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Ursula Krechel, Orthopädie des aufrechten Ganges/Ortopedia dell’andatura eretta Featured

Orthopädie des aufrechten Ganges

 

Schon über der Wiege ein Schild:
Eintritt verboten.
Eine mörderische Gewißheit
(daß man leben muß)
frißt vom ersten Tag das Leben auf.
Später ein anderes Schild
für die im Lesen Kundigen:
Du mußt dein Leben ändern.

Alles ist erlaubt, nichts ist gestattet.
Später besuchen Kinder eine Wanderausstellung:
Der Mensch.
Wegen mutwilliger Zerstörung
bleibt die Abteilung Fortpflanzung geschlossen.

Auf den Stelzen der Kindheit
das monströse Leben abgebrochener Riesen
die Menschen werden wollten
aber nicht wußten wie.
A vendre! A louer!
Der Wohlklang schreibts an die Wand.
So bleibt das Schild ein Menschenalter hängen.
Tragödien im Schuhkarton, ausklappbar
in den verblichenen Farben der Saison.
Die wahre Menschenliebe hat Sprechstunde
freitags zwischen zehn und zwölf.
Bitte nur nach Aufforderung eintreten.
Die auf den Wartebänken sitzen
mit Gesichtern, seehundartig geschnäuzt
die verkohlten ausgebrannten Geister
auch die in Körben geborgenen Vögel
mit ölverschmierten Flügeln
angeschwemmt von der Flut
die übergewichtigen Embryonen
übertragen übertragen wie nichts
eine augenlose Rasse mit verklebtem Hirn
der Katalog der Naturereignisse blättert sich auf
die Seiten wölben sich
Lebewesen lagern in der Asservatenkammer
bis man sie braucht zum längst abgeschlossenen Beweis.

Wie nah die Nordsee schon ist.
Wider Willen stürzte ich hinein
beim Verlassen der Straßenbahn.

Du mußt dein Leben andern, sagte das Huhn zum Ei.
Aber die allmächtige Klugheit
(der lange Schatten, der sich über das Gedicht warf)
verlor das ungelebte Leben in einem Fundbüro
und was dann von ihr blieb (war sie es wirklich?)
schob sich von selbst unter die Mikroskope.
Daß man leben muß.
Daß man gelebt haben muß, um vom Leben
mitzureden.
Eine winzige Lüge bleibt übrig
so winzig, daß sie sich selbst übersieht.
Zur Aussteuer gehörten ein Paar Krücken
viel Nachsicht, ein Fernrohr, ein Gewehr.
Eine Saison der höfischen Wilderer
die standesgemäß ihre Scheitel ziehen
an denen entlang sie jagen.

 
Jetzt im kalten Sommer flog ich
barfüßig über Küsten und erkannte die Fußstapfen
der Freunde nicht mehr. An Teer dachte ich
im Traum, aber ich sah keine Schwärze.
Waren die Fußstapfen gewachsen
war die Küste in ihren Schatten getaucht
schmiegte ich mich schon ins Zwergengelichter
in dem ich übersehen werden mußte, ich weiß
aß ich von Tellerchen, trank ich
sah in Gesichter so klein, daß ich so klein
sie auf der Stelle vergaß?
Die erhöhte Miniatur blähte sich auf
doch blieb sie besänftigend klein.

Ortopedia dell’andatura eretta

 

Già sulla culla un cartello:
accesso vietato.
Una micidiale certezza
(che bisogna vivere)
divora fin dal primo giorno la vita.
In seguito un altro cartello
per gli esperti della lettura:
devi cambiare vita.

Tutto è concesso, nulla è permesso.
In seguito i bimbi visitano una mostra itinerante:
l’essere umano.
In virtù della volontaria distruzione
resta chiuso il reparto riproduzione.

Sui trampoli dell’infanzia
la mostruosa vita di enormi tronchi
che volevano diventare uomini
ma non sapevano come.
A vendre! A louer!
L’armonia scrivi sulla parete.
Così il cartello resta esposto per una generazione.
Tragedie in scatola da scarpe, ribaltabile
nei colori sbiaditi della stagione.
L’autentica filantropia ha orari di ricevimento
tutti i venerdì tra le dieci e le dodici.
Per favore entrare solo su invito.
Quelli sulle panche d’attesa siedono
con visi che ricordano il muso di una foca
sfiniti spiriti carbonizzati
anche le ceste di uccelli protetti
con le ali cosparse di petrolio
trasportati a riva dall’alta marea
gli embrioni sovrappeso
trasmisero trasmisero come niente
una razza senz’occhi con cervello incollato
il catalogo degli eventi naturali si spalanca
le pagine s’inarcano
esseri viventi sono stipati nell’archivio indiziario
finché non servono per una prova da tempo dismessa.

Com’è già vicino il Mar del Nord.
Controvoglia saltai dentro
abbandonando il tram.

Devi cambiare vita, disse all’uovo la gallina.
ma l’onnipotente intelligenza
(la lunga ombra che si gettò sulla poesia)
perse la vita non vissuta in un ufficio degli oggetti  smarriti
e cosa ne rimase poi (era lei per davvero?)
si spinse da sola sotto al microscopio.
Che si deve vivere.
Che si deve aver vissuto, per poter partecipare al
discorso sulla vita.
Resta una minuscola bugia
tanto minuscola da non vedere se stessa.
La dote comprendeva un paio di stampelle
molta indulgenza, un cannocchiale, un fucile.
Una stagione di bracconieri di corte
che per rango tracciano le righe
lungo le quali cacciano.

Ora nella fredda estate fuggii
scalza sulle coste e le orme degli amici
più non riconobbi. Al tè pensavo
in sogno, ma non ne vedevo il nero.
Erano forse cresciute le orme
affondata nella sua ombra la costa
già mi rannicchiavo nella marmaglia di nani
in cui dovevo passare inosservata, lo so
mangiai da piccoli piatti, bevetti
guardai volti così piccoli che così piccoli
li scordai sul posto?
La nobile miniatura si gonfiò
ma rimase piccola e rassicurante.

da Ursula Krechel, Corpi di parole. Poesie scelte 1979-2013, Edizioni Kolibris 2015.
Traduzione di Chiara De Luca

AVT_Ursula-Krechel_8331Ursula Krechel, è nata a Treviri nel 1947. Durante gli studi di Lingua e Letteratura tedesca, Teatro e Storia dell’arte, ha lavorato per giornali ed emittenti radiofoniche della Germania dell’Est. Durante il dottorato all’Università di Colonia, terminato nel 1972, ha lavorato come sceneggiatrice per il teatro di Dortmund e diretto diversi progetti teatrali per giovani detenuti. Due anni dopo è avvenuto il suo debutto a teatro con la pièce Erika (1974), che è stata tradotta in sei lingue. Nel 1977 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Nach Mainz, cui sono seguiti numerosi volumi di poesia, prosa, saggistica, scritture teatrali e radiofoniche. In Der Übergriff (2001), l’autrice ripercorre le tappe della propria storia, evidenziando le diverse sfaccettature della violenza, delle convenzioni acquisite e dell’auto censura, quella voce che grida incessantemente all’orecchio della donna, chiudendole con violenza la bocca. La stessa Krechel rimase a lungo in silenzio, viaggiò al di là dell’oceano, osservò e infine scrisse, per opporsi alla violenza di quella voce. Se l’orientamento delle prime opere della Krechel era essenzialmente femminista, i temi delle sue opere successive si ampliano e diversificano, la sua lingua poetica si fa più dinamica ed esplosiva. Con grande maestria linguistica e precisione formale, affronta il tema della violenza umana, che appare irrevocabilmente connessa con il desiderio erotico e l’ambizione economica. Ursula Krechel ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’International Eifel Literature Prize (1994) e il premio Martha Saalfeld (1994). Nel 1997 ha ricevuto il prestigioso premio Elisabeth Langgässer per l’insieme delle sue opere. Nel 2006, grazie a un premio della Fondazione Hermann Hesse, è stata writer in residence a Calw, Attualmente vive e scrive a Berlino, è membro del PEN tedesco e insegna come guest lecturer in numerose università.

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Manuel Alegre, Rosas vermelhas/Rose rosse Featured

A cura di Chiara De Luca

©Foto Luiz Carvalho

Forse è necessario rinunciare alla felicità per conquistare la felicità. Io ero in prigione, nel maggio del 1963. Avevo imparato la solitudine. Avevo imparato che se anche urli con tutte le tue forze quando ti svegli in piena notte con un grido nella testa e un ratto (o forse la paura?) che ti rosicchia lo stomaco, nessuno, nessuno verrà a riportare la pace dentro di te. Ed è proprio quello il momento in cui si scopre se le travi maestre di un uomo resisteranno. Perché solo la tua voce, amico, risponderà al tuo appello torturato nella notte. E in quell’ora (la più solitaria delle ore) se riuscirai a stringere i denti, a sferrare un pugno alla parete, ad accenderti una sigaretta, se riuscirai a vincere quell’incontro con la solitudine nel punto più profondo di te stesso, con che gioia, con che strana gioia, il mattino seguente risponderai:
– Buon giorno!

© Kevin Hill

ROSAS VERMELHAS

Nasci em Maio, o mês das rosas, diz-se. Talvez por isso eu fiz da rosa a minha flor, um símbolo, uma espécie de bandeira para mim mesmo.
E todos os anos, quando chegava o mês de Maio, ou mais exactamente, no dia doze de Maio, às dez e um quarto da manhã (que foi a hora em que nasci), a minha mãe abria a porta do meu quarto, acordava-me com um beijo e colocava numa jarra um ramo de rosas vermelhas, sem palavras. Só as suas mãos, compondo as rosas, oficiavam nesse estranho silêncio
cheio de ritos e ternura.
Nesse tempo o sol nascia exactamente no meu quarto. Eu abria a janela. Em frente era o largo, a velha árvore do largo dos ciganos. Quando chegava o mês de Maio, eu abria a janela e ficava bêbado desse cheiro a fogueiras, carroças e ciganos. E respirava o ar de todas as viagens, da minha janela, capital do Mundo, debruçado sobre o largo onde começavam todos os caminhos.
E tudo estava certo, nesse tempo, ou, pelo menos, nada
tinha o sabor do irremediável. Nem mesmo a morte de minha tia. Por muito tempo ela ficou nos retratos e no jardim, bordando à sombra das magnólias, andando pela casa nos pequenos ruídos do dia-a-dia, até que, pouco a pouco, se foi confundindo com as muitas ausências que vinham sentar-se na cadeira, onde, dantes, minha tia se sentava.
E eu dormia poisado sobre a eternidade, como se tudo estivesse certo para sempre, eu dormia com muitos olhos, muitos gestos vigilantes sobre o meu sono. Por vezes tinha pesadelos, acordava, inquieto, a meio da noite, qualquer coisa parecia querer despedaçar-me e então exclamava:
– Mãe!
e logo essa voz, tão calma, entrava dentro de mim, mandava embora os fantasmas, e era de novo o meu quarto, a doce quentura da minha casa no cimo da ternura.
Não havia polícia nesse tempo. Ninguém roubaria a tranquilidade do meu sono, ninguém viria a meio da noite para me levar, porque bastava eu chamar:
– Mãe!
e logo uma voz, tão calma, mandava embora os fantasmas. E era a paz, nesse tempo, em que todos os anos, quando chegava o mês de Maio, ou mais exactamente, o dia doze de Maio, às dez e um quarto da manhã, a minha mãe abria a porta do meu quarto e colocava, religiosamente, um ramo de rosas vermelhas sobre a minha vida, nesse tempo, em que dormir, acordar, nascer, crescer, viver, morrer, eram um rito no rito das estações.
Em Maio de 1963 eu estava na cadeia. Por vezes, a meio da noite, um grito abalava as traves da minha cabeça, direi mesmo da minha vida, e eu acordava suado, dolorido, como se um rato (talvez o medo?) me roesse o estômago. E era inútil chamar. Onde ficara essa voz que dantes vinha repor o sono no seu lugar, repondo a paz dentro de mim? E as manhãs penduradas no mês de Maio, onde acordar era uma festa?
Onde ficara a ternura? Onde ficara a minha vida?
Em Maio de 1963 eu estava na cadeia. Dormia – como
direi? – acordado sobre cada minuto. Tinha aprendido o irremediável. Alguma coisa, dentro de mim, se despedaçara para sempre (para sempre? Que quer dizer para sempre?). Era inútil chamar. Tinha aprendido, fisicamente, a solidão. Embora na cela ao lado, alguém,
batendo com os dedos na parede, me dissesse:
– Coragem!
eu estava, pela primeira vez, fisicamente só, dentro do meu sono povoado por esse grito que estalava por vezes as traves da minha cabeça. (Onde a voz que mandava embora os fantasmas?)
E era terrível essa manhã sem amanhã, essa realidade
branca e gelada, toda feita de paredes, grades, perguntas, gritos.
Mesmo que, na cela ao lado, alguém, batendo com os
dedos na parede, me dissesse:
– Bom dia!
era terrível acordar nessa estreita paisagem com sete passos de comprimento por sete de largura, tão hostil, tão dolorosa como as regiões dos pesadelos. Porque acordar era ter a certeza de que a realidade não desmentiria o pesadelo.
Mesmo que os meus dedos batendo na parede transmitissem notícias de um homem que podia responder:
– Bom dia,
de cabeça erguida, era terrível acordar no mês de Maio com a certeza de que no dia doze a minha mãe não entraria pelo meu quarto, deixando-me na fronte um beijo, e rosas vermelhas sobre os meus vinte e sete anos.
Talvez seja preciso renunciar à felicidade para conquistar a felicidade. Eu estava na cadeia em Maio de 1963. Tinha aprendido a solidão. Tinha aprendido que se pode gritar com todas as nossas forças quando se acorda a meio da noite com um grito na cabeça e um rato (talvez o medo?) roendo-nos o estômago, que ninguém, ninguém virá repor a paz dentro de nós. E, então, é a altura de saber se as traves-mestras de um homem resistirão. Pois só a tua voz, amigo, responderá ao teu apelo torturado na noite. E, nessa hora (a mais solitária das horas), se conseguires cerrar os dentes, dar um murro na parede, acender um cigarro, se conseguires vencer esse encontro com a solidão no mais fundo de ti próprio, com que alegria,
com que estranha alegria, na manhã seguinte, tu responderás:
– Bom dia!,
mesmo que seja terrível acordar no mês de Maio, nessa
estreita paisagem, gelada e branca, com sete passos de comprimento por sete de largura.
É certo que se podem escolher outros caminhos. Mas
poderia eu ter escolhido outro caminho? Acaso poderia dormir descansado, onde quer que estivesse, sabendo que algures, na noite, há homens que batem, há homens que gritam?
Os fantasmas tinham entrado no meu sono, invadiram a minha casa no cimo da ternura; os fantasmas eram donos do país. E se eles viessem de repente, a meio da noite, e eu chamasse:
– Mãe!
a voz (tão calma) de minha mãe já nada poderia contra
eles. Era um trabalho para mim, uma tarefa para todos aqueles que não podem suportar a sujeição. Eu nunca pude suportar a sujeição. Acaso poderia ter escolhido outro caminho?
Por isso, em Maio de 1963, eu estava na cadeia, isto é, de certo modo, eu estava no meu posto.
No dia doze, não acordei com o beijo de minha mãe.

Porém, nessa manhã (não posso dizer ao certo porque não tinha relógio, mas talvez – quem sabe? – às dez e um quarto, que foi a hora em que nasci), o carcereiro entregou-me, já aberta, uma carta de minha mãe. E ao desdobrar as folhas que vinham dentro do sobrescrito violado, a pétala vermelha, de uma rosa vermelha, caiu, como uma lágrima de sangue, no chão da minha cela.

Manuel Alegre, da Praça da Canção, Dom Quixote, Lisboa 2015.

ROSE ROSSE

Sono nato a maggio, il mese delle rose, si dice. Forse è per questo che ho fatto della rosa il mio fiore, un simbolo, una sorta di bandiera per me stesso.
Tutti gli anni, quando arrivava il mese di maggio, o più esattamente il giorno dodici di maggio, alle dieci e un quarto del mattino (che è l’ora in cui sono nato), mia madre apriva la porta della mia stanza, mi svegliava con un bacio e sistemava in un vaso un mazzo di rose rosse, senza parole. Solo le sue mani, componendo le rose, officiavano in quello strano silenzio pieno di riti e tenerezza.
A quel tempo il sole nasceva esattamente nella mia stanza. Io aprivo la finestra. Di fronte c’era la piazza, il vecchio albero della piazza degli zingari. Quando arrivava il mese di maggio, aprivo la finestra e m’inebriavo di quell’odore di fuochi, carri e zingari. E respiravo l’aria di tutti i viaggi, dalla mia finestra, capitale del Mondo, chino sulla piazza dove iniziavano tutte le strade.
E tutto era certo, a quel tempo, o, per lo meno, nulla aveva il sapore dell’irrimediabile. Neppure la morte di mia zia. A lungo lei restò nei ritratti e in giardino, a ricamare all’ombra delle magnolie, a girare per la casa nei piccoli rumori del quotidiano, finché, a poco a poco, andò confondendosi con le molte assenze che venivano a sedersi sulla sedia, dove, un tempo, sedeva mia zia.
E io dormivo posato sull’eternità, come se tutto fosse certo per sempre, dormivo con molti occhi, molti gesti che vegliavano sul mio sonno. A volte avevo incubi, mi svegliavo, inquieto, in piena notte, qualcosa sembrava volersi strappare da me e allora esclamavo:
– Madre!
e poi quella voce, tanto calma, entrava dentro di me, scacciava i fantasmi, ed era di nuovo la mia stanza, il dolce calore della mia casa al vertice della tenerezza.
Non c’era polizia a quel tempo. Nessuno avrebbe rubato la tranquillità del mio sonno, nessuno sarebbe venuto in piena notte a prelevarmi, perché bastava che chiamassi:
– Madre!
e poi una voce, tanto calma, scacciava i fantasmi. Ed era la pace, a quel tempo in cui tutti gli anni, quando arrivava il mese di maggio, alle dieci e un quarto del mattino, mia madre apriva la porta della mia stanza e sistemava, religiosamente, un mazzo di rose rosse sulla mia vita, a quel tempo in cui dormire, svegliarsi, nascere, crescere, vivere, morire erano un rito nel rito delle stagioni.
Nel maggio del 1963 ero in prigione. Talvolta, in piena notte, un grido mi scombussolava la testa, direi addirittura la vita, e mi svegliavo sudato, indolenzito, come se un topo (forse la paura?) mi stesse rosicchiando lo stomaco Ed era inutile chiamare. Dov’era finita quella voce che un tempo veniva a rimettere il sonno al suo posto, riportando la pace dentro di me? E le mattine sospese nel mese di maggio, in cui svegliarsi era una festa?
Dov’era finita la tenerezza? Dov’era finita la mia vita?
Nel maggio del 1963 ero in prigione. Dormivo  – come dirlo? – risvegliato a ogni minuto. Avevo appreso l’irrimediabile. Qualcosa, dentro di me, si era frantumato per sempre (per sempre? Cosa vuol dire per sempre?). Era inutile chiamare. Avevo imparato, fisicamente, la solitudine. Nonostante nella cella a fianco, qualcuno, battendo con le dita contro la parete, mi dicesse:
– Coraggio!
io ero, per la prima volta, fisicamente solo, dentro il mio sonno popolato da quel grido che talvolta mi scombussolava la testa. (Dov’era la voce che scacciava i fantasmi?).
Ed era terribile quel mattino senza mattino, quella realtà bianca e gelida, tutta fatta di pareti, grate, domande, grida.
Nonostante, nella cella a fianco, qualcuno, battendo con le dita contro la parete, mi dicesse:
– Buon giorno!
era terribile svegliarsi in quell’angusto paesaggio di sette passi di lunghezza per sette di larghezza, tanto ostile, tanto doloroso quanto le regioni degli incubi.  Perché svegliarsi era avere la certezza che la realtà non avrebbe smentito l’incubo.
Nonostante le mie dita battendo contro la parete trasmettessero notizie di un uomo che poteva rispondere:
– Buon giorno,
con la testa dritta, era terribile svegliarsi nel mese di maggio con la certezza che il giorno dodici mia madre non sarebbe entrata nella mia stanza, lasciandomi sulla fronte un bacio, e rose rosse sui miei ventisette anni.
Forse è necessario rinunciare alla felicità per conquistare la felicità. Io ero in prigione, nel maggio del 1963. Avevo imparato la solitudine. Avevo imparato che se anche urli con tutte le tue forze quando ti svegli in piena notte con un grido nella testa e un ratto (o forse la paura?) che ti rosicchia lo stomaco, nessuno, nessuno verrà a riportare la pace dentro di te. Ed è proprio quello il momento in cui si scopre se le travi maestre di un uomo resisteranno. Perché solo la tua voce, amico, risponderà al tuo appello torturato nella notte. E in quell’ora (la più solitaria delle ore) se riuscirai a stringere i denti, a sferrare un pugno alla parete, ad accenderti una sigaretta, se riuscirai a vincere quell’incontro con la solitudine nel punto più profondo di te stesso, con che gioia, con che strana gioia, il mattino seguente risponderai:
– Buon giorno!
nonostante sia terribile svegliarsi nel mese di maggio, in quell’angusto paesaggio, gelido e bianco, di sette passi di lunghezza per sette di larghezza.
Certo che si possono scegliere altre strade. Ma avrei potuto io scegliere un’altra strada? Avrei forse potuto dormire sonni tranquilli, ovunque fossi, sapendo che, da qualche parte nella notte, c’erano uomini che picchiavano, uomini che gridavano?
I fantasmi erano entrati nel mio sonno, avevano invaso la mia casa al vertice della tenerezza; i fantasmi erano padroni del paese. E se fossero venuti all’improvviso, in piena notte, e io avessi chiamato:
– Madre!
la voce (tanto calma) di mia madre nulla avrebbe potuto contro di loro. Era un lavoro per me, un compito per tutti quelli che non potevano sopportare l’assoggettamento. Io non avevo mai potuto sopportare l’assoggettamento. Avrei forse potuto scegliere un’altra strada?
Per questo, nel maggio del 1963, ero in prigione, questo è, in un certo senso, ero al mio posto.
Il giorno dodici non mi svegliai con il bacio di mia madre.
Ma quella mattina (non posso dirlo con certezza perché non avevo orologio, ma forse – chissà? – alle dieci e un quarto, che è l’ora in cui sono nato), il secondino mi consegnò, già aperta, una lettera di mia madre. E spiegando i fogli contenuti nella busta violata, i petali rossi, di una rosa rossa, caddero, come una lacrima di sangue, sul suolo della mia cella.

Manuel Alegre, da Piazza della canzone. In preparazione per Edizioni Kolibris.
Traduzione di Chiara De Luca.

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Kolibris prepara l’edizione italiana del mitico “Piazza della canzone” di Manuel Alegre Featured

«solo cantando talvolta si resiste / solo cantando si può dare fastidio» Manuel Alegre

Nel 2015 Praça da Canção di Manule Alegre ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno. Per l’occasione, la prestigiosa casa editrice Dom Quixote di Lisbona ha deciso di effettuarne l’ennesima ristampa. Kolibris ne sta realizzando la prima edizione italiana, con la traduzione di Chiara De Luca e il supporto di Camões Instituto da Cooperação e da Língua.

Scritto da Alegre durante la prigionia nel carcere di Coimbra, sequestrato e proibito dalla polizia, Piazza della canzone è circolato a lungo clandestinamente, dattilografato, poligrafato, passato di mano in mano e di bocca in bocca, cantato, recitato, mormorato. Nel corso degli anni ha avuto trenta ristampe, ed è stato musicato, tra gli altri, da Adriano Correia de Oliveira, António Portugal, Alain Oulman, José Niza, José Afonso, Luís Cília, Francisco Fanhais, Manuel Freire, Paulo de Carvalho.
Piazza della canzone è un libro che, come scrive José Carlos de Vasconcelos nella prefazione, “ha da tempo oltrepassato le frontiere della letteratura per assumere una dimensione simbolica o addirittura mitica.”

Oggi vi facciamo leggere la prefazione che José Carlos de Vasconcelos ha scritto per Piazza della canzone.
La traduzione è di Chiara De Luca che sta curando l’edizione bilingue per Kolibris.

QUANDO LA POESIA FA
E SI FA STORIA

José Carlos de Vasconcelos

1. Essendo un libro bello e innovativo, inscritto in una linea lirica che risale ai canzonieri, Piazza della canzone, di Manuel Alegre, ha da tempo oltrepassato le frontiere della letteratura per assumere una dimensione simbolica o addirittura mitica.
Quando uscì, all’inizio dell’anno 1965, cinquant’anni fa – l’edizione Dom Quixote del 2015 ne festeggia dunque il cinquantenario – fu anche il ritratto incisivo di una «[…] patria immobile / sulla riva di un fiume triste», fu una bandiera spiegata e una miccia di resistenza e lotta contro la dittatura.
Oggi, dopo circa quattro decenni di profondo (apparente?) mutamento della realtà, nella genesi della maggioranza delle sue poesie, e che in parte spiega la sua immediata straordinaria ripercussione e influenza, Piazza della canzone «continua»: generazioni successive lo leggeranno, l’ascolteranno, forse lo canteranno, in qualche modo lo vivranno. E questo dice molto, se non tutto.

2. I versi di Piazza della canzone sono passati, da sempre, di bocca in bocca, di mano in mano, di cuore in cuore, come singolare espressione individuale di un poeta e vigorosa voce collettiva di un popolo al contempo. Un poeta cittadino, un popolo – e la sua Storia, nella sua storia. Popolo che ricusava qualunque forma di servitù o fatalità, compresa quella della tristezza(«Questa tristezza che ci prende nella sua tela / questa tristezza ragna questa nera tristezza e / che non ci uccide né incendia // prima in noi semina questa viltà / e avvelena sul nascere qualunque idea. / Bisogna uccidere questa tristezza»); rifiutando un qualche nuovo Alcácer Quibir, che in conseguenza d’altri segnali la guerra coloniale preannunciava. Popolo che in tempo di tirannia, di guerra, di emigrazione, di carcere e di esilio grida «no». Grida «no» e vuole costruire una nuova patria, non rinnegando il passato quanto piuttosto costruendovi sopra il futuro.
Quale nuova patria? Quella del Paese di Aprile, che in modo tanto profetico e premonitore nasce in questo libro, e la cui nascita effettiva è in qualche modo annunciata nel successivo Il canto e le armi; Paese di Aprile, «luogo della poesia», che fu sul punto di divenire il titolo di Piazza della canzone, e che non lo divenne solo per evitare confusione con la guida turistica Aprile in Portogallo.

3. In Piazza della canzone c’è prima di tutto un uomo, un cittadino, un patriota – esattamente il contrario del nazionalista allora imperante –, un poeta che canta «in piedi in mezzo al paese amato». Parlando «della storia che non passa alla Storia», aussumendo, al contrario, e in qualche modo anche nel giusto, la sua mitologia.
Certo del fatto che, pur non essendo «forse sufficiente», «solo cantando talvolta si resiste / solo cantando si può dare fastidio»; certo del fatto che anche con il canto si libera la patria e le si conferisce dignità, e si trasforma inoltre la patria in mondo. In Piazza della canzone c’è un aedo, un trovatore, che crede in valori e idee, crede nelle parole, nella forza delle parole, e vuole spargerle tra il popolo seminandole nel vento che passa. Trovatore, ho scritto. E alcune delle arie di questo libro sono tra le rare poesie di Alegre pubblicate ancora prima che Piazza della canzone uscisse – ovvero: nel 1961 e nel 1962, nella Via Latina, seminario dell’Associazione Accademica di Coimbra e «organo degli studenti portoghesi», che erano in prima linea sul fronte della contestazione alla dittatura. Perché le arie sono tra le prime poesie in cui Alegre, attraverso forme tradizionali, con una forte impronta dell’oralità, trova il suo tono, il suo ritmo, la sua battuta, la voce e il dettato peculiari, inconfondibili, che si sarebbero progressivamente arricchiti e approfonditi nel corso della sua opera.
Le canzoni, in cui risalta il cantabile dei suoi limpidi versi di sette sillabe, sarebbero state anche, come è naturale, le prime tra le sue poesie a essere messe in musica. E una di esse, la «Canzone del vento che passa» – di António Portugal, cantata da Adriano Correia de Oliveira, per la prima volta, durante un incontro associativo a Lisbona, nel 1964 –, si attestò da allora come una sorta di inno delle battaglie studentesche; e, in seguito, come una delle canzoni simbolo della lotta antifascista in generale.
Il fatto che Alain Oulman abbia musicato, ancora prima, la «Canzone dell’amore luisiade», e che sia stata cantata dalla grande Amália (Rodrigues), dà già di per sé l’idea di ciò che la poesia dell’autore di Piazza della canzone significò, e significa, essendo forse quella musicalmente più interpretata e rivisitata di sempre – , tra chi più è meglio la musicò, occorre ricordare, oltre ad Adriano, José Niza. Solo a partire dalle poesie di questo libro ci sono diverse composizioni, tra gli altri, dello stesso Adriano (tra cui spicca la notevole «Canzone con lacrime e sole», uno dei più brillanti casi di reciproca valorizzazione e perfetta sintonia poesia – musica – interpretazione), José Afonso, Luís Cília, Francisco Fanhais, Manuel Freire. Quella di Freire sulla Canzone in cui Alegre (pro)clama appunto: «Mi sono trasformato in trovatore. / Se la voce del popolo mi chiama / canterò con lei / […] Con canzoni entro in lizza / non ho le armi del re. / Canto a favore della giustizia / che in trovatore mi sono trasformato. / […] Né avevo altre ragioni nella vita / per avere ragione nella vita: / cercare la patria libera / dentro la patria perduta.»

4. Quando Piazza della canzone venne alla luce, Manuel Alegre era già, dunque, molto conosciuto. Si può anche dire che cominciava a crearsi a sua volta una certa aura, per non dire leggenda, cui l’edizione del libro diede, com’è naturale, grande impulso.
Il poeta era stato, soprattutto, attore del TEUC (Teatro degli Studenti dell’Università di Coimbra), uno dei fondatori del CITAC (Circolo di Iniziazione Teatrale dell’Accademia di Coimbra), direttore temporaneo della rivista accademica s pubblicazione irregolare, «A briosa» (dove, nel 1953, pubblicò la sua prima poesia Herberto Helder, sette anni più anziano di lui, e le cui poesie dell’epoca mi paiono avere un certo numero di affinità con quelle di Alegre anteriori a Piazza della canzone), collaboratore di «Poemas Livres», oratore e militante di rilievo delle lotte studentesche, per poco tempo redattore della rivista «Vértice», nella quale siamo entrati lo stesso giorno, nel 1961, noi due, Fernando Assis Pacheco e J. A. Silva Marques.
Per poco tempo perché, in seguito ai suoi interventi in quelle lotte, fu chiamato alle armi e mandato prima alle Azzorre, dove ebbe per capitano Ernesto Melo Antunes, poi in Angola, per la guerra coloniale nel luogo in cui era più dura. Al contrario di quanto lo si accusa in alcune delle innumerevoli campagne scatenate contro di lui nel corso degli anni, in particolare quando acquisì maggiore rilevanza sulla scena politica, come in occasione delle sue due candidature alla Presidenza della Repubblica, Alegre non soltanto non disertò mentre era sul fronte più duro del conflitto, quello di Nambuangongo, bensì cospirò contro il regime, tentò di organizzare una sollevazione militare, venne fatto prigioniero dalla PIDE e incarcerato in Luanda per sei mesi, periodo cui si riferisce il testo di apertura di Piazza della canzone.
Trasferito nel carcere di Coimbra, con residenza fissa e stretta vigilanza, non se ne lasciò intimidire, continuando la sua attività associativa e politica. Fu in quell’epoca che scrisse molte delle canzoni di Piazza della canzone, compresa la già menzionata «Canzone del vento che passa». Allora, siamo nel maggio del 1964, viene a sapere che sta per essere fatto di nuovo prigioniero dalla PIDE, e sparisce. Dopo essere rimasto nascosto due mesi – durante i quali organizza questo libro ora «cinquantenario» –, parte clandestinamente per l’esilio, per Parigi. E da Parigi va ad Algeri, dove ancora si trovava quando, nel gennaio del 1965, Piazza della Canzone è pubblicata in Coimbra, 3.º volume della collezione Cancioneiro Vértice, che era stata inaugurata con l’altrettanto eccelso e innovativo Cuidar dos Vivos [Prendersi cura dei vivi], di Fernando Assis Pacheco (il 2.º volume fu il mio Corpo de Esperança, [Corpo di speranza]).
Ad Algeri, la fantastica voce di Alegre, che come nessun’altra dà voce alle sue poesie, incarna le sue poesie, diviene anche quella di Voz da Liberdade [La voce della libertà], emittente del portoghese Fronte Patriottico di Liberazione Nazionale, che trasmette in Portogallo, denunciando e combattendo la dittatura salazarista. Cosa che ovviamente contribuì a una immediata e ancora maggiore ripercussione, e anche a una sorta di mistificazione del libro e del poeta.

