle intenzioni. D’altronde riflettere su di essi è legittimo, perché nell’arte bisogna sempre valutare la poetica, anche se è la gestalt finale che conta. Vorrei quindi analizzare concettualmente questo tipo di poesia.

A mio avviso i poeti in questione hanno almeno tre cose in comune: il voler sminuire l’io, l’essere raffinati letterati e il raro pregio di essere intellettuali non cortigiani, ma spesso militanti. In questo senso potrei definirli anche come dei continuatori della neoavanguardia. D’altra parte ricercare nuovi strumenti espressivi non vuol dire essere tabula rasa. Nessuno è totalmente innovativo. Con qualche autore si contraggono sempre dei debiti. Qualcuno bisogna pur sempre averlo alle spalle. Direi quindi che questi nuovi poeti cercano un rimodernamento in seno alla “tradizione del nuovo”. Ci sono tre cose che mi lasciano perplesso. La prima è ritenere che la maggior parte della poesia italiana di questi anni sia caratterizzata dall'”epigonismo lirico”. Allo stesso modo io definisco la poesia di ricerca un epigonismo neoavanguardistico (potrei affermare a riguardo che preferisco gli originali: preferirei quindi il gruppo 63 e il gruppo 93). Anche per il gruppo 63 si parlò di neooggettualismo, ma questo gruppo considerò anche l’arte come “fabbrica di antislogan” e demifistificò la civiltà consumistica, ritenuta alienante e mercificante. Non solo: la neoavanguardia rifletteva la crisi della società neocapitalista e la crisi dell’uomo moderno. Tutto ciò allora era innovativo. La seconda cosa che non mi convince è la considerazione negativa della poesia lirica, in quanto espressione dell’io.

A mio avviso la poesia lirica è anche ricerca di corrispondenze, uso di figure retoriche, ritmo e immagini. Un’altra cosa che non mi convince è quella di ritenere questa poesia una novità. Comunque va dato atto che questa poesia ha ricercato l’originale. Poi bisognerà discutere se lo ha fatto più o meno infruttuosamente. La poesia di ricerca oggi è sempre più invasiva, fa notizia nell’ambito della clandestinità del mondo poetico, cerca di dominare la scena, reclama sempre più spazio e vorrebbe ridurre quanto più la soggettività.

È possibile che i poeti di ricerca vogliano delegittimare le impressioni, le sensazioni e i sentimenti? Uno scrive poesie per cercare un poco di libertà e invece a conti fatti non ha nemmeno più la libertà di scrivere il pronome “io”! Personalmente trovo del tutto legittima la poesia come espressione dell’io: anche quella più egocentrica o incentrata tutta sulla psicologia del profondo.

La lirica può essere considerata conoscenza anche per la descrizione degli stati interiori e dei processi inconsci dell’individuo. La poesia lirica può avere come limite quello di riguardare una dimensione privata e risentire troppo della personalità dell’autore. È ovvio che bisogna guardarsi bene dagli eccessi del lirismo come il narcisismo e il compiacimento. Non è possibile però a mio avviso rimuovere ed escludere la soggettività, anche perché conosciamo la presunta oggettività della natura grazie alla nostra soggettività. Secondo il più recente approccio post-razionalista ogni individuo tramite la propria esperienza cerca di dare un senso al mondo. Non solo: se per oggettività si intende una poesia degli oggetti bisogna chiaramente ricordare che essi sono scelti dal soggetto. Nessun autore può giungere a una rappresentazione realista oggettiva perché nessuno è privo di condizionamenti e pregiudizi. L’oggettivismo è sempre preteso. Anche i fatti vengono scelti in base alle proprie idee. Ogni poeta ha un suo sguardo sul mondo e come sostiene Vittorio Sgarbi “la bellezza è oggettiva. La visione è soggettiva”. Il rispecchiamento fedele e imparziale non esiste.

C’è chi rispetto alla poesia di ricerca ha parlato di “annichilimento dell’io”, ma nella scrittura tutto inizia dall’io e tutto torna nell’io.  Inoltre se  per oggettività si intende qualcosa di valido per tutti e quindi di universale allora bisogna ricordare che in poesia è impossibile, perché la poesia è caratterizzata dall’ambiguità. Mi sembra quasi che questi nuovi poeti vogliano riprendere l’impersonalità del naturalismo francese e del verismo di Verga. Oggettivare il mondo è solo un’espressione. Si può anche dire “oggettivare uno stato d’animo”, che significa solo esprimere uno stato di coscienza. In realtà non c’è niente di oggettivo nella descrizione della realtà da parte di un artista.  I poeti di ricerca si dimenticano forse che la realtà è la nostra costruzione logica e non solo: dipende anche da fattori psichici ed esistenziali. Per gli esistenzialisti ognuno ha la sua “intuizione del mondo”.

