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La tenace fedeltà del corallo

La tenace fedeltà del corallo

di Chiara De Luca

 

A scanso di equivoci, nell’intensa prosa poetica posta in chiusura della raccolta poetica Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019), Giampaolo De Pietro chiarisce di essere consapevole del fatto che il protagonista non sarà in grado di leggere il libro che gli ha dedicato. Tanto più che ora è intento a scivolare lungo il dorso dell’Arcobaleno, per tuffarsi dall’alto in una splendida pozzanghera limacciosa. Lo scopriamo con dolore soltanto alla fine, lo scopriamo con stupore, dopo averlo seguito tra le pagine, dopo averlo fiutato tra i versi, così vivo, tenace e fedele come corallo. Ma chi lo sa. Forse, dopo tutte le cose strambe che ha imparato per far contenti gli umani, Tobia potrebbe decidersi anche a studiare l’alfabeto. Ci consola il fatto che il Cane Corallo sarà per sempre, anche grazie all’aiuto del gatto Mantengo, che a volte forse è stato geloso di quel fratello strambo e agitato, misteriosamente dotato di licenza di uscire, ma adesso che non c’è più ne sente la mancanza. Perciò ha voluto spedirmi la sua storia (i gatti dei poeti imparano a leggere e scrivere fin da piccoli, sdraiandosi sui libri e sui vocabolari aperti e camminando sulle tastiere). Il felino ha voluto che provassi la gioia d’incontrare Tobia, scodinzolante e allegro, lui “che fa le fusa / e contro il primo che passa si struscia”.

Dedicare un libro a un cane potrebbe sembrare strano a chi non ama gli animali e non ha molta dimestichezza con la letteratura. Ma chi ama gli animali sa che nessuno più di loro può rivelarci la parte più autentica di noi e aiutarci a far emergere le nostre necessità più profonde e ancestrali, perché il rapporto con la natura ci riporta alle radici della nostra cultura. Parlare con gli animali e parlare di loro – stupidamente, ingenuamente, senza riserve – con chi li vive davvero significa ampliare l’universo, togliendo l’Uomo (e l’ego) dal suo centro.

Si scrive sempre a qualcuno, che per i più è il target, per i poeti è un Tu. Il Tu è l’interlocutore ideale: lo pensi un po’ come ti pare. Ti figuri uno che legge quello che c’è scritto nei tuoi occhi. Gli parli come parleresti a un cane o a un bambino: senza remore, senza schemi, nel vero. Quel Cane di un interlocutore ti aiuta a uscire da te stesso, a uscire dalla misera orbita del tuo ombelico per costruire galassie dove ospitare pianeti vaganti. Quale miglior dedicatario di nessuno, o Dio, o chi per lui: una creatura con gli occhi aperti e le orecchie vigili e mobili, sempre in paziente ascolto, con la testa che s’inclina al suono della voce, nello sforzo costante di capire. Il Cane è un pre-testo, che del testo non ha bisogno, perché lo conosce a memoria, ben prima della scrittura. L’ha sniffato per anni nell’aria. Al poeta non resta che catturarlo a sua volta col settimo senso della poesia e le vibrisse dell’ottavo, e trascriverlo.

Dal cane corallo non ha un target. È indirizzato ai più svariati tartufi frementi, che sapranno sniffarne la traccia: a chi non si accontenta, a chi fiuta l’emanazione di scampoli di bellezza nel quotidiano, a chi sniffa la traccia di una felicità possibile e consueta; a chi si avvicina alla natura con timore reverenziale e con stupore estatico guarda alle creature. Nulla vede più a fondo dell’amore. Le cose più belle e più autentiche che ho letto sui cani ci sono state lasciate dalla sensibilità vibrante di poeti e scrittori, da Emily Dickinson a Virginia Woolf, da Elizabeth Barrett Browning a Edith Wharton, da Emily Brontë a Pablo Neruda. Senza dimenticare, tra i contemporanei, l’intensità di Princesse, ma chienne di Marlène Amar, Dernière caresse di Catherine Guillebaud, e Lettre à mon chien di François Nourissier (ode al fiuto di Gallimard), per dirne solo alcuni. Sarà che per abbracciare l’animale ci vuole la potenza della visione, per descrivere l’ignoto ci vuole l’umiltà di un ascolto abbandonato. Bisogna venerare la creatura, bisogna farsi piccoli tra l’erba e osservare. Bisogna fare del muso una Musa e lasciarla abbaiare, pungolandoci a colpi di tartufo perché c’infiliamo tra i rovi nel buio.