5. La Canzone che è nella Piazza è «viaggio dell’uomo verso l’uomo», «festa triste», «nave», «patria» del poeta con un profondo senso della Patria e delle sua storia (e della sua Storia…), tanto che talvolta sembra sentirsi un messaggero, come fosse predestinato a una missione; del poeta che, come si è visto, ha già molta biografia alle spalle, una ricca e diversificata esperienza esistenziale, un percorso che gli permette di scrivere in questa iniziale Piazza della canzone: «[…] la mia poesia ha fatto rima con la mia vita.»
Infatti, quel sentimento nazionale e patriottico, di liberazione e redenzione del paese, l’essenza di una esperienza e di un percorso inscritti nella drammatica realtà portoghese, che s’intende trasformare profondamente, percorrono da cima a fondo le pagine di Piazza della canzone. A partire dalla «Canzone prima», nella quale il poeta risale a lontane radici storiche e proclama: «In ogni poesia sono più solo. / Davanti a me la lingua e quelli che prima / hanno cantato la lunga storia della poesia», fino all’«Ultima pagina», in cui si propone di «[…] liberare / la Primavera nel Paese dell’Aprile». Nel mezzo, lungo questa linea, poesie tanto forti e significative come per esempo «Cronaca dei figli diViriato» e «Lettera di Manuelinho de Évora a Miguel de Vasconcelos, Ministro del regno per Volontà Straniera».
Per quanto riguarda l’esperienza del poeta, che è sangue dei suoi versi, spicca in Piazza della canzone quella della guerra coloniale: l’emigrazione e i migranti, soprattutto a Parigi, il «lusiade esiliato», la «patria espatriata», saranno marcatamente presenti in Il canto e le armi, del 1967, il primo libro scritto dall’autore durante il suo esilio – in Piazza della canzone c’è solo la «Canzone del migrante». Delle otto poesie sulla guerra ebbe particolare impatto quella intitolata «Nambuangongo amore mio»: per la denuncia (si parla addirittura di «testa tagliata», su un’altura in cui apparvero, per l’orrore di tutti, foto con teste di terroristi infilzate su bastoni dai militari portoghesi); per il felice utilizzo del simbolo Hiroshima; per la melodia e soprattutto per il poderoso ritmo avvolgente, che la futura canzone di Paulo de Carvalho avrebbe poi ricreato molto bene.
D’altro lato, con la guerra che causava sempre più vittime, morti e colpiva tutti i portoghesi, poesie come la citata «Canzone con lacrime e sole» o «Romanzo di Pedro Soldado» (una specie di novello «Il bambino di sua madre», cui si avvicina molto, più che a una guerra reale, la nostra) causavano profonda emozione. Tutto in un’epoca, non lo dimentichiamo, in cui c’era bisogno di coraggio e si correvano rischi semplicemente parlando della guerra, ufficialmente detta d’Oltremare, a meno che non fosse per appoggiare la politica suicida salazarista. E in un’epoca in cui la produzione letteraria nota che osasse occuparsi di questa realtà era ancora quasi inesistente – la prima bella poesia pubblicata in volume sulla guerra sarebbe stata proprio il «Sonetto» con cui si conclude il già citato Prendersi cura dei vivi, inviato dall’Angola da (Fernando) Assis (Pacheco) quando il libro stava già per essere stampato.

6. È difficile, per chi non abbia vissuto questo tempo, farsi un’idea o un’immagine esatta di ciò che vi rappresentavano certi fatti ed eventi oggi banali, di ciò che rappresentava, e rappresentò, l’enorme impatto, a diversi livelli, dell’apparizione di Piazza della canzone. Che quando fu sequestrato e proibito dalla polizia aveva già prodotto i suoi effetti – e, a partire da allora, cominciò a circolare clandestinamente, poligrafato, dattilografato, passato di mano in mano. Con il marcelismo, nel 1969, apparve una seconda edizione, per Ulisseia, non ricordo se di nuovo sequestrata.
Nel frattempo, non c’era incontro, dibattito, recital, sessione di canto libero, o simili, in associazione popolare o culturale, cooperativa, gruppo di teatro o musicale, associazione studentesca, in cui le poesie del Manel non fossero cantate o recitate. Io stesso fui tra quelli che per molti anni le recitarono, in vari punti del paese, fino al 25 aprile, ora in spettacoli con alcuni compagni (Zeca, Adriano, poi Freire, Fanhais, ecc.), e non solo, in altre occasioni, forse la maggior parte, da solo o accompagnato da Carlos Paredes – il geniale Carlos Paredes, s’immagini, che accompagna poesie, e questo loro dicitore, là in quegli umili e discreti luoghi in cui era posssibile, e necessario, farlo.
Posso, perciò, dare testimonianza del modo in cui la poesia di Manuel Alegre toccava, emozionava le persone. Perché era fatta di sostanza incandescente, di grandi ire e rabbie, di aspirazioni e speranze collettive. Perché era portavoce di problemi e ansie, inquietudini e indignazioni. Faceva pensare e sentire, interveniva e incitava all’azione.
Per quello che diceva? Anche. Ma non meno per quello che era, per quello che è: solo la qualità delle poesie – qualità etica e poetica, sottolineo –, solo la loro ricchezza e bellezza formale spiegano, di pari passo con ciò che abbiamo evidenziato, il modo in cui erano sentite e vissute dalle persone, la loro straordinaria diffusione, direi: propagazione, la loro efficacia, il loro successo. È chiaro che in Piazza della canzone, praticamente un primo libro (Alegre aveva pubblicato, dieci anni prima, nel 1955, un volumetto adolescenziale, Sensações Românticas [Sensazioni romantiche], cui non si fa riferimento nella sua bibliografia), si possono trovare versi e poesie più facili e deboli, con fragilità, troppo declamatorie – alcune delle quali, d’altra parte, non furono incluse nell’edizione definitiva, quella del 2005, che l’attuale riproduce. Più in generale e nell’essenziale Piazza della canzone ha già, nell’effetto sorpresa forse più di qualunque altro libro di Alegre, la lucina, la scintilla, la forza, il respiro – come l’autore lo chiama – che definiscono il raro poeta che il tempo confermò, sempre d’officina e con orizzonti ampliati, arricchiti, specialmente in quello che la poesia non può mai smettere di essere: lunguaggio.
Linguaggio. Manuel Alegre creò il suo, con radici che risalgono alla cantiga de amigo, con risonanze camoniane e anteriane, echi di molte e molto attente letture, da Hölderlin e Rilke a Torga, Sophia e Herberto, integrando conquiste della migliore poesia moderna. Alegre creò il suo linguaggio con il suddetto respiro, con un udito finissimo e una molteplicità di procedimenti formali che passano per la metrica, per le rime di vario genere, per l’anafora strutturale, per la continua trasposizione metaforica, per il ritmo marcato e marcante, con una battuta, un tono molto personale, chiaramente distintivo. Che spiega anche il fatto che tanti e tante lo abbiano cantato: quelli già citati, più molti altri che in seguito si aggiunsero, da Carlos do Carmo e João Braga a Maria Bethânia, ammirevole interprete di Senhora das Tempestades [Signora delle tempeste], altro titolo insigne del poeta, che si distingue anche nella prosa, nella fiction, in cui questo tono è spesso noto.

7. Da tutto quanto è stato detto, e dal molto altro che resta da dire, risulta che Piazza della canzone è uno dei libri di poesia più letti, più diffusi e più significativi, nel suo tempo, della poesia portoghese di sempre. Le sue edizioni, autonome o in volumi che riuniscono anche l’opera successiva hanno avuto successo e credo siano ormai più di venti o trenta. Tra queste sono incluse edizioni speciali, come quelle illustrate da Rogério Ribeiro e José Rodrigues – quella del 2015, con il logo di Dom Quixote e la prefazione di Paula Morão, festeggia i quarant’anni dalla sua pubblicazione.
Ora, se fino al 25 di aprile del 1974, e nel periodo immediatamente successivo, si poteva ancora sostenere, sebbene in forma riduttiva, che la capacità di Piazza della canzone di suscitare interesse, fino a emozionare, tanta gente di varie generazioni si doveva soprattutto a ragioni politiche, in seguito, negli ultimi quasi quattro decenni, questo non è più possibile. E mentre da tempo è sparita dalla mappa certa poesia che la critica dominante aveva considerato buona e atemporale, la poesia di Piazza della canzone,da quella stessa critica considerata minore e datata, è ciò che, lo ripeto, continua: continua lì, qui, a sommare edizioni e lettori. Ben viva e a vario titolo attuale – ma questa sarebbe già un’altra storia…
Subito dopo l’uscita di Piazza della canzone, Mário Sacramento scrisse che «con Manuel Alegre nacque il maggior poeta del neorealismo», cosa che ritengo inesatta per la semplice ragione che Alegre non fu mai, di fatto, esponente del neorealismo, per lo meno nel senso che alcuni dei suoi teorizzatori gli attribuirono; ma Sacramento sottolineò anche, giustamente, la novità della «tensione epica» presente in Piazza della canzone. Questo versante, la matrice epica di parte della poesia di Alegre, o la «nostalgia dell’epopea», come la definì Eduardo Lourenço, era naturalmente destinato a divenire uno degli angoli di approccio più costanti alla sua opera, oggi vasta e significativa in vari generi, ma con la poesia sempre in prima linea.
E tra i molti che ne hanno scritto, oltre a Sacramento, Lourenço e Paula Morão, senza nessun ordine logico o cronologico, portoghesi o stranieri, ricordo Maria Helena Rocha Pereira, Vítor Aguiar e Silva, António Ramos Rosa, Robert Bréchon, Carlo Vittorio Cattaneo, Urbano Tavares Rodrigues, Carlos Reis, Clara Rocha, Giulia Lanciani, Erilde Melillo Reali, Eugénio Lisboa, João de Melo, Paola Mildonian, Ana Maria Vilhena Fernandes, Catherine Dumas, Eduardo Prado Coelho, Margarida Calafate Ribeiro, José Ribeiro Ferreira, Mário Lugarinho, Roberto Vecchi, Olinda Kleiman, José Manuel Mendes, Paulo Sucena, Maria Luisa Cusati, Sandra Bagno – per rinviare ai loro testi, poiché non è questo il luogo di citare neppure alcuni loro tratti o aspetti particolarlamente interessanti.
Lirico, romantico, epico; epopea e anti-epopea; tradizione e innovazione; discorso e dialettica; passato, presente e futuro, vari tempi in un solo tempo; inno, badiera, sogno, arma; aria, romanzo, canzone, cronaca – tutto. In un drammatico ed emblematico momento della storia e del destino collettivo dei portoghesi, mirando anche, esigenza (po)etica, a intervenire, contribuendo alla liberazione, in tutti i sensi, del nostro paese e del nostro popolo. Cosa che, con la poesia, è possibile solo, è efficace solo, come nel caso fu, quando la poesia è, insisto, di qualità. E consegue l’importanza e la dimensione attinta con Piazza della canzone solo quando si tratta di un grande poeta come Manuel Alegre.
«Canto conforme alla circostanza», si legge nel primo verso di una poesia di questo libro. Ma se il canto arriva a fondo e arriva in alto, come il locale diventa universale, così la circostanza si perpetua.Ovvero, citando gli ultimi versi della stessa poesia, resta la «[…] canzone accesa / sulla notte / del mondo». Come avviene in questa Piazza della canzone.

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In arrivo il nuovo libro di Francesco Benozzo Featured

A gennaio 2017 Edizioni Kolibris pubblicherà il nuovo poema di Francesco Benozzo: La capanna del naufrago
in edizione bilingue, con la traduzione di Gray Sutherland

[…]

Non ricordo che vaghe invisibili cose
a me sempre più care e famigliari.
La luce smorta di un mare senza barche
si era portata via gli ultimi scogli
e quel poco di me che rimaneva.
Vaghe cose invisibili e lontane
quelle più tristi e belle, cose di sempre
che mai avrei pensato di poter perdere.
Ma i giochi erano fatti, i conti chiusi
e tutti i sogni, marciti come cortecce,
galleggiavano al largo del naufragio.
Quasi più niente da tenere tra le mani
nessun timone o remo, nessun boccale
nessun coltello per tagliare delle reti:
quasi più niente, solo rami e ombre
solo rami tra il mare e il mio respiro
tra il mio respiro e il sole di nord-ovest
e qualche ferro arrugginito del mondo andato.

[…]

Clicca sull’immagine per visitare il sito dell’Autore.

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Ursula Krechel, Flächendeckendes Gedicht / Poesia sull’intera superficie Featured

Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer

Flächendeckendes Gedicht

 

Erdleben, wie Caspar David Friedrich die Landschaft nannte

wie die Landschaft zwischen Maulwurfshügeln verflog

fußfällig gezogene Horizonte, Bittsteller des Wetters

eine Gardine, die milchig bewegt den Wald verhängt

stürzender Wind, Kiefernwälder, die das Meer verdecken

moorige Ebene, hochrädriger Wagen steckengeblieben

auf versandeter Straße, wer kommt, klopfendes Herz

wer kommt klopfenden Herzens, so war er angewiesen

auf eigenes Naturstudium, angeborene Schwermut

geboren in Greifswald

himmelwärts gerichtete Windräderständer

kein Wesen machen von, geboren

als Sohn eines Seifensieders, Hoffnungen westwärts

was fast das gleiche ist, zerbeulte Papierkörbe

Dosen, zerbrochene Flaschen, eine gemalte

Schreckensspur wie »alles im Eimer«, doch ohne Titel

Komplementärfarbe zu lichtem Preiselbeergesträuch.

 

Saubere Sepiazeichnung, angeborene Schwermut

gesteigert durch den Tod des Bruders

kleinformatiges Bild, dunkle Rückenansicht

der beim Schlittschuhlaufen ihn rettete

und selbst ertrank. Abgewandter Schmerz

einer vordergründigen Figur, die sich hineingedrängt

(von wem geduldet?) wissentlich. »Sein Leben war

ein langes Unglück«, sagt Schorn im Nekrolog und schweigt.

 

Stahlblauer Himmel, Häuserzeilen wie Reißverschlußzacken

Putbus, Putbus, wer hätte je, je länger, je lieber, jemineh

endlich im Grafen Putbus einen Gönner gefunden

auf dem Kutschbock die lange Allee entlang, meine Verehrung

 

Ihr Diener selbstredend, aufs höchste erniedrigt.

Erdleben in die Senkrechte gekippt, schwindlig der Kopf

die Füße obenauf, plattdeutsch geflüstert: Spreizsenkfüße

schmerzend, doch meilenweit von jedem Gedicht entfernt:

Sandalenträger brechen auf zu einer Reise in den Norden

die am eisgrauen Erdrand endet, abkippt, die Reisenden vermißt.

Brandung des Textes, der in der Schwärze der Schrift erstarrt.

»In Italien, wie oft behauptet wurde, bin ich nie gewesen.«

Die Heimkehr fiele danach so schwer. (Sehnsucht wegzubleiben.)

Wie nannte der Maler den Horizont? Streifenleben, Strichleben

das Himmelsleben bleibt den befriedeten Theologen.

 

Füße im Wasser, das gefrorener Nebel ist, der Blick

in die Weite könnte ausrutschen, Glättegefahr des Himmels

Patzer mit dem Pinsel, Paletot und Schuhwerk

Gleichgewichtsstörungen, hoch oben und nach Westen verwirrt.

 

Ersetzung der Dresdner Malerei durch die Düsseldorfer Schule

effektvolle Hagelgewitter, Sonnenuntergang mit weißem Hengst.

Der glückliche Maler macht in der Ausstellung einen Handstand

trifft einen weniger glücklichen Maler mit dem Schuh an der Stirn.

Schwindel. VerzeihnSe. Der Himmel rutscht in die Hosentasche

ein großer Schlüssel sperrt den Hosenstall.

Reise in den Norden: an das vorläufige Ende der Welt.

 

Seebären von einst, die jetzt an Stöcken gehen

brummelige Leute mit flachen Mützen und blonden Träumen

im Rumtopf Kandiszuckerkalkül, Pflaumen wie Sprengköpfe

Schlaganfall, Verdienstausfall, Schlagabtausch mit dem Wind

kariert denkende Kabeljaugrätenkauer, Gischt im Kosakenbart.

Wir kleinen Leute und die GROSSEN

doch auf dem Bild nur Menschenkroppzeug, das nicht wagt

was? Also wir kleinen Leute, geplättete Flachlandbewohner

im Nebel stochernd, Ausblicke ins Erdleben einer anonymen Frau:

 

 

»Fischköppe, die sich in die schillernden Schwänze beißen.«

Sprachlose Felsen wie aufgestellte Nüstern, Hilfe von fern zu spät

das Vordringen der gemeinen Douglasfichte in den Laubwald

Heftigkeit, Halsstarrigkeit, Wegrand wie eine Hasenscharte

Freund, Freundchen, Haselnußrutenwerk.

 

 

Natur, Natur! das ist auch so ein dummes Wort! Mein Bergwerk gehört nicht zur Natur, das ist mein Berg. In ihm verstehe ich alles, von eurer Natur weiß ich nichts. Als wenn ein Schneider, der ein Kleid zurichten sollte, immer nur von Wolle und den englischen Schafen reden wollte. Aber dahin haben es die Menschen gebracht, daß sie nichts mehr als das ansehen können, was es ist, sondern ein Allgemeines suchen, woran sie es binden und erwürgen möchten.

Ludwig Tieck: Der Alte vom Berge (1828)

 

 

Poesia sull’intera superficie

 

Vita della terra, come Caspar David Friedrich chiamava il paesaggio

come il paesaggio tra tane di talpa svaporava

orizzonte soggiogato, postulante del tempo

una tenda, che muovendosi lattea vela la parete

vento impetuoso, boschi di pini, che coprono il mare

piana palustre, carro dalle alte ruote nascosto

su una strada sabbiosa, chi viene, col cuore che batte

chi viene col cuore che batte così fu assegnato

al suo studio della natura, innata malinconia

nata a Greifswald

zampe di pale eoliche levate al cielo

non farci caso, nato

figlio di saponaio, speranze rivolte a ovest

che è quasi lo stesso, cestino ammaccato

lattine, bottiglie spaccate, una scia di spavento

come Alles im Eimer, ma senza titolo, colore

complementare di un rado cespuglio di rossi mirtilli.

 

Lindo disegno seppia, innata malinconia

accresciuta dalla morte del fratello

quadro in miniatura, buia visuale posteriore

che lo salvò mentre pattinava sul ghiaccio

e da solo affogò. Dolore scongiurato

di una figura in primo piano, che si addentra

(da chi tollerata?) consapevolmente. “La sua vita fu

una lunga sventura”, dice Schorn nel necrologio e tace.

 

Cielo blu acciaio, file di case come punti di sutura lampo

Putbus, Putbus, chi avrebbe mai, più a lungo, più volentieri, mio Dio

trovato infine nel conte Putbus un benefattore

sulla cassetta lungo il grande viale, mia venerazione

 

Suo naturale servitore, assolutamente sottomesso.

Vita della terra capovolta in verticale, capogiro

piedi in aria, sussurrando in basso tedesco: piedi piatti

doloranti, eppure a miglia e miglia da ogni poesia.

Uomini in sandali irrompono durante il viaggio a nord

che termina sul ciglio grigio-ghiaccio della terra, precipita, perde i viaggiatori.

Risacca del testo, che impietrisce nel nero dello scritto.

“In Italia, come spesso si è detto, non sono mai stato.”

Il rimpatrio risultava allora così duro. (Nostalgia di restare lontano.)

Come chiamava l’orizzonte il pittore? Striscia della vita, linea della vita

la vita del cielo resta ai teologi soddisfatti.

 

Piedi in acqua, che è nebbia gelata, lo sguardo

in lontananza potrebbe scivolare, pericolo di caduta del cielo

Patzer con pennello, cappotto e calzatura

disturbi dell’equilibrio, confuso verso l’alto e verso ovest.

 

Sostituzione della pittura di Dresda da parte della scuola di Düsseldorf

efficace grandinata, tramonto con bianco stallone.

Il fortunato pittore fa nell’esposizione una verticale

incontra un pittore meno fortunato con la scarpa in fronte.

Vertigine. Scusi. Il cielo scivola nella tasca dei calzoni

una grande chiave chiude la cerniera dei pantaloni.

Viaggio a nord: alla provvisoria fine del mondo.

 

Foche di una volta, che adesso vanno a Stöcken

gente che borbotta con berretti piatti e sogni biondi

nella frutta al rum calcolo di zucchero candito, prugne come testate

colpo apoplettico, colpo al portafogli, scambio di colpi col vento

rosicchiatore di lische di merluzzo dal pensiero

a quadretti, schiuma nella barba da cosacco

Noi piccola gente e i GROSSI

eppure nel quadro solo marmaglia di gente, che non osa,

cosa? Allora noi piccola gente, appiattiti abitanti della pianura

frugando nella nebbia, occhiate nella vita della terra di un’anonima donna:

 

“Teste di pesci che si mordono le code scintillanti.”

Muti campi come narici appostate, tardivo aiuto da lontano

l’avanzata della comune douglasia nella foresta di latifoglie

impeto, rigidità del collo, margine come un labbro leporino

amico, amichetto, rabdomanzia di noci.

 

 

Natura, Natura! Anche così è una parola stupida! La mia miniera non appartiene alla natura, che è la mia montagna. In essa comprendo tutto, della vostra natura non so nulla. Come se un sarto che adatta un vestito volesse sempre parlare della lana e delle pecore inglesi. Ma gli uomini si sono spinti al punto da non riuscire più a vederla per quella che è, cercando invece una totalità, in cui la vogliono legare e strangolare

Ludwig Tieck: Der Alte vom Berge (1828)

da Corpi di Parole, Edizioni Kolibris 2015. Traduzione di Chiara De Luca

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Caspar David Friedrich, Landschaft mit Regenbogen

AVT_Ursula-Krechel_8331Ursula Krechel è nata a Treviri nel 1947. Durante gli studi di Lingua e Letteratura tedesca, Teatro e Storia dell’arte, ha lavorato per giornali ed emittenti radiofoniche della Germania dell’Est. Durante il dottorato all’Università di Colonia, terminato nel 1972, ha lavorato come sceneggiatrice per il teatro di Dortmund e diretto diversi progetti teatrali per giovani detenuti. Due anni dopo è avvenuto il suo debutto a teatro con la pièce Erika (1974), che è stata tradotta in sei lingue. Nel 1977 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Nach Mainz, cui sono seguiti numerosi volumi di poesia, prosa, saggistica, scritture teatrali e radiofoniche. In Der Übergriff (2001), l’autrice ripercorre le tappe della propria storia, evidenziando le diverse sfaccettature della violenza, delle convenzioni acquisite e dell’auto censura, quella voce che grida incessantemente all’orecchio della donna, chiudendole con violenza la bocca. La stessa Krechel rimase a lungo in silenzio, viaggiò al di là dell’oceano, osservò e infine scrisse, per opporsi alla violenza di quella voce. Se l’orientamento delle prime opere della Krechel era essenzialmente femminista, i temi delle sue opere successive si ampliano e diversificano, la sua lingua poetica si fa più dinamica ed esplosiva. Con grande maestria linguistica e precisione formale, affronta il tema della violenza umana, che appare irrevocabilmente connessa con il desiderio erotico e l’ambizione economica. Ursula Krechel ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’International Eifel Literature Prize (1994) e il premio Martha Saalfeld (1994). Nel 1997 ha ricevuto il prestigioso premio Elisabeth Langgässer per l’insieme delle sue opere. Nel 2006, grazie a un premio della Fondazione Hermann Hesse, è stata writer in residence a Calw, Attualmente vive e scrive a Berlino, è membro del PEN tedesco e insegna come guest lecturer in numerose università.

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Guy Goffette, Pessoa Featured

PESSOA

 

Au bout de la nuit il y a une chambre toujours qui reste éclairée

comme un feu de berger sur la colline

ou comme une étoile inconnue

à qui nous donnons notre chiffre

ou celui de notre compagne

ou celui de l’absente

de la désirée de l’impossible

et cela suffit à notre pas pour que la peur

nous quitte et l’angoisse

de ce qui nous attend derrière la porte

Délivrés de notre poids

si nous marchons c’est comme en rêve

au bout de nous-mêmes il y a une chambre qui ne ferme pas

pareille à un bureau de tabac en plein midi

à une maison de passe à une pharmacie

au ciel de la marelle un jour d’été

une chambre unique où chacun peut entrer

s’asseoir ôter son masque et dire

à son image dans le miroir

je n’y suis pour personne

 

Guy Goffette da Elogio per una cucina di provincia, Kolibris 2013

PESSOA

 

In fondo alla notte c’è sempre una stanza che resta illuminata

come un fuoco di pastori sulla collina

o come una stella sconosciuta

cui diamo la nostra cifra

o quella della nostra compagna

o quella dell’assente

del desiderio dell’impossibile

e questo basta al nostro passo perché la paura

ci lasci e l’angoscia

di quel che dietro la porta ci aspetta

Liberati dal nostro peso

se camminiamo è come in sogno

in fondo a noi stessi c’è una stanza che mai chiude

come una tabaccheria nel mezzogiorno

una casa di tolleranza una farmacia

il cielo nel “mondo” un giorno d’estate

una stanza singola dove chiunque può entrare

sedersi togliersi la maschera e dire

alla propria immagine allo specchio

non ci sono per nessuno

 

Traduzione di Chiara De Luca

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Nigel Jenkins, Punctuation Poems/Parla la punteggiatura Featured

;

SEMICOLON

 

Cwtsh up, o dread-struck,

to the jinxed, the best avoided,

the point that panics;

I will not, if you come to know me,

dement or destroy you.

 

I am the point of balance,

a glass of iced water

at the half-way hotel.

 

It could all end here, yes –

but it doesn’t; there’s more and maybe

better to come.

 

 

 

 

 

:

COLON

 

If, these days, I play less than second fiddle

to that single-minded stopper of every show,

 

I am popular still where appetites

have expectations – the Americans adore me:

 

I promise and – old stager – I deliver.

I have ambitions for us all; but one for myself—

 

to bridge my divide and become as one –

is a future it might prove unwise to explore.

 

 

 

 

 

,

COMMA

 

Bourgeois, you say?

Managerial, I’d prefer:

everywhere at once,

fit and vigilant,

sorting, dividing, clarifying,

 

and master of the inspirations.

 

What happens in the end

is no business of mine:

I’m engaged to ensure

that things proceed –

 

though in the fog that descends

when lawyers decide

I’ve got out of hand

I may be the maker of mighty trouble

 

 

DASH

 

I am – you’ve noticed – the great

disruptor: there’s a violence in me

that can stem – at a stroke –

a river’s flow.

 

Mistake me not

for the frenzied penman’s

dash-of-all-trades

nor for my wee, hyphenating cousin.

I may seem, sometimes, a cheery joiner

 

but disconnection if not erasure’s

my line. I have only to unite

– nineteen-forty-nine DASH –

your first date with your last

 

to write you out.

 

Though it may please you all

to call me dash,

I am not, if need be,

incapable of patience.

 

 

 

 

 

HYPHEN

 

Let’s be friends, if not lovers.

 

If wars have blundered

across my bridgework,

so too, in time,

have the treaties had to teeter.

 

Let the swaggering dash

go loudly about his disruptive game.

I, at half the size,

am the line that combines —

 

though not for me, fear not,

exclusive matrimonial rights.

I comprehend the atom’s

binding repulsions,

the together that remains

a free breathing twain.

 

 

 

 

 

‘ ’

INVERTED COMMAS

 

‘A twosome, always,’

untouching yet inseparable,

like a marriage gone to speechless seed.

 

We raise curtains, sound fanfares,

and seal, when all’s said, the silences.

 

We have, ourselves, nothing to say,

one loneliness turned in upon the other,

 

and mocked by soixante-neuf’s mirage.

 

 

APOSTROPHE

 

The unbuttoner, maybe, the relachez-vous.

Get me right, though, before you’re seventeen,

or be haunted for life

by cabbage’s, potato’s, spud’s ‘n’ pear’s.

 

I prow, yes, the absences,

my presence proof,

when I’m found where I belong,

 

of something missing, something possessed.

 

 

 

 

 

. . .

 

ELLIPSIS

 

If you’re inclined

not to notice

the . .. gusting

from that stack among the pines,

then for you, blithe waltzer,

I am footsteps eternal

in everlasting snow …

 

 

 

 

 

!

EXCLAMATION MARK

 

Sexy! Real! Hilarious! New!

I rear tumescent

from flaccid horizons,

spinmaestro of spectral thrills.

 

I’m the short cut

to a cul-de-sac

that’s painted to look like

the heart’s highway.

 

Don’t even think of

loneliness! age! poverty! death!

 

 

 

 

 

I

ITALICS

 

Look at me. I said look at me.

That’s more like it.

Where there is weakness, you see,

I swagger into power.

 

I have only, yearning rightward,

to raise my voice

for all, fore and aft,

to declare their undying

insignificance.

 

And if, sometimes, I’m obliged

to SHOUT, it’s then, maybe,

that a little light fascism

comes into play.

 

 

 

 

 

.

FULL STOP

 

Whatever in life

is muddled, side-stepped, misconstrued

there is no ignoring me,

full stop, new sentence.

And should that sentence prove

too painfully long

you have only to invoke

my easeful abbreviatory skills,

full stop, new par.

 

Whichever way you wind –

via colons of plenty, dashes of joy –

I will oblige you, ready or not,

with your vanishing point.

 

 

da hotel gwales, Kolibris, Bologna 2010. Traduzione di Chiara De Luca.

;

PUNTO E VIRGOLA

 

Accomodati, oh, terrorizzato,

di fronte al menagramo, il più evitato,

il punto che impanica;

se arriverai a conoscermi io non

ti distruggerò né rimbecillirò.

 

Sono il punto di equilibrio,

un bicchiere d’acqua gelida

nell’albergo a metà strada.

 

Potrebbe finire tutto qui, sì –

ma non accadrà; c’è ancora altro e forse

meglio a venire.

 

 

 

 

 

:

DUE PUNTI

 

Se pure, oggi, gioco un ruolo meno che gregario

di quel monomaniaco stopper di ogni show,

 

sono popolare ancora dove gli appetiti

hanno aspettative – gli americani mi adorano:

 

io prometto e – vecchio teatrante – mantengo.

Ho ambizioni per tutti noi; ma una per me stesso—

 

superare la mia divisione e diventare uno –

è un futuro che potrebbe rivelarsi stolto esplorare.

 

 

 

 

 

,

VIRGOLA

 

Borghese, dici?

Manageriale, piuttosto:

ovunque al contempo,

pronto e vigile,

sistemando, dividendo, chiarendo,

 

maestra d’ispirazioni.

 

Quel che avviene alla fine

non è affar mio:

M’impegno per assicurare

che procedano le cose –

 

per quanto nella nebbia che discende

quando i legislatori decretano

che sono sfuggita di mano io

possa essere l’artefice di seri guai.

 

 

 

 

 

LINEETTA

 

Sono – lo hai notato – il grande

disturbatore: c’è in me una violenza

che può originare – in un sol colpo –

il flusso di un fiume.

 

Non scambiarmi

per il trattino-passe-par-tout

del frenetico uomo di penna

né per il mio cuginetto di acapo.

Posso sembrare, talvolta, un allegro aggregatore

 

ma è disconnessione quando non cancellatura

la mia linea. Non ho che da unire

– millenovecentoquarantanove LINEETTA –

la tua prima data con l’ultima

 

per scriverti fuori.

 

Per quanto a tutti voi possa piacere

chiamarmi lineetta,

non sono, se necessario,

incapace di pazienza.

 

 

 

 

 

TRATTINO

 

Diventiamo amici, se non amanti.

 

Se le guerre hanno inciampato

contro la struttura del mio ponte,

allo stesso modo, nel tempo,

hanno dovuto barcollare i trattati.

 

Lascia che la vistosa lineetta

prosegua chiassosa il suo gioco dirompente.

Io, lungo la metà,

sono la linea che combina —

 

nonostante non sia io, non temete,

a sugellare i diritti matrimoniali esclusivi.

Comprendo le repulsioni

vincolanti dell’atomo,

l’insieme che rimane

una coppia che respira liberamente.

 

 

 

 

 

‘ ’

VIRGOLETTE

 

‘Una coppia, sempre,’

che non si tocca eppure inseparabile,

come un matrimonio divenuto seme muto.

 

Apriamo tende, suoniamo fanfare,

e sigilliamo, quando tutto è detto, i silenzi.

 

Non abbiamo, di nostro, nulla da dire,

una solitudine rovesciata sull’altra,

 

e schernita dal miraggio del sessantanove.

 

 

 

 

APOSTROFO

 

Lo sbottonatore, forse, il relachez-vous.

Non fraintendermi, però, prima di avere diciassette anni,

o essere perseguitato per la vita

da rock ‘n’ roll e fish ‘n’ chips.

 

Io viro, sì, le assenze,

la mia presenza è prova,

quando mi si trova al mio posto,

 

di qualcosa che manca, qualcosa che si possiede.

 

 

 

 

 

. . .

ELLISSI

 

Se sei incline

a non notare

la . .. folata

da quella canna fumaria tra i pini,

allora per te, allegro danzatore di walzer,

io sono passi eterni

nella neve perenne …

 

 

 

 

 

!

PUNTO ESCLAMATIVO

 

Sexi! Vero! Divertente! Nuovo!

M’impenno tumido

da flaccidi orizzonti,

spinmaestro* di brividi spettrali.