Ho l’impressione che i poeti di ricerca non stimino coloro che vengono definiti poeti lirici. Eppure qualsiasi tipo di poesia è una interazione tra io e mondo. Protagora aveva affermato che l’uomo è “misura di tutte le cose”. Bisogna ricordarsi a tale proposito del criticismo kantiano (si pensi allo schematismo trascendentale) e di Schopenhauer, secondo cui il mondo è sempre una rappresentazione del soggetto e quindi della coscienza. Per Schopenhauer tutto quello che conosciamo “si trova nella coscienza”. Anche Cartesio mette il cogito davanti a tutto. Qui non si tratta di ritornare a essere platonici o idealisti in senso assoluto. Il soggetto non può determinare tutta la realtà. Non si tratta neanche di subordinare l’oggetto al soggetto o viceversa. Si tratta invece di considerare la continua correlazione tra soggetto e oggetto. Per imbattersi in qualcosa di oggettivo, i poeti di ricerca dovrebbero darsi alla ricerca scientifica. L’oggettività in poesia è solo supposta. Mi sembra che i poeti di ricerca siano orfani del materialismo marxista e allora abbracciano un realismo totalizzante. Possono certamente criticare l’introspezione e la ricerca di interiorità perché possono ritenere che uno in questo modo guardi il proprio ombelico. Però il mondo è una nostra percezione. Niente altro. Un tempo si diceva che l’idealista pensa e il realista conosce. Oggi invece in ambito scientifico si sta sempre più affermando il costruttivismo. Probabilmente il costruttivismo radicale è un eccesso, una forzatura. Porterebbe al relativismo totale perché, secondo il costruttivismo radicale, non esiste una realtà oggettiva ma tante interpretazioni quanti sono gli esseri umani. È altrettanto vero che non si può essere realisti a tal punto da mettere tra parentesi l’io. Il mondo là fuori non ci viene dato in base alle proprietà intrinseche dei fenomeni. Noi conosciamo le cose sia perché abbiamo una coscienza, sia perché esse sono intellegibili.

Potremmo affermare filosoficamente che la ricerca della verità umana è basata sulla compartecipazione di soggetto e oggetto. In psicologia si usano altri termini e si dice che esiste una interdipendenza tra osservatore e realtà osservata. Il concetto comunque è lo stesso. Naturalmente bisogna considerare che l’osservatore modifica sempre ciò che osserva e che l’osservatore fa a sua volta parte di quel che osserva. La poesia di ricerca quindi, al di là del talento dei suoi rappresentanti, mi sembra fondata su presupposti e su premesse totalmente errate.

La realtà sensibile non può essere una cosa a sé stante. La coscienza è un flusso continuo, una continua interconnessione tra soggetto e realtà. Non si può fare a meno della coscienza nella poesia.

Concludo ricordando che per R. Barthes leggere era uno dei tanti piaceri della vita. Bisognerà vedere, indipendentemente da tutte le dichiarazioni di poetica e da tutte le teorie, quanto i lettori ricaveranno piacere da questi testi della poesia di ricerca. 

Un’ultima considerazione: il panorama letterario attuale è asfittico. Da una parte troviamo in internet un proliferare di autori, che sgomitano per avere visibilità. Dall’altra parte nel mercato editoriale abbiamo una élite  ristagnante di soliti noti, che talvolta con l’intento dichiarato di fare una scrematura finiscono di fatto per fare il bello e il cattivo tempo, giungendo a limitare la popolarità  di alcuni validi e a ricacciarli nel sottobosco poetico. Difficile inoltre è trovare punti di riferimento nella poesia contemporanea, in cui esiste una grande varietà stilistica e linguistica.  

Moltissimi hanno questo bisogno irrazionale di esprimersi. Difficile fare un rendiconto o dare definizioni esaustive. Quando si vuole collocare gli autori o sistematizzare, ci si trova spesso in una situazione di impasse.

