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“L’Angelo della storia ha paura”. Sulla poesia di Silvia Belcastro

di Massimo Sannelli

Prefazione a Nella città di formiche di luce, di Silvia Belcastro

in uscita per Edizioni Kolibris

 

Leggerete il libro da soli, senza troppi aiuti: Silvia Belcastro non è un nome conosciuto, quindi non appartiene ad alcuna scuola poetica. Non potrete dire che discende da un maestro italiano o da un altro: la discendenza poetica è una discesa, cioè un atto di servilismo. In realtà Belcastro non ha alle spalle molti idoli italiani. Allora leggerete questo libro da soli: nel senso che non ci saranno punti di riferimento. Beato chi legge un esordiente nudo e crudo: nessuno lo disturba; e beato l’esordiente nudo e crudo: la sua casa editrice è costretta a lavorarci, perché bisogna inventare uno spazio.

Dopo la lettura: ecco, noterete che ci sono certe parole-chiave. Il riformatorio. Messaggio e messaggero. Il colore bianco. Il colore rosso. La carta e il libro, astratti e sacri, come nel Libro di Giovanni Pascoli. Gli animali, il leone, le carpe, i piccioni, la gazza. I luoghi astratti e maiuscoli, come la Reggia. La città, che è Ferrara. E poi molti aggettivi: si vede che la parola non basta e che deve essere qualificata, rossa, bianca, alta, bassa, bella, brutta. Chi osa, oggi, essere simbolista, e magari amare il suo buon Pascoli? Nessuno. Qualcuno, pochi. Prima Pasolini, poi Patrizia Valduga con il suo “Pascoli amato”, dichiarato. E poi? Almeno Silvia Belcastro. Nessun altro giovane, probabilmente. Io? Sì, ma non sono più giovane.

In pratica, Belcastro fa a modo suo, giustamente. Di quale appartenenza e di quale strategia si può parlare ai reduci del riformatorio? Ai reduci, dopo la guerra e il Lager – il Lager che è un caso singolare, e ognuno ha il suo – tutto sembra comodo e semplice. Ci si rifugia in simboli e sogni alternativi all’Ordine. Anche perché l’Ordine è chi ti ha gettato nel caos. Non si può amare l’Ordine, dopo che ti ha sputato fuori di sé, no?

Gli effetti di una sopravvivenza alla riforma saranno psicologici, prima di tutto, e dalla psicologia deriverà un comportamento. Primo Levi lo spiega nei Sommersi e i salvati, davanti ai funzionari della Bayer: “Spiegai loro che non avevo imparato il tedesco a scuola, bensì in un Lager di nome Auschwitz; ne nacque un certo imbarazzo, ma, essendo io in veste di compratore, continuarono a trattarmi con cortesia. Mi sono reso conto in seguito che anche la mia pronuncia è rozza, ma deliberatamente non ho cercato di ingentilirla; per lo stesso motivo non mi sono mai fatto asportare il tatuaggio dal braccio sinistro”.

Questo è il comportamento di fronte al mondo. Poi la sopravvivenza forgia una sua retorica speciale. Uno si inventa la sua lingua d’arte, prendendo quello che gli serve: non importa che siano scarti o incantesimi. Tutto va bene, se va bene. E poi non è detto che la pronuncia sia rozza. È la pronuncia poetica di chi si è inventato – quasi dal nulla – una vita o una vista.

 

Nella foresta

Nella foresta, mentre vi affannate
per uno straccio sudicio di gloria,
il sole tramonta nella più sacra cattedrale.
Dio se ne sta a dormire
sotto una foglia bagnata di pioggia,
e non sa nulla di voi.

 

Silvia Belcastro, da Nella città di formiche di luce, in uscita per Edizioni Kolibris

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