 

Sono la scorciatoia

per un vicolo cieco

che è dipinto per sembrare

l’autostrada del cuore.

 

Non pensare neppure a

solitudine! Età! Povertà! Morte!

*“Master of spin”, maestro nel manipolare le notizie.

 

 

 

 

 

I

CORSIVO

 

Guardami. Ho detto guardami.

Così c’è di più.

Quando c’è debolezza, vedi,

prendo spavaldo il potere.

 

Non devo far altro, tendendomi a destra,

che alzare la voce

a tutti, quelli che mi precedono e seguono

per dichiarare la loro immortale

insignificanza.

 

E se, talvolta, sono costretto

a GRIDARE, è allora, forse,

che un quid di lieve fascismo

entra in gioco.

 

 

 

 

 

.

PUNTO

 

Qualunque cosa nella vita

sia confusa, deragliata, malriuscita

non mi si può ignorare,

punto, nuova frase.

E se questa frase dovesse risultare

troppo dolorosamente lunga

non devi far altro che invocare

le mie lenitive doti abbreviative,

punto, nuovo paragrafo.

 

In qualunque strada tu serpeggi –

via virgole a volontà, trattini di gioia –

ti obbligherò, che tu sia pronto o no,

al tuo punto di svanimento.

 

da hotel gwales, Kolibris, Bologna 2010. Traduzione di Chiara De Luca.

 

Di Nigel Jenkins Iris News ha pubblicato anche “Lettere a un giovane poeta

Nigel Jenkins was born on a farm in Gower, Wales in 1949. On leaving school he worked for four years as a newspaper reporter in the English Midlands, and then, after a period of travel, studied literature and film at the University of Essex (1973–76). For a short spell then he worked as a roustabout on a travelling circus in the U.S.A., an experience which formed the basis for his poem sequence Circus (1979; republished in Acts of Union, 1990). He returned to live in Wales in 1976 and has earned his living since then as a writer and lecturer, living in Mumbles, near Swansea. He has two daughters, the folk musician Angharad Jenkins (1986) and the paediatric nurse Branwen Jenkins (1989).  His volumes of poetry include Song and Dance (Poetry Wales Press, 1981), Practical Dreams (Galloping Dog Press, 1983), Acts of Union: Selected Poems 1974–1989 (Gomer Press, 1990), Ambush (Gomer, 1998), Blue (Planet, 2002), the first collection of haiku ever from a Welsh publisher, Hotel Gwales (Gomer, 2006) and O For a Gun (Planet, 2007), another haiku collection. In 2011, he edited – with Ken Jones and Lynne Rees – the first ever national haiku anthology, Another Country: Haiku Poetry from Wales (Gomer). His poetry has been translated into the languages of and published in France, Germany, Hungary, the Netherlands, Italy and Russia. His translations of modern Welsh poetry have appeared in many magazines and anthologies, including The Bloodaxe Anthology of Modern Welsh Poetry (2003); his own poetry is also much anthologised. A collaborator with visual artists, he has undertaken commissions for Swansea City Council, the Ebbw Vale Garden Festival and others involving the composition of poems for public places, executed in stone, steel, neon, glass and other materials.  The University of Wales Press published his critical biography of the poet John Tripp in 1989. He has written two stage plays, Strike a Light!, based on the life of the nineteenth-century ‘Welsh heretic’ and ‘inventor of cremation’ Dr. William Price, and Waldo’s Witness, about the Welsh poet and pacifist Waldo Williams. He has worked as a journalist for the BBC, Arcade, Planet, Radical Wales, the Western Mail and others; he was for a short time literary editor of the national weekly Wales on Sunday, and editor both of the Welsh Union of Writers’ magazine The Works and the Union’s tributary volume Thirteen Ways of Looking at Tony Conran (Welsh Union of Writers, 1995).  He was elected to the Welsh Academy in 1978, and was a founder member, and later chairman, of the Welsh Union of Writers. Awards include a Welsh Arts Council’s Young Poets Prize (1974), an Eric Gregory Award for poetry (1976), two Welsh Arts Council bursaries and the John Morgan Writing Award (1991) which enabled him to travel to India to research the influence of Welsh missionaries on the Khasi hill-tribe, resulting in a BBC television film and an S4C documentary series, and two books, Gwalia in Khasia (Gomer, 1995) and an anthology of Khasi poetry and prose entitled Khasia in Gwalia (Alun Books, 1995). In 1996, he won the Arts Council of Wales’s Book of the Year award for Gwalia in Khasia. He was elected to the Gorsedd Beirdd Ynys Prydain (lit. ‘the throne of bards of the Isle of Britain’), as a druid, in 1998.  Other publications include (with photographer Jeremy Moore) Wales: the Lie of the Land (Gomer), a book of the Welsh landscape, and a collection of essays, Footsore on the Frontier (Gomer). He was joint editor of The Welsh Academy Encyclopaedia of Wales / Gwyddoniadur Cymru Yr Academi Gymreig (University of Wales Press, 2008), and has published Real Swansea, a personal account of Wales’s second city (Seren, 2008) and, with the photographer David Pearl, Gower (Gomer Press, 2009), a celebration in prose, poetry and photography of his native Gower peninsula. Two further works of psychogeography in Seren Books’ Real series are forthcoming: Real Swansea 2 (2012) and Real Gower. (2014).
As lecturer and tutor he has worked for many organisations and institutions including Trinity College, Carmarthen (where he co-directed the Creative Writing MA), the Workers’ Educational Association, and Tŷ Newydd, the Taliesin Trust’s centre for writers in Gwynedd. He is director of Swansea University’s creative writing programme, on which he has taught since 2003.

Nigel Jenkins è nato in una fattoria di Gower, nel Galles, nel 1949. Al termine degli studi superiori, lavorato come reporter e in seguito, dopo un periodo di viaggi, ha studiato Cinematografia e Letteratura all’Università di Essex (1973–76). Per un breve periodo ha lavorato come cantante per un circo nomade negli Stati Uniti, esperienza che ha fornito le basi per la sua suite poetica Circus (1979; ripubblicata in Acts of Union, 1990). Nel 1976 è tornato a vivere in Galles e da allora ha lavorato come scrittore e conferenziere, vivendo a Mumbles, nei pressi di Swansea.  Tra le sue raccolte di poesia ricordiamo Song and Dance (Poetry Wales Press, 1981), Practical Dreams (Galloping Dog Press, 1983), Acts of Union: Selected Poems 1974–1989 (Gomer Press, 1990), Ambush (Gomer, 1998), Blue (Planet, 2002), la prima raccolta di haiku pubblicata da un editore gallese, Hotel Gwales (Gomer, 2006) e O For a Gun (Planet, 2007), un’altra raccolta di haiku. Nel 2011 – con Ken Jones e Lynne Rees – ha pubblicato la prima antologia nazionale di haiku: Another Country: Haiku Poetry from Wales (Gomer). La sua poesia è stata tradotta e pubblicata in Francia, Germania, Ungheria, Paesi Bassi, Italia e Russia. Sue traduzioni di poeti contemporanei gallesi sono state pubblicate su numerose riviste e antologie, tra cui The Bloodaxe Anthology of Modern Welsh Poetry (2003); e sue poesie sono state a loro volta incluse in numerose antologie. In collaborazione con vari artisti visivi ha eseguito molte commissioni per lo Swansea City Council, lo Ebbw Vale Garden Festival e altri, che prevedevano la composizione di poesie per luoghi pubblici, realizzate in pietra, acciaio, neon, vetro e altri materiali. Nel 1989, la University of Wales Press ha pubblicato la sua biografia critica del poeta John Tripp. Ha scritto due pièce teatrali, Strike a Light!,basata sulla vita dell’”eretico gallese” del XIX secolo Dr. William Price, e Waldo’s Witness, sul poeta e pacifista gallese Waldo Williams. Ha lavorato come giornalista per la BBC, “Arcade”, “Planet” “Radical Wales”, il “Western Mail” e altri. È stato nominato membro della Welsh Academy nel 1978, ed è stato tra i fondatori, della Welsh Union of Writers, l’unione degli scrittori gallesi, che ha in seguito diretto. Tra i riconoscimenti che gli sono stati assegnati ricordiamo il Premio per la Poesia Giovane del Welsh Arts Council (1974), un Eric Gregory Award per la poesia (1976), due borse del Welsh Arts Council e il John Morgan Writing Award (1991), che gli ha consentito di viaggiare in India per fare ricerche sull’influenza esercitata dai missionari sulla tribù Khasi, sfociate poi in un film per la BBC, una serie di documentari, due libri, Gwalia in Khasia (Gomer, 1995) e una antologia di poesia e prosa Khasi dal titolo Khasia in Gwalia (Alun Books, 1995). Nel 1996, ha vinto il premio Book of the Year (Libro dell’Anno) del Wales Arts Council per Gwalia in Khasia. Nel 1998 è stato nominato “druido” del Gorsedd Beirdd Ynys Prydain (lett. ‘il trono dei bardi dell’isola di britannia’).
Tra le altre pubblicazioni ricordiamo: (in collaborazione con il fotografo Jeremy Moore) the Lie of the Land (Gomer), un libro sul paesaggio gallese e la raccolta di saggi Footsore on the Frontier (Gomer). È stato co-curatore della Welsh Academy Encyclopaedia of Wales / Gwyddoniadur Cymru Yr Academi Gymreig (University of Wales Press, 2008), e ha pubblicato Real Swansea, un personale resoconto della seconda città del Galles (Seren, 2008) e, con il fotografo David Pearl, Gower (Gomer Press, 2009), una celebrazione in prosa, poesia e fotografia della natia penisola di Gower. Con Seren Books sono uscite le due opere di psicogeografia Real Swansea 2 (2012) e Real Gower. (2014).
Come tutor e conferenziere ha lavorato con numerose organizzazioni e istituzioni, tra cui il Trinity College, Carmarthen (dove ha co-diretto il master di Scrittura Creativa), la Workers’ Educational Association, e Tŷ Newydd, il centro degli scrittori di Gwynedd. È stato direttore del programma di scrittura creativa dell’Università di Swansea University, dove ha insegnato dal 2003. Abile performer delle sue opere (è stato tra i vincitori del Tripp Spoken Poetry Award, il premio per la poesia orale), ha compiuto numerosi tour di letture negli Stati Uniti e in altri paesi, e lavorato con diversi gruppi musicali, tra cui le band di blues e poesia The Salubrious Rhythm Company, Y Bechgyn Drwg e Llaeth Mwnci Madog / Madog’s Moonshine; ha fatto parte della band di jazz e poesia Blue Gwales e del gruppo folk The Idrisiaid.

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Irene Gruss Featured

A cura di Silvia Rosa

V. PUNTATA: IRENE GRUSS

 

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La poesia è un canto, ma con la bocca chiusa, dicevi, e chiuso stretto è il respiro della tua casa: somiglia al dietro le quinte di un teatro affollato da spettatori fantasma ‒ tutti i tuoi libri, che occhieggiano attenti negli spazi bianchi tra una citazione e l’altra, nella dispensa capiente del silenzio, sulle tue labbra, madre che partorisce fogli e tiene sulle gambe una gatta ladra è la poesia che genera mondi e una maschera d’attrice consumata, il tuo volto, che canta inchiostro come un verso che si ripete, la chiusa perfetta di questa corsa lungo l’arteria di Buenos Aires, Avenida Rivadavia, fino al barrio Almagro, che ricorda per assonanza il sapore amargo del mate offerto in battesimo. Ma com’era quella donna sette vite fa, ho chiesto allo specchio impiccato alla parete, e un attimo dopo senza aspettare riscontri ti ho immaginata con la gonna alle caviglie d’un rosso esausto e un quaderno fitto nella tasca, alla svolta dei tuoi vent’anni, e poi in corridoi di bucato fresco coi capelli annodati a rincorrere voci bambine, e quella stanza tutta per te sottratta agli sguardi dove sono venuti al mondo i tuoi libri, una gestazione rischiosa, questa, dare in pasto al tempo la musica segreta dei tuoi polsi. Muta bocca che scrive l’affanno del dire ‒ ho spezzato il respiro e reso incerta la vista* per attraversare in lungo e in largo la mappa minuziosa delle tue poesie, come un Paese lontano, ché sei da visitare adagio con l’esitazione della straniera ‒, sempre ai margini del tuo io messo in pausa tra le ombre delle note in calce, non ho portato via nemmeno una parola, ma per intero mi si è incollata addosso l’atmosfera rarefatta delle cose quando risuonano colpite da un ritornello di luce, così è stato quel giorno, un concerto per voci sole e un sorso di yerba giù nello stomaco, la poesia senza pose, lontana tutta una vita dalla vita medesima che racconti di un’altra te o di qualsiasi persona tu (non) sia in quel momento, una messa in scena più vera del vero, a braccio senza copione, riscrivendo la tua voce infinite volte per renderla una volta di più l’altra metà del silenzio e casa e cielo. [S.R.]

* Il riferimento è alle opere Sobre el asma e En el brillo de uno, en el vidrio de uno.

 

 

Irene_GrussIrene Gruss, è nata nel 1950 a Buenos Aires, dove risiede. Ha studiato Medicina, Biologia, Lettere e canto, che ha abbandonato per dedicarsi poi alla poesia, a partire dai primi anni Settanta, fondando insieme ad altri poeti, tra cui Lucina Alvarez, Rubén Rechel, Marcelo Cohen, Daniel Freidemberg, Jorge Aulicino, Alicia Genovese, Leonor García Hernando, il laboratorio poetico Mario Jorge De Lellis. Ha pubblicato le raccolte poetiche: La luz en la ventana (El escarabajo de oro, 1982); El mundo incompleto (Libros de Tierra Firme, 1987); La calma (Libros de Tierra Firme, 1991); Sobre el asma (Edición de la autora, 1995); Solo de contralto (Galerna, 1998); En el brillo de uno en el vidrio de uno (La Bohemia, 2000); La dicha (Bajo la luna, 2004), La pared (Ediciones Nudista, 2012); Música amable al fin (Mágicas naranjas, 2012); Notas para una tanza (Gog y Magog, 2012); Humo -Antología personal (Ed. Ruinas Circulares, 2013); Humo -Antología personal (Editorial Eme- La Palma, Madrid, España, 2014). Ha curato l’antologia poetica Poetas Argentinas (1940-1960), (Ediciones Del Dock, 2006) e l’antologia di poesie di Irma Cuña, Pasajera del viento (FCE, 2013). Nel 2008 le raccolte di poesia editate dal 1982 al 2007 sono state riunite in unico volume dal titolo La mitad de la verdad (Bajo la Luna).
Suoi testi sono stati tradotti in francese, inglese, russo, croato, portoghese, italiano e svedese. Dal 1986 organizza corsi e laboratori di scrittura poetica.

Blog personali:
http://elmundoincompleto.blogspot.it/
http://lamitadelaverdad.blogspot.it/

De  El mundo incompleto, Libros de tierra Firme 1987

 

MIENTRAS TANTO

 

Yo estuve lavando ropa

mientras mucha gente

desapareció

no porque sí

se escondió

sufrió

hubo golpes

y

ahora no están

no porque sí

y mientras pasaban

sirenas y disparos, ruido seco

yo estuve lavando ropa,

acunando,

cantaba,

y la persiana a oscuras.

 

 

 

LARGA DISTANCIA*

 

Perras

la mujer es como una dulce perra

a la espera siempre

busca y espera confiada

el portazo, el amor, el

pantano o

una maravilla.

Perra mira con sus ojos dulces

la venganza, la prepara

despacio, elabora

su inocencia cruel

qué pretende

la mujer.

 

 

 

 

de Solo de contralto, Ed. Galerna, 1998

 

LAS VECES QUE TUVE, NO LAS QUE AMÉ

 

Conté con los dedos de mi mano

las veces que tuve, no las que amé.

Las yemas de los dedos

se quedaron mirándome, las líneas

de la mano rieron (¿amé

lo que tuve? ¿Quise decir

quiero un poco

de esto o de aquello,

gané, perdí semejante

generosidad?).

Ahora que me aferro

a lo que tengo _como a un poco

de nada_,

veo líneas que una burla desecha,

y lenta, tiernamente abro

el puño, dejo caer

la arena, vuelvo a tomarla.

 

Da  El mundo incompleto, Libros de tierra Firme 1987

 

MENTRE

 

Io stavo lavando i panni

mentre molta gente

scompariva

non perché sì

si nascondeva

soffriva

veniva picchiata

e

adesso non c’è

non perché sì

e mentre sfilavano

sirene e spari, strepito secco

io stavo lavando i panni,

cullando,

cantavo,

e le persiane serrate.

 

 

 

A GRANDE DISTANZA

 

Cagne

la donna è come una dolce cagna

in agguato sempre

insegue e fiduciosa attende

la porta sbattuta, l’amore, il

fango o

una meraviglia.

Cagna contempla coi suoi occhi dolci

la vendetta, la prepara

piano piano, progetta

la feroce sua innocenza

cosa pretende

la donna.

 

 

 

 

da Solo de contralto, Ed. Galerna, 1998

 

LE VOLTE CHE HO POSSEDUTO, NON QUELLE CHE HO AMATO

 

Ho contato sulle dita della mia mano

le volte che ho posseduto, non quelle che ho amato.

Le gemme delle dita

sono rimaste a fissarmi, le linee

della mano hanno riso (ho amato

quello che avevo? Volevo dire

desidero un poco

di questo o di quello,

ho conquistato, ho perduto una tale

generosità?).

Adesso che mi aggrappo

a ciò che ho – come a un poco

di niente –,

vedo solchi che una beffa rilancia,

e lenta, teneramente schiudo

il pugno, lascio cadere

la sabbia, torno a prenderla.

 

Traduzione di Silvia Rosa

* Larga distancia: il titolo si riferisce agli autobus che collegano le diverse città e regioni, anche le più remote, dell’Argentina.

 

 

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Vertical Man / Uomo Verticale – T. Kinsella to Seán Ó Riada Featured

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La poesia che segue è stata scritta da Thomas Kinsella in memoria del compositore Seán Ó Riada, una delle figure più influenti nel revival della musica tradizionale irlandese degli anni Sessanta ed è tratta dall’antologia La pace della pienezza. Poesie scelte 1956-2006, di recente pubblicata da Edizioni Kolibris nella traduzione di Chiara De Luca.

Vertical Man

(1973)

 

4 Philadelphia: 3 October 1972

 

I was pouring a drink when the night-monotony
was startled below by a sudden howling
of engines along Market Street,
curséd ambulances intermixing their screams
down the dark canyons.

Over the gramophone your death-mask
was suddenly awake
and I felt something of you
out in the night, near and moving nearer,
tittering, uneasy.

I thought we had laid you to rest
– that you had been directed toward
crumbling silence, and the like.
It seems it is hard to keep
a vertical man down.

I lifted the glass, and the furies
redoubled their distant screams.
To you: the bourbon-breath.
To me, for the time being,
the real thing.

‘There has grown lately upon the soul
a covering as of earth and stone,
thick and rough…’
———————I had been remembering
the sour ancient phrases…
——————————-‘Very well,
seemingly the argument requires it:
let us assume mankind is worth considering…’
That particular heaviness.

——————————–That the days pass,
that our tasks arise, dominate our energies,
are mastered with difficulty and some pleasure,
and are obsolete. That there can be a sweet stir
hurrying in the veins (earned: this sunlight
– this oxygen – are my reward) and the ground
grows dull to the tread. The ugly rack: let it ride.
That you may startle the heart of a whole people
(as you know) and all your power,
with its delicate, self-mocking adjustments,
is soon beating to a coarse pulse
to glut fantasy and sentiment.
That for all you have done, the next beginning
is as lonely, as random, as gauche and unready,
as presumptuous, as the first,
when you stripped and advanced timidly
toward nothing in particular.
Though with a difference – there is
a kind of residue. Not an increase in weight
(we must not become portly; your admired Durrell,
the lush intellectual glamour loosening
to reveal the travelogue beneath).
But a residue in the timidity,
a maturer unsureness, as we
prepare to undergo preparatory error.

Only this morning…that desultory moment or two
standing at the rain-stained glass. A while more
looking over the charts pinned on the wall.
To sit down with the folder of notes on the left
and clean paper on the right, the pen beside it,
and remove and put down the spectacles and bury
my face in my hands, in self-devouring prayer,
till the charts and notes come crawling to life again
under a Night seething with
soft incandescent bombardment!

At the dark zenith a pulse beat,
a sperm of light separated
and snaked in a slow beam down
the curve of the sky, through faint
structures and hierarchies
of elements and things and beasts. It fell,
a packed star, dividing
and redividing until it was
a multiple gold tear. It dropped
toward the horizon, entered
bright Quincunx newly risen,
beat with a blinding flame and dis-
appeared.
———–I stared, duly blinded.
An image burned on the brain
– a woman-animal: scaled,
pierced in paws and heart,
ecstatically calm. It faded
to a far-off desolate call,
—————————-a child’s.

If the eye could follow that, accustomed to
that dark.
———–But that is your domain.

At which thought, your presence
turned back toward the night.

———————————–(Wohin…)

But stay a while. Since you are here.
At least we have Das Lied von der Erde
and a decent record-player together
at the one place and time.

With a contraction of the flesh…
A year exactly since you died!

I arrested the needle. The room filled
with a great sigh.
In terror and memory
I lowered the tiny point toward our youth
– into those bright cascades!

———————————-Radiant outcry –
trumpets and drenching strings – exultant tenor –
Schadenfreude! The waste!
——————————–Abject. Irrecoverable.

Would you care to share a queer vision I had?
It was moonlight.
——————–By your gravestone.
There was something crouching there – apeshaped –
demented, howling out
silent foulness, accursed silent screams
into the fragrant Night…

*

The golden bourbon trembled in the glass.
For the road.
—————It was time.
And more than time.

He stepped forward, through the cigarette smoke,
to his place at the piano
– all irritation – and tore off
his long fingernails to play.

From palatal darkness a voice
rose flickering, and checked
in glottal silence. The song
articulated and pierced.

We leaned over the shallows from the boat slip
and netted the little grey shrimp-ghosts
snapping, and dropped them
in the crawling biscuit-tin.

Uomo verticale

(1973)

 

4 Filadelfia: 3 ottobre 1972

 

Versavo un drink quando la monotonia notturna
in basso fu turbata da un improvviso ululato
di motori lungo la Market Street,
frammisto a grida di lugubri ambulanze
che discendevano i canyon al buio.

Sul grammofono la tua maschera di morte
si svegliò all’improvviso
e avvertii qualcosa di te
fuori nella notte, vicina e in avvicinamento,
ridacchiante, a disagio.

Pensavo ti avessimo reso al riposo
– che fossi stato diretto verso
un cadente silenzio, e così via.
Sembra sia difficile tenere
giù un uomo verticale.

Sollevai il bicchiere, e le furie
raddoppiarono le loro grida in distanza.
A te: il respiro del bourbon.
A me, per il momento,
la realtà.

“È cresciuto negli ultimi tempi sull’anima
un rivestimento come di terra e pietra,
spesso e scabro…”
——————–Avevo indugiato nel ricordo
delle antiche frasi amareggiate…
—————————————“Molto bene,
sembra che l’argomento lo richieda:
mettiamo che l’umanità sia degna di considerazione…”
Quella particolare pesantezza.

——————————-Che trascorrano i giorni,
aumentino i compiti, dominando le nostre energie,
li svolgiamo con difficoltà e un certo piacere,
e sono obsoleti. Che possa esservi là un dolce fermento
che sfreccia nelle vene (meritati: questa luce del sole
– quest’ossigeno – sono la mia ricompensa) e il suolo
si faccia lieve al passo. La brutta nuvolaglia: che passi.
Che possa turbare il cuore di un popolo intero
(come sai) e tutto il tuo potere,
coi suoi auto ironici aggiustamenti sottili,
pulsi ben presto in un battito rude
per saziare fantasia e sentimento.
Che per tutto quel che hai fatto, il prossimo inizio
sia tanto solitario, casuale, goffo e impreparato,
tanto presuntuoso quanto il primo,
quando ti spogliasti e timidamente avanzasti
verso nulla in particolare.
Ma con una differenza – c’è
una sorta di residuo. Non un aumento di peso
(non dobbiamo diventare grassi; tu ammiravi Durrell,
l’attraente fascino intellettuale da lui emanato
per rivelare il diario di viaggio).
Ma un residuo di timidezza,
una più matura insicurezza, come noi
ci prepariamo a sottostare a un errore preparatorio.

Solo questa mattina…un istante sporadico o due
ritti vicino al vetro rigato di pioggia. Un attimo ancora
guardando le carte attaccate con puntine alla parete.
Sedere con la cartella di appunti sulla sinistra
e la carta intonsa sulla destra, la penna accanto ad essa,
e togliere e posare gli occhiali e seppellirmi
il volto tra le mani, in un’auto divorante preghiera,
finché le carte e gli appunti tornano strisciando alla vita
sotto una Notte che ribolle
di un dolce bombardamento incandescente!

Al buio zenit una pulsazione,
uno sperma di luce si separò
e serpeggiò in un raggio in discesa
lungo la curva del cielo, per vaghe
strutture e gerarchie
di elementi e cose e bestie. Cadde,
stella compatta, dividendosi
e poi dividendosi ancora finché
fu una multipla lacrima d’oro. Cadde
verso l’orizzonte, entrò
nella luminosa Quinconce risorta,
battè contro una fiamma accecante e dis-
parve.
——-Io osservavo, debitamente accecato.
Nella mente un’immagine ardeva
– una donna-animale: squamata,
con le zampe e il cuore trafitti,
estaticamente serena. Sfumò
in un desolato richiamo distante,
————————————–quello di un bimbo.

Se l’occhio potesse seguirlo, abituato
a quel buio.
Ma questo è di tua competenza.

A questo pensiero, la tua presenza
tornò verso la notte.

——————(Wohin…)

Ma resta un poco. Visto che sei qui.
Almeno abbiamo Das Lied von der Erde
e un dignitoso giradischi insieme
nello stesso posto e tempo.

Con una contrazione della carne…
Un anno esatto dalla tua morte!

Fermai la puntina. La stanza si colmò
di un grande sospiro.
————————Colmo di terrore e memoria
abbassai la minuscola punta verso la nostra giovinezza
– in quelle luminose cascate!

———————————-Radioso clamore –
trombe e corde grondanti – esultante tenore –
Schadenfreude! La rovina!
——————————-Abietto. Irrecuperabile.
Condivideresti una strana visione che ho avuto?

Fu alla luce della luna.
————————–Presso la tua lapide.
C’era qualcosa acquattato – a forma di scimmia –
fuori di senno, ululava
silenziosa oscenità, maledette grida silenziose
nella Notte odorosa…

*

Il dorato bourbon tremava nel bicchiere.
Per la strada.
—————Era tempo.
E più che tempo.

Lui avanzava, attraverso il fumo di sigaretta,
verso il suo posto al piano
– tutto irritazione – e si strappò
le lunghe unghie per suonare.

Dalla palatale oscurità una voce
si levò scintillando, e si fermò
in glottale silenzio. La canzone
articolata e trafitta.

Ci chinammo sulle acque basse dal bordo della barca
e prendemmo nella rete i piccoli spettri di gamberi grigi
mordaci, e li versammo
nel brulicante barattolo dei biscotti.

 

Traduzione di Chiara De Luca

KinsellaThomas Kinsella è nato nel 1928 a Inchicore, Dublino. Ha studiato presso la Model School di Inchicore e le O’Connells Schools e si è lauretao in Scienze all’University College di Dublino.

Kinsella iniziò a pubblicare le sue poesie nella rivista dell’università, nel “National Student” e in “Poetry Ireland”. La sua prima raccolta poetica, Poems, è stata pubblicata nel 1956 e seguita da numerose altre, che gli guadagnarono numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Poetry Book Society (1958, 1962), il Guinness Poetry Award (1958) e il Denis Devlin Memorial Award (1967). Kinsella iniziò a tradurre in inglese opere in antico irlandese, tra cui Longes Mac Unsnig, The Breastplate of St Patrick e Thirty-Three Triads.
Il 1963 Thomas Kinsella lo trascorse ad Harvard per studiare l’antico irlandese per prepararsi a tradurre l’opera epica The Táin. Nel 1965, Kinsella cambiò vita, lasciando l’impiego presso il Dipartimento delle Finanze e entrando alla Southern Illinois University, per poi, nel 1970, spostarsi alla Temple University come professore di inglese. Membro della Irish Academy of Letters dal 1965, Kinsella fu premiato con tre Guggenheim (1968, 1971, 1978) e si divise tra USA e Irlanda.
Il forte interesse del poeta e traduttore anche per l’editoria è evidenziato dalla sua direzione della Dolmen Press e della Cuala Press. Nel 1972, inoltre, fondò la sua casa editrice, la Peppercanister Press, il cui nome deriva dall’appellativo familiare della St Stephen’s Church a Mount St, Dublin, visibile da Percy Place, dimora del poeta. Dal 1972, dunque, le opere di Kinsella iniziarono ad essere pubblicate dalla Peppercanister, a partire da Butcher’s Dozen, satira sull’ingiusto proscioglimento da parte del Widgery Tribunal dell’esercito britannico che il 30 gennaio 1972 a Derry aveva sparato a tredici civili disarmati. Poi fu la volta di tre elegie: A Selected Life (1972) e Vertical Man (1973) esplorano il rapporto tra l’artista e la comunità, mentre The Good Fight (1973), scritta per il decimo anniversario dell’assassinio del presidente Americano John F. Kennedy, indaga temi come l’illusione e la realtà nell’arte e nella politica. One (1974) è un’esplorazione della psiche umana, con particolari riferimenti alla psicologia di Jung. Song of the Night and Other Poems (1978), sull’amore e sulla natura della comprensione, fu pubblicato insieme a The Messenger, scritto in memoria del padre del poeta, John Paul Kinsella, morto nel 1976.
Dopo una pausa di sette anni, durante i quali Kinsella lavorò a due progetti – un’antologia di poesia irlandese An Duanaire: 1600-1900, Poems of the Dispossessed (1981), tradotta dallo stesso Kinsella, e il New Oxford.Book of Irish Verse (1986), da lui pubblicato – il nono Peppercanister, Songs of the Psyche, fu pubblicato nel 1985. Questo volume si collega all’esplorazione psicologica dei testi precedenti e punta contemporaneamente a interessi più grandi del poeta, nei confronti di maggiori contesti storici presenti nelle opere successive, Her Vertical Smile (1985), Out of Ireland (1987) e St Catherine’s Clock (1987).
In One Fond Embrace (1988), Personal Places (1990), Poems From Centre City (1990), Madonna and Other Poems (1991), e Open Court (1991) lo sguardo del poeta si sposta da un contesto passato alla storia più contemporanea. Ambientate a Dublino e dintorni, queste poesie mescolano temi personali e politici in una critica della società irlandese contemporanea. The Pen Shop (1996), con gli ultimi volumi del XX secolo, The Familiar (1999) e Godhead (1999), segnalano una svolta rispetto all’aspra critica della poesia del primo Novecento a una meditazione più lirica sull’io. Citizen of the World e Littlebody (entrambe 2000) tornano a tematiche più vicine a quelle di Madonna and other Poems e The Penshop.
La poesia di Kinsella è densa di temi piuttosto complessi e negli ultimi anni rifugge dal lirismo prediligendo uno stile narrativo e fonti diverse che vanno dalla mitologia irlandese, all’illuminismo europeo alla storia americana contemporanea. (irlandando.it)

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Ursula Krechel Featured

A cura di Chiara De Luca

Veränderungen in der Chronologie

 

War nicht die Straße

zuerst frei für alle?

Immer enger der Kreis

immer windiger die Ausflucht.

Eines ergibt nicht mehr das andere

im Gebirge Orkanböen.

So viel Zeit zur Unwahrheit

zwischen der Nacht und dem Morgen.

So viel Zeit, sich an Sätzen abzuseilen.

Schon entlaubt sich der Baum.

Deutlich die Flucht hinaus hinaus

aus der entfärbten Stadt

in die gepflegte Zeitlosigkeit.

 

Waren die Toten zuerst und haben sie

geredet, waren sie nicht lebendig

ehe sie starben und wer hat sie getötet?

Waren die Täter schon tot?

War die Hand schon kalt

die kaltblütige Hand

wer handelte sie?

So wandern wir mit den Toten

in die Kälte, die erkalten zu sehen

uns die erlassene Blindheit verbietet.

 

 

Mundtot

 

jetzt wieder Angst vor Bekenntnissen

Wallfahrten, Kinderkreuzzügen

verschwisterten Opfermählern:

Daß alles Bekannte schon bekannt sei.

Daß Ruhe herrscht

wo sich das bloßgelegte Herz beruhigt

also nirgends.

Auf Vernünftigkeit folgt Dunkel

auf Dunkel wölfische Heiligkeit.

Nachts höre ich die Schreie der Stummen

oder schreie ich schon selbst, halbwach.

 

 

 

Buchstäblich

 

Entkam oder stürzte ich

in eine Reihe von Tagen

die kein Buchstabe mehr hielt?

Die Straße liegt verlassen

kein Schänder hat seine Schande ausgerufen

den Schächer hält in Schach

der gevierteilte Friede.

 

Immer wieder das weiße Blatt

Schlinge für Schlinge Haken und Bögen

ein geordnetes Bild.