Vedremo cosa accadrà a questi poeti di ricerca. Vedremo se si integreranno (come io ritengo probabile) o se invece rifiuteranno le dinamiche del sistema (cattedre, giornali, gettoni di presenza per conferenze, posti nelle case editrici), situandosi ai margini dei margini. Vedremo se, oltre a essere poeti che scrivono in modo diverso, saranno anche uomini che pensano e agiscono in modo diverso.

La distinzione tra poesia di ricerca (come quella di Tarkos e Simone Buratti ad esempio) e poesia intimista per quanto riguarda questi ultimi anni in Occidente mi sembra riduttiva. Anche la distinzione tra poesia di ricerca e poesia lirica è riduttiva. Queste distinzioni non comprendono tutta la produzione poetica dei primi anni del duemila. Hanno sicuramente senso, ma a mio avviso sono riduttive.

La poesia anche oggi può essere sperimentale, può cercare di rinnovare il linguaggio come le avanguardie; può essere satirica, didascalica, religiosa (come fu quella di Turoldo, Rebora), aforistica, spirituale; può essere poesia sociale, può descrivere epifanie, può ricercare “corrispondenze”, può esprimere un sentimento amoroso; un poeta può scrivere anche metapoesia. In caso di metapoesia o poesia didascalica non mi sembra che un poeta esprima solo sentimento come si intende per la poesia lirica. Inoltre nella poesia di ricerca i poeti non esprimono sentimenti? Nella poesia di ricerca viene forse eliminata o ridotta in grandissima parte la soggettività come vorrebbero farci credere? Ho i miei dubbi. Non solo ma resta da stabilire una definizione della cosiddetta poesia di ricerca. Infine un poeta di solito non è monotematico. Anche all’interno di una singola raccolta, può utilizzare svariati registri e affrontare vari argomenti. Non mi sembra che i poeti oggi facciano poi cose completamente differenti rispetto al Novecento, ad esempio, anche se senza ombra di dubbio sono cambiati un poco sia il modo di sperimentare che quello di fare avanguardia. Rispetto al passato, per esempio, si sono diffuse la poesia visiva e quella sonora. Viene da chiedersi ora se il poeta soffra davvero. Viene da chiedersi se il poeta dica/descriva la verità. La risposta migliore a riguardo a mio avviso l’ha data Pessoa, secondo cui il poeta è “un fingitore”.

Trovo in molti la ricerca di originalità a tutti i costi. Spesso l’innovazione è cercata utilizzando l’inconscio o con una cosiddetta poesia degli oggetti. Per la neoavanguardia bisognava compiere “una riduzione dell’io”. Molti allora pensarono che essere “oggettuali” significasse essere oggettivi. Molti lo pensano ancora oggi. Ma è sempre l’io che sceglie e descrive gli oggetti. A mio avviso c’è il rischio di fare una elencazione di oggetti più che scrivere una poesia. L’io non può essere eliminato. Non si può far parlare solo l’inconscio che si relaziona agli oggetti. L’io è sempre presente: sceglie, censura e vigila. Anche in Sanguineti l’io è presente. Il professor Romano Luperini in “Il Novecento (apparati ideologici ceto intellettuale sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea)” riguardo a Sanguineti parla di “autocommiserazione ironico-patetica”(pagina 838). Nemmeno Sanguineti è riuscito a “destituire l’io”. A mio modesto avviso sarebbe meglio se molti cercassero un equilibrio tra conscio e inconscio, tra io ed oggetti. Infine manca forse qualcosa alla poesia di questi ultimi anni: gli altri soggetti, gli altri insomma a cui relazionarsi.