Certo la poesia non si limita a descrivere, ma innalza e trasfigura, scova simboli, segni, analogie, scosta il velo delle apparenze, vuole di più di quello che tutti c’illudiamo di sapere o che chiunque ci potrebbe raccontare. Al poeta non basta quello che vede. Deve scoprire come la visione pronunci la sua essenza esattamente, come la collochi all’ombra dell’esistente. L’amore è animale, è uno e totale. La beltà del Cane Corallo è “fedeltà più bellezza”, scrive De Pietro. La fedeltà è fede più lealtà, aggiungo.

Il linguaggio è di per sé un insieme di simboli convenzionali, dove ciò che conta non è tanto l’involucro del significante, quanto la sostanza del significato, l’idea che ne abbiamo e il modo in cui la traduciamo nella forma in cui s’incarna. Quando nella sua celeberrima Ode al cane, Neruda immagina che il suo compagno gli chieda: “perché la primavera / non portò nel suo cesto / nulla per cani vagabondi, / ma inutili fiori, / fiori e ancora fiori” sta semplicemente traducendo ciò che legge in quel momento negli occhi del Cane: il bene, il sacrificio, la devozione.

Nulla più del linguaggio poetico si presta alla descrizione di ciò che non conosciamo e mai conosceremo: il mistero animale, il nostro, il loro. La poesia è modalità di esplorazione a tentoni del reale. È strumento di comprensione, non di conoscenza. Comprendere significa abbracciare senza conoscere, accettare la diversità e amarla in quanto tale e per come ci pronuncia. Per la natura stessa della comunicazione, ogni altro linguaggio non può che ridurre le cose alla propria dimensione, ogni altro linguaggio è antropocentrico, al di là di ogni commovente sforzo fatto dal parlante perché non risulti tale. Solo la poesia supera la nostra rappresentazione convenzionale della realtà, creando una nuova dimensione verbale ibrida, in cui dato oggettivo e immaginazione si fondono sul piano simbolico. Il Cane Corallo diventa perciò levatrice del verso, che con la maieutica del silenzio induce il poeta a esplorare i non detti, per dare all’invisibile forma di parola, potenziando la visione e moltiplicando i sensi. Comprendere significa anche accettare di sentirsi esclusi da una dimensione che ci sfugge. Apprendere implica farsi da parte, lasciare i cespugli a chi “sa far la corte ai cespugli”, prendere esempio da “fiuto / suo rapimento”, aguzzare ogni alto senso, distendere lo sguardo.

Giampaolo De Pietro segue il Cane Corallo nel suo mondo segreto, scoprendo che non gli è del tutto precluso come sembrava: impara a sniffare versi nell’aria, si lascia portare, prende appunti, assorbe avidamente per scoprirsi ignorante, tabula rasa dove il fiuto scrive i suoi svolazzi di vento, pagina bianca.

“Tu non sai / quanto fiato mi dai”, Scrive De Pietro, ma il fiato è tutto nel fiuto del verso, ora sincopato e sniffante, come sulle tracce di una pista avvincente, ora rapidissimo come nello slancio sulla preda, ora disteso, come il respiro che solleva lentamente il petto del Cane Corallo nel riposo dopo le corse.