Die Lieder auf der Flucht:

zurückgeschickte Asylanten.

Ein stummes Leben in den Grenzen von …

 

Schmerzlos sind wir und haben fast

Die Sprache in der Fremde verloren.

Friedrich Hölderlin: Mnemosyne (1805)

 

 

 

 

Im achten Haus

 

Wieder Tränen am Nachmittag

beim Blick aus dem Fenster

die Honigkulturen der Angestellten

Primeln Zinnober ein Bienenfleiß für nichts

zusammengekleckerter Kehricht.

Kein Mond will uns scheinen

im müden Licht, keine Sonn

im achten Haus. So ziehen die Wünsche vorüber

haben Vater und Mutter verlassen

kein Land nimmt sie auf

ohne Brief und Siegel und Fingerabdrücke.

Die mit Tränen begossene Erde

zubetoniert bis zum letzten Baum

der klebrige Friede wie lang noch

beim Blick aus dem Fenster

auf dieses Land. Nässe

sprang aus den Augen auf den Beton

beim Blick aus dem Fenster gestürzt.

 

 

 

 

Mein glühend Element

 

Mein glühend Element fing Feuer

lange geschwelt, mager gehalten

bei dürftigster Nahrung

nasse Lappen aufs Herz gedrückt

Taschentücher, Wochenzeitungen

als seis der Weltenbrand.

Mauersegler lassen schon Federn.

 

So seh ich Flüchtlinge mit Tränensäcken

ihr angekohltes Bett geschultert

schweißtreibend im ahnungslosen Wahn:

Gerettet.

 

 

 

Mauerschau

 

Von weitem die gebuckelte Landschaft

Stangenbohnen, Dreifelderwirtschaft

ein Apfelbaum mit schiefer Krone

der nun geteerte, begradigte Feldweg

eine Bestechung zur Landtagswahl

(als Wirtschaftsweg ausgewiesen führt er

über den Berg in die näher gerückte Geschichte

der Erschließung des zwanzigsten Jahrhunderts).

 

Die Stadt verharrt in ihrem Städtischsein.

Pendlerbusse streifen den Saum

des Mittelgebirges abends und morgens

kräht kein Hahn auf befriedeten Rasenflächen

aus dem Versandhaus versteifen sich viereckig

Einfamilienhäuser wolkenfrei, mit guter Sicht

auf andere Einfamilienhäuser mit guter Sicht

wolkenfrei hinter schmiedeeisernen Gittern.

 

Du beugst dich über den Schieferwall

Mauerpfeffer zwischen mörtellosen Fugen

(es sind diese seit Urzeiten errichteten Mauern

die später zu Fundamenten der Kirche wurden)

siehst noch den Schatten der tollwütigen Füchsin

die im Amtsblatt wie ein Stargast angekündigt war

beugst dich hinüber, herüber, vorwärts, rückwärts

sehr biegsam im Kreuz

den ausgetrockneten Bach erklärend verständlich

ohne Anglerlatein, und während du sprachst

So könnte es sein

So war es

So wird es nicht mehr sein

grüßten die Landvermesser mit Meßlatten und Gestängen

teilten den Schiefer, auf dem du standest

hinüber herüber in eine vierspurige Zukunft.

Gestikulierend fielst du in Hälften.

 

 

 

Verbeugungen vor der Luft

 

Hier, in diesem Luftraum, in dem die Atemwolken aufrecht gehen

hier zwischen dem Ungesehenen, das sich sichtbar machen will

zwischen Einatmen und Ausatmen unwillkürlich

hier, wo ein auf Sicherheit bedachter Schlittschuhläufer

einen metallenen Einkaufswagen auf den Teich schob

der stehenblieb mittendrin in klirrender Einsamkeit

und nicht sank (wohin ist der Schlittschuhläufer geglitten?)

hier, wo am Rand der Insel hochrangige Enten

ihre Hälse vorstrecken wie frisch promoviert

hier, wo ein Hauch von Luft in feine Scheiben geschnitten

kaum den Tag übersteht und im Nachtdunkel verfliegt

luftpostleicht, vogelhaft, ja verräterisch leicht

in Länder, aus denen Leute kommen mit prall buntem Gepäck

Gesichter von der Anstrengung, etwas erlebt zu haben, gerötet

Briefmarkenrollen hinter sich herziehend und zahm

angeleinte Koffer, Polaroidphotos verblassen packenweise

wo der verehrte Herr Federn ließ, Luftikus, Luftikus

guckt in die Luft, gibt eine Hand

schlaganfällig, aber doch altersmutig

er läßt sich einen Wind um die Nase wehen, der nicht weht.

 

Niemand kam, niemand ging, den Einkaufswagen zu holen

übers grau geritzte Eis, auf dem auch Tüten lagen

von schnell Essenden, das Leben Verdauenden, die ich sah

und beschrieb, hier, jetzt verletzend schnell.

Luft war da in großen, weichen Lappen.

Geordnete Spaziergänger-Ödnis am Nachmittag

wo die Wörter sich klamm erkältet aneinanderschmiegen

(eines sucht das andere in Ermangelung eines anderen anderen).

Seiltänzer sind die natürlichen Feinde der Fliegenbeinzähler

 

die sich auch ein Bein brechen – beim Treppensturz oder auf Eis

egal. Höhere Einkommen, weniger Nachkommen

doziert der Bevölkerungswissenschaftler. Gratuliere.

Die Stimme des Windes (ein Allegro con brio) fällt flach.

Männlich ist der Wind in vielen bekannten Sprachen

und die Luft aria, aria, Ariel

bestreicht das weibliche Geschlecht.

 

Einer, für dessen Ohr der Wind bläst. …

in dieser Ausschließlichkeit vom Leder gezogen, gelogen.

jetzt im Luftarmen ist es leicht, aufrecht zu gehen.

Kritiker an Gott und der Welt werden zugeben:

kein Stoßen an Wolkenbänke, Luftsäulen, die plötzlich umfallen

kein Verschwimmen im milchigen Bodennebel der Wiesen.

An der Böschung Froschaugen

blank erstaunt ob dieser, ob jeglicher Veränderung.

Wäre die Luft nur Larifari, ein Stoff, um Atemlust zu erzeugen

Brennmaterial für das Feuer und die Pflanzen

zu unstofflich für eine Elegie vor dem Auge der Zeit:

sie entwiche hier mit einem sanften Zischen.

Tiefhängende Wolken haben keinen Geruch

wie Luft, die zum Schneiden ist unter dem Horizont.

Von Ameisen ist nichts zu lernen

wie von abgelegten Geliebten, einer Mondfinsternis, leider

alles muß bedacht werden, der fliegende Wechsel

der Entenpaare und Bläßhühner: würgende Brotrestepickerei

wie man Blätter umdreht, ihre Chlorophyll-Adern benetzt

die schilpenden Schimpfkanonaden im Park

Elstern, beredte Finkenfeinde

Planeten sammeln sich und werfen Gesteinsbrocken ab.

Modrig ist der Teich, der aus dem Blickwinkel rückt

langsam wie geschoben, doch leis knirschend vor Anstrengung.

Vögel sind die Ornamente der Luft.

 

 

 

Parole Echtzeit

 

Der Tod ist kein Meister.

Er hat seine Geschichte vergessen.

Die gewohnte militärische Ordnung seines Körpers

unter der Uniform: ein Trugschluß.

Mit seiner harten Hand

– erprobt an Videospielen und Simulatoren –

bedient er Knöpfe und Schalter

er ist ein Besitzer des Schleudersitzes

er ist ein erfahrener Simulant.

Tod heißt Zielgenauigkeit im Fadenkreuz.

 

Nie Wörter wie Bodenverbände, Abschußrampen, Spürpanzer

Wörter geschrieben mit meiner Hand

die sich erhebt und wieder sinkt

die sich sperrt, Panzersperren, Angriffskorridore

Feuergürtel, Minenteppich

wie die Sprache explodiert in Feuer und Rauch

zusammengeballte Wörter, größtmögliche Dichte

der Globus verklumpt zur Region.

Hitzeschilde, chirurgische Schnitte, faules Gewebe

sprach jemand vom Krebsgeschwür der Menschheit?

Wer ermannt sich zu schneiden?

In welchem Organ und wie rasch?

 

Als friedliebend schon fast ein Schimpfwort war.

Wie die Wörter sich vermehren

wie die Nachrichten schrumpfen unterhalb der Wörter

wie aus Krise Krieg gemacht wird

und aus Krieg

Gewinn, Gewissen, Gegenwart

 

die Hochhäuser von heute sind die Ruinen von morgen

Betroffenheit klingt schon wie Besoffenheit

ein Wort aus einer vergangenen Zeit

die sich ergebende Sprache

die dem Sachzwang ergebene Sprache

die in Garben zerschossene Gegenwart

zertrümmerte Gedanken, verblendete Subjekte

Salzsäulen, im Rauch erstarrt

der Krieg ist der Vater aller

Gasmasken und Heldentenöre

Angst nein, Sprengkopf ja, Gas nein, Milzbrand ja

der blutverkrustete Schleudersitz

 

 

 

Nachrichten vom Tage

 

Noch einmal frierts.

Beim Essen reden wir über Hungerstreik

kurzsichtig sehen wir in das Auge des Gesetzes

Voyeure, sehen wir uns selbst im Spiegel.

 

Wie tolerant wir geworden sind:

Nun lieben wir unsere ererbten Großmütter.

In der Schule sprechen schon die Lehrer

von der Solidarität gegen die Schüler.

O Wintertag, die Zeit durcheilt ein Jahr

Nachrichten vom Tage verschwimmen

der NDR meldet eine Glatteisfront

von Süden kommend. Eine wunderbare Zeit

immer zu spät und viel zu früh.

Wir lächeln uns an

wie in diesen berühmten Filmen, stumm

wenden uns weg. Schnitt.

 

Eine Kamera folgt uns

aus der Sicht der Stehengebliebenen

ganz zufrieden sind die

gerührt über sich selbst im Sperrsitz, aufgewärmt.

 

Auch diese Zeit ist Zeit.

Wir ordnen sie in Akten, betrachten

die geknickten, eingelochten Bögen

Erschöpfung das letzte Ergebnis jedes Bemühens.

Die Nässe überfriert. Wir überwintern.

 

 

 

Hitze und Herzklopfen

 

Fiele ein Haus in den Schoß, sei es in Hochheim am Main

Hirschberg am Neckar, die Steine der Loire leckend

Sand zwischen den Zähnen, Flußkiesel im Mund gewälzt

lehnte sich ein Haus an die Schulter anderer Häuser

trauliche Unvertrautheit mit Töpfen und Tassen

Schnellgericht über verderblichen Häuptern

Holzwurm und Hausbock richteten sich ein zwischen den Sparren.

Kein Schornstein raucht. Fiele ein Haus

aus den Wolken mir grundlos aufs Dach

Haus mit einem burgundischen Tisch aus Kastanienholz

Dompfaffenhaus hinter Buchenhecken und Lupinenstauden

Fensterläden klapperten fröstelnd im Wind

Schlüssel und Urkunde beim Notar der nächsten Stadt

auf dem Reißbrett konstruierte Häuslichkeit

besäße ich Luft und Lust zum Atmen, Dielen und Durst

sich in Luft auflösen durchs Schlüsselloch

die Luft mit Fäusten geschlagen, bis sie blau.

Die Gebäude in meinem Kopf sind Abrißhäuser

zahnlose Mauervorsprünge, bissige Fensterflügel

Risse im harten Panzer des Küchenschabenvolks

Bohlen führen über sandige Äcker, Stufen hinauf

zum Bottich eines zerborstenen, fleckigen Aborts.

Und die Birne schlägt, schlägt in Staub mit allen Feinden

des Neubaugebiets, der Ortsrandsiedlung, Bausparkassenmalheur

nehme ich dann gewisse Stellen als Material

Ziegel und Sandstein, saarländische Fliesen

Moniereisen über ausgetretene Stellen, aber genau zitiert.

 

Ein Wort heißt nicht umsonst Schlagwort

Schlagschatten, Schlagbilder, auf Bildern wird geschlagen

sieben Märtyrer, aus denen ein Blutfluß entspringt

(sieben Tage war der Rhein rot, sagt die Sage

dann verdünnte sich das Blut im Lachslaichgebiet)

und ein Kind wird geschlagen zur Freude eines anderen Kindes.

Bilder werden geschnitten, geklittert

damit die Illusion des Schlagens Wirklichkeit wird

Wirklichkeit, die nachzittert, und der Bildrand

von Hündchen, Moosen, Schmetterlingsblütlern besetzt

buckelte wie unter großer Hitze gesengt.

Schlagwörter, Schlagstöcke, Schlagsahne

Schlag auf Schlag, Hausnummer für Hausnummer knallen Worte

»tritt das Feuer aus, deck es ab, schlag zu!«

in einen gepflasterten Hof, die Leere hallt

Geknister aus Panik, die sich nie wieder verzieht.

Nach so langer Erfahrung sei »Haus«

»Baum« oder »Brücke« anders gewagt.

Nach so langer Zeit, die stillgestanden hat

nach so langer Zeit pochte ein Knöchel an die Tür

zuerst leis, dann nochmal und lauter

die Hausglocke gellte, niemand da, niemand da

Schritte ums Haus, um das verschlossene Haus

jemandes gekrümmter Finger richtete sich auf

eine Nachricht muß hinterlassen werden

eine Nachricht vom Finger, der sie schreibt

fiele ein Haus in den Schoß, fiele es, fiele es

dachschindelweise ein Fall fürs Gefallensein

klopfte das Herz so laut, Kastanienpoltern im Hof.

 

 

 

Introitus II

 

Meine Leute sind sehr gottesfürchtig und fürchten doch

was Menschen sagen, flüsternd erst, tratschend, tirilierend

in die Ohren gellen gräßliche Gerüchte, ein Grauen

das sie schnurstracks zu Gott tragen, da gehört es hin.

Sie fürchteten sich gestern, fürchten sich morgen, Gram

und heute haben sie ihre Last zu tragen, die sie Leben nennen

oder Larifari, Leberflecken und Gallenblasen.

Und Gott sieht alles, hört das Gras wachsen und die Fußnägel

hört, was sie nicht hören, überhört nichts

nur fragen darf man ihn nichts; das ist gegen die Regeln.

Meine Leute sind sehr gottesfürchtig und fürchten sich

wie andere Leute, die sie nicht sehen und maßlos fürchten.

(Am besten, man zieht knirschend den Rolladen runter

Gott und der Briefträger: das reicht vollkommen.)

Vollkommen ist auch die Stille, wenn der Fernseher schweigt.

Gott spricht nicht in den Ätherwellen, nur in den Gedärmen

die rumoren ganz gottserbärmlich, was nur den Hausarzt angeht.

 

Sie klammerten sich an die Kreuzzeichen, den Kompaß der Gläubigen

zwischen Kopf und Bauch und dem schreckhaften Herzen

Hasenherz, Hasenfuß und auf der anderen Brustseite nichts

nur Rippen und mürbes Fleisch, in Blusenstoff gefaßt.

Kreuzzeichen, die sie in die Luft schlugen. Und ehe sie sich

versahen, war die Luft dick wie Butter. Sie waren sprachlos

vor Schreck, daß es hilft. Bald war die ganze Welt ein Butterberg.

Und sie trugen ihr Kreuz, das sie sich selbst

gezimmert hatten, daran geschlagen waren sie

schon beim Richtfest, lange ehe es fertig war.

Schwer war die Luft von der Stirn zur Brust, schwerfällig

linksseitig geschlagen, es half ihnen nicht.

 

Nachdenkend und vordenkend mische ich mich unter Leute

und meine Leute mischen sich nicht, da sind sie sehr allein

mit sich. Sie klammerten sich an die Kreuzzeichen

die sie in die Luft schlugen. Sie schlugen

sich seitwärts durch ihr Leben. Der gerade Weg verbaut

der krumme, steile, sehr mühsam, aber löblich

wohin es sie verschlug, immer war Gott gerade abgereist

in wärmere Regionen, ein Weihrauchwölkchen blieb

und klamme Luft, nebelfeucht hinter Weißdornhecken.

 

Gut bekannt waren sie mit dem Cousin Gottes

einem rotgesichtigen Mann mit kariertem Schnupftuch

in das er seine große Nase schneuzte

der wußte auch keinen Rat und redete wie ein Drache

also zahnlos zischelnd oder feurig, so kam es ihnen vor.

Er hörte zu mit schuppigen Ohren.

Da waren sie schon zufrieden.

 

Konvulsionen, Ekstasen, mittlere Überschwemmungen.

Geschichte war Offenbarung, Himmelsöffnung

mit einem großen Schlüssel schließt Gott den sündigen Leib

ein Schlüssel zu dem Schacht, der dunkel ist und feucht

preisgegeben sich selbst

was furchtbarer ist als die himmelschreienden Posaunen

wenn sie ertönen, reißt das Himmelszelt.

Schlitz im blauen Zelt, dahinter goldene Litzen

erhabene Feuersbrunst der aufgebäumten Körper

ein barocker Marinehimmel am Tag danach

und Gott ein pensionierter Kapitän auf Weltreise. Schnitt.

Offenbarung war Offenbarung Johanni, das Weltenbuch

in dem die Lämmer sieben Köpfe haben

der dritte Engel bläst die Posaune

und Rinder stürzen mit schwankenden Stelzen.

 

Sieben Fackeln brannten, es stürzten auch Engel

aus Gründen in Abgründe, Menschen folgten ihnen heuschreckengleich

Gerechte, Ungerechtfertigte, numerisch glücklich verteilt

der Körper öffnete sich, ein Himmelsschlitz er selbst

aus dem die Sterne fielen, unachtsam

dort, wo der Horizont auseinanderbrach zweigeteilt

und es ward Morgen, es ward Abend

wo meine Leute und nicht meine Leute aufeinandertrafen

wo klaffende Rachen offenstanden, voll von Rauch

die letzten Dinge stehen am Anfang

das ein dunkles Ende nimmt.

 

Wo sind die Heiligen, zu denen ich immer gebetet habe?

ruft die Tante auf dem Flur des Krankenhauses.

Wo der Gott im hellen Glorienschein? Und keine Orgel tönt

die Notbeleuchtung flackert, Zeiger springen weiter auf der Uhr

stechen in den aufgedunsenen Leib

(sie erträgt es klaglos, schweißgebadet)

auf dem Flur ein Hasten, Jagen

Krankenschwestern ohne Haube, ohne Kreuz

sie geben vernünftige Injektionen.

Der dritte Engel bläst die Posaune.

Die Uhr tickt, springt aus der Zeit, sticht

die Zeit ist abgelaufen. Frühschicht und Fraglosigkeit.

 

Meine Leute sind sehr gottesfürchtig und fürchten doch

was Menschen sagen. So sagen sie selbst. Sie starren

in Kinderwagen, Einkaufskörbe, Leben ohne Hüllen

gebuhlt hatten sie und in Gottes Ohr hinein

Klagen geschüttet, die Gott großmütig vergaß.

Dankbarkeit war angesagt, die Körper erschöpft gedoppelt

die Körper entzweigebrochen in Lamm und Weide

wo kein Hirte ist. Gott ist tot

aber die Menschen vermehren sich auftragsgemäß

sie fürchteten sich gestern, fürchten sich morgen

und heute haben sie ihre Last zu tragen.

Und wenn dann an einem jüngeren Tag die alt gewordenen Leute

Trauerweiden, Trauerklöße, sie entblößen sich nicht

und wenn dann das Fleisch vernichtet, schlagen sie ihr Kreuz

ihr Fleisch schlägt über die Stränge, wuchert

unauflösliche Zellknoten, Krater im Gewebe

sie gehen ein zu den Gebeinen, sie weinen nicht.

Ein Schweif fegt die Körper hinweg

 

 

 

Entwurf zu einer Anthologie der Körper

 

Die Körper haben sich voneinander entfernt

Gefangene der herrschenden Gefühle

sind sie ihrer selbst überdrüssig geworden.

Sie schreiten zur Tat, erproben

neue Figurationen in ihrer alten Haut.

 

Ach, die gefangenen Finken!

Die von der Schlange besessenen Menschen!

Viele Wörter haben ihre Sprache verloren

sitzen gezügelt auf den Lippen.

In diesem Winter stockt die Kälte in den Leibern.

 

Jahrelang wollte ich eine Geschichte

der Körper schreiben, einen Zyklus der Bewegungen

eine Formation aus unserem nicht getanzten Ballett

in dem eines das andere einholt, flieht, umkreist.

Ein Entwurf zu einer Anthologie der Körper

spukte mir körperlos im Kopf.

Ich ging gebückt unter der Last des eigenen Anspruchs

stemmte Musterkoffer mit anatomischen Gliederpuppen.

Jahrelang suchte ich nach Bildern

für die Poren der Haut, die ruhlosen Muskeln

ich wollte ein Verzeichnis der Runzeln anlegen

der schmerzhaften Zusammenziehungen

(gestrichen aus stillen Bedenken)

ein Verzeichnis der Schweißausbrüche, Aufwallungen

von Lust (andere sprechen von ihren Energien)

ein Gedicht mit Sprüngen

das alle Bewegungen nachvollzieht

und neu erfindet einmal an einem langen Band

eine Anthologie der ungewußten Wölbungen

in Haut und Knochen

(andere sprechen von ihrer Aura)

über sichere Füße auf dem knarrenden Parkett

über einen Rücken, der in der Sonne steht.

 

Einige Zeilen standen immer fest

in meiner Anthologie: einmal

am Nachmittag in deinem blauen Bett, einmal mehrmals

sprachen wir über Unterdrückung.

Nicht die schnell auszusprechende jenseits

in Schulen, Büros und Fabriken

wo sich die Fäuste leichter ballen

in der Tasche als unter der Decke

am Nachmittag in deinem blauen Bett, einmal mehrmals

wir hatten die Zehen ineinander verzahnt

wie wir uns sonst die Hände geben. (Seltsam.

Die Hände geben, heißt es, während sich eigentlich

die weichen Innenseiten der Finger am nächsten sind.)

So lagen wir Haut an Haut, Hüfte an Hüfte

erschöpft im faltenlos gedämpften Licht.

Hinter der Gardine wucherten die Wünsche.

 

Immer haben wir unser wild wachsendes Schamhaar

mit Scham betrachtet, immer war etwas zwischen uns

die Fremdheit unserer Körper, ihre fremde Größe und Form

sie wollten nicht ineinander passen

aufeinander nebeneinander eins über das andere gebeugt

immer verstanden wir zu spät die andere Lust

die plötzlichen Kälteeinbrüche in der Nacktheit.

Manchmal schwiegen wir laut oder vergruben uns

bei lebendigem Leib. Einmal

am Nachmittag in deinem blauen Bett, einmal, mehrmals

sehr warm ausgepolstert

sprachen wir über Unterdrückung.

Wer hat dir die blauen Flecken gemacht?

Wessen Zähne haben sich in deinen Arm geschlagen?

Wer besetzt deine Träume mit unablässigen Appellen

an die Klugheit des Schwächeren, der nachgibt?

 

So ging es weiter bergab mit den Körpern

die ihre Tode schon ahnten

mitten im wildesten Fleisch. Vieles blieb dunkel

unbeantwortet in diesem Gedicht

wie im Schweigen der Körper, das zu verstehen

spätere Sitten uns lehren, wenn wir sie lernen wollen.

(Die Wunschträume, eingeboren zu sein

halben Herzens die halben Köpfe zu kolonialisieren.)

Stimmen von weitem, Vögel, Gebiß

die gereizte Haut entzündet Gespräche, Verlegenheiten

noch einmal ich zu sagen in einer anderen Person.

 

Da schrie sie schon auf: sie wolle keine Vorwände liefern.

Die Geschichte sei eine Frau

jeder wolle sich in ihr verewigen

seinen Samen hineinspritzen

wolle Bäume pflanzen, fällen, Impfstempel aufdrücken

alles Ärzte am Bett der sterbenden Körper

(Therapien, die sich im Sterben einnisten

sorgfältig katalogisiert, die Ruhe der Körper

am Feierabend, unmotiviert, macht keinen Sinn

Gymnastik der Gefühle, jedes Knacken im Gelenk

einer fachmännischen Interpretation bedürftig)

jeder wolle sich über sie wälzen, aber sie, aufgerichtet

entkomme. Sprich nur von meiner Phobie

dann spreche ich, sagte sie, von deiner Naivität

das Natürliche sei natürlich, eine auffindbare Ganzheit

auch du, schrie sie, ihre Stimme überschlug sich

ich hielt ihr den Kopf wie einer Erbrechenden

denn jeder Satz, den sie unbedacht

zögernd, erbittert, ausstoße, jetzt rannen

auch die Tränen über ihren Nasenrücken

tropften, tropften, jeder Satz

könne sich losreißen von ihr

ein Beispielsatz werden, auch in meiner Anthologie

da wälzte sie sich auf dem Teppich

in den Lehrbüchern einer geschichtslosen Geschichte

sie wolle nicht mehr

in Spiegel fallen, glitzernd, gesplittert

die eigenen Splitter gespiegelt sehen.

Es tagte schon, wolkig, heller das Licht.

Die Vögel, die Vögel, aber wir.

 

Ursula Krechel, da Die, da, Jung & Jung, Salzburg 2013

da Die, da, Jung und Jung, Salisburgo 2013

Variazioni nella cronologia

 

Ma la strada non era

un tempo aperta a tutti?

Sempre più stretto il cerchio

sempre più ventosa la via di fuga.

Non ci abbandoniamo più gli uni

agli altri sul monte Orkanböen.

Così tanto tempo per la falsità

tra la notte e il mattino.

Così tanto tempo per calarsi con la corda lungo le frasi.

Già l’albero si spoglia del fogliame.

Distinta la fuga fuori fuori

dalla città scolorita

nell’ambita atemporalità.

 

C’erano i morti un tempo e hanno

parlato, non erano forse vivi

prima di morire e chi li ha ammazzati?

Erano già morti i delinquenti?

Era già fredda la mano

la mano glaciale

chi l’ha guidata?

Così vaghiamo coi morti

nel freddo, che ci vieta di vedere

raffreddare la concessa cecità.

 

 

Imbavagliata

 

riecco la paura di confessioni

pellegrinaggi, crociate di bambini

gemellati pasti sacrificali:

che tutto il noto sia già noto.

Che regni la calma

dove il cuore spogliato si placa

quindi da nessuna parte.

Alla razionalità segue il buio

al buio la lupesca sacralità.

Di notte sento le grida dei muti

o già grido io stessa, in dormiveglia.

 

 

 

Letteralmente

 

Mi sono salvata o sono caduta

nella fila dei giorni che più

nessuna lettera contiene?

La strada è abbandonata

nessun aggressore ne ha proclamato la vergogna

il ladrone lo tiene a bada

la pace squartata.

 

Ancora una volta il foglio bianco

cappio dopo cappio ganci e archi

un quadro ordinato.

Le canzoni in fuga

richieste d’asilo respinte.

Una vita muta tra i confini di…

 

Senza dolore siamo e in fretta abbiamo

perduto la lingua in un paese straniero.

Friedrich Hölderlin: Mnemosyne (1805)

 

 

 

 

Nell’ottava casa

 

Di nuovo lacrime di pomeriggio

guardando fuori dalla finestra

le culture di miele degli impiegati

primule cinabro tutto uno zelo d’api per nulla

sporcizia raggrumata.

Nessuna luna ci vuole apparire

nella luce stanca, nessun sole

nell’ottava casa. Così passano oltre i desideri

hanno lasciato padre e madre

nessun paese li accoglie

senza lettera e sigillo e impronte digitali.

La terra innaffiata di lacrime

rivestita di calcestruzzo fino all’ultimo albero

la pace appiccicosa ancora per quanto

guardando fuori dalla finestra

a questo paese. Liquido

zampillò dagli occhi sul calcestruzzo

guardando fuori dalla finestra.

 

 

 

 

Il mio incandescente elemento

 

Il mio incandescente elemento prese fuoco

a lungo enfiato, mantenuto magro

dal più misero alimento

stracci bagnati premuti sul cuore

fazzoletti, settimanali

come fosse il fuoco del mondo.

I rondoni già perdono le penne.

 

Così vedo profughi con sacchi di lacrime

sulle spalle i loro letti carbonizzati

che li fanno sudare in una ignara follia:

salvati.

 

 

 

Teicoscopia

 

Da lontano il paesaggio gibboso

fagioli rampicanti, superfici coltivate

un melo con una corona di scisto

il sentiero ormai asfaltato e raddrizzato

corruzione all’elezione del parlamento federale

(scartato come via economica conduce

oltre la montagna nella storia più vicina

dell’evoluzione del Ventesimo secolo).

 

La città rimasta nel suo essere urbano.

Bus di pendolari sfiorano l’orlo

del monte centrale al mattino e alla sera

nessun gallo gracchia dai prati pacificati

dalla ditta di vendita per corrispondenza si stagliano

nitide monofamiliari quadrangolari, con una bella vista

su altre monofamiliari con una bella vista

nitida dietro inferriate in ferro battuto.

 

Ti chini sul muro d’ardesia

borracina tra connessure senza mortaio

(furono queste mura erette dai tempi dei tempi

a divenire in seguito fondamenta della chiesa)

vedi ancora le ombre della volpe femmina furiosa

che nei bollettini ufficiali fu annunciata come ospite

d’onore, t’inchini in qua, in là, in avanti, all’indietro

estremamente flessibile in croce

spiegando chiaramente il ruscello essiccato

senza racconti di pescatore e mentre parlavi

così avrebbe potuto essere

così fu

così non sarà mai più

salutavano con metri e sbarre i geometri

tagliavano la lastra su cui stavi

in qua in là in un futuro a quattro corsie.

Gesticolando ti spacchi a metà.

 

 

 

Inchini al cospetto della luce

 

Qui, in questo spazio aereo, dove nubi di fiato vanno

dritte qui tra il non visto che vorrebbe mostrarsi

tra inspirazione ed espirazione involontarie

qui, dove un pattinatore attento all’incolumità

spingeva sullo stagno un carrello della spesa di metallo

che si fermò nel centro in una tintinnante solitudine

e non affondò (dov’è scivolato il pattinatore?)

Qui, dove al margine dell’isola anatre d’alto rango

sporgono i colli come appena promosse

qui, dove un alito d’aria tagliato in lastre sottili

a stento sopravvive al giorno e nel buio della notte s’invola

lieve come posta aerea, volatile, proditoriamente lieve

in paesi, da cui giungono con bagagli sgargianti

visi arrossati dallo sforzo d’aver esperito qualcosa,

trascinandosi dietro rotoli di francobolli e docili

valigie al guinzaglio, polaroid sbiadiscono come pacchi

dove l’egregio Sig. Piume rinunciò, sventato, sventato

dà un’occhiata alla luce, dà una mano

fulmineamente, ma coraggiosamente

vuole sapere come gira il mondo, che non gira.

 

Nessuno veniva, nessuno andava a prendere il carrello della spesa

sul ghiaccio scalfito dal grigio, dove c’erano anche cartocci

di chi mangia veloce, sopravvissuti alla vita, che ora qui

ho visto e descritto, in fretta e con pena.

C’era luce in grandi e morbidi stracci.

Ordinati passeggiatori di desolate terre pomeridiane

dove le parole intirizzite si appoggiano le une alle altre

(l’una cerca l’altra in mancanza di un’altra altra).

I funamboli sono i nemici naturali di chi cerca l’ago nel pagliaio

 

che si rompe anche una gamba – che sia con un salto sulle scale o sul ghiaccio

non cambia. Reddito più alto, reddito più basso

pontifica il demografo. Congratulazioni.

La voce del vento (un Allegro con brio) si appiattisce.

Maschile è il vento in molte lingue conosciute

e l’aria, aria, aria, Ariel

diffonde il sesso femminile.

 

Uno, per il cui orecchio soffia il vento. …

In questa esclusività tirata per i capelli, millantata.

Ora tra le braccia dell’aria è facile procedere eretti.

Lo ammetteranno i critici di Dio e del mondo:

niente scontri con banchi di nuvole, colonne d’aria che crollano a un tratto

niente nuotate nel latteo fondo di nebbia dei prati.

Sul pendio occhi di rane

strabuzzati per questo o quel cambiamento.

Se l’aria è solo assurdità, materia che genera desiderio d’aria

combustibile per il fuoco e le piante

troppo immateriale per un’elegia sotto gli occhi del tempo:

che evada qui con un sibilo dolce.

Nubi basse sono inodori

come l’aria, da tagliare sotto l’orizzonte.

Dalle formiche non c’è nulla da imparare

come dagli amati accantonati, un’eclissi lunare, purtroppo

bisogna tener conto di tutto, i cambiamenti in volo

delle coppie d’anatre e folaghe: rimasugli di pane in grado di strozzare

come si girano le foglie, vene umide di clorofilla

il cinguettante turpiloquio nel parco

chiacchieroni, eloquenti nemici dei fringuelli

pianeti si radunano e scagliano giù pietre.

Marcescente lo stagno, esce dal campo visivo

lentamente come sospinto, ma sgretolandosi in silenzio per lo sforzo.

Gli uccelli sono gli ornamenti dell’aria.

 

 

 

Parola d’ordine tempo reale

 

La morte non è maestra.

Ha dimenticato la sua storia.

Il consueto ordine militare del suo corpo

sotto l’uniforme: una falsa conclusione.