In poesia una rosa non è soltanto una rosa perché può avere diverse connotazioni (che possono essere anche considerate delle sfumature emotive. Anche la nominazione più precisa può avere quindi una sua vaghezza), può provocare le più svariate “corrispondenze” tra l’io e l’oggetto (più banalmente risonanze interiori). Inoltre ogni oggetto può essere suggestivo, può ispirare l’artista.  Joyce ha insegnato che qualsiasi cosa può essere rivelatrice e chiarire l’esistenza. L’arte anche per questo motivo dimostra essere ineffabile.  Le “corrispondenze” tra gli stati d’animo e il mondo non solo variano da individuo ad individuo ma anche di giorno in giorno e di istante in istante.  Cambiamo continuamente noi. Cambia continuamente il mondo. Di conseguenza cambiano continuamente le corrispondenze. Ogni artista quindi deve sempre cogliere le occasioni perché le corrispondenze hanno carattere episodico. I pensieri sono casuali come le gocce di pioggia sull’asfalto. Sta al poeta mettere ordine tra i suoi pensieri. Una rosa non solo può suscitare diverse sensazioni ma anche portare ai più svariati simbolismi. In poesia ritengo che si dovrebbe perciò privilegiare l’idealismo(naturalmente non assoluto) o almeno un realismo molto(ma molto) critico. Non solo l’io sceglie gli oggetti ma anche la descrizione degli oggetti. A essere più puntigliosi il poeta rappresenta più che descrivere ed ogni rappresentazione possiede deformazioni e approssimazioni. Osservare, selezionare, percepire, rappresentare sono entrambe azioni dell’io. Eludere l’io, occultarlo per avere uno sguardo diretto ed oggettivo è impresa impossibile. Essere realisti estremi per cercare di rifuggire dall’intimismo porta alla rimozione totale di qualsiasi sentimento. Tutto ciò è paradossale. Invece bisogna considerare che esiste sempre una componente emotiva dell’artista: la sua soggettività. C’è sempre un quid mentale e parziale così come è innegabile che esiste una realtà in certa parte comune e condivisibile. Bisogna però ricordare ai realisti estremi che senza gli esseri umani sugli oggetti del mondo si spegnerebbero i riflettori della coscienza. Un modo saggio ed equilibrato per essere realisti in poesia non è tanto quello di ritenere che i nostri pensieri corrispondano alla realtà ma piuttosto che i nostri pensieri, le nostre sensazioni, le nostre emozioni possano spesso corrispondere al mondo interiore dei poeti. Spesso un grande poeta viene stimato colui che riesce a descrivere sensazioni, emozioni o pensieri che la maggioranza delle persone fino ad allora non pensava di riuscire a descrivere. Cercare di eludere l’io per vedere meglio le cose, per distanziarle, per vederci più chiaro è impresa vana a mio avviso. L’io c’è sempre. Vigila anche quando si affaccia l’inconscio. Non intendo comunque per io quello freudiano ma tutta l’interiorità: tutta la psiche. Non entro nel merito se siamo parlati o scritti come pensava Lacan oppure no.  Per Rimbaud “l’io è un altro” e al contempo non si può dire “io penso ma io sono pensato”. L’io secondo il poeta francese è quindi un oggetto e non un soggetto. Ma per quanto Rimbaud si volesse porre contro la poesia soggettiva (che si ripiegava su di sé), così in voga al suo tempo, anche lui non poteva escludere la sua interiorità dalle sue liriche: a che cosa era dovuta in fondo la sua poesia visionaria se non all’immaginazione del suo io? In poesia come ho già scritto tutto nasce dall’io e tutto ritorna nell’io perché è sempre l’io che rivede, autocensura e corregge. In questo senso nessun artista può registrare oggettivamente il suo inconscio. È impossibile. C’è sempre la mediazione della coscienza. Inoltre l’inconscio è per gran parte inattingibile e la coscienza non può accedere totalmente ad esso: molte zone restano inesplorate. Anche l’interpretazione dell’inconscio è arbitraria: la psicanalisi non è una scienza esatta(per alcuni non è neanche una scienza). Ci sono anche alcuni poeti che riescono ad essere originali rappresentando il mondo da una zona morta della coscienza.  Ma andiamo oltre. In poesia abbiamo un impasto di oggettività e soggettività sia per quanto riguarda la scrittura che la lettura. La realtà nell’esperienza artistica ha sia dei dati oggettivi che soggettivi e nessuno può riuscire nell’impresa di dividere l’oggettività della realtà dalla soggettività. Ogni poeta, grazie alla sua soggettività, è unico. È anche grazie alla soggettività che un poeta inventa un linguaggio o rinnova il linguaggio. Ognuno, anche il più mediocre, ha la sua angolatura e da questa scaturisce la sua particolare prospettiva. Si usa dire che un artista apre un mondo quando trova un nuovo filone di cose, ovvero rappresenta un mondo che fino ad allora non era stato rappresentato. Per Claudio Magris il poeta è “un nessuno che parla per tutti”. Un poeta lavora per intuizioni verbali, piccole rivelazioni gnomiche, illuminazioni liriche. È efficace quando le sue parole riescono ad essere evocative, quando riesce ad esprimere il fluire di immagini nella sua mente e anche quando riesce ad accostare cose lontane tra di loro. Ma non voglio andare oltre. Molteplici sono le operazioni linguistiche e le strutture portanti di una poetica. Un artista può rappresentare una nuova realtà oppure se è della neoavanguardia può cercare di trovare un nuovo linguaggio, cercando di dare forma all’informe. L’artista è tale quando fa diventare universali i suoi pensieri e le sue percezioni. Non voglio poi disquisire su altro. Anche il lettore del resto recepisce a suo modo il testo poetico. Ma per ora mi fermo qui.