“Tobia è /pure / una papera / un leoncino impaurito / un fenicottero / un fiore d’acanto”, Tobia assume tutte le forme dell’immaginazione infantile. È normale. Quando si vive un animale ci si rende conto che un solo nome non può bastare a contenerlo. Così, facendo appello alla fantasia infantile, ne inventiamo ogni giorno di nuovi, soltanto nostri, e ogni giorno vediamo in loro tutti gli animali, anche quelli che siamo, pur sapendo che ogni “nostra / associazione / fumosa” non potrà bastare per descrivere le metamorfosi con cui ci sorprendono continuamente, le infinite storie scritte dalle code e dalle orecchie nell’aria, che quando s’interrompono è “una delle / cose più mute mai / provate”, come quando all’improvviso tace l’esperanto del silenzio.

© Francesco Balsamo

#

–c’è un passaggio che ho
ripetuto fin qui
il passaggio che mi ha
riportato fin qua
e c’è il fiato che ruota
la bella sorpresa
del fiuto che scova
la vita a confronto
la vita di fronte
di fianco di cosa
di zampa di un’ombra
che non si confronta
e non si misura
per ora e intanto
a nessuna paura.

Chi fa il capo-branco, allora?
chi dice chi mette premura, paura,
parola, per-cosa, sconfina
di inizi scodinzolanti
sèguiti ululanti
battiti alla porta
dell’attimo estivo
sfinimento dell’ora,
ci risiamo
àncora dove e destino
chiaverotta
mappamolla
fiore a terra e la fortuna

 

 

 

 

 

Cane dei miracoli; ne fa uno al giorno.

Cristina Annino

Il Cane Corallo
potrebbe
un giorno musicarli
questi versi
fare un verso
a-b-b-a-i-o
dedicato alla sua
famiglia che noi siamo
fuori dalla cuccia
dentro il suo scodinzolio
nella ciotola e nell’acqua
del suo affetto e della fame
liberi
e il pelo delle interpretazioni nostre
alzato per il gatto arruffato per il freddo
tutto per il sole e per il gelo per le infinite carezze che
richiede il resto
e c’è pure il ringhio

 

 

 

 

 

Quando rimprovero il cane
divento un tantino più uomo idiota
poi lui si affaccia alla fontana
con un salto e beve
alla mia salute e a quella
dell’anziano signore lì di fronte seduto
per il di lui favore
e consiglio
di ridurre il getto d’acqua (dice a me, il cane approva,
forse)
per agevolarlo a dissetarsi un poco meglio;
Tobia beve un altro sorso e mi dirige verso casa,
non prima di aver ringraziato con l’occhietto destro,
la coda a dondolo, me al guinzaglio

 

 

 

 

 

Settembre:
prendo nota
foglia dal cemento, che seguo
prendo esempio dal respiro
mi credo in aria buona
mi faccio passeggio coinvolto
dal fiuto del cane Tobia ma
mi distraggo per mano dell’aria
lasciando i cespugli a chi sa
meglio corteggiarli

 

 

 

È un lascito ogni giorno

con Renata

Esco, sono campane a
stento, ho letto la sua mail e
sono uscito col cane e con la
pioggia. Senza riparo dalla
natura ma.suono come
d’abbandono.

 

 

 

 

 

con Maria Giovanna

Il cane si strizza fino in coda alla fine del pelo. A
un angolo buio si spegne e riaccende il lampione delle
prime simboliche sere invernali. Odora di fumo persino
il cuore immerso di una foca.
Siamo in tre, ci ha raggiunti l’amica che a tratti ha
risolto come sciolti i suoi nodi e i capelli scoperti di
bianco mi dice (maggiore). Lei che sempre innamorata.
Vorrei vivere dove mi guarda, e guardarla dove vive. E
questo è nella terra di per sempre. Chiaro come la
necessaria distanza chilometrica (dal mare).
Non mi pare c’entri la morte, la vita ma una scelta inclusa
nel potersi toccare d’intanto. Ora e quanto è quando
quanto è ora quando e quanto. Nessun gioco ha la
parola ingiunto, molto visibile molto raggiunto
e qualche gingillo in meno, per suo conto
spesso e pure volentieri, chiarificato da ogni
elemento, un passo alla volta per cinque (si
aggiunga, lo hanno aggiunto,
il sogno). Mani, per niente di cielo.