Con la sua dura mano

– collauda videogiochi e simulatori –

utilizza pulsanti e interruttori

è proprietaria di sedili eiettabili

è un’esperta simulatrice.

Morte significa mira precisa nella croce di collimazione.

 

Mai parole come associazione territoriale, rampe di lancio, carrarmati

parole scritte di mio pugno

un pugno che si solleva e ricade

che si oppone, barriere anticarro, corridoio d’attacco

cintura di fuoco, tappeto di mine

come esplode in fuoco e fumo la lingua

parole assemblate, massima densità

il globo si raggruma in regione.

Scudi termici, tagli chirurgici, tessuti marci

qualcuno ha parlato di cancro dell’umanità?

Chi si azzarda a tagliare?

In che organo e a che velocità?

 

Quando pacifico era già quasi un insulto.

Come si moltiplicano le parole

come si assottigliano le notizie sotto le parole

come dalla crisi si fa la guerra

e dalla guerra

profitto, percezione, presente

 

i grattacieli di oggi sono le rovine di domani

sbigottimento già suona come ottundimento

parola da un tempo passato

la lingua che si arrende

la lingua piegata alla forza maggiore

il presente crivellato nelle raffiche

pensieri fracassati, soggetti accecati

colonne di sale, impietrite nel fumo

la guerra è la madre di ogni

maschera gas e drammatico tenore

paura no, testata sì, gas no, carbonchio sì

il sedile eiettabile incrostato di sangue

 

 

 

Telegiornale

 

Ancora una volta gela.

Mangiando parliamo di sciopero della fame

miopi guardiamo negli occhi della legge

voyeur, ci vediamo allo specchio.

 

Quanto siamo diventati tolleranti:

ora amiamo le nostre nonne ereditarie.

A scuola gli insegnanti stanno già parlando

di solidarietà nei confronti degli studenti.

Oh giorno d’inverno, il tempo percorre in fretta un anno

il telegiornale sfuma

la NDR[1] annuncia un’ondata di gelo

in arrivo da Sud. Un tempo meraviglioso

sempre troppo tardi e ben troppo presto.

Noi ci sorridiamo

come in questi celebri film, muti

ci voltiamo. Taglio.

 

Una telecamera ci segue

fuori dalla visuale di chi è rimasto

quelli sì che sono proprio felici

commossi di se stessi nei distinti numerati, riscaldati.

 

Anche questo tempo è tempo.

Lo suddividiamo in atti, osserviamo

gli archi piegati, imprigionati

sfinimento è l’estremo risultato d’ogni sforzo.

Il bagnato si riveste di ghiaccio. Noi sverniamo.

 

 

 

Calore e battito del cuore

 

Che cada dal cielo una casa, che sia a Hochheim sul Meno

a Hirschberg sul Neckar, lambendo le pietre della Loira

sabbia tra i denti, ciottoli scaricati in bocca

si appoggi una casa alle spalle di un’altra

accogliente familiarità con pentole e tazze

piatti rapidi su teste deteriorabili

tarlo e capricorno delle case s’installarono tra i falsi puntoni.

Nessun camino fuma. Che cada la casa

dalle nubi sul mio tetto senza motivo

casa con un tavolo burgundo di castagno

casa di ciuffolotto dietro siepi di faggio e cespi di lupini

persiane sbattevano rabbrividendo al vento

chiavi e atto dal notaio della vicina città

senso della casa costruito al tecnigrafo

avessi aria e voglia di respirare, assi e polvere

si sciolgono nell’aria dal buco della serratura

aria presa a pugni, finché non è livida.

Gli edifici nella mia testa sono case in demolizione

sporti sdentati, mordaci battenti

fenditure nella dura corazza del popolo degli scarafaggi

spingere panconi su campi sabbiosi, su per gradini

fino alla tinozza di un gabinetto macchiato e distrutto.

E il pero combatte, nella polvere con tutti i nemici

del fondo edificabile, dell’insediamento periferico, maledizione della cassa di risparmio edilizia

prendo poi posti precisi per materiale

mattone e arenaria, piastrelle del Saar

tondini su punti consumati, ma esattamente citati.

 

Non a caso una parola si chiama parola ad effetto

effetto d’ombra, immagine a effetto, resa effettiva sui quadri

sei martiri, dai quali sgorga un fiume di sangue

(per sette giorni il Reno fu rosso, dice la leggenda

poi il sangue si sfinò in un ovario di salmone)

e un bimbo fu picchiato per la gioia di un altro.

Le immagini vengono tagliate, falsate

perché sia effettiva l’illusione di colpire

realtà che trema, e riempie la cornice

di cagnetti, alci, faboideae

s’inchinò come bruciato dal grande calore.

Parole a effetto, effetto manganello, effetto panna montata

effetto dopo effetto, civico dopo civico scoppiano parole

“pesta il fuoco, coprilo, colpisci!”

in una corte lastricata, il vuoto riecheggia

scricchiolio di panico, che non si dissipa più.

Dopo una così lunga esperienza “Casa”

“albero” o “ponte” si osano diversamente.

Dopo così tanto tempo che è rimasto fermo

dopo così tanto tempo un tallone bussò alla porta

prima piano, poi ancora e più forte

il campanello squillò, non c’era nessuno, nessuno

passi nella casa, attorno alla casa chiusa

il dito contorto di qualcuno si drizzò

bisogna lasciare una notizia

una notizia del dito che la scrisse

cada una casa dal cielo, cada, cada

alla maniera dei coppi, una caduta per l’essere caduti

il cuore batteva così forte, tonfi di castagne nella corte.

 

 

 

Introito II

 

La mia gente è molto timorata di Dio, certo teme

quel che dicono gli altri, dapprima sussurrando, spettegolando, trillando

nelle orecchie risuonano orrende dicerie, un orrore

che difilato portano a Dio, gli appartiene.

Temevano ieri, temono domani, cruccio

e oggi devono portare quel loro peso che chiamano vita

o chiacchiere, macchie epatiche e colecisti.

E Dio vede tutto, sente crescere l’erba e le unghie dei piedi

sente, quel che loro non sentono, nulla gli sfugge

solo non possono fargli domande; è contro le regole.

La mia gente è molto timorata di Dio e non teme

come altra gente, che non vede e infinitamente teme.

(Al massimo, si tira giù la tapparella con fragore

Dio e il portalettere: è più che sufficiente.)

Perfetto è anche il silenzio, quando tace il televisore.

Dio non parla nelle onde dell’etere, solo nelle viscere

che misere gorgogliano, ma riguarda solo il medico di base.

 

Si aggrappavano soltanto ai segni della croce, alla bussola dei credenti

tra testa e pancia e cuore timoroso

cuor-di-coniglio, piede di coniglio e nulla sull’altro lato del petto

oltre costole e tenera carne, contenuta nella stoffa della camicia.

Segni della croce, che tracciavano nell’aria. E prima che

se ne accorgessero, l’aria era spessa come burro. Erano ammutoliti

dalla paura che giovasse. Presto il mondo intero fu una montagna di burro.

E portavano la loro croce, che si erano

costruiti da soli, e vi stavano appesi ben prima che

fosse pronta, già alla festa per la copertura del tetto.

Greve era l’aria dalla fronte al petto, pesante

gettata a sinistra, non giovava.

 

Riflettendo e prevedendo mi mescolai con la mia gente

ma la mia gente non si mescola, perciò è molto sola

con se stessa. Si aggrappavano ai segni della croce

che tracciavano nell’aria. Si gettavano ai margini

della propria stessa vita. Chiusa la strada dritta

erta, curva, impervia, ma lodevole ovunque

li portasse, era già stata percorsa da Dio

in regioni più calde, restava una piccola nube d’incenso

e gelida aria umida di nebbia dietro siepi di biancospino.

 

Conoscevano bene il cugino di Dio,

un tizio paonazzo con un fazzoletto a quadri

dove si soffiava il nasone,

si perdeva in un bicchier d’acqua e parlava come un Drago

anche sussurrando sdentato o focoso, così si presentava.

Ascoltava con orecchie squamose.

E a loro bastava per essere felici.

 

Convulsioni, estasi, mezze inondazioni.

La storia era rivelazione, speranza nel cielo

con una grande chiave Dio chiude il corpo peccatore

una chiave per il pozzo, che è umido e buio

alla mercé di se stesso

cosa ancor più spaventosa degli inauditi tromboni

quando squillano si strappa la tenda del cielo.

Squarcio nella tenda azzurra, dietro trefoli dorati

solenne incendio dei corpi inalberati

un barocco cielo marino il giorno dopo

e Dio, capitano in pensione che fa il giro del mondo.Taglio.

La Rivelazione era quella di Giovanni, Apocalisse

dove gli agnelli hanno sette teste

il terzo angelo suona il trombone

e bovini saltano su trampoli traballanti.

 

Sette fiaccole bruciavano, anche gli angeli saltavano

da fondi in abissi, uomini li seguivano come cavallette

legittimati, illegittimi, felicemente divisi per numero

il corpo si apriva, uno squarcio nel cielo esso lo stesso

da cui cadevano stelle, distrattamente

là dove crollava spaccato l’orizzonte

ed era mattina, era sera

dove la mia gente e la gente non mia s’incontravano

dove fauci spalancate restavano aperte, piene di fumo

le cose ultime stanno all’inizio

che fa una fine oscura.

 

Dove sono i santi, cui ho sempre rivolto preghiere?

Grida la zia nel corridoio d’ospedale.

Dove il Dio nell’alto dei Cieli? E nessun organo suona

la luce d’emergenza vacilla, aghi continuano a scattare

s’infilano nel corpo gonfio

(lei sopporta senza un lamento, in un bagno di sudore)

nel corridoio tutto un rincorrersi, un affrettarsi

infermiere senza cuffia, senza croce

fanno ragionate iniezioni.

Il terzo angelo suona il trombone.

L’orologio ticchetta, balza fuori dal tempo, punto

il tempo è fuggito. Primo turno e senza domande.

 

La mia gente è molto timorata di Dio e certo teme

quel che dicono gli altri. Così dicono loro. Fissano

nelle carrozzine, nelle borse della spesa, vita senza involucri

avevano mendicato e riversato lamentele

nell’orecchio di Dio, che generoso le aveva scordate.

Era annunciata la riconoscenza, i corpi esausti raddoppiati

i corpi spaccati in agnello e pascolo

dove non c’è alcun pastore. Dio è morto

ma gli uomini si moltiplicano secondo i dettami

temono ieri, temono domani

e oggi hanno il loro fardello da portare.

E quando poi in un nuovo giorno la gente invecchiata

salici piangenti, musoni, non si spoglia

e quando poi la carne si distrugge, battono la croce

la carne batte sui capestri, cresce rigogliosa

insolubili nodi di cellule, cratere nella stoffa

vanno insieme alle ossa, non piangono.

Una coda spazza via i corpi.

 

 

 

Bozza per una antologia dei corpi

 

I corpi si sono reciprocamente allontanati

prigionieri del dominio delle emozioni

hanno provato disgusto di se stessi.

Si mettono all’opera, sperimentano

nuove figurazioni nella vecchia pelle.

 

Ah, i fringuelli prigionieri!

Gli uomini posseduti dal serpente!

Molte parole hanno perso la lingua

indugiano frenate sulle labbra.

Quest’inverno il gelo ristagna nei corpi.

 

Per anni avrei voluto scrivere una storia

dei corpi, un ciclo dei movimenti

coreografia del balletto da noi mai danzato

in cui ci si raggiunge a vicenda, si fugge, si accerchia.

La bozza per un’antologia dei corpi

mi abitava incorporea nella testa.

Andavo china sotto il peso delle mie pretese

trascinando un campionario di manichini anatomici.

Per anni cercai le immagini

per i pori della pelle, i muscoli inquieti,

volevo istituire una metafora per le rughe

per i dolorosi solchi sulla fronte

(tracciati dalla quieta riflessione)

un segno di accessi di sudore, ondate

di desiderio (altri parlano delle loro energie)

una poesia con balzi

che asseconda tutti i movimenti

e scopre un giorno su un legamento lungo

un’antologia d’ignote curvature

nelle ossa e nella pelle

(altri parlano della loro aura)

con passo risoluto sul parquet scricchiolante

sopra una schiena, che sia esposta al sole.

 

Alcune righe restavano le stesse

nella mia antologia: un tempo

di pomeriggio in un letto azzurro, un tempo più volte

parlammo di oppressione.

Non di quella che in breve si riassume di là

in scuole, fabbriche, uffici

dov’è più facile che i pugni si stringano

in tasca piuttosto che sotto la coperta

di pomeriggio nel tuo letto azzurro, un tempo più volte

avevamo incastrato tra loro le dita dei piedi

come facciamo dandoci la mano. (Raramente.

Dare la mano, si dice, mentre in realtà le più

vicine sono le tenere parti interne delle dita.)

Così restammo stesi pelle a pelle, fianco a fianco

stremati nella perfetta luce soffusa.

Dietro la cortina brulicavano i desideri.

 

Abbiamo sempre guardato con vergogna la giungla

dei nostri peli pubici, c’era sempre qualcosa tra di noi,

l’estraneità dei nostri corpi, la loro estranea forma

e dimensione, non volevano adattarsi l’uno nell’altro

uno sopra l’altro l’uno accanto all’altro l’uno chino sull’altro

capivamo sempre troppo tardi il desiderio dell’altro

il repentino raggelarsi nella nudità.

Talvolta tacevamo forte oppure ci seppellivamo

dentro il corpo vivo. Una volta

di pomeriggio nel tuo letto azzurro, un tempo, più volte

imbacuccati per bene

parlammo di oppressione.

Chi è stato a farti queste chiazze bluastre?

Chi a piantarti i denti nel braccio?

Chi tiene in scacco i tuoi sogni con appelli inesausti

alla saggezza del più debole, quello che si arrende?

 

Così si continuava a scivolare coi corpi

che già presentivano la morte in piena

frenesia della carne. Molto resta oscuro,

senza risposta in questa poesia

e nel silenzio dei corpi che c’insegnano a comprendere

i costumi del dopo, se abbiamo voglia di apprenderli.

(I desideri onirici di essere nativi

di colonizzare a cuor leggero teste vuote.)

Voci da lontano, uccelli, denti

la pelle titillata incendia discorsi, imbarazzi

dire io nuovamente in un’altra persona.

 

Allora lei già gridava: “non voglio accampare pretesti”.

C’era una volta una donna

ciascuno in lei voleva eternarsi

spruzzare in lei il suo seme, piantarci

alberi, abbattere, imprimere il timbro del vaccino

medici al capezzale dei corpi morenti

(terapie, annidate nella morte

catalogate con cura, la quiete dei corpi

nel riposo serale, immotivata, non ha alcun senso

ginnastica di sensazioni, ogni singolo schiocco

nelle giunture richiede una diagnosi professionale)

ciascuno su di lei vorrebbe rotolarsi, ma lei si raddrizza

e sottrae. Parla solo della mia fobia

poi parlo io, diceva, della tua ingenuità

che il naturale sia naturale, una possibile totalità

anche tu, gridò lei, la voce le si accavallò

io le tenevo la testa come a uno che stia vomitando

poi quella frase, che lei senza volerlo

furiosa, esasperata, espulse, ora le scorrevano

anche lacrime lungo il dorso del naso

gocciavano, gocciavano, ogni frase

poteva staccarsi da lei, diventare

frase esemplare, anche nella mia antologia

lei si rotolò sul tappeto,

nei libri di testo di una storia senza storia

non voleva più

cadere nello specchio, scintillante, frantumato

per vedere riflessi i propri frantumi.

Veniva già l’alba, velata, più chiara la luce.

Gli uccelli, gli uccelli, ma noi.

 

Da Corpi di parole. Poesie scelte 1979-2013, in uscita per Edizioni Kolibris.

Traduzione di Chiara De Luca

 

AVT_Ursula-Krechel_8331Ursula Krechel, è nata a Treviri nel 1947. Durante gli studi di Lingua e Letteratura tedesca, Teatro e Storia dell’arte, ha lavorato per giornali ed emittenti radiofoniche della Germania dell’Est. Durante il dottorato all’Università di Colonia, terminato nel 1972, ha lavorato come sceneggiatrice per il teatro di Dortmund e diretto diversi progetti teatrali per giovani detenuti. Due anni dopo è avvenuto il suo debutto a teatro con la pièce Erika (1974), che è stata tradotta in sei lingue. Nel 1977 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Nach Mainz, cui sono seguiti numerosi volumi di poesia, prosa, saggistica, scritture teatrali e radiofoniche. In Der Übergriff (2001), l’autrice ripercorre le tappe della propria storia, evidenziando le diverse sfaccettature della violenza, delle convenzioni acquisite e dell’auto censura, quella voce che grida incessantemente all’orecchio della donna, chiudendole con violenza la bocca. La stessa Krechel rimase a lungo in silenzio, viaggiò al di là dell’oceano, osservò e infine scrisse, per opporsi alla violenza di quella voce. Se l’orientamento delle prime opere della Krechel era essenzialmente femminista, i temi delle sue opere successive si ampliano e diversificano, la sua lingua poetica si fa più dinamica ed esplosiva. Con grande maestria linguistica e precisione formale, affronta il tema della violenza umana, che appare irrevocabilmente connessa con il desiderio erotico e l’ambizione economica. Ursula Krechel ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui l’International Eifel Literature Prize (1994) e il premio Martha Saalfeld (1994). Nel 1997 ha ricevuto il prestigioso premio Elisabeth Langgässer per l’insieme delle sue opere. Nel 2006, grazie a un premio della Fondazione Hermann Hesse, è stata writer in residence a Calw, Attualmente vive e scrive a Berlino, è membro del PEN tedesco e insegna come guest lecturer in numerose università.

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Thomas Hardy Featured

 

A cura di Emilio Capaccio


Thomas Hardy nacque il 2 giugno del 1840 a Upper Bockhampton, nella contea del Dorset, a sud-ovest dell’Inghilterra. Era il primo figlio di Thomas Hardy (senior), tagliapietre e costruttore, e di Jemima (Hand) Hardy, che tramandò al figlio l’amore per i libri e per la lettura. Hardy crebbe in un contesto tranquillo e isolato di vita rurale, a pieno contato con la natura e i paesaggi del Dorset, che diventerà il “Wessex” di molti suoi romanzi e novelle. Ricevette un’istruzione primaria fino all’età di 16 anni, quando fu inviato a cominciare l’apprendistato presso John Hicks, un architetto del luogo. Nel 1862, all’età di 22 anni, Hardy si trasferì a Londra per lavorare come disegnatore tecnico nello studio di sir Arthur William Blomfield (1829-1899), progettista, fra l’altro, del “Royal College of Music” di Londra, nel 1882. Hardy, però, a Londra, viene attratto soprattutto dalla letteratura e dalle opere dei grandi poeti vittoriani, come Robert Browning (1812-1889) e Algernon Charles Swinburne (1837-1909). Nel 1867, a causa delle sua fragile condizione di salute, è costretto a tornare ad Upper Bockhampton, dove riprende a lavorare prima con Hicks e successivamente con un altro architetto, George Rackstraw Crickmay (1830-1907). La sua carriera di architetto però non durò molto: Hardy avrebbe voluto frequentare l’università e diventare un ministro della chiesa anglicana, ma la mancanza di fondi e il declino del suo interesse per la religione lo fecero desistere dall’intraprendere questa strada, mentre si faceva sempre più forte in lui la vocazione per la letteratura. Già quando iniziò a svolgere il praticandato di architetto nello studio di John Hicks, aveva cominciato a scrivere le sue prime bozze. La sua prima novella, finita di scrivere nel 1867, si intitola: Poor Man and the Lady, ma non riuscì a pubblicare perché rifiutata da molti editori, tuttavia uno dei più grandi novellisti vittoriani, George Meredith (1828-1909), lo incoraggiò a proseguire e ad affinare il suo stile. Nel 1870, poi, quando venne mandato da George Rackstraw Crickmay alla Chiesa di St. Juliot, a nord-est della Cornovaglia, per iniziare l’opera di restaurazione, Hardy conobbe la sua prima moglie Emma Lavinia Gifford, che sposerà nel 1874, e che incoraggerà Hardy a proseguire la sua carriera letteraria e ad abbandonare definitivamente la professione di architetto. Il secondo lavoro in prosa di Hardy fu Desperate Remedies (Disperati Rimedi) del 1872, che riuscì a far pubblicare. Iniziò così la sua carriera letteraria che abbraccia un periodo di tempo che va dal 1872 al 1895; anni nei quali Thomas Hardy compose le sue opere più celebri, quali: Under the Greenwood Tree (Sotto gli Alberi), del 1872; Far from the Madding Crowd (Via dalla Pazza Folla) del 1874; The Return of the Native (Il Ritorno al paese) del 1878; The Mayor of Casterbridge (Il Sindaco di Casterbridge) del 1886; The Woodlanders (Nel Bosco) del 1887; Tess of the D’Urbevilles (Tess dei D’Urbevilles) del 1891; Jude the Obscure (Jude l’Oscuro) del 1895. Questi ultimi due romanzi, però, non furono bene accolti dalla critica e dai lettori dell’epoca vittoriana, i quali rimasero sconvolti e indignati di fronte alle descrizioni di sesso immorale, assassini cruenti, figli illegittimi, al punto che Hardy si convinse che si era esaurita la sua vena creativa e che non avrebbe più scritto un’opera in prosa. A partire dal 1895 fino alla sua morte pubblicò soltanto antologie di racconti brevi e più di 900 poesie, la maggior parte delle quali racchiuse in 4 raccolte: The Dynasts (I Dinasti), un dramma epico delle guerre napoleoniche, scritto dal 1903 al 1908; Wessex Poems (Poesie del Wessex), del 1898; Time’s Laughingstocks (Gli Zimbelli del Tempo) del 1909; Satires of Circumstance (Satire di Circostanza) del 1914. Nel 1912 morì la moglie Emma, dopo 20 anni di vita coniugale caratterizzati da un misto di sentimenti di affetto e “domestica estraniazione”. Due anni dopo, Hardy sposò, in seconde nozze, Florence Emily Dugdale con la quale vivrà fino alla sua morte, avvenuta l’11 gennaio del 1928. Fu seppellito nella Abbazia di Westminster, nel “Poet’s Corner” (nell’angolo dei Poeti), accanto a Charles Dickens (1812-1870) mentre il suo cuore fu interrato a Stingson, vicino alle tombe dei suoi familiari e della prima moglie. Più tardi, la seconda moglie, che sarà anche la sua biografa, sarà seppellita accanto alle spoglie del marito, nell’Abbazia di Westminster.

 

I travel as a phantom now

 

I travel as a phantom now,
for people do not wish to see
in flesh and blood so bare a bough
as Nature makes of me.

And thus I visit bodiless
strange gloomy households often at odds,
and wonder if Man’s consciousness
was a mistake of God’s.

And next I meet you, and I pause,
and think that if mistake it were,
as some have said, O then it was
one that I well can bear!

 

 

 

Hap

 

If but some vengeful god would call to me
from up the sky, and laugh: «Thou suffering thing,
know that thy sorrow is my ecstasy,
that thy love’s loss is my hate’s profiting!»

Then would I bear it, clench myself, and die,
steeled by the sense of ire unmerited;
half-cased in that a Powerfuller than I
had willed and meted me the tears I shed.

But not so. How arrives it joy lies slain,
and why unblooms the best hope ever sown?
Crass Casualty obstructs the sun and rain,
and dicing Time for gladness casts a moan …
These purblind Doomsters had as readily strown
blisses about my pilgrimage as pain.

 

 

 

Where the picnic was

 

Where we made the fire,
in the summer time,
of branch and briar
on the hill to the sea
I slowly climb
through winter mire,
and scan and trace
the forsaken place
quite readily.

Now a cold wind blows,
and the grass is gray,
but the spot still shows
as a burnt circle – aye,
and stick-ends, charred,
still strew the sward
whereon I stand,
last relic of the band
who came that day!

Yes, I am here
just as last year,
and the sea breathes brine
from its strange straight line
up hither, the same
as when we four came.
– But two have wandered far
from this grassy rise
into urban roar
where no picnics are,
and one – has shut her eyes
for evermore.

 

 

 

Neutral tones

 

We stood by a pond that winter day,
and the sun was white, as though chidden of God,
and a few leaves lay on the starving sod;
― they had fallen from an ash, and were gray.

Your eyes on me were as eyes that rove
over tedious riddles of years ago;
and some words played between us to and fro
on which lost the more by our love.

The smile on your mouth was the deadest thing,
alive enough to have strength to die;
and a grin of bitterness swept thereby
like an ominous bird a-wing …

Since then, keen lessons that love deceives,
and wrings with wrong, have shaped to me
your face, and the God-curst sun, and a tree,
and a pond edged with grayish leaves.

 

 

 

The self-unseeing

 

Here is the ancient floor,
footworn and hollowed and thin,
here was the former door
where the dead feet walked in.

She sat here in her chair,
smiling into the fire;
he who played stood there,
bowing it higher and higher.

Childlike, I danced in a dream;
blessings emblazoned that day;
everything glowed with a gleam;
yet we were looking away!

 

 

 

Afterwards

 

When the Present has latched its postern behind my tremulous stay,
and the May month flaps its glad green leaves like wings,
delicate-filmed as new-spun silk, will the neighbours say,
«He was a man who used to notice such things?»

If it be in the dusk when, like an eyelid’s soundless blink,
the dewfall-hawk comes crossing the shades to alight
upon the wind-warped upland thorn, a gazer may think:
«To him this must have been a familiar sight».

If I pass during some nocturnal blackness, mothy and warm,
when the hedgehog travels furtively over the lawn,
one may say: «He strove that such innocent creatures should come to no harm,
but he could do little for them; and now he is gone».

If, when hearing that I have been stilled at last, they stand at the door,
watching the full-starred heavens that winter sees,
will this thought rise on those who will meet my face no more,
«He was one who had an eye for such mysteries?»

And will any say when my bell of quittance is heard in the gloom,
and a crossing breeze cuts a pause in its outrollings,
till they rise again, as they were a new bell’s boom,
«He hears it not now, but used to notice such things?»

 

 

 

 

At a lunar eclipse



Thy shadow, Earth, from Pole to Central Sea,
now steals along upon the Moon’s meek shine
in even monochrome and curving line
of imperturbable serenity.

How shall I link such sun-cast symmetry
with the torn troubled form I know as thine,
that profile, placid as a brow divine,
with continents of moil and misery?

And can immense Mortality but throw
so small a shade, and Heaven’s high human scheme
be hemmed within the coasts yon arc implies?

Is such the stellar gauge of earthly show,
nation at war with nation, brains that teem,
heroes, and women fairer than the skies?

 

 

 

Beeny cliff

 

O the opal and the sapphire of that wandering western sea,
and the woman riding high above with bright hair flapping free ―
the woman whom I loved so, and who loyalty loved me.

The pale mews plained below us, and the waves seemed far away
in a nether sky, engrossed in saying their ceaseless babbling say,
as we laughed light-heartedly aloft on that clear-sunned March day.

A little cloud then cloaked us, and there flew an irised rain,
and the Atlantic dyed its levels with a dull misfeatured stain,
and then the sun burst out again, and purples prinked the main.

― Still in all its chasmal beauty bulks old Beeny to the sky,
and shall she and I not go there once again now March is nigh,
and the sweet things said in that March say anew there by and by?

What if still in chasmal beauty looms that wild weird western shore,
the woman now is ― elsewhere ― whom the ambling pony bore,
and nor knows nor cares for Beeny, and will laugh there nevermore.

 

 

 

 

 

 

The voice

 

Woman much missed, how you call to me, call to me,
saying that now you are not as you were
when you had changed from the one who was all to me,
but as at first, when our day was fair.

Can it be you that I hear? Let me view you, then,
standing as when I drew near to the town
where you would wait for me: yes, as I knew you then,
even to the original air-blue gown!

Or is it only the breeze, in its listlessness
travelling across the wet mead to me here,
you being ever dissolved in wan wistlessness,
heard no more again far or near?

Thus I; faltering forward,
leaves around me falling,
wind oozing thin through the thorn from norward,
and the woman calling.

 

 

 

The garden seat

 

Its former green is blue and thin,
and its once firm legs sink in and in;
soon it will break down unaware,
soon it will break down unaware.

At night when reddest flowers are black
those who once sat thereon come back;
quite a row of them sitting there,
quite a row of them sitting there.

With them the seat does not break down,
nor winter freeze them, nor floods drown,
for they are as light as upper air,
they are as light as upper air!

Io passo come un fantasma adesso

 

Io passo come un fantasma adesso
per le persone che non vogliono vedere
in carne e ossa così nudo un ramo
come la Natura mi ha fatto.

E perciò visito senza corpo
strane, cupe, famiglie spesso in disaccordo
e mi domando se la coscienza dell’Uomo
fu un errore di Dio.

E dopo incontro te, e faccio una pausa,
e penso che se davvero fu errore,
come qualcuno ha detto, Oh allora sarebbe
uno di quelli che potrei ben sopportare!

 

 

 

Casualità

 

Se soltanto qualche dio vendicativo mi chiamasse
dall’alto dei cieli e dicesse ridendo: «Tu, creatura dolente,
sappi che la tua disperazione è la mia estasi,
che dal tuo amore perduto trae profitto il mio odio!»

Allora lo accetterei, soffocherei me stesso e morirei,
fortificato dal senso di una collera immeritata;
mezzo avvolto dal pensiero che un Potente più grande di me
avesse voluto assegnarmi le lacrime che verso.

Ma non così. Come può accadere che la gioia resti uccisa
e perché sfiorisce la speranza migliore mai seminata?
La rozza casualità ostruisce il sole e la pioggia,
e burlando il Tempo per svagarsi getta un lamento …
Questi miopi catastrofisti così come cosparsero dolore
sul mio cammino potevano effondere anche Felicità.

 

 

 

Dove era il picnic

 

Dove abbiamo fatto il fuoco,
nella stagione estiva,
di rovi e ramaglie,
dalla collina sul mare,
risalgo con lentezza
in mezzo ai braghi dell’inverno
e ripercorro e indago,
il luogo desolato
quasi prontamente.

Spira un vento gelido adesso
e l’erba è grigia,
ma il segno mostra ancora
un cerchio bruciacchiato
e piccoli rami estinti, carbonizzati.
Eppure, dove mi trovo,
l’erba si è diffusa,
ultima reliquia della combriccola
che venne quel giorno!

Sì, io sono qui,
come un anno fa,
e il mare respira lacrime
dalla sua linea dritta e stravagante,
quassù, la stessa
di quando venimmo noi quattro
― ma due hanno vagato lontano
da questa altura erbosa
nel ruggito urbano
dove non ci sono picnic
e uno ― ha chiuso gli occhi
per sempre.

 

 

 

Toni neutri

 

Eravamo vicino a un laghetto quel giorno d’inverno,
e il sole era bianco, come biasimato da Dio,
e alcune foglie erano sparse sulla terra affamata;
― cadute da un frassino, ed erano grigie.

I tuoi occhi su di me erano come occhi che vagano
oltre tediosi enigmi di anni passati;
e qualche parola su e giù fra di noi si chiedeva
chi avesse perduto di più dal nostro amore.

La risata sulla tua bocca era la cosa più morta,
viva quel tanto per avere forza di morire
e una smorfia d’amarezza in tal modo passava
come un terribile uccello del malaugurio …

Da allora, sottili lezioni sull’amore che inganna
e opprime con forza, hanno forgiato per me
la tua faccia, e il sole detestato da Dio, e un albero,
e un laghetto contornato da foglie grigiastre.

 

 

 

Il cieco di se stesso

 

Ecco qui l’assito antico,
pestato, torto, affinato,
là c’era la vecchia porta
dove entravano i piedi morti[1].

Lei sedeva qui sulla sua sedia,
sorridendo verso il fuoco;
lui suonava in piedi laggiù,
archeggiando forte, forte.

Puerile, danzavo in un sogno;
benedizioni adornavano quei giorni;
tutto arse in un barlume;
eppure guardavamo altrove!

 

 

 

Dopo

 

Quando il Presente avrà serrato la porta dietro il mio tremulo
passaggio,
e il mese di maggio scuoterà come ali le sue gaie e verdi foglie,
di soffice lanugine come seta appena filata, i vicini diranno:
«Era un uomo che sapeva accorgersi di tali cose?»

Se sarà al tramonto, che, come un batter silenzioso di palpebra,
il falco della brinata verrà attraverso le ombre a posarsi
sul biancospino torto dal vento dell’altura, un passante potrà pensare:
«Questa vista deve essergli stata familiare».

Se passerò in qualche notturna oscurità, calda e piena di tarme,
quando il riccio si muove furtivo fuori dal prato,
qualcuno dirà: «Lottò affinché creature sì innocenti uscissero
senza temer danno, ma poté far poco, e ora se n’è andato».

Se, quando sentiranno che alla fine mi sarò quietato, essi staranno
sulla soglia fissando l’intero cielo stellato che all’inverno guarda,
sorgerà questo pensiero in coloro che mai più incontreranno il mio viso:
«Era uno che aveva un occhio per questi misteri?»

E qualcun altro dirà, quando la campana della mia ricompensa[2] sarà udita
nell’oscurità e una brezza passante segnerà una pausa nei suoi oscillamenti
finché emergeranno di nuovo, come fossero voce di un’altra campana:
«Ora egli non ascolta, ma sapeva accorgersi di tali cose»?