Non vedo perché gli epigoni della neoavanguardia possano tacciare chiunque di diarismo, di minimalismo, di autobiografismo ed invece non si possa criticare la loro scrittura. L’autobiografismo non è altro che una premessa. Molti si fermano lì. È un punto di partenza che molti scambiano per un punto di arrivo. Ma da qui a condannare tutta questa poesia, pensando addirittura che non sia poesia è ingeneroso e fuorviante. Ora veniamo a uno dei cardini della neoavanguardia e dei suoi eredi. Cercare di ridurre l’io in poesia molto probabilmente significa anche ridurre i problemi che riguardano l’io come oggetto di indagine. Il soggetto diventa oggetto, se parliamo di noi stessi. Si descrive il nostro io e allo stesso tempo si pensa al proprio io. È strano lo ammetto. È un poco come guardare a se stessi con gli occhi di un altro. Ma non si può prescindere da ciò. L’unico modo che l’essere umano ha di percepire l’altro è tramite il suo io. L’unico modo che l’essere umano ha di percepire gli oggetti è tramite il suo io. Infatti tutto ciò che è nei sensi (ingannevoli) finisce nell’intelletto (ingannevole). Non può essere altrimenti. Ridurre l’io è un poco come dire che bisogna scrivere o dire di meno perché in questo caso si sbaglia di meno. Non è assolutamente detto. Innanzitutto così facendo si restringe il campo di azione. Si riduce la nostra libertà di dire o di scrivere.  Ridurre l’io significa rappresentare di meno. Significa non essere esaustivi. Significa anche rinunciare ad una parte di noi stessi. Significa cercare di evitare un problema. Se c’è un problema bisogna affrontarlo e non evitarlo. Se io cerco di evitarlo significa che fuggo da quel problema. È segno che sono nevrotico o psicotico se cerco di evitare di trattare dell’io. Inoltre spesso anche gli altri e gli oggetti  sono proiezione di noi stessi. Sicuramente come ben sappiamo sono una nostra rappresentazione. Non esiste alcuna oggettività nella poesia degli oggetti. Inoltre cosa è veramente l’io? L’io per Freud è quella parte della psiche che media tra le pulsioni dell’Es e il Super ego. Senza l’io non c’è quindi oggettività ma un essere in balia delle altre due  forze. Ridurre l’io significa ridurre una parte di noi stessi. Forse ridurre l’io significa eliminare qualche problema ma aggiungerne molti altri in più. Inoltre l’io se lo cacci dalla porta rientra sempre da qualche finestra perché è una parte di noi ineliminabile. Un tempo in poesia si voleva rimuovere il Super ego (poeti maledetti, scapigliati, eccetera). Poi si voleva rimuovere l’inconscio. Ora si vuole rimuovere l’io. Invece non bisogna cercare di rimuovere nessuna di queste tre istanze psichiche. Queste istanze psichiche vanno tutte affrontate. Se non affrontiamo noi stessi non possiamo affrontare degnamente neanche gli altri. Infine cercare di fare una distinzione tra io freudiano ed io lirico vorrebbe dire arrampicarsi sugli specchi. Non porterebbe a niente. 

