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La rotta di Shabine

di Giuseppe Ferrara

Ho cominciato la poesia dopo aver letto Mappa del Nuovo Mondo di Derek Walcott. Appuntai delle parole su quel libro, e le ho rilette oggi, alla morte del mio Omero avvenuta qualche giorno fa: pochi sono quelli a godere della fortuna di essere contemporanei a Omero, ancora di meno quelli che lo riconoscono. Omero non si stanca mai di cantare sempre la stessa musica con le stesse parole : “Sono nessuno o sono una nazione!”.

Ecco cosa avevo scritto all’inizio del libro dopo averlo letto la prima volta: “Non so nuotare se non tra queste parole. Qui non affogo e qui sempre approdo. Itaca è la mia casa. Casa l’Universo.”

Oggi che leggo i coccodrilli e gli articoli scritti in memoria di Walcott posso dire che quel mio semplice appunto conteneva un mondo poetico che è più di un mondo: la sua mappa.

Derek Walcott è uno di quei grandi poeti, che si sono reincarnati sulla terra, per scrivere una poesia universale, l’unica poesia che i grandi poeti, dai tempi di Omero, conoscono.
Walcott sapeva benissimo, e lo aveva ricordato nella sua Nobel Lecture del 1992, che ogni vero poeta è necessariamente un poeta provinciale e che quindi il verbo si fa veramente carne, propriamente lingua; quella che, ad esempio, si parla e si ascolta a Santa Lucia, l’isola, ex colonia britannica, dove Walcott è nato nel gennaio del 1930.

Come ci ricorda I. Brodskij, “contrariamente a quanto si crede di solito, la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo”, tutt’altro: è proprio il luogo in cui il mondo si decanta e per farlo usa la lingua.
La provincia da cui proviene Walcott è una vera e propria babele genetica e linguistica (che poi è la stessa cosa) e poiché le vere biografie dei poeti sono come quelle degli uccelli, cioè identiche, le cose veramente importanti che li riguardano sono i suoni che emettono: e Walcott emette suoni patois, creoli, inglesi.

Ed è in questo cinguettio (e in nessun altro… tweet) che è possibile riconoscere uno degli atti più importanti della Poesia, quello di conferire ad un luogo, anche una piccola isola come Itaca o come Santa Lucia, lo status di realtà lirica. La provincia si fa centro dell’impero.

Il mare color del vino che circonda Itaca e, a maggior ragione, Santa Lucia dove “il sole stanco dell’impero tramonta”, è un atto di invenzione miracoloso più importante e generoso di quello della scoperta di ciò che già esiste.

Questo atto infatti implica un atteggiamento di devozione e fede verso qualcosa che appare esistere miracolosamente e verso quello che grazie a quanto esiste, d’improvviso appare in un modo altrettanto miracoloso.

E quale è dunque l’unico vero ed ineludibile DOVERE del poeta? Quello di ringraziare CIÒ e CHI esiste: il luogo natale, i genitori e gli amici, la propria terra, il mare che ci ospita e i suoi abissi.

Il mio primo amico fu il mare. Ora è il mio ultimo.
Smetto di parlare, adesso. Lavoro, e poi leggo,
nella cuccetta, sotto una lanterna appesa all’albero.
Cerco di dimenticare che cos’era la gioia,
e quando non mi riesce studio le stelle.
A volte sono io soltanto, e la schiuma recisa dolcemente
mentre il ponte diviene bianco e la luna apre
una nuvola come una porta, e la luce su di me
è una strada, in una bianca luce lunare, che mi conduce a casa.
Shabine ha cantato per te dagli abissi del mare.

Nella giornata mondiale della Poesia, è quindi doveroso ricordare e ringraziare Derek Walcott e io, anche e grazie a Walcott, voglio farlo con un verso che lui dedicò ad un suo caro amico scomparso:

la tua morte è come la nostra amicizia che ricomincia…

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