 

 

 

A un’eclisse di luna

 

La tua ombra, Terra, dal Polo al Mare Centrale,
si stende ora sul mite chiarore della Luna
in una precisa linea monocroma e curva
d’imperturbabile serenità.

Come farò ad accordare tale simmetria gettata dal Sole
con la forma lacera e tormentata che so essere tua,
quel profilo placido come un ciglio divino,
con continenti d’affanni e miseria?

E come può l’immensa Mortalità[3] tracciare
così piccola un’ombra, e l’alto disegno umano del Cielo
essere orlato entro coste che là il tuo arco comporta?

Tale è la misura stellare dello spettacolo terrestre,
nazione in lotta con nazione, menti che brulicano,
eroi, e donne più belle dei cieli?

 

 

 

 

La scogliera di Beeny[4]

 

Oh, l’opale e lo zaffiro di quell’errante mare occidentale
e la donna più su cavalcando con luminosi capelli che ondulavano sciolti ―
quella donna che amai tanto, e che fedelmente mi amò.

I gabbiani stridevano su di noi, e le onde sembravano distanti
in un cielo inferiore, intente a ripetere il loro incessante chiacchiericcio
mentre insù noi ridevamo a cuor leggero in quel limpido giorno di marzo.

Una piccola nube in seguito ci avvolse, e si librò una pioggia iridata,
e l’Atlantico tinse le sue superfici come una vaga chiazza deformata,
poi il sole esplose di nuovo, e di porpore adornò il mare.

― S’ammassa ancora nel cielo la vecchia Beeny con tutta la sua abissale bellezza,
ed io e lei ritorneremo là un’altra volta ora che marzo s’avvicina,
e diremo ancora ad una ad una le dolci cose che in quel marzo ci siamo detti?

A che giova che con bellezza abissale incombe ancora quell’insolita
e selvaggia costa occidentale, la donna che l’ambiante pony porta ora è altrove
e né conosce né si cura di Beeny, e là a sorridere non tornerà mai più.

 

 

 

 

 

 

La voce

 

Donna che tanto mi manchi, quanto mi chiami,
quanto mi chiami, per dirmi che ora non sei
come quando avevi smesso d’essere tutto per me,
ma come la prima volta quando i nostri giorni erano belli.

Sei tu che sento? Lascia allora che io ti veda,
eretta come quando venivo in paese
e tu mi aspettavi: sì, proprio così come allora ti conoscevo,
persino con il tuo originale vestito blu-aria!

Oh, è solo la brezza, nella sua noncuranza
che mi arriva sin qui, attraverso gli umidi prati,
tu che non sei mai stata dissolta in una pallida assenza,
ti senti ancora vicina o più lontana?

Così io; barcollando in avanti,
le foglie che mi cadono intorno,
il vento da nord che filtra sottile fra i biancospini,
e la donna che chiama.

 

 

 

La panca del giardino

 

Un blu scolorito è il suo verde di prima,
e i fissi sostegni d’un tempo ora affondano giù;
presto sprofonderà inconsapevole,
presto sprofonderà inconsapevole.
Di notte quando i fiori più vivi si volgono neri
quelli che una volta vi sedettero ritornano;
una schiera vera e propria si raccoglie,
una schiera vera e propria si raccoglie.

Sotto di loro la panca non può cedere,
né l’inverno li ghiaccia, né il diluvio li affoga,
perché son leggeri come l’aria più alta,
son leggeri come l’aria più alta!

 

[1] Hardy si riferisce ai suoi genitori defunti. La poesia è un “rivedere” la casa paterna e le figure che vi abitavano, esprimendo nell’ultimo verso il rimpianto per non aver avuto coscienza di essere stati felici.
[2] Il termine indica la vita eterna dopo la morte, che per Hardy è paragonata a una “ricompensa”; la “campana della ricompensa” pertanto è la campana che suona per la sua morte.
[3] Il termine è inteso come sinonimo di “Genia”, “Specie Umana”.
[4] È un borgo che si affaccia sull’Oceano Atlantico, a nord della Cornovaglia.

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Pat Boran, Still Life with Carrots/Natura morta con carote Featured

"Natura morta con carote. Di Giovanni Segantini

“Natura morta con carote”. Di Giovanni Segantini

 

Natura morta con carote

Quando trovo una carota, come questa,
invecchiata, scordata su uno scaffale
dietro bottiglie d’olio, erbe e spezie,
tutti questi nouveaux arrivés, me ne sento

attratto. È come se tutti
gli splendidi pasti di cui è stata fatta la mia vita,
le tavole esotiche cui mi sono seduto
non fossero mai esistiti, come se mentre facevo

l’amore, mi fosse venuta in mente un’amante
precedente, o un vicino, morto da tempo
avesse bussato alla porta e si fosse invitato,
come un tempo, strascicando terra fuori dalla tomba.

La gentilezza mi adesca. Fragile quasi
quanto mio padre nel letto d’ospedale
in quegli ultimi lunghi mesi, questa carota sembra
avere qualcosa da dirmi. Il fatto è, alla fine,

che il formidabile indebolisce, chi un tempo era fiero
diviene curvo e triste. Chi è perduto
non riconosce più se stesso.
E va così per tutti i nostri amori vegetali:

i piselli seccano; i pomodori trasudano
e trasudano un miscuglio ectoplasmatico;
la lattuga ingiallisce come un vecchio libro;
le patate emanano segnali di pericolo;
le carote invece invecchiano là, in attesa che le trovi,
mentre i piatti sulla tavola, come i pianeti, roteano.

 

 

da Natura morta con carote. Poesie scelte 1990-2007, Edizioni Kolibris, 2010

 

 

Still Life with Carrots

When I discover a carrot, like this one,
grown old, forgotten on a shelf
behind bottles of oil, herbs and spices,
all those nouveaux arrivés, I feel myself

drawn to it. It’s as if all
the wonderful meals my life has been made of,
the exotic tables at which I have sat
had never existed, as if during love-

making a former lover had come
into my mind, or a neighbour, long dead
had knocked on the door and let himself in,
as of old, trailing the earth from his grave.

The politeness accosts me. Almost as frail
as my father in his hospital bed
those last long months, this carrot seems
to have something to tell me. The fact is, in the end,

the formidable weakens, the once proud
become stooped and sad. The lost
no longer recognise themselves.
And so it goes for all our vegetable loves:

the pea dries up; the tomato weeps
and weeps an ectoplasmic mess;
lettuce browns like an old book;
potatoes send up flares of distress;
but carrots just age there, waiting to be found,
as the plates on the table, like the planets, go around.

 

 

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Michael Schmidt Featured

 

 

The Stories of My Life

i. Marginalia

By candle-light, the wavering text.
The pen he drives above the words
A wing in flight, its urgent pulse
In dialogue with what he reads
(As ventricle with ventricle
Exchanges confidence and blood,
Telltale and intimate, profane),
Its nib a beak, its nib a noise
Of rookeries, of pinions.
Out of the crystal pool it drinks,
Its voice is black… His lips make shapes
Of sound, his tongue tip like a kiss.

He frowns and notes, ‘In getting books
I always seek a margin wide
As possible,’ and this is for
‘Comments, agreements, differences.’
If there’s too little space he puts
‘A slip of paper between leaves
Secured by imperceptible
Portions of gum tragacanth paste.’

He talks in whispers to himself,
‘Freshly, boldly, without conceit.’
That’s how his ‘cynosures’ communed
With God and Nature in old times,
Taylor, Temple, Thomas Browne,
‘The anatomical Burton,
And Butler, that most logical
Analogist’. Their styles possessed
‘A richly marginalic air.’

From these alert, immediate flights
His essays grow, his tales arise
Like Pandemonium from the dark
Exhaled, and Lucifer close by.
Into a text he plummets, soars,
And moonless rides its hurling waves;
Returning, perches on a plinth
And croaks his chilling negatives.

‘Cover your nose,’ says Henry James.
Poe is provincial, sulphurous,
Employing ‘vitriol for ink’,
‘And yet…’ So the concessions start.

Reading the tidy notes and runs
Precisely penned, as if a scribe
From Gower’s stone scriptorium
Had travelled centuries to scratch
The tiny clarities, and sow
The seeds of stories, essays, poems,
The sense comes of a man enslaved
By that ‘new nation’ (not so new):
What might it say if moral terms
Took a fresh turn? The frayed homespun,
The bold primeval, street satire,
And patriotic garbage too
Were effortful and treacherous.
What might inherence give rise to?

In his cold flickering studio
Visit his windows on the night,
Frames with their inked out canvases
Emitting melodies, not sense;
Pain, pleasure no analysis
Can circumscribe or make disclose
In paraphrase a prose idea.
He stayed poor. His wife was dying.
He stayed poor and she died, a girl
He loved. His poems envisaged death.
It came, it went. No Orpheus,
And nothing said and nothing meant
And nothing say and nothing mean
Except the spell you cast and what
A spell can conjure out of naught.

 

 

 

 

Le storie della mia vita

i. Marginalia

A lume di candela, il testo vacillante.
La penna che lui guida sopra le parole
un’ala in volo, il suo urgente pulsare
in dialogo con ciò che legge
(come ventricolo con ventricolo
scambia confidenze e sangue,
intimi e rivelatori, profani),
la punta è un becco, la punta un rumore
di colonie di volatili, piccioni.
Dalla pozza cristallina beve,
la voce è nera… Le labbra tracciano forme
di suono, la punta della lingua è un bacio.

Aggrotta la fronte e annota, “Prendendo i libri
cerco sempre il margine più ampio
possibile,” che mi serve per
“commenti, approvazioni, differenze.”
Se non c’è abbastanza spazio mette
“un foglio di carta tra le pagine
fissato con un’impercettibile
quantità di pasta di gomma fissante.”

Si rivolge a se stesso sussurrando,
“con schiettezza, audacia, senza supponenza.”
È così che le sue “cinosure” erano in comunione
con Dio e la Natura nei tempi andati,
Taylor, Temple, Thomas Browne,
“l’anatomico Burton,
e Butler, quell’estremamente logico
analogista”. I loro stili possedevano
“un’aria riccamente marginale”

Da questi vigili, immediati voli
crescevano i suoi saggi, scaturivano le storie
come un pandemonio dal buio
esalato, e Lucifero accanto.
In un testo precipita, s’innalza,
e illune cavalca le sue onde impennate;
tornando, si posa su un plinto
e gracida i suoi raggelanti negativi.

“Copriti il naso,” dice Henry James.
Poe è provinciale, sulfureo,
impiega “vetriolo al posto dell’inchiostro”,
“Eppure…” Così iniziano le concessioni.

Leggendo le ordinate note e passaggi
vergati con precisione, come se uno scriba
dallo scriptorium in pietra di Gower
avesse viaggiato per secoli al fine di grattare
le minuscole illustrazioni, e piantato
i semi di storie, saggi, poesie,
se ne ha il senso di un uomo schiavizzato
da quella “nuova nazione” (non così nuova):
cosa potrebbe dire se i termini morali
si rinnovassero? Il logoro manufatto,
l’ardita originaria satira di strada,
e anche il patriottico ciarpame
erano facili e ingannevoli.
Che cosa potrebbe scatenare l’inerenza?

Nel suo freddo studio sfarfallante
visita la sua finestra nella notte,
cornici con le tele inchiostrate
emettono melodie, non senso;
dolore, piacere non analisi
può circoscrivere o svelare
in parafrasi un’idea in prosa.
Viveva in povertà. La moglie stava morendo.
Viveva in povertà e lei morì, una ragazza
che amava. Le sue poesie affrontavano la morte.
Veniva, andava. Nessun Orfeo
e nulla detto e nulla inteso
e nulla dire e nulla intendere
a parte l’incantesimo che scagli e quello
che un incantesimo può evocare dal nulla.

 

 

 

 

ii. ‘I love all men who dive.’

‘At nightfall Nantucket natives, out of sight
Of land, furl their sails, and lay them to their rest,
While under their very pillows rush the herds
Of walruses and whales.’ That’s where he started.

In 1849 he wrote to Duyckinck:
‘I have been passing my time pleasurably,
Chiefly in lounging on a sofa (a la
The poet Grey) & reading Shakespeare, the book
In glorious great type, every letter whereof
Is a soldier, & the top of every “T”
Like a musket barrel.’ At day school, textbooks
Had been the squinting, crammed and cheap editions
Printed to make verse mind-numbing for ‘scholars’,
Preparing them for the calculable worlds
Of lumber, harvest, bullion, prayer, timepieces,
Addition, and addition, profit, power.
Poetry, needlework, pianoforte
Were things girls did, refinements, added polish.
When it came to books, he was like other boys.
‘My eyes were tender as young sparrows.’ But now
On the gangway of the Pequod, as it were,
He ‘chanced to fall in with this edition, I
Exult in it, page after page’.
—————————Two years on,
To Duyckinck too, he told a happy story.
‘I rise at eight – thereabouts – go to my barn –
Say good-morning to the horse, & give him his
Breakfast, pay a visit to my cow. – After,
I go to my work-room & light my fire – then
Spread my manuscript on the table – take one
Business squint at it, & fall to with a will.’
Five hours on the high seas, and then a knock,
He feeds the animals, dines, then rigs the sleigh,
Starts for the village, with mother or sisters.
‘Evenings, in my room, unable to read, I
Spend in a mesmeric state, skimming over
Some large-printed book.’ There was Shakespeare again,
His Virgil, pouring him through Hell’s dark funnel.

More years: the inkwell dry, the page dry, his eyes
Sting. Pequod, Queequeg and his faith are all drowned.
The sharks, so fierce before, are now unharming,
‘With padlocks on their mouths’; the silent sea-hawks
‘Sail with sheathed beaks’. And last, the good ship Rachel
Misses her bobbing child and sets with the moon.

Not to Duyckinck now, with just his lips moving
He tells himself, ‘You have not spared Ishmael.
You know what you have done and know how it’s true,
You know the Saviour perished, but not for him.’
Thumbing the manuscript. ‘This. Your book of ends.
You are exhausted with thrashing up and down
The watery paragraphs, now your hour’s come.
But things don’t finish as they ought, that’s the way
The Fall refashioned the world, we each hang from
A cross we make for ourself; we drive the spikes
With an oak mallet into our palms and wrists,
Into our shins, right there above the heel-bone,
On some companionless Calvary, some whale-
Humped hill without the thieves or the three Maries,
Only the spear, sharp as a humming-bird’s beak
Finding the heart’s rose; and, rising to the lips
Like a kiss, a kiss, the sponge of vinegar.’

So he could tell the story at all, he must
Distort the truth, turn the good ship Rachel back
To hear the call (a necessary conceit,
As though the voice of a chosen child survived
The waves of flame in Ahab’s pitch Gehenna),
‘I’m Ishmael, survivor of the Pequod.
I am Jonah, survivor of the white whale.’

 

 

 

 

ii. “Amo chiunque s’immerga.”

“Al calar della notte i nativi Nantucket, senza
terra in vista, riavvolgono le vele, e le mettono a riposo,
mentre sotto i loro cuscini sfrecciano branchi
di trichechi e balene.” È lì che iniziò.

Nel 1849 scrisse a Duyckinck:
“Ho trascorso il mio tempo piacevolmente,
in prevalenza disteso sul sofà (à la
poeta Grey) & leggendo Shakespeare, il libro
a grandi caratteri gloriosi, ogni lettera del quale
è un soldato, & la cima di ogni ‘T’
la canna di un moschetto.” A scuola, per libri di testo
c’erano le sbieche, stipate ed economiche edizioni
stampate in modo che il verso stordisse gli ‘studiosi’,
preparandoli per i mondi calcolabili
di legname, raccolto, lingotto, preghiera, cronometri,
addizione, e addizione, profitto, potere.
Poesia, cucito, pianoforte
erano cose da ragazze, raffinatezze, davano lustro.
Rispetto ai libri, era come tutti gli altri ragazzi.
“I miei occhi erano dolci come passerotti.” Ma ora
sulla plancia del Pequod, per così dire,
gli “capita d’imbattersi in questa stessa edizione
in cui esulto, pagina dopo pagina”.
————————–Due anni dopo,
anche a Duyckinck, raccontò una storia lieta.
“Mi alzai alle otto – all’incirca – andai al fienile –
augurai il buongiorno al cavallo, & gli diedi la sua
colazione, feci visita alla mucca. – Poi,
andai nel mio laboratorio & accesi il fuoco – poi
spianai il manoscritto sul tavolo – gli diedi
una doverosa occhiata, & iniziai con zelo.”
Cinque ore in alto mare, e poi un colpo,
lui nutre gli animali, cena, poi prepara la slitta,
e parte per il villaggio, con la madre e le sorelle.
“Le sere, nella mia stanza, incapace di leggere, io
le trascorro come magnetizzato, sfiorando
certi libri a grandi caratteri.’ C’era Shakespeare di nuovo,
il suo Virgilio, a versarlo nel buio imbuto dell’Inferno.

Dopo anni: secco il calamaio, secca la pagina, gli occhi,
bruciano. Pequod, Queequeg e la sua fede sono tutti annegati.
Gli squali, prima tanto feroci, sono adesso innocui,
“Con lucchetti sulle fauci”; i muti falchi marini
“nuotano coi becchi rinfoderati”. E infine, la buona barca Rachel
perde il figlio gorgogliante e tramonta con la luna.

Non verso Duyckinck adesso, muovendo solo le labbra
dice a se stesso, “Non hai risparmiato Ismaele.
Sai ciò che hai fatto e sai come sia vero,
sai che il Saggio è morto, ma non per lui.”
Sfogliando il manoscritto. “Questo. Il tuo libro dei fini.
Sei esausto di battere in lungo e in largo
gli acquosi paragrafi, adesso è giunta la tua ora.
Ma le cose non finiscono come dovrebbero, è così
che la Caduta rifondò il mondo, noi tutti pendiamo da
una croce che ci siamo costruiti; ci piantiamo cuspidi
con una mazza di quercia nei palmi e nei polsi
nelle pelli, appena sopra l’osso del tallone,
in un solitario calvario, su una qualche collina
a gobba di balena senza i ladroni o le tre Marie,
solo la lancia, affilata come il becco di un colibrì
che trova la rosa del cuore; e, risalendo alle labbra
come un bacio, un bacio, la spugna imbevuta d’aceto”.

Solo così potrebbe narrare la storia, deve
distorcere il vero, riportare la buona nave Rachel
a sentire la chiamata (concetto necessario,
come se la voce di un bambino eletto sopravvivesse
alle onde di fiamma nella pece d’Ahab della Gehenna),
“Sono Ismaele, sopravvissuto del Pequod.
Sono Giona, sopravvissuto della balena bianca.”

 

 

 

 

iii. Hearsay

And Whitman? You never read his Leaves?
‘But they told me he was disgraceful.’
Disgraceful? Now consider yourself !
Your life first offered on convention’s
Happy altar, then snatched meanly back.
Your book too, like his, is appalling,
Miasmic, it changes with each reading,
Etching the living bone with diamond.
Your life was uneventful only
In the sense that no events attach
The vivid crises of your poems.
You lived out the War Between the States:
Rumors, the declaration, tolling,
Men mustered, parading in your street,
The tearful ritual of departure…
You stood, shadow, in the open door.
Then the wounded came home, and the dead
In boxes, as ghosts, or not at all.
Missing, you waited for the missing,
For twenty years, patiently, after
The war was done, in your snowy dress,
In your anxious room, as a widow
Knows what cannot be and yet it is:
Feel his breath, a light kiss on the nape.

Or you wait for Christ. Never a first
Communion, it’s unction you wait for.
If only your knees would bend! Autumn
Buried by solving snow. No spring.
Saint Teresa knew what you learned, too:
In the particulars of this world
Only, if at all, can His wounds, His
Love be inferred, the transcendent Hoc
Est, or not at all. Inherences,
Or untenanted from fiat lux
For ever. The heart flutters, rises,
White as a petal bride, along aisles
Of moonlight… where’s the groom?… she’s seeking
His bloody cross beam to alight on,
But finds no thief bad or good, no Christ.

 

 

 

 

iii. Diceria

E Whitman? Non hai mai letto le sue Foglie?
“Ma mi dissero che era scandaloso.”
Scandaloso? Ora considera te stesso!
La tua vita dapprima offerta sul felice altare
delle convenzioni, poi meschinamente riacciuffata.
E il tuo libro, come il suo, è tremendo,
miasmatico, varia a ogni lettura,
incide l’osso vivo col diamante.
La tua vita fu priva d’eventi soltanto
nel senso che nessun evento intacca
le vivide crisi delle tue poesie.
Sei sopravvissuto alla Guerra tra gli Stati:
dicerie, la dichiarazione, rintocchi
uomini adunati, in parata nelle tue strade,
il lacrimevole rituale della partenza…
Tu stavi, ombra, sulla porta aperta.
Poi i feriti giunsero a casa, e i morti
in scatole, come fantasmi, o non giunsero affatto.
Disperso, attendevi i dispersi,
Per vent’anni, pazientemente, dopo che
la guerra fu finita, nel tuo abito niveo,
nella tua ansiogena stanza, mentre una finestra
sa cosa non può essere eppure è:
sentine il respiro, un lieve bacio sulla nuca.

O aspetti Cristo. Mai una prima
comunione, è l’estrema unzione che aspetti.
Se solo ti si piegassero le ginocchia! Autunno
sepolto dalla neve al disgelo. Nessuna primavera.
Santa Teresa sapeva quel che anche tu imparasti:
se qualcosa, nei particolari di questo mondo,
si può infliggere sono solo le Sue ferite, il Suo
amore, il trascendente Hoc
Est, oppure niente. Inerenze,
o desertato dal fiat lux
per sempre.  Il cuore batte, si leva,
bianco come un petalo nuziale, lungo navate
di luce lunare… dov’è lo sposo?… lei sta cercando
il raggio della sua croce insanguinata per planarvi.
ma non trova ladri né buoni né cattivi, solo Cristo.

 

 

 

 

iv. ‘the dark corners, the closed rooms’

He learned to be a Puritan in winter.
The plain parlor of the house where he grew up
In Salem, Massachusetts – outside, deep snow,
Within, a family by candle-light, and
Open on the table the prints of Flaxman,
Black on white, figures from Homer and Dante,
Sharp, suggestive templates which every viewer
Invests with hue and texture, tell their story.
The widow turns the pages and the children
Crane, question; they share the chaste stuttering light.
At the same time the boy takes something private,
Sensual to heart, so that when the fire’s raked
Safe in the hearth, the candles snuffed and the house
Asleep, in his chamber, with the door bolted,
In the tumbled bed he lolls with her, and her,
Andromache or Dido, the Pleiades
Gracious, approaching, smelling of snow and stars.
He releases each heroine from her story,
Removes her robes and, clothing her with desire,
Banks night after night the furtive ecstasies
And the incremental guilt that Hester Prynne
Is the most artless and aberrant child of.
His darker thoughts are luminous. Like a cat,
He sees in the dark. Like a demon he watches
Darkness herself shake out her abundant hair.

‘If ever I should have a biographer,
He ought to make great mention of this chamber.
So much of my lonely youth was wasted here,
Waiting patiently for the world to know meɉ۪
It came to know him, he married happily.
He turned his haunting ancestors to fiction.
To his friend Bridge in 1850 he joked
How he’d finished his book ‘yesterday; one end
Being in the press at Boston, the other
In my head here at Salem, so my story
Is at least fourteen miles long ɉ۪
——————————American,
Abroad for years, he could not really explain
What it meant, or why he was ‘always outside
Everything,’ as Henry James said, an ‘alien
Everywhere, an aesthetic solitary.’
The Marble Faun marked his last transformation,
But as before, he did not quite understand
What it meant to disclose, it might have been love.
Back at that Salem window, looking in now,
A December bird, he observes the widow,
Album, siblings – but the boy has disappeared.
Banished, or set free? Reluctantly he clings,
As if caught in bird lime, to the sill. ‘There seem
Things I can almost get hold of, think about;
But when I am on the point of seizing them,
They start away, like slippery things.’ He is snared
And plucked and seasoned. His language gropes, things and
Nothings. Too late he’s come back home, all’s altered.

 

 

 

 

iv. “gli angoli bui, le stanze chiuse”

Lui apprese a essere un puritano in inverno.
Il bianco salotto della casa in cui era cresciuto
a Salem, Massachusetts – fuori, neve alta,
dentro, una famiglia a lume di candela, e
aperte sul tavolo le stampe di Flaxman,
nero su bianco, figure da Omero e Dante,
nette forme suggestive che ogni osservatore
investe con colori e consistenza dicono la loro storia.
La vedova gira le pagine e i bambini allungano
il collo, fanno domande: condividono la casta luce balbettante.
Al contempo il ragazzo prende qualcosa di privato,
sensuale a cuore, così quando il fuoco è rastrellato
al sicuro nel focolare, le candele spente e la casa
addormentata, in camera sua, con la porta sprangata,
nel letto crollato, si distende con lei, e lei,
Andromaca o Didone, le Pleiadi
graziose, si avvicina, profumata di neve e di stelle.
Lui libera ogni eroina dalla sua storia,
la spoglia e, vestendola di desiderio,
accumula notte dopo notte estasi furtive
e la crescente colpa di cui Hester Prynne
è il figlio più rozzo e aberrante.
I più scuri dei suoi pensieri sono radiosi. Come un gatto,
vede al buio. Come un demone osserva
l’oscurità in persona scuoterle la ricca chioma.

“Se mai dovessi avere un biografo,
dovrebbe menzionare chiaramente questa stanza.
Qui bruciai tanta della mia giovinezza solitaria,
in paziente attesa che mi conoscesse il mondo…”
Ed esso lo conobbe, si sposò felicemente.
Trasformò in narrativa i suoi inquietanti avi.
All’amico Bridge nel 1850 raccontò scherzando
come aveva terminato il suo libro “ieri; un finale
era in stampa a Boston, l’altro
nella mia testa qui a Salem, così la mia storia
̬ lunga almeno ventidue chilometriɉ۪
——————————-Americano,
all’estero da anni, non seppe realmente spiegare
che significasse, o perché fosse “sempre fuori
da tutto,” come disse Henry James, un “alieno
ovunque, un esteta solitario.”
The Marble Faun segnò la sua ultima trasformazione,
ma come prima, non capiva esattamente
cosa intendesse rivelare, poteva essere amore.
Di ritorno alla finestra di Salem, ora guardando dentro,
uccello di dicembre, osserva la finestra,
Album, fratelli – ma il ragazzo è sparito.
Bandito, o liberato? Controvoglia aderisce,
come a una pania per uccelli, al davanzale. “Sembrano
cose che posso quasi stringere, pensaci;
ma quando sono sul punto di afferrarle,
sgusciano via, come cose scivolose.” È intrappolato

e colto e stagionato. La lingua brancola, cose e
noncose. Troppo tardi è rincasato, tutto è cambiato.

 

da Le storie della mia vita, Kolibris, Ferrara 2015. Traduzione di Chiara De Luca)

 

 

Michael_SchmidtMichael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato al Wadham College di Oxford. È Professore di Poesia alla Glasgow University, dove è Responsabile del Programma di Scrittura Creativa. Nel 1969 è uno dei fondatori della casa editrice Carcanet Press Limited, di cui è direttore editoriale. Nel 1972 ha fondato la “PN Review”, una delle più importanti e autorevoli riviste letterarie nel panorama della letteratura di lingua inglese. Poeta, narrtore, curatore di antologie, traduttore, critico e storico letterario, è membro della Royal Society of Literature. Nel 2006 gli è stato assegnato un O.B.E. (Officer of the Order of the British Empire) per il servizio reso alla poesia. Di Michael Schmidt è già uscita in Italia l’edizione bilingue di The Stories of My Life (Le storie della mia vita, Kolibris 2015, traduzione di Chiara De Luca) e di Selected Poems (Una parola che il vento ci ha passato. Poesie 1972-2015. Traduzione di Chiara De Luca).

 

 

 

 

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Ursula Krechel, Die Zukunft der Emigranten/Il futuro degli emigranti Featured

A. R. Penck, Die Zukunft der Emigranten

A. R. Penck, Die Zukunft der Emigranten

 

Die Zukunft des Emigranten

nach einem Bild von A. R. Penck

Sans phrase –
das wolltest du nicht mehr
zwischen zwei Zügen
nie mehr aufgeflogen sein
mit gesattelten Taschen
beschwert hasenherzige Aufbrüche
in alle Winde, die dann
schräg von rechts ins Gesicht
die dann blasen nie mehr
und Zugluftkatarrhe
als Stars der Saison.

 

 

Il futuro degli emigranti

ispirata a un quadro di A. R. Penck

Sans phrase –
non volevi più
essere sballottato
tra due treni
con le borse sellate
ponderate paurose partenze
in tutti i venti, che poi
di traverso da destra sul viso
che poi non soffiano mai più
e una corrente di catarro
come stelle della stagione.

 

Ursula Krechel

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Caroline Clark Featured

 

A cura di Laura Corraducci

 

 

Zdravstvuite

 

Hello is the hardest word to say

in Russian, beginners find. She puts up

the biggest hurdles at the start. Leap now

from word to phrase, request to heart-to-heart.

If you really want me, come at me running,

we might hear her say. Whispers come later,

a walk in her white wood alone.

 

 

I principianti trovano che “ciao” sia la parola

più difficile da dire in russo. Mette

le barriere più grandi dall’inizio. Salta ora

dalla parola alla frase, chiedi con il cuore.

Se mi vuoi davvero, vieni da me correndo,

potremmo sentirle dire. I sussurri vengono poi,

una passeggiata sola nel suo bosco bianco.

 

 

 

 

 

 

 

Red Square

 

A thousand or so metres above sea level,

an island unto itself

 

following the curvature of the earth,

cobbled and set with pearls.

 

Traded on, celebrated on, betrayed on,

promises made on, enslaved on,

displayed, prayed, paraded on,

over, across and down to the Moscow River,

world’s waterway, with a flash of coat-tails, skirts, heels, gone.

 

Rigged by four masts to the centre of the globe

it sails out on a home-wind.

Deep as the century,

what it has lost is buried there,

was never there.

 

 

 

 

 

Piazza Rossa

 

Un migliaio o più metri sul livello del mare

un’ isola ripiegata su se stessa

 

segue la curvatura della terra

rivestita di ciottoli e perle

Si è commerciato, celebrato, tradito,

promesso, schiavizzato,

mostrato, pregato, fatto parate,

sopra, lungo e sotto il fiume di Mosca,

corso d’acqua del mondo, con un bagliore

di code d’abiti, gonne, tacchi,

scomparsi.

 

Tenuta su da quattro alberi al centro del globo

naviga via con un vento di casa.

Profonda come il secolo

ciò che ha perduto è sepolto lì,

mai stato lì.

 

 

 

 

 

 

 

Two Words

 

First you taught me protalina

where earth laid bare

through melting snow

becomes a circle of spring.

There the street dog basks on

last year’s grass, warming newly.

 

Later I mouthed to memory

another: opushka. Where

the forest finally finds its end.

I hear a rush of fir trees as

someone pushes through,

entering meadowed light.

 

Of all those words whose

shaded paths I’ve walked,

I find these two growing side

by side, sisters in their lilting land,

whispering tales of places

once unknown, unnamed.

 

See them step from their

swaying pine and birchwood

sea into warm daylight. How

delicately they wear their names:

Protalina and Opushka,

the story of a struggle at its end.

 

 

 

 

 

Due Parole

 

All’inizio mi hai insegnato protalina

dove la terra giace nuda

nella neve che si scioglie

e diventa un cerchio di primavera.

Lì il cane randagio si crogiola al sole

sull’erba dell’anno scorso, e si scalda di nuovo.

 

Poi ne declamo con la memoria

un’altra: opushka. Dove

la foresta finalmente trova la sua fine.

Sento un trambusto di abeti

come di qualcuno che spinge

nella luce penetrante di un prato.

 

Di tutte quelle parole di cui

ho percorso i sentieri sfumati,

trovo queste due crescere fianco

a fianco, sorelle nella loro terra ritmata,

sussurrano racconti di luoghi

un tempo sconosciuti, innominati.

 

Le vedo passare dal pino

ondeggiante e il mare di betulla

al tepore del giorno.

Con quanta delicatezza indossano

i loro nomi: Protalina e Opushka,

la storia di una battaglia al suo culmine.

 

 

 

 

 

 

 

The Poplars

 

We’ve taken to yard walking,

watch the lights come on, sit on swings.

The poplars are tired-dry now, but even

back in spring we knew what they’d become.

For a few nights after returning

we manage to sleep without protest.

The weather has dulled our senses,

the yard guitar quietened since summer.

Early still, when the first dog barks,

you talk of finding another place,

a third country, neither yours nor mine.

I turn in protest, watch the morning

flicker across the floor. The poplars

have their say, turning sunslants into

windowed waterlight. Someday we’ll be living

these turns of phrases, blank unknown spaces.

 

Years later, when walking up foreign stairs,

will I stop and sit in protest?

How many choices will I have seen

ripen and fall? Perhaps I’ll whisper back

you could never have tasted them all.

And will you and I share the same vowels,

the same nostalgia for fresh-leafed poplars,

quenching these morning yards?

 

 

 

 

 

I pioppi

 

Amiamo passeggiare in cortile e guardare

arrivare le luci, seduti sulle altalene.