Qualcuno si chiede: “siamo noi che giriamo attorno alle cose o sono le cose che girano attorno a noi?”. Da un punto di vista fisico è possibile tutto. Alcune volte possiamo girare attorno alle cose. Altre volte è l’esatto contrario. Da un punto di vista gnoseologico/fenomenologico c’è piuttosto un interscambio continuo tra io e mondo. Non siamo noi che giriamo attorno alle cose. Non sono le cose che girano attorno a noi. Siamo noi e le cose che giriamo insieme incessantemente in un circolo che dura tutta la vita o quantomeno tutta la vita della nostra coscienza. Senza la mente cosciente naturalmente il circolo finirebbe subito. C’è un feedback continuo ed incessante. Intendo dire che anche la materia inanimata (non solo quella animata) ha delle reazioni alle nostre azioni, anche se di tipo fisico soltanto. L’io ed il non io si richiamano vicendevolmente, interagiscono continuamente. Non si deve contrapporre l’io e le cose. Non c’è nessuna dicotomia. Piuttosto bisogna sempre ricordarsi che il mondo di fuori viene conosciuto tramite filtri e mediazioni. Nessuno poi sa se l’io e gli oggetti esistano veramente o siano solo una illusione. In Oriente pensano che questo mondo sia solo illusione. In Occidente abbiamo la dicotomia essere/divenire e ci chiediamo cosa resta e cosa passa, cosa è veramente essere. Non sappiamo però neanche se c’è una parte del nostro io statica ed una parte dinamica. Intendiamoci: come in Oriente c’è chi pensa che tutto sia illusione, in Occidente ci sono i nichilisti che pensano che tutto finisca nel nulla. Ma procediamo oltre. Noi interagiamo con il mondo di fuori ed alcune cose le percepiamo esattamente come tutti gli altri esseri umani, mentre invece altre le percepiamo soggettivamente. Ci sono alcuni elementi in comune con il modo con cui le altre menti percepiscono il mondo. Altre cose invece le vediamo in modo diverso. Descrivere come percepiamo il mondo è estremamente complesso. Ci poniamo mille domande ma non abbiamo nessuna certezza. Il mondo naturalmente esisterebbe anche senza di noi (sostengono i realisti). Esiste anche quando dormiamo ed esisterà anche quando saremo morti. Ma senza l’umanità (senza i nostri io) nessuno lo indagherebbe e neanche lo nominerebbe. La realtà non è prodotta dalla mente cosciente, ma l’io è l’unica modalità in grado di distinguere io e non io, di percepire, di descrivere e nominare il mondo. Come dice Gurdjieff, “la vita è reale solo quando io sono”. Senza l’io il mondo non sarebbe più oggetto di indagine. Non ci sarebbe più nessuna indagine. 

Secondo alcuni bisognerebbe scegliere tra l’io e il mondo e lo dicono/scrivono come se non si dovesse privilegiare l’uno piuttosto che l’altro ma come se ci si trovasse di fronte ad un aut aut impietoso. In realtà l’uno non esclude mai l’altro. Non si tratta di giocare a biliardo e mandare in buca l’io come vorrebbero in molti oggi in poesia, anche se capisco il disprezzo di fronte all’ipertrofia dell’io e alle persone egoriferite. Ma non dimentichiamoci neanche degli artisti con l’io frammentato, scisso o depotenziato: questi ultimi sono la stragrande maggioranza. Sono i politici e non i poeti che enfatizzano la leadership carismatica ed il culto di personalità. Nessuno ad ogni modo è una monade. Ad onor del vero la realtà umana è un quadro di riferimento che include sia l’io che il mondo. L’io e il mondo fanno parte del medesimo circuito. C’è una interazione continua tra io e mondo. Ogni io, anche quello più alienato, si specchia nel mondo. Il mondo ritorna sempre in ogni io. Ci sono dei dati oggettivi nella percezione del mondo che fanno in modo che possiamo condividere la realtà e comunicare tra di noi. Ci sono verità evidenti per i sensi (quella è una sedia, quella è una mela); altre apodittiche a livello logico; altre basate su delle convenzioni e sul senso comune; altre invece sono attendibili, come ad esempio le informazioni che formano la conoscenza scientifica e sono inconfutabili fino a quando degli esperimenti non le falsificano. In realtà dopo il principio di complementarietà di Bohr e il principio di indeterminazione di Heisenberg la scienza dipende non più da un rapporto di causa-effetto ma da leggi di tipo statistico-probabilistico. Non tutto comunque è opinabile e in questa realtà siamo provvisti di alcune certezze. C’è ad ogni modo un significato condiviso e comune del mondo. Senza ombra di dubbio ci sono anche alcune persone che confondono la realtà con l’irrealtà e sono preda di schizomorfia, ma su chi è dissociato mentalmente ritorneremo più tardi. Ci sono anche molti altri elementi particolari che costituiscono l’unicità e l’irripetibilità della visione del mondo di ognuno. Come si suol dire siamo per certe cose tutti uguali e per certe altre tutti diversi. Ognuno elabora i dati in modo personale.  Ognuno, detto in parole povere, vede il mondo a modo suo. Questo ultimo concetto è il prerequisito di ogni forma di costruttivismo. Anche nella scienza l’osservatore modifica sempre l’osservato. Inoltre come sosteneva Popper osservare non è un verbo intransitivo. Si osserva sempre qualcosa e questo qualcosa lo si sceglie in base a delle aspettative precedenti. Ognuno conosce in base alla sua esperienza. Nessuno è tabula rasa. Ciò può essere un pregio o un difetto a seconda dei casi: più semplicemente è così che siamo fatti.  Ognuno, ancora una volta, conosce a modo suo. È per questa ragione che in poesia chi aspira all’oggettività può ottenere soltanto l’oggettualità. In realtà ognuno ha la sua visione del mondo, formata anche da una quota parte imprescindibile di soggettività.