 

 

 

 

 

Santi e stelle cadenti vi chiedo in pubblico quattro
Piccole cose come favori da parte del mio cane: un po’
di coraggio in più, di tolleranza nei confronti della gatta vicina,
di qualche possibilità di andarsene a spasso da solo – dunque
qualcosa che ha a che fare con l’emancipazione – e, pure
nessun’altra puntura di vespa o fastidio o ronzio di ape,
e tanta salute e qualche biscotto
straordinario *** (una cagnolina disposta a darsi non so,
non si chiede forse a un santo e neppure a una stella in caduta)

 

 

 

 

 

Dico parole senza senso
il mio cane mi capisce dice
parole senza senso e io
sembro non capirlo, forse
se abbaiassi lui non capirebbe
un bel niente, e mi guarderebbe così
ugualmente con lo stesso sguardo che
a dire sapiente chi potrei mai offendere?

cosa anima le cose
gli animali serbano
questo mistero che

sembra spaventarli
–poi
chi anima quegli all’impiedi
gli animali serbano
quest’altro mistero che
può spesso impaurirli
–poi
li amano per i misteri che sono

e mi domando – se – e a che
semplice livello – io sappia fare
lo stesso – e a mio modo
più spesso preoccupandomi.

Ci provo, col gatto Z. Mantengo
il suo mistero. Il presente.
Ed anche quello del cane corallo,
il silenzio di T. e il ricordo –
più quello che chiamo
insegnamento – altro senso.

 

 

 

 

 

So-solo-pensarlo. Non so
abituare la realtà, mi
sembra di aspettare.

Così provo una
mancanza che non so
nominare, né
sprofondare.

E una delle
cose più mute mai
provate.

E il tempo non
ne è padrone.

Il Cane Corallo è il mio cane Tobia, cane-meticcio cane-da- caccia (hanno detto) cane che ha molte paure e salta allegramente e sorride evidente da quando lo conosco. Era, tra i fratelli – la coda più nascosta, la sua tra le zampe – e sensibilissimo ai rumori, anche un po’ cantante (lupeggiante). Qualcuno mi ha chiesto se non fosse un “dingo australiano”. Chissà. Quindi non un ‘vero’ cane.

Questi versi li ho raccolti negli anni, estratti dalle nostre passeggiate – ci sono punteggiature per l’appunto sparse e riversate qua e là per il fiato e con il fiuto suo che ho provato a fare pagina, e non può essere sgrammaticato il discorso per il suo linguaggio, né per lui; insomma, parrebbe scritto solo per me e non per il loro protagonista, dato che non leggerà, ma chi lo sa – facciamo che è come un canto, questo al suo manto corallino. E alla sua beltà: fedeltà più bellezza. La fedeltà, così, è stavolta una specie di misura che provo a prendere, io, nei suoi confronti. E sono io così a illudermi, probabilmente, di riuscire a ringraziarlo coi miei pochi mezzi. Il mio fiato senza coda, la sua coda indimenticabile e il suo fiuto perenne – che mi ha insegnato tantissime volte come sia semplice e felice: passeggiare respirando, annusare quasi tutto, stare zitto – neanche abbaiare. Fiatare, fiutare e ripetersi, senza dimenticare.

Ci sono pause tra i versi, a volte, quasi ingiustificate, per la pagina e la sua stessa impostazione – ecco, le lascio così com’erano, per il fiuto di mezzo, con il fiato in mezzo. E tutta la mancanza, e tutto il silenzio che fa adesso il pensiero nel pensiero di lui, il cane corallo, Tobia.

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