I pioppi sono stanchi e inariditi ora, ma

al ritorno della primavera sappiamo come torneranno.

Per alcune notti dopo il ritorno

proviamo a dormire senza protestare.

Il tempo ci ha stordito i sensi,

la chitarra in giardino è in silenzio dall’estate.

 

Ancora presto, quando abbaia il primo cane,

tu parli di cercare un altro posto,

un terzo paese, né tuo né mio.

Io protesto, guardo il mattino

tremare sul pavimento. I pioppi

dicono la loro, cambiando la pendenza del sole

nella luce acquosa della finestra. Un giorno vivremo

questi giri di frasi, questi spazi sconosciuti e vuoti.

 

Anni dopo, quando saliremo gradini stranieri,

mi fermerò e mi siederò protestando?

Quante scelte avrò visto maturare

e cadere? Forse sussurrerò all’indietro

non avresti potuto assaporarle tutte.

E divideremo tu ed io le stesse vocali?

La stessa nostalgia dei pioppi dalle foglie fresche,

spegnendo i cortili di queste mattine?

 

 

 

 

 

 

 

Storm Trawling

 

Darkened life we wait

(the thick lick of raindrops

concrete pink, blackened earth)

 

to plunder a line of ants.

Asphalt pounded to pungent pine,

urgent tastes this life.

 

Now is the rush to find

the drunk-drowned bits

of lost, emerging, predatory life:

 

hand dip and trawl

seaweed, shred-wood

for sea-slung beauties

dredged up heavy from their bed.

 

0 come for staggered crabs,

blunt-ended seaslugs

gory in their reactionless state,

 

tossed medusa fish

held through dripping fingers –

all tideborne gifts of the day.

 

Come you passing beachwalkers,

bring your nods, your jealous eyes

to treasures here holed up on shore.

 

Who sits now waiting still

to starve and plunder,

who knows what glory,

what wastes will come?

 

 

 

 

 

Pesca di tempesta

 

Diveniamo una vita che s’oscura

(il leccare pesante delle gocce di pioggia

rosa cemento, terra annerita)

 

per depredare una fila di formiche.

L’asfalto frantumato in pino pungente,

con urgenza assapora questa vita.

 

ora è la furia a trovare

i pezzi annegati degli smarriti,

che emergono, vita da predatori:

 

la mano si tuffa e pesca

alghe, frammenti di legno

per bellezze scagliate in mare

dragate pesantemente dai loro letti.

 

Oh vieni per i granchi barcollanti

per le lumache senza punta

orrende nella loro passività,

 

medusa disarcionata

tenuta ferma da dita gocciolanti-

tutti doni nati dalla marea del giorno.

 

Venite voi passeggiatori di spiaggia,

portate i vostri cenni di capo, i vostri occhi gelosi

ai tesori qui nascosti sulla spiaggia.

 

Chi siede ora in attesa di morire

ancora di fame e depredare,

chi conosce quale gloria,

quali sprechi arriveranno?

 

 

 

 

 

 

 

Saying Yes in Russian

 

Place the tip of your tongue

against the roof of your mouth

pressing the point just behind your teeth.

Push up, jaw tough, eyes hard.

Make as if to say, no, nyet,

Think of the negative n of never, at least, not yet.

In this position and state of mind,

swiftly release the tongue forward and down;

you must surprise it, yourself and the one who asked.

Then turn that heavy knock of a n

Into the delicate etiquette of da.

 

 

 

 

 

Dire sì in russo

 

Metti la punta della lingua

contro il palato della bocca

spingi il punto proprio dietro ai denti.

Solleva, mascella rigida, occhi duri.

Fai come per dire no, nyet,

pensa alla n negativa di un “non più” almeno.

In questa posizione e stato mentale,

rilascia velocemente la lingua avanti e in basso;

ti devi sorprendere, tu e colui che te l’ha chiesto.

Poi rovescia il pesante colpo di una n

nella etichetta delicata di un da.

 

 

Caroline_ClarkCaroline Clark è nata a Lewes in Sussex nel 1977. Sue poesie e saggi sono usciti per la rivista letteraria “Agenda”. Ha studiato tedesco e russo all’università di Exeter e, dopo la laurea nel 1999, si è trasferita a Mosca fino al 2007. Ha scritto saggi su Paul Celan e Osip Mandelstam. Ha tradotto la poetessa russa Olga Sedakova. Dire sì in russo (Agenda edition 2012) è la sua prima raccolta di poesie.

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Roberto Nassi, Orfeo e Euridice Featured

orpheus

“Orfeo e Euridice” di Jean-Baptiste-Camille Corot

Da e niente è ciò che è, in preparazione per Edizioni Kolibris

Orfeo ed Euridice

Dalla crepa sul tuo volto
alitano voci impastate
della cenere che orla il precipizio
di un tempo elastico.

Grate di grida
arrugginiscono l’alba
imprigionandola tra le tue labbra
come un bacio dimenticato.

La realtà si fa avanti zoppicando
denudando la lebbra che la divora

e Orfeo e Euridice camminano
stretti sulla schiena dei morti.

Sentono sbocciare i fiori
come delfini premonitori
che fendono il sangue controcorrente.

Il poeta ne racconta la storia
per l’ennesima volta
e l’eco che rimbalza ci confonde
nell’esatta equazione dei pronomi.

Abbiamo camminato circospetti,
negli orecchi il metronomo dei passi,
senza voltarci indietro,
ma senza neanche smettere un istante di sentire
la risacca delle voci,
di vedere il farsi
e disfarsi dei volti nella spuma
che sbianca i bordi sfrangiati della memoria.

Più volte ci siamo chiesti chi fosse
a tenerci la mano,
a chi finivamo per trovarci abbracciati
quando la reticenza dei fiori
diventava insopportabile
lungo il cammino
segnato dal bianco delle ossa.

I tuoi sandali affondavano nella terra
impronte fossili.

Ho detto: Facciamo che tu eri Euridice…
e siamo entrati in un imperfetto senza tempo,
raccoglievamo volti fiori e baci avvizziti
di amanti infelici.

Il tuo seno mi offriva qualche minuscola
goccia salina quando lo succhiavo insieme alla notte
e tu ti riposavi del viaggio
che ti restituiva alla luce.

Poi un mattino mi hai detto:
Io lo so chi sei
io ti aspettavo
Orfeo!

Avevi gli occhi liquidi
e mi hai passato la lingua nell’orecchio
Come una volta –
hai sussurrato – ricordi?
io interrogavo la memoria
temendo l’invadenza di un altro.

Ma nelle tue labbra scorreva il sangue
dell’alba e le grida crollavano
polverizzate
nell’aridità del silenzio.

Ci siamo scrollati le ombre dai calcagni
e un’altra notte ha lavato i nostri corpi allacciati
abbandonati.

L’ardore ci faceva più chiari
delle ossa dei morti
distesi sull’orlo vertiginoso del tuo volto
sotto le scintille cadenti di mondi che si sfregano.

Roberto Nassi è autore di plaquette e raccolte poetiche come il canzoniere La sposa che vola (2002), i poemetti e il racconto in versi di Dalla boccia di vetro (2006), la composita Logica dell’ombra (2012), “equilibrio vertiginoso tra concetti e epifanie immaginifiche” (Cecchinel). Con Kolibris ha pubblicato la raccolta poetica 69 Fiocchi, che risponde, in ideale contrappunto, al continuum narrativo di e niente è ciò che è, romanzo in versi a cui ha atteso negli ultimi anni, attualmente in preparazione per Edizioni Kolibris. Come critico si è occupato soprattutto di poeti del Novecento mentre Poesie di Knute Skinner e La mano di Dio di Paul Polansky sono le ultime cose tradotte. Nel febbraio 2011 su Radio Slovenja 3 la rubrica ARS gli ha dedicato un ritratto a cura di Tina Kozin. Per i tipi Il Girasole Edizioni è condirettore della collana di libri d’artista I diamantini.

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Nilton Santiago Featured

 

EL EVANGELIO SEGÚN LAS JIRAFAS

 

Ser cuanto ha quedado del atardecer del sábado 22 de octubre del 4004 a. C.

día que según los cálculos del obispo James Ussher se habría creado el universo

(o, lo que es lo mismo, ser los restos de los párpados del astrónomo

la primera vez que vio tu sonrisa convertir al sol en una bola de helado de vainilla)

ser los vestigios de la noche del 15 de mayo de 1953 en el Massey Hall de Toronto,

segundos después de que Charlie Parker hiciera soñar a miles de centauros

tocando All the Things You Are con un saxofón de plástico,

ser cuanto ha quedado de tu viaje hacia la mañana en la que Celan descubrió que era un pájaro,

ser la tiniebla que acaba de distraer a tres pavos reales que no se ponen de acuerdo sobre el precio de una estrella,

ser la sonrisa de los camaleones que se entretenían mordiendo los latidos del corazón de Giorgio de Chirico,

ser una columna de luciérnagas que acaban de ser arrestadas por no participar de una subasta para fijar la tarifa eléctrica,

ser la trampa que acaba de pisar una nena cuando le sonríe a un tío en un bar para minotauros,

ser el joven comunista Guy Môquet, ser Sierra Maestra, ser mayo del 68,

ser la plaza Tahrir llena de puercoespines,

ser la nostalgia de un pájaro que entra al supermercado para pesar su corazón en una balanza, como si pesara un trozo de mar

ser la lágrima donde los pescadores duermen para ajustar cuentas con los derechos civiles de los peces,

ser el estibador que acaba de perder el último tren hacia un buen puñado de reproches,

ser el murciélago que ha decidido operarse de las cataratas porque precisamente es en las cuevas donde se puede ver lo invisible,

ser el rio que se lleva la imagen del que se ve en el agua,

ser la sonrisa de Martin Luther King cuando le dispararon con la rosa de la videncia,

ser el recipiente donde los barberos recogen la luz de la luna cuando afeitan a un león marino,

ser la flecha que en el aire decide dejar escapar a su presa y al mismo tiempo ser la presa mirando el crespúsculo que está a punto de subir a un taxi,

ser los restos del taxista que te acaba de llevar a una peluquería para ruiseñores

ser las muletas de la eternidad tres segundos después de que te vea desmaquillarte,

ser todo esto para acercar mi corazón como una linterna bajo tu almohada y darme cuenta que has vuelto a subirme los impuestos por soñarte

ser cuánto ha quedado del final de este poema que paso de escribir si no empiezas a enrollarte.

 

de El equipaje del ángel, Visor Libros, 2014

 

 

 

IL VANGELO SECONDO LE GIRAFFE

 

Essere quel che è rimasto dell’imbrunire di sabato 22 ottobre del 4004 a. C.

giorno in cui stando ai calcoli del vescovo James Ussher sarebbe stato creato l’universo

(o, che è poi la stessa cosa, essere i resti delle palpebre dell’astronomo

la prima volta che vide il tuo sorriso convertire il sole in una palla di gelato alla vaniglia)

essere le vestigia della notte del 15 maggio 1953 nella Massey Hall di Toronto,

qualche secondo dopo che Charlie Parker fece sognare migliaia di centauri

suonando All the Things You Are con un sassofono di plastica,

essere quel che è rimasto del tuo viaggio verso la mattina in cui Celan scoprì di essere un uccello,

essere la tenebra che ha appena distratto tre pavoni che non si accordano sul prezzo di una stella,

essere il sorriso dei camaleonti che si divertivano mordendo i battiti del cuore di Giorgio de Chirico,

essere una fila di lucciole appena arrestate per non aver partecipato a un’asta per fissare la tariffa elettrica,

essere la trappola appena pestata da una bimba quando sorride a uno zio in un bar per minotauri,

essere il giovane comunista Guy Môquet, essere Sierra Maestro, essere maggio del ’68,

essere piazza Tahrir piena di porcospini,

essere la nostalgia di un uccello che entra al supermercato per pesare il suo cuore su una bilancia, come stesse pesando un pezzo di mare

essere la lacrima dove i pescatori dormono per saldare i conti coi diritti civili dei pesci,

essere lo stivatore che ha appena perso l’ultimo treno verso una buona manciata di rimproveri,

essere il pipistrello che ha deciso di operarsi di cataratta perché è proprio nelle grotte che si può vedere l’invisibile,

essere il fiume che porta l’immagine di ciò che si vede nell’acqua,

essere il sorriso di Martin Luther King quando gli spararono con la rosa della preveggenza,

essere il recipiente dove i barbieri raccolgono la luce della luna quando radono un leone marino,

essere la freccia che decide di lasciar fuggire la sua preda nell’aria e al contempo essere la preda che guarda

il crepuscolo che sta per salire su un taxi,

essere i resti del tassista che ti ha appena portato da un parrucchiere per usignoli

essere le stampelle dell’eternità tre secondi dopo che ti ha visto struccarti,

essere tutto questo per avvicinare il mio cuore come una torcia sotto il tuo cuscino e accorgermi che hai ripreso ad alzare le tasse per sognarti

essere quel che è rimasto della fine di questa poesia che smetto di scrivere se non cominci a lasciarti andare.

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

 

178898_4168214205357_2043886920_nNilton Santiago (Lima, Perú) laureato in Diritto e Scienze Politiche e autore delle raccolte poetiche El libro de los espejos [Il libro degli specchi; 2° Premio Copé de Poesía 2003 alla sua XI Bienale] e La oscuridad de los gatos era nuestra oscuridad [L’oscurità dei gatti è la nostra oscurità; II Premio Internazionale della Fondazione “Centro de Poesía José Hierro”]. Di recente ha pubblicato con Visor Libros El equipaje del ángel [L’equipaggio dell’angelo; XXVII Premio “Tiflos” di poesia] ed è giunto finalista all’ultima edizione del Premio “Adonáis” di Poesia 2014. Attualmente vive a Barcellona.

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Gianluca D’Andrea Featured

 

 

ASPETTAVO LA STORIA DI UN QUADRO MILLENARIO

 

Vedevo lo spettro nell’immagine

lenta, che rallentava gradualmente;

per un istante le figure si muovono appena:

case sullo sfondo, in un parco

bambini e famiglie, madri in maggioranza,

compiono le loro azioni.

In un pomeriggio di aprile –

dentro il quadro mia figlia e mia moglie

nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.

Aspetto ancora un po’ prima di entrare,

ho il tempo di sperare che qualcuno

colga da un altro spiraglio il quadro,

che il tempo senza tempo si ricordi

in molti modi, senza nostalgia,

senza la mia stessa speranza,

nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,

nella compassione lontana

di chi non ne sa parlare.

 

 

 

 

 

 

 

GLI ALBERI E I RAGAZZI

 

 

Li fogghi si stracàncianu p’amuri:

pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

Pasquale Salvatore

 

 

Le schegge che da questo sopravvivere

appaiono scomparendo nello schermo,

nei display sempre accesi in cui gli occhi

dei ragazzi sono immersi

come radici in un campo.

Un mondo germogliante e marginale

che resta apparizione al desiderio

di un’apparizione. Dove il contatto

è un panorama collaterale

il futuro insegue esempi,

vene che provano la strada al tronco,

al fiume in cui convergono correnti

educate da altre correnti.

Un circuito esatto, smisurato,

un organismo che suscita il miracolo composto

in una figura, nella sua parola.

 

In una scuola di un quartiere suburbano,

dove basso è lo scarto che separa

i riflessi e il vero che la realtà concede,

mi sorprendono mille vicende,

eventi fondanti, si diceva una volta,

emergenze che si fissano nella memoria.

 

Dai gesti alle urla nella classe il gioco,

gli insulti e le mani dipendenti da qualcosa di più ampio –

rami che si incrociano e uomini che abbandonano

i nodi a cui si avvolgono –

gli sputi di una ragazza ancora bambina

è la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza.

I germogli della strada rastrellati in una rete

sondabile, nenia inconsapevole

che affonda in questo luogo

di forte agnizione.

 

La chioma si apre e copre il cielo senza

oculi o feritoie. E il cielo è lì

seguendo la scia nel bagliore

degli occhi dei ragazzi, buchi

che chiamano desideri, come il trucco

di bambine che maschera altre negligenze

diventando “modello” di eleganza,

trucco che va oltre ogni bellezza

e si trasforma in sistema. Lo avverti

ma non per questo è accessibile.

Per lo stesso motivo il verde ha tonalità

che l’occhio e la lingua non raggiungono

e l’albero resta indecifrabile.

 

La vita si blocca nella storia dei quartieri,

ma ciò che cresce mantiene un habitus,

una confezione.

 

Gli oggetti sono insieme all’uomo,

lo attraggono, lo sferzano, continuano

la loro funzione protesica,

eppure brilla altro sulla superficie,

è la vita nelle relazioni che i viventi

utilizzano con i loro strumenti.

I ragazzi non lo sanno,

li distruggono,

introiettandone la fine.

 

Le vene trasportano linfa

e diffondono nutrimento,

il sistema si equilibra da zone

periferiche, ricicla le sostanze,

espelle le nocive, l’organismo

tenta un ciclo non pensando alla sua fine.

Alcuni frutti maturano, le generazioni

si manifestano in curve e pieghe,

simulo un’altra vita, mi adopero per allontanare

la consapevolezza di morire –

mi lascio trascinare da un cosmo

che si dissolve nell’evidenza

di essere dissolto.

 

L’albero ravviva i suoi colori,

cosmesi, radice –

le ragazze mascherano l’entropia,

l’abbandono radicale che le genera,

candidamente, la sofferenza

di una famiglia disintegrata

da un habitus d’origine, ecco il trucco:

si assottigliano al sistema e aderiscono

agli eventi fino a fuggire dentro schermi

che oscurano nuove affezioni, o nuove agnizioni.

Restano mascherate il più possibile, fuori

il più possibile, mi insegnano un comportamento

che è mio e anche dell’albero, mi insegnano

la divulgazione.

 

Si spezza un ramo, le radici

alimentano i primi respiri,

la chioma s’infoltisce. È primavera inoltrata,

il sole si accende e acceca, noi non siamo in un luogo,

legati ed espulsi, chiediamo ombra

e un attimo di coinvolgimento.

Dai ragazzi una richiesta, ma riappare la necessità

e la risposta rimane un miraggio.

Loro fuggono nel loro universo, il mondo

è ricco di aperture e membrane,

i nostri universi si divorano, tangenti

o assiderati dal contatto fino a che appare

una scia che ti forza nei quartieri,

ai margini semivivi o in simbiosi con la morte.

 

Discutiamo di denaro, di acquisto

e di coraggio infantile durante una rapina.

Uno dei ragazzi, malmenato

da un militare in borghese, mi dice,

armato di coltellino,

minaccia le vecchie signore; un altro,

entra in una bottega e ruba 20 euro,

compra da fumare e si stordisce

davanti a un video porno, sul nuovo smartphone,

circondato da una tribù temporanea,

fino al prossimo distacco.

 

Le venature, i canali di trasporto,

i liquidi, le altre forme di vita,

rendono possibile l’esistenza

e rinvigoriscono la pianta.

Al piano superiore della scuola

altre esperienze

per uscire e cambiare nel flusso il paesaggio,

si spera nella foglia più alta.

L’eventualità di un lavoro o, remoto,

un percorso di studi.

In questi desideri e nello sconforto,

si avvolgono i racconti dei piccoli eroi,

raccolti alle radici, intrecciati

al fermento, alla rinascita.

 

 

 

 

 

 

 

TRASPORTO STALLATICO IN 3 MOVIMENTI

 

 

O corpo glorioso, qualche santo

dovrebbe provare amore per la

tua merda.

Valéry

 

I

 

Quel giorno in quel luogo

desideravo la sosta,

la città si misurava negli spostamenti.

 

 

 

II

 

Arrivò nel mezzo inaspettato

l’odore primordiale.

Bisogno dell’essere in stallo,

l’essenza inventata,

dall’uomo e il profluvio della locomozione.

 

 

 

III

 

Il bisogno sull’autobus

che portava a Porta Garibaldi,

con la soglia antica dell’escremento

esposta alla corrente.

Annusai la presenza

improvvisa, l’alterità

ferace differiva per fermare

lo spostamento

e invase la dimensione

attraente della meta.

 

 

 

 

 

 

 

Zone recintate

 

 

 

I. LA LUCE, PELI PUBICI

 

Giorno, Peschiera, vista sul water

nello spostamento dei raggi,

il ritmo delle tossine dalle altre stanze,

inoculato a forza d’isolamento.

Archi, insenature pronte a capitolare

in crocevia imprevedibili solo adesso,

a scomparsa.

Aprendo scaracchi di lago al confine

risorge lo spettro lombardoveneto,

in mezzo all’evo che segna

passerelle e suoni del dopo fine.

Tutti accesi nel cielo pubico,

nel pelo luminoso sul bordo,

in bilico nel semibuio.

 

 

 

 

 

II.

 

Non è perfetta la resa,

è il paradiso del resto

una visione spalancata

sull’essere noi

e il desiderio di non esserci.

Prendi il pensiero che si svolge

e riflette atrocità di passaggio,

a volte improvvisa una traccia,

un buco di raccapriccio

che si allarga in un movimento

e cade rapido, immaginifico,

un gravitone nel suo attraversamento.

 

 

 

 

 

III.

 

Come il raggio arretrato si abbatte

sul ciclo del riposo, un ragazzo

soddisfatto al suo tavolo,

avrà giocato, lavorato alla pienezza

di consumarsi nel sentire,

un desiderio? Il resto è un boccale

di tette grosse che esonda nutrimento,

parti di un mondo da svolgere

e ricondurre alla pienezza.

L’assenza ci lascia esterrefatti

e senza slancio. Io, immobile

sui flutti di questa divisione,

rimasi scolpito nel quotidiano,

routinario non essermi,

almeno, mi ricordano, fino

al prossimo pianeta o trasformazione

o buco oscuro di materia;

non conoscendo, se non al passato,

la gioia piena e necessaria

del trasporto e del ritardo.

 

 

Note

“gli alberi e i ragazzi”: nell’anno scolastico 2011/2012 lavorai da supplente per una ventina di giorni nella scuola di un quartiere “difficile” di Messina. Una delle classi era composta di ragazzi con famiglie dissestate, padri carcerati, bisogni incolmabili e rifiuto per qualunque dinamica educativa. Solo l’affetto ci ha legati in quei giorni. Gli alberi erano intorno, in ogni mio spostamento.

L’epigrafe al testo è da “Lu chiuppu” (Il pioppo), dalla raccolta Tràstuli (1949) del poeta messinese Pasquale Salvatore (1885-1958), in Charybdis. Poesia messinese in dialetto, a cura di G. Cavarra, Intilla editore, Messina 1995. La traduzione recita letteralmente: «le foglie cambiano colore per amore:/ sembrano argento e mandano scintille».

Trasporto stallatico in 3 movimenti: un clochard sull’autobus a Milano, una tarda primavera.

Zone recintate: III. Nel testo agiscono due riferimenti letterari. Il primo è il Rimbaud di Au Cabaret-vert, il secondo Wallace Stevens e la sua raccolta del 1942 Parts of a World.

 

 

 

Gianluca_D_AndreaGianluca D’Andrea (Messina, 1976). Poeta e critico letterario. Cresce a Messina dove si laurea in Lettere Moderne con una tesi su Valerio Magrelli e il rapporto tra poesia contemporanea e mezzo informatico (Le stagioni di Teléma – Magrelli e i poeti del computer). Dopo la laurea si sposta in varie città d’Italia – con frequenti ritorni nella sua città natale – prima di stabilirsi a Treviglio (BG). Insegna nella scuola media. Alcuni suoi testi sono inclusi in numerose antologie. È tra i fondatori del sito Carteggi letterari e tra gli organizzatori di Trevigliopoesia. Sue poesie, traduzioni e recensioni sono presenti in riviste (Vertigine, Ciminiera, Lo Specchio della StampaIl Domenicale, Sagarana, La Mosca di Milano, Testo a fronte, Tuttolibri, Poesia, L’Immaginazione, Ali, Fermenti, La Clessidra, Atelier) e sul web. Ha curato, con Vincenzo Della Mea, l’antologia Verso i bit (Lietocolle, 2005). Nel 2011 è stato finalista al Premio Cetonaverde – sezione giovani.
Opere poetiche: Il Laboratorio. Faloppio-Como, Lietocolle (2004); Sezioni, in Conatus – l’utopia come bisogno la poesia come soluzione. Roma, Coniglio Editore (2005); Distanze. Sul sito http://www.lulu.com (2007); Chiusure. San Cesario-Lecce, Manni (2008); Canzoniere I. Forlì, L’arcolaio (2008); Evosistemi. Salerno, Edizioni L’Arca Felice (2010); [Ecosistemi]. Forlì, L’arcolaio (2013).

 

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Hezy Leskly Featured

 

 

A cura di Sara Ferrari

 

 

 

 

מחול שני

א אֲנִי שׂוֹחֶה בַּיָּם      

הִנֵּה בָּאָה סִירָה.

סִירָה סִירָה אֲנִי אוֹמֵר לָהּ

קְחִי אוֹתִי מִכָּאן.

וְהִיא לוֹקַחַת אוֹתִי מִכָּאן.

ב אֲנִי צוֹעֵד בַּיַּבָּשָׁה.

וְהִנֵּה בָּאָה מְכוֹנִית.

מְכֻנֵּית מְכֻנֵּית אֲנִי אוֹמֵר לָהּ

קְחִי אוֹתִי מִכָּאן.

וְהִיא לוֹקַחַת אוֹתִי מִכָּאן.

ג אֲנִי יוֹשֵׁב בְּחַדְרִי

וְלֹא זָז

וְלֹא זָז

וְלֹא זָז

קַח אוֹתִי מִכָּאן. אֲנִי בָּא וְאוֹמֵר:

וַאֲנִי לוֹקֵחַ אוֹתִי מִכָּאן.

ד כְּשֶׁשָּׁחִיתִי בָּכִיתִי

כְּשֶׁשָּׁחִיתִי בָּכִיתִי

וּכְשֶׁצָּעַדְתִּי הָיִיתִי צָמֵא וְרָעֵב.

כְּשֶׁיָּשַׁבְתִּי מִבְּלִי לָנוּעַ, רָקַדְתִּי

וּכְשֶׁהִפְסַקְתִּי לִרְקֹד,

רָקַדְתִּי שׁוּב.

Seconda danza

 

1) Io nuoto nel mare

ed ecco una barca arriva.

Barca barca le dico

portami via da qui.

Ed essa mi porta via da qui.

 

2) Io cammino sulla terra

ed ecco un’automobile arriva.

Automobile automobile le dico

portami via da qui

Ed essa mi porta via da qui.

 

3) Io siedo nella mia stanza

e non mi muovo

e non mi muovo

e non mi muovo

arrivo e dico: portami via da qui

e mi porto via da qui.

 

4) Mentre nuotavo piangevo

e mentre camminavo avevo sete e fame.

Mentre stavo seduto senza muovermi, danzavo

e mentre smettevo di danzare,

danzavo ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

מחול תשיעי

רָקַדְתִּי אִתְּךָ וּוִתַּרְתִּי עָלֶיךָ

אֲנִי מִשֶּׁקֶר כְּשֶׁאֲנִי אוֹמֵר:

″וִתַּרְתִּי″.

כִּמְעַט וִתַּרְתִּי.

לִמַּדְתִּי אוֹתְךָ אֶת הָרִקּוּד וְהֶרְאֵיתִי לְךָ אֵיךְ לְהֵחָלֵץ מַמְּנוּ.

בַּבַּיִת הַגָּדוֹל שֶׁקִּירוֹתָיו עֲשׂוּיִים מַיִם יֶשְׁנוֹ חֶדֶר אֶחָד קָטָן

שֶׁבּוֹ אֶתְגוֹרֵר לָנֶּצַח,

עָגֹל כְּמוֹ עִגּוּל,

מְאֻשָּׁר כְּמוֹ טֶלֶפוֹן בִּלְתִּי מְחֻבָּר.

 

Nona danza

 

Ho danzato con te———————–e ho rinunciato a te.

Mento quando dico:

“ho rinunciato”.

Ho quasi rinunciato.

Ti ho insegnato la danza e ti ho mostrato come sfuggirne.

Nella grande casa dalle pareti fatte di acqua c’è una piccola stanza

dove dimorerò per sempre,

tondo come una sfera,

felice come un telefono staccato.

 

 

 

 

 

 

מחול עשרים וארבע

הַפַּרְפַּר לוֹגֵם אֶת דִּמְעוֹתָיו שֶׁל הַצָּב

וְנוֹגֵס אֶת נִבְלַת הַקּוֹף

שֶׁנָּפַל מֵהָעֵץ.

הַקּוֹרֵא הַנֶּחְפָּז עָשׂוּי

לְהַסִּיק מִן הַמְּתֹאָר פֹּה

כִּי בְּפָּטָגוֹנְיָה

הַיֹּפִי

נִזּוֹן מִיֵּאוּשׁ וְחִדָּלוֹן.

טָעוּת.

בְּפָּטָגוֹנְיָה כְּמוֹ בְּתֵּל אָבִיב

הַיֹּפִי

נִזּוֹן מֵהַדִּבּוּר עַל הַיֹּפִי.

 

 

 

 

 

 

Ventiquattresima danza

 

La farfalla ingoia le lacrime della tartaruga

e mangia la carcassa della scimmia

caduta dall’albero.

Il lettore frettoloso potrebbe

concludere da quanto è qui riportato

che

in Patagonia

la bellezza

si nutre di disperazione e di nulla.

Errore. In Patagonia come a Tel-Aviv

la bellezza

si nutre del dibattito sulla bellezza.

 

 

 

 

 

 

מחול שלושים ושישה

הַמִּלִּים עָבְרוּ דָּרַך הָעוֹלָם

כְּמוֹ לַהֲקַת צִפֳּרִים

כָּעֵת אֵין דָּבָר בָּעוֹלָם.

אֲפִלּוּ הָעוֹלָם לֹא בָּעוֹלָם.

 

 

 

 

 

 

Trentaseiesima danza

 

Le parole passarono attraverso il mondo

come uno stormo di uccelli.

 

Ora non c’è nulla al mondo.

Neppure il mondo è al mondo.

 

 

 

 

 

 

 

שיעור אלף

הָרֶגעַ אֲניִ לוֹמֵד לִכְתוֹב:

אֵשׁ וחְשְׁמַל, לְלֹא שְׁגיִאוֹת.

והְרֶגעַ אוֹחֶזתֶ אֵשׁ בְּשֻׁלְחַן הַכְּתִיבָה

והְחַשְׁמַל בַּחֶדֶר

כָבֶה.

לְאוֹרוֹ שֶׁל הַשֻׁלְחָן הַבּוֹעֵר

אֲניִ לוֹמֵד לְתָאֵר

אֶת הַאֵשׁ

ולְגעַת בַּחַשְׁמַל.

 

 

 

 

Dal ciclo “Lezione di ebraico”

 

 

Lezione 1

 

Adesso imparo a scrivere:

“fuoco”, “elettricità”, senza errori.

E adesso il fuoco avvolge lo scrittoio

e l’elettricità nella stanza

si spegne.

Alla luce del tavolo ardente

imparo a descrivere

il fuoco

e a toccare l’elettricità.

 

 

 

 

 

 

שיעור הא

כְּשֶׁהַמִּלָּה תַּהֲפֹך לְגוּף

וְהַגּוּף יִפְתַּח אֶת פִּיו

וְיֹאמַר אֶת הַמִּלָּה שֶׁמִּמֶּנָּה

נוֹצַר –

אֲחַבֵּק אֶת הַגּוּף הַזֶּה

וְאָלִין אוֹתוֹ לְצִדִּי.

 

 

 

 

 

Lezione 5

 

Quando la parola diventerà corpo

e il corpo aprirà la bocca

e pronuncerà la parola da cui

fu creata

abbraccerò quel corpo

e lo deporrò al mio fianco.

 

 

 

 

 

 

 

יֵשׁ לִי אַרְבָּעָה אַחִים שֶׁנּוֹלְדוּ מֵתִים

וְהֵם קוֹרְאִים לִי לָשׁוּב אֲלֵיהֶם

בָּגַדְתִּי בָּהֶם כְּשֶׁנּוֹלַדְתִּי וְעָרַקְתִּי אֶל תּוֹךְ הָעוֹלָם

הֵם מִתְגַּעְגְּעִים אֵלִי וַאֲנִי אֲלֵיהֶם

הֵם אֵינָם יְכוֹלִים לָשׁוּב אֵלַי אַךְ אֲנִי יָכֹל

לָשׁוּב אֲלֵיהֶם. “בֹּא בֹּא”

הֵם קוֹרְאִים לִי “נִהְיֶה חֲבוּרָה מְלוּכֶּדֶת

שֶׁל מֵתִים,

מִשְׁפָּחָה מוּצָקָה שֶׁאֵינָהּ מְאַבֶּדֶת פֵּרוּר”.

בַּתְּחִלָּה גַּרְתִּי לְיַד הֶעָרִים

נוֹלַדְתִּי בְּעִיר רְחוֹבוֹת

וְגַרְתִּי לְיָדָהּ.

מִשָּׁם עָבַרְתִּי לְדוֹרָה שֶׁלְּיַד

נְתַנְיָה.

רַק מְאֻחָר יוֹתֵר הֵעַזְתִּי לָגוּר

בְּתוֹךְ הֶעֱרִים מַמָּשׁ.