Secondo il filosofo Goodman i modi di “fare” (interpretare/rappresentare/descrivere) il mondo sono tanti quanti gli uomini. Sono tanti quante le menti umane perché ogni mente è diversa: i gemelli omozigoti sono uguali in tutto ma le loro menti invece sono diverse. Secondo George Kelly noi adattiamo continuamente il mondo alla nostra personalità e ai nostri schemi cognitivi. Questa raffigurazione/testualizzazione del mondo avviene ogni giorno ed è quindi dinamica. Neanche chi delira è fuori da questo circolo ermeneutico perché secondo gli psichiatri il delirio è una interpretazione del mondo, anche se errata o meglio non condivisa/condivisibile (si pensi soltanto alla pericolosità sociale ed alla desiderabilità sociale). La comunità si dà quindi delle regole e delle restrizioni nell’interpretazione. Secondo Nietzsche “non esistono fatti ma solo interpretazioni”. Però la comunità mette dei paletti. Non scade mai nel relativismo assoluto. Non si deve neanche scadere nell’idealismo assoluto perché come ci ricordano i realisti il mondo là fuori esisterebbe anche senza la coscienza umana.  Chiaramente il mondo è indipendente dalla mente umana. Il mondo esisterebbe anche senza l’uomo. Ognuno ad onor del vero ha la sua “versione” del mondo e nessuna è onnicomprensiva; nessuno può dire l’ultima parola sul mondo: ecco perché abbiamo sempre bisogno di scambiarci informazioni, parlarci, relazionarci. Ognuno aggiunge una tessera al mosaico dell’altro. 

 

Davide Morelli è nato a Pontedera nel 1972. Si è laureato in psicologia con una tesi sul mobbing. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Nazione indiana”, “La mosca”, “Poetarum silva”, “Il filo rosso”, “Nugae”, “Scuola di poesia”(rubrica del quotidiano “La stampa”), “Il segnale”, “Poesia da fare”, “La clessidra”, “L’ombra delle parole Rivista letteraria internazionale”, “Yawp”(giornale di letterature e filosofie), “Osservatorio letterario”, “Poliscritture.it”, “Pi-greco trimestrale di conversazioni poetiche”. Un suo saggio breve intitolato Scrivere è stato pubblicato su Vicoacitillo.  Il suo Manifesto dell’impoesia è stato pubblicato su “Yale Italian Poetry” per un’inchiesta internazionale sulla prosa poetica. 48 sue quartine sono state pubblicate su “Italian poetry review” (rivista di poesia italiana della Columbia University). È stato inserito nelle seguenti antologie: Pisanthology (Giulio Perrone editore), Il segreto delle fragole 2009 (Lietocolle), Il segreto delle fragole 2010 (Lietocolle), tra erotismo e santità (Lietocolle), Taggo e ritraggo (Lietocolle), Arbor poetica (Lietocolle), Calpestare l’oblio. Cento poeti contro la minaccia incostituzionale (La cattedrale), La fanciullezza (Zona editrice), Oltre le nazioni (edizioni Cfr),  Intelligenze per la pace (edizioni Cfr), Ipoet 2018 (Lietocolle). Ha pubblicato due e-book su LaRecherche.it: Dalla finestra e Varie ed eventuali. Collabora con la rivista internazionale “Frequenze poetiche”. È un ex commerciante. Attualmente è disoccupato.

 

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