בְּתוֹךְ גּוּפָן הֶעָדִין, הַחוֹלֶה.

גִבְעֲתַיִּם, הָאָג, אַמְסְטֶרְדַם, תֵּל אָבִיב –

מְקוֹמוֹת שֶׁבָּהֶם לָמַדְתִּי לְתַרְגֵּם

אֶת הַ”בֹּא בֹּא” לְמִלִּים אֲחֵרוֹת

וּמֵהַמִּלִּים הָאֲחֵרוֹת עָשִׂיתִי שִׁירִים.

 

 

 

 

 

Ho quattro fratelli nati morti

che mi pregano di tornare da loro.

Li ho traditi quando sono nato e fuggito nel mondo.

Hanno nostalgia di me e io di loro.

Essi non possono tornare da me ma io posso

tornare da loro. “Vieni vieni”,

mi chiamano, “saremo un’affiatata compagnia

di morti

una famiglia unita che non perde

una briciola.”

 

All’inizio ho abitato vicino alle città.

Sono nato nella città di Rehovot

e ho abitato nelle sue vicinanze.

Da lì mi sono trasferito a Dorah che è

vicino a Netanya.

Solo in seguito ho osato abitare

in vere e proprie città.

Dentro il loro corpo fine, malato.

Givatayim, L’Haja, Amsterdam, Tel-Aviv –

luoghi in cui ho imparato a tradurre

il “vieni vieni” in altre parole

e delle altre parole ho fatto poesia.

 

 

 

 

 

 

 

 

בֵּין דַּפֵּי הַסֵּפֶר

מָצָאתִי רֶגֶל יְבֵשָׁה

שֶׁל מַקָּק.

רֶגֶל הַמַּתְחִילָה לְהִדָּמוֹת לָאוֹת בְּשָׂפָה חֲדָשָׁה

שֶׁלֹּא קַיֶּמֶת בָּהּ הַמִּלָּה: “אָהֲבָה”

 

 

 

 

 

 

Tra le pagine del libro

ho trovato la zampa seccata

di un scarafaggio.

Una zampa che comincia ad assomigliare alla lettera di una lingua nuova

dove non esiste la parola “amore”.

 

 

 

 

 

 

 

 

השראה מתוקה

אֵין דָּבָר בָּעוֹלָם

לְבַד

מֵאָמָּנוּת .

אֵין רָעָב

אֵין מְדִינִיּוּת

פְּנִים וְחוּץ

אֵין גִּהוּקִים וְשִׁהוּקִים

אֵין וְרָדִים

אֵין נַעֲלַיִם לוֹחֲצוֹת

אֵין אֶצְבָּעוֹת נִפְלָאוֹת יָדַיִם מְצֻיָּנוּת אֶצְבָּעוֹת נֶהֱדָרוֹת

אֵין מְחִית תַּפּוּחֵי

אֲדָמָה

אֵין גֶּשֶׁם, אֵין שָׁרָב אוֹ פַּחַד

מָוֶת.   רַק אָמָּנוּת

 

 

 

 

Una dolce intuizione

 

Non esiste nulla al mondo

se non

l’arte.

Non esiste fame

non esiste politica

interna né estera

 

non esistono rigurgiti né singulti

non esistono rose

non esistono scarpe strette

non esistono dita meravigliose—-mani perfette—-dita splendide

 

non esiste purè di

patate

 

non esiste pioggia, non esiste canicola o paura della

morte.—– Solo l’arte.

 

 

 

 

 

 

 

אִם תִּרְצוּ

אִם תִּרְצוּ סְפָּגֶטִי בּוֹלוֹנֶז,

תְּקַבְּלוּ אֶת כָּל הַסְּפָּגֶטִי בּוֹלוֹנֶז שֶׁבָּעוֹלָם.

אִם תִּרְצוּ אֶת כָּל הַסְּפָּגֶטִי בּוֹלוֹנֶז שֶׁבָּעוֹלָם,

תְּקַבְּלוּ בְּקֹשִי מַעֲטָפָה רֵיקָה עִם פֶּתֶק:

“מִשְׁלוֹחַ הַבּוֹלוֹנֶז אָבַד בַּדֶּרֶךְ

מִמַּרְסֵי לְחֵיפָה;

אוּלַי טָבַע בַּיָּם

אוּלַי נֶחְטַף בִּידֵי אוּזְבֶּקִים מְשֻׁלְּחֵי רֶסֶן

אוּלַי הִתְפּוֹצֵץ בְּטָעוּת”.

אִם תִּרְצוּ אַהֲבָה,

תְּקַבְּלוּ בְּקֹשִי מַעֲטָפָה רֵיקָה, בְּלִי כְּתֹבֶת,

בְּלִי כְּלוּם.

אַחֲרֵי הַבְּכִי וְהַשֵּׁנָה תָּבִינוּ שֶׁאֶפְשָׁר

לְהִשְׁתַּמֵּשׁ בַּמַּעֲטָפָה הָרֵיקָה,

לָשִׂים בָּהּ מַשֶּׁהוּ:

אוּלַי שֶׁבֶר זְכוּכִית

אוּלַי טַבַּעַת שֶׁהִתְעַקְּמָה

אוּלַי קְוֻצַּת שֵׂעָר. מַשֶּׁהוּ.

אִם תְּבַקְּשׁוּ מַעֲטָפָה רֵיקָה,

תְּקַבְּלוּ אַהֲבָה,

אֶת כָּל הָאַהֲבָה שֶׁבָּעוֹלָם.

 

 

 

 

 

Se chiederete

 

Se chiederete spaghetti al ragù,

riceverete tutti gli spaghetti al ragù del mondo.

Se chiederete tutti gli spaghetti al ragù del mondo,

riceverete a malapena una busta con un biglietto:

“Il carico di ragù è perito nel tragitto

da Marsiglia a Haifa;

forse———è colato a picco

forse ———dissoluti uzbeki l’hanno saccheggiato

forse———è esploso per sbaglio.”

 

Se chiederete amore,

riceverete a malapena una busta vuota, senza indirizzo,

senza niente.

Dopo il pianto e il sonno capirete

che è possibile

usare la busta vuota,

metterci dentro qualcosa:

forse———un frammento di vetro

forse———un anello ormai deforme

forse———una ciocca di capelli. Qualcosa.

 

Se chiederete una busta vuota,

riceverete amore,

tutto l’amore del mondo.

 

 

Foto di Tomer Appelbaum

Foto di Tomer Appelbaum

Nato nel 1952 a Rehovot, da genitori di origine ceca di sopravvissuti alla Shoah, a ventidue anni Leskly si trasferì in Olanda per studiare danza e arte presso l’Open Academy of Art de L’Aja. Qui rimase per circa dieci anni. Di ritorno in Israele si stabilì a Tel Aviv, dove iniziò a lavorare come coreografo, scrivendo, inoltre, come critico per la danza in un settimanale della città. Nello stesso periodo iniziò a frequentare i poeti del gruppo Maqom che operavano nell’ambito del prestigioso periodico letterario Akhshav. Nel 1986 pubblicò il suo primo volume di poesia, Ha-etzba (Il dito, Am Oved, 1986), cui nello spazio di non un lungo periodo seguirono Hibbur ve-Hissur (Più e meno, Am Oved, 1988) e Ha-akbarim ve-Lea Goldberg (I topi e Lea Goldberg, Zmora Bitan, 1992), considerato il suo capolavoro. La quarta e ultima raccolta Sotim Yekarim (Cari pervertiti, Zmora Bitan, 1994), uscì postuma nel 1994, qualche mese dopo la sua morte avvenuta nello stesso anno e causata dall’Aids. Nel marzo 2009 è uscita presso Am Oved, a cura del poeta Meir Wieseltier, la raccolta Beer Halav Be-emtza Ir (Un pozzo di latte in mezzo alla città), che raccoglie la sua opera omnia, incluse poesie giovanili e inedite.

A lungo Hezy Leskly è stato considerato “il poeta amato dai poeti”, un sublime mistero riservato solo a pochi e innamorati lettori, per lo più appartenenti anch’essi al mondo della letteratura. In effetti, Leskly molto spesso scrive della poesia e del linguaggio poetico, operando però sempre nel segno dell’alterità, come dimostra la sua voce non convenzionale, talvolta quasi molesta nei confronti della letteratura e della bellezza “canoniche”. Di là di ciò, Hezy Leskly è soprattutto un poeta che da caos, solitudine e dolore ha saputo forgiare un’espressione poetica pura e un’eccezionale identità artistica.

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Charles Tomlinson Featured

John_Constable_Nuvole+scure

 

A Meditation On John Constable

 

“Painting is a science, and should be pursued as an inquiry into the laws of nature. why, then, may not landscape painting be considered as a branch of natural philosophy, of which pictures are but the experiments?”
––John Constable: The History of Landscape Painting

 

He replied to his own question, and with the unmannered
Exactness of art; enriched his premises
By confirming his practice: the labour of observation
In face of meteorological fact. Clouds
Followed by others, temper the sun in passing
Over and off it. Massed darks
Blotting it back, scattered and mellowed shafts
Break damply out of them, until the source
Unmasks, floods its retreating bank
With raw fire. One perceives (though scarcely)
The remnant clouds trailing across it
In rags, and thinned to a gauze.
But the next will dam it. They loom past
And narrow its blaze. It shrinks to a crescent
Crushed out, a still lengthening ooze
As the mass thickens, though cannot exclude
Its silvered-yellow. The eclipse is sudden,
Seen first on the darkening grass, then complete
In a covered sky.
————Facts. And what are they?
He admired accidents, because governed by laws,
Representing them (since the illusion was not his end)
As governed by feeling. The end is our approval
Freely accorded, the illusion persuading us
That it exists as a human image. Caught
By a wavering sun, or under a wind
Which moistening among the outlines of banked foliage
Prepares to dissolve them, it must grow constant;
Though there, ruffling and parted, the disturbed
Trees let through the distance, like white fog
Into their broken ranks, It must persuade
And with a constancy, not to be swept back
To reveal what it half-conceals. Art is itself
Once we accept it. The day veers. He would have judged
Exactly in such a light, that strides down
Over the quick stains of cloud-shadows
Expunged now, by its conflagration of colour.
A descriptive painter? If delight
Describes, which wrings from the brush
The errors of a mind, so tempered
It can forgo all pathos; for what he saw
Discovered what he was, and the hand––unswayed
By the dictation of a single sense––
Bodied the accurate and total knowledge
In a calligraphy of present pleasure. Art
Is complete when it is human. It is human
Once the looped pigments, the pin-heads of light
Securing space under their deft restrictions
Convince, as the index of a possible passion,
As the adequate gauge, both of the passion
And its object. The artist lies
For the improvement of truth. Believe him.

 

Charles Tomlinson, da Selected Poems. 1955-1997, OUP, 1997

 

 

 

 

 

Una meditazione su John Constable

 

La pittura è una scienza, e dovrebbe essere perseguita come un’inchiesta sulle leggi della natura. Perché allora non considerare la pittura paesaggistica come una branca della filosofia naturale, di cui i dipinti rappresentano gli esperimenti?”
John Constable: The History of Landscape Painting

 

 

Lui stesso si diede risposta, e con la naturale
Esattezza dell’arte; le premesse le arricchì
Confermando la pratica: travaglio d’osservazione
Al cospetto del fatto metereologico. Nubi
Seguite da altre nubi, stemperano il sole
Nel passargli sopra e oltre. Dense tenebre
Lo imbrattano di nuovo, attenuati e sparsi
Raggi ne sgorgano inumiditi, finché la fonte
Non si rivela, inonda le sue sponde in ritirata
Di puro fuoco. Percepisci (sebbene a stento)
Strascichi di nuvole percorrerlo in stracci
Per poi sfinarsi in garze. Incombenti passano
Contenendo l’incendio. Ridotto a mezzaluna
Schiacciata, stillicidio che ancora si prolunga
Mentre la massa si addensa, ma non può scacciare
Il suo giallo inargentato. L’eclissi è repentina,
La si scorge dapprima sull’erba che abbuia, poi
Per intero in un cielo coperto.
————————–Fatti. E cosa sono?
Lui ammirava le casualità, in quanto governate da leggi,
Rappresentandole (poiché non era illusione il suo fine)
Come governate dal sentire. Il fine è la nostra approvazione
Spontaneamente accordata, l’illusione che ci persuade
Di esistere in quanto immagine umana. Colta
Da un sole vacillante, o preda di un vento
Che bagnando i contorni di foglie ammassate
Si appresta a dissolverli, deve farsi costante;
Sebbene là, separati e arruffati, alberi inquieti
Lascino sfilare la distanza come nebbia
Bianca tra le loro fila spezzate. Deve persuadere
E con una costanza che non puoi tirare indietro
Per rivelare cosa cela per metà. L’arte non è altro
Una volta che l’accetti. Il giorno vira. È esattamente
Quel che avrebbe pensato in questa luce che discende
Sulle rapide macchie di nubi come ombre
Espulse dal suo scoppio di colore in quest’istante.
Un pittore descrittivo? Se piacere
Descrive, spremendo dal pennello
Gli errori di una mente, tanto placata
Da rinunciare al pathos; perché quel che vedeva
Rivelava quel che era, e la mano –– non guidata
Dal dettato di un senso soltanto ––
Incarnava la conoscenza totale e accurata
In una calligrafia di presente piacere. L’arte
È completa quando è umana. Ed essa è umana
Quando i pigmenti inanellati, teste di spillo della luce
Che si fanno largo sotto le sue scaltre restrizioni
Convincono, come segni di una possibile passione,
Come l’appropriato indicatore, della passione
E del suo oggetto insieme. L’artista mente
Per migliorare il reale. Credigli.

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

 

constable

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buon viaggio Charles Tomlinson Featured

 

Ieri se ne è andato Charles Tomlinson, uno dei maggiori poeti contemporaneri di lingua inglese, oltre che traduttore di Attilio Bartoilucci, Giacomo Leopardi, Guido Gozzano, Giuseppe Ungaretti, Lucio Piccolo…

 

fiori-carta-4

 

A Rose for Janet

 

I know
this rose is only
an ink-and-paper rose
but see how it grows and goes
on growing
beneath your eyes:
a rose in flower
has had (almost) its vegetable hour
whilst my
rose of spaces and typography
can reappear at will
(you will)
whenever you repeat
this ceremony of the eye
from the beginning
and thus
learn how

 

Charles Tomlinson, from Selected Poems 1955-97 (OUP, 1997)

 

 

 

 

Una rosa per Janet

 

Lo so
questa rosa è soltanto
una rosa di carta e inchiostro
ma guarda come cresce e va
crescendo
dietro gli occhi tuoi:
rosa in fiore
ha (quasi) fatto il suo tempo vegetale
mentre la mia
rosa di spazio e tipografia
può ricomparire a volontà
(la tua)
in qualunque momento tu ripeta
questa cerimonia dello sguardo
dal principio
pertanto
impara come  farlo

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

 

by Norman McBeath, bromide fibre print, 22 May 2003

by Norman McBeath, bromide fibre print, 22 May 2003

Charles Tomlinson è nato a Stokes on  Trent (Inghilterra) nel 1927. Ha compiuto i suoi studi a Cambridge e dal 1957 al 1992 ha insegnato Letteratura inglese all’Università di Bristol. Ha viaggiato molto in America e in Europa. L’Italia è stato il primo paese che ha visitato negli anni Cinquanta, e ad esso è rimasto molto legato. È considerato uno dei maggiori e più colti poeti contemporanei ed è molto apprezzato anche come pittore ed artista grafico. Ha pubblicato una trentina di raccolte di poesie, molti saggi su varie letterature e tradotto da inglese, russo e spagnolo, curando alcune antologie. Tra queste The Oxford Book of Verse in English Translation (Oxford University Press, 1980), e Attilio Bertolucci, Selected Poems (Blooaxe Books, 1993). Oltre ad Attilio Bertolucci, tra i poeti italiani ha tradotto anche Giacomo Leopardi, Guido Gozzano, Giuseppe Ungaretti, Lucio Piccolo. In italiano sono apparsi i seguenti volumi: La pienezza del tempo, a cura di Silvano Sabbadini, Garzanti, 1987; Charles Tomlinson in Italia, con traduzioni di Bruna Dell’Agnese, Ariodante Mariani, Cesare Rusconi e Silvano Sabbadini, Garzanti, 1995; Parole a acqua, Edizioni del Bradipo, 1997; Luoghi italiani, a cura di Marco Fazzini, Edizioni del Bradipo, 2000. La sua poesia ha conseguito un riconoscimento internazionale e ha ricevuto numerosi premi in Europa e negli Stati Uniti, tra cui, nel 1993, il Bennett Award dalla “Hudson Review”; il the New Criterion Poetry Prize, 2002; il Premio Internazionale di Poesia Ennio Flaiano, 2001; e il Premio Internazionale di Poesia Attilio Bertolucci, 2004. È stato nominato membro onorario della American Academy of the Arts and Sciences e della Modern Language Association. Nel 2001 è stato nominato CBE per i suoi meriti letterari.

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Ernesto Cardenal, Oración por Marilyn Monroe/Preghiera per Marilyn Monroe Featured

 

Oración por Marilyn Monroe

 

Señor
recibe a esta muchacha conocida en toda la tierra con el nombre de Marilyn Monroe
aunque ése no era su verdadero nombre
(pero Tú conoces su verdadero nombre, el de la huerfanita violada a los 9 años
y la empleadita de tienda que a los 16 se había querido matar)
y ahora se presenta ante Ti sin ningún maquillaje
sin su Agente de Prensa
sin fotógrafos y sin firmar autógrafos
sola como un astronauta frente a la noche espacial.

Ella soñó cuando niña que estaba desnuda en una iglesia (según cuenta el Time)
ante una multitud postrada, con las cabezas en el suelo
y tenía que caminar en puntillas para no pisar las cabezas.
Tú conoces nuestros sueños mejor que los psiquiatras.
Iglesia, casa, cueva, son la seguridad del seno materno
pero también más que eso…
Las cabezas son los admiradores, es claro
(la masa de cabezas en la oscuridad bajo el chorro de luz)
Pero el templo no son los estudios de la 20 th Century-Fox.
El templo –de mármol y oro- es el templo de su cuerpo
en el que está el Hijo del Hombre con un látigo en la mano
expulsando a los mercaderes de la 20 th Century-Fox
que hicieron de Tu casa de oración una cueva de ladrones.
Señor
en este mundo contaminado de pecados y radioactividad
Tú no culparás tan sólo a una empleadita de tienda.
Que como toda empleadita de tienda soñó ser estrella de cine.
Y su sueño fue realidad (pero como la realidad del tecnicolor).
Ella no hizo sino actuar según el script que le dimos
-el de nuestras propias vidas- Y era un script absurdo.
Perdónala Señor y perdónanos a nosotros
por nuestra 20 th Century
Por esta Colosal Super-Producción en que todos hemos trabajado.
Ella tenía hambre de amor y le ofrecimos tranquilizantes
para la tristeza de no ser santos
se le recomendó el Psicoanálisis.

Recuerda, Señor su creciente pavor a la cámara
y el odio al maquillaje –insistiendo en maquillarse en cada escena-
y cómo se fue haciendo mayor el horror
y mayor la impuntualidad a los estudios.

Como toda empleada de tienda
soñó ser estrella de cine.
Y su vida fue irreal como un sueño que un psiquiatra interpreta y archiva.

Sus romances fueron un beso con los ojos cerrados
que cuando se abren los ojos
se descubre que fue bajo reflectores
¡y apagan los reflectores!
y desmontan las dos paredes del aposento (era un set cinematográfico)
mientras el Director se aleja con su libreta
porque la escena ya fue tomada.
O como un viaje en yate, un beso en Singapur, un baile en Río
la recepción en la mansión del Duque y la Duquesa de Windsor
vistos en la salita del apartamento miserable.

La película terminó sin el beso final.
La hallaron muerta en su cama con la mano en el teléfono.
Y los detectives no supieron a quién iba a llamar.
Fue
como alguien que ha marcado el número de la única voz amiga
y oye tan sólo la voz de un disco que le dice: WRONG NUMBER.
O como alguien que herido por los gangsters
alarga la mano a un teléfono desconectado.

Señor
quienquiera que haya sido el que ella iba a llamar
y no llamó (y tal vez no era nadie
o era Alguien cuyo número no está en el Directorio de Los Angeles
¡contesta Tú el teléfono!

 

 

 

Preghiera per Marilyn Monroe

 

Signore
accogli questa ragazza conosciuta in tutto il mondo col nome di Marilyn Monroe
benché quello non fosse il suo vero nome,
(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dell’orfana violentata a 9 anni
e della commessa che a 16 anni voleva ammazzarsi,
e ora si presenta davanti a Te senza trucco
senza il suo Addetto Stampa
senza fotografi e senza firmare autografi
sola come un astronauta al cospetto della notte spaziale.

Lei da bambina sognò di essere nuda in una chiesa (stando al “Times”)
davanti a una moltitudine prostrata, con le teste a terra
e doveva camminare in punta di piedi per non calpestarle.
Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.
Chiesa, sposa, grotta, sono la sicurezza del seno materno
ma anche qualcosa in più…
Le teste sono gli ammiratori, è chiaro
(la massa di teste nell’oscurità sotto il getto di luce)
Ma il tempio non sono gli studi della 20 th Century-Fox.
Il tempio – di marmo e oro – è quello del suo corpo
nel quale sta il Figlio dell’Uomo con una frusta in mano
a scacciare i mercanti della 20 th Century-Fox
che fecero della Tua casa di preghiera un covo di ladri.

Signore
in questo mondo contaminato di peccati e radioattività
Tu non incolperai semplicemente una piccola commessa.
Che come ogni piccola commessa sognò di diventare una stella di cinema.
E il suo sogno divenne realtà, ma come quella del technicolor.
Lei si limitò a seguire il copione che le consegnammo
– quello delle nostre stesse vite – ed era un copione assurdo.
Perdonala Signore e perdonaci
per la nostra 20 th Century
per questa Colossale Super-produzione in cui tutti abbiamo lavorato.
Lei aveva fame d’amore e le offrimmo tranquillanti
per la tristezza di non essere santi
le fu raccomandata la Psicoanalisi.

Ricorda, Signore la sua crescente paura della macchina da presa
e l’odio per il trucco – mentre si ostinavano a truccarla a ogni scena –
e come andò crescendo l’orrore
e la mancanza di puntualità agli studi.

Come ogni commessa
sognò di diventare una stella di cinema.
E la sua vita fu irreale come il sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.

Le sue storie d’amore furono un bacio a occhi chiusi
che quando li apri
scopri che è stato sotto i riflettori
e spengono i riflettori!
e smontano le due pareti della stanza (non era che un set)
mentre il Regista si allontana col quaderno
perché ormai hanno finito di girare la scena.
O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Río
l’accoglienza nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor
visti nella stanzetta di un appartamento miserabile
Il film finì senza il bacio finale.

La trovarono morta nel suo letto con la mano sul telefono.
e i detective non seppero chi stesse per chiamare.
Fu
come chi faccia il numero dell’unica voce amica
e senta solo quella di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.
O come uno che ferito dai gangsters
allunghi la mano verso un telefono staccato.

Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò (e forse non era nessuno
o era Qualcuno il cui numero non è nella guida telefonica di Los Angeles
rispondi Tu al telefono!

 

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

 

 

6a00d8341bfb1653ef01a3facf55c2970b-piErnesto Cardenal è un poeta nato in Nicaragua il 20 gennaio del 1925. Da bambino si sentì attratto dalle lettere e volle cercare un modo per cambiare il mondo. È conosciuto per le sue idee politiche marxiste e la sua difesa della teologia come unica soluzione ai mali che oggi angosciano il mondo. A causa dei suoi principi fu attaccato in più di un’occasione dai leader della chiesa cattolica; le sue idee evidenziano infatti come questa istituzione non somigli in nulla a quella sollecitata da Cristo. Per Cardinal, tra Cristianesimo e Marxismo non c’è alcuna differenza: sono due espressioni della medesima modalità di vita che gli uomini dovrebbero abbracciare. Cardinal sostiene che entrambe le ideologie non sono state messe in pratica e che una rivoluzione, pacifica o no, sarebbe l’unica soluzione possibile per ripristinare l’ordine in un mondo in cui il bene comune sia obiettivo fondamentale di ogni azione. Nel 1965 fondò una comunità cristiana su una delle isole di Solentiname, e pubblicò la sua opera Il vangelo a Solentiname. Giovanni Paolo II l’ammonì pubblicamente per la diffusione di una dottrina contraria alle idee della chiesa.
È stato più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura; nel 2009 è stato insignito del Premio Ibero-americano di Poesia Pablo Neruda in Cile e agli inizi del 2012, del Regina Sofía di Poesia Ibero-americana.

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Jean-Claude Tardif, Silenzi dove non oserò più il tuo nome Featured

silenzi

Foto di Chiara De Luca

 

Silenzi dove non oserò più il tuo nome
strana giunchiglia dei mattini d’inverno
quando il cielo sarà così leggero

Sollevarti al di sopra del mio viso
sarà ricordo di nuvola,
storia di neve

riflessi dei racconti che non narrerò più
per meglio saperli sulle tue labbra
punteggiate di canti di uccelli

e la febbre che più a lungo
ci fa adorare le nostre vecchie giovinezze

 

Jean-Claude Tardif, da Della vita lenta, Edizioni Kolibris, Bologna 2010

 

 

Silences où je n’oserai plus ton prénom
jonquille étrange des matins d’hiver
alors que le ciel sera si léger

Te soulever au-dessus de mon visage
sera souvenir de nuage,
histoire de neige

reflets de ces contes que je ne dirai plus
pour mieux les savoir sur tes lèvres
piquetées de chants d’oiseaux

et de la fièvre qui davantage
nous fait adorer nos vieilles jeunesses

 

 

 

Jean_Claude TardifJean-Claude Tardif è nato nel 1963 a Rennes in una famiglia di operai e attualmente vive in un villaggio in Alta Normandia, non lontano da Le Havre. Poeta, narratore, autore di racconti, anima da più di dieci anni gli incontri di “Livre à dire” a Montivilliers, dove invita e presenta autori sia francesi che stranieri. Dal 1999 dirige la rivista «À l’Index». Ha collaborato alla curatela di numerose antologie dedicate alla poesia contemporanea, alcuni suoi testi sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, italiano, farçy, linguala… Ha pubblicato numerosi libri di poesia e narrativa. Werner Lambersy dice di lui: “Tardif è uno di quelli che inventano la vita laddove altri attendono che la vita li inventi…” Tra le opere più recenti di Tardif ricordiamo: Per Éditions La Dragonne: De la vie lente – poesie –1999, pubblicato in edizione bilingue da Edizioni Kolibris nel 2011 con il titolo Della vita lenta (traduzione di Chiara De Luca); L’homme de peu – poesie – 2001 (pubblicato in edizione bilingue da Edizioni Kolibris nel 2011 con il titolo L’uomo da poco (traduzione di Chiara De Luca); Louve Peut-être – racconto – 2005 (fotografie di Jean-Michel Marchetti); Les Jours Père – racconto – 2009 (prefazione di Philippe Claudel). Per Éditions Editinter: Le Bestiaire de Poche & d’ailleurs – poesie – 2003 (illustrazioni di Claudine Goux); A contre fruit – poesie – 2004 (illustrazioni di Claudine Goux); Il existe aussi des histoires d’amour – racconto – 2006; Ordinaire & Alentours – poesie – 2009; Conversation à Voix Rompues – 2009 (in collaborazione con Jean-Albert Guénégan); Le Bestiaire Improbable – 2010 (illustrazioni di Claudine Goux). Per Éditions Rafaël de Surtis: Pierre Taillande, L’homme aux papillons – novella – 2007; Les Tanka noirs – poèmes – 2008. Per altri editori: Nuitamment – poesie – Cadex éditeur, 2001 (prefazione di Marcel Moreau – Incisioni di Bernadette G.Cullafroz); Prorata Temporis – racconto – Editions Le Mort-qui-trompe, 2007; La Nada – novelle – Editions Le Temps Qu’il Fait, 2009; Claire-Obscur – romanzo – Éditions Les Promeneurs Solitaires, 2010; Guahamani – poema – Éditions Clarisse, 2010.

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Susana Thénon Featured

 

A cura di Antonio Nazzaro

 

La ballerina Iris Scaccheri fotografata da Susana Thénon

La ballerina Iris Scaccheri fotografata da Susana Thénon

 

 

Canto Nupcial (título provisorio)

 

Me he casado

me he casado conmigo

me he dado el sí

un sí que tardó años en llegar

años de sufrimientos indecibles

de llorar con la lluvia

de encerrarme en la pieza

porque yo -el gran amor de mi existencia-

no me llamaba

no me escribía

no me visitaba

y a veces

cuando juntaba yo el coraje de llamarme

para decirme: hola ¿estoy bien?

yo me hacía negar

llegué incluso a escribirme en una lista de clavos

a los que no quería conectarme

porque daban la lata

porque me perseguían

porque me acorralaban

porque me reventaban

al final ni disimulaba yo

cuando yo me requería

me daba a entender

finamente

que me tenía podrida

y una vez dejé de llamarme

y dejé de llamarme

y pasó tanto tiempo que me extrañé

entonces dije

¿cuánto hace que no me llamo?

añares

debe de hacer añares

y me llamé y atendí yo y no podía creerlo

porque aunque parezca mentira

no había cicatrizado

solo me había ido en sangre

entonces me dije: hola ¿soy yo?

soy yo, me dije, y añadí:

hace muchísimo que no sabemos nada

yo de mí ni mí de yo

¿quiero venir a casa?

sí, dije yo

y volvimos a encontrarnos

con paz

yo me sentía bien junto conmigo

igual que yo

que me sentía bien junto conmigo

y así

de un día para el otro

me casé y me casé

y estoy junto

y ni la muerte puede separarme

 

 

 

 

Canto nuziale (titolo provvisorio)

 

Mi sono sposata

mi sono sposata con me stessa

mi sono detta sì

un sì che ci mise anni ad arrivare

anni di sofferenze indicibili

di piangere con la pioggia

di restarmene a letto

perché io-il grande amore della mia vita-

non mi chiamavo

non mi scrivevo

non mi facevo visita

e a volte

quando trovavo il coraggio di chiamarmi

per dirmi: ciao sto bene?

mi facevo negare

sono persino arrivata a elencarmi in una lista di problemi

con cui non volevo avere a che fare

perché erano un fastidio

perché mi perseguitavano

perché mi circondavano

perché mi estenuavano

alla fine non dissimulavo

quando mi volevo

mi lasciavo credere

con arguzia

di essere stufa di me stessa

e una volta ho smesso di chiamarmi

ho smesso di chiamarmi

ed è passato cosi tanto tempo che mi mancavo

allora ho detto

da quanto tempo non mi chiamo?

da secoli

dev’essere da secoli

e mi sono chiamata e risposta e non ci potevo credere

perché anche se sembra una bugia

non mi ero cicatrizzata

mi ero dissanguata

allora mi sono detta: Ciao, sono io?

sono io mi sono detta e ho aggiunto

è da tanto tempo che non sappiamo nulla

io di me né me di io

voglio venire a casa?

Si, ho detto io

tornammo a incontrarci

in pace.

Io mi sentivo bene insieme a me stessa

come io

che mi sentivo bene con me stessa

e così

da un giorno all’altro

mi sposai e mi sposai

e sto insieme

e neppure la morte può separami

 

 

 

 

 

 

 

La Antología

 

¿tú eres

la gran poetisa

Susana Etcétera?

mucho gusto

me llamo Petrona Smith-Jones

soy profesora adjunta

de la Universidad de Poughkeepsie

que queda un poquipsi al sur de Vancouver

y estoy en la Argentina becada

por la Putifar Comissión

para hacer una antología

de escritoras en vías de desarrollo

desarrolladas y también menopáusicas

aunque es cosa sabida que sea como fuere

todas las que escribieron y escribirán en Argentina

ya pertenecen a la generación del 60

incluso las que están en guardería

e inclusísimamente las que están en geriátrico

pero lo que importa profundamente

de tu poesía y alrededores

es esa profesión –aaah ¿cómo se dice?–

profusión de íconos e índices

¿tú qué opinas del ícono?

¿lo usan todas las mujeres

o es también cosa del machismo?

porque tú sabes que en realidad

lo que a mí me interesa

es no sólo que escriban

sino que sean feministas

y si es posible alcohólicas

y si es posible anoréxicas

y si es posible violadas

y si es posible lesbianas

y si es posible muy muy desdichadas

es una antología democrática

pero por favor no me traigas

ni sanas ni independientes

 

 

 

 

L’antologia

 

tu sei

la grande poetessa

Susana Eccetera?

piacere

mi chiamo Petrona Smith-Jones

sono professoressa aggiunta

dell’Università di Poughkeepsie

che rimane un pouchipsi a sud di Vancouver

e sono in Argentina con una borsa di studio

della Commissione Putifar

per fare un’antologia

di scrittrici in crescita

cresciute e anche in menopausa

anche se è risaputo che sia come sia

tutte quelle che hanno scritto e scriveranno in Argentina

già appartengono alla generazione del ’60

persino quelle che sono all’asilo

e ancor di più quelle che stanno nell’ospizio

però quel che davvero importa

della tua poesia e dintorni

è questa professione- ahhh come si dice?

profusione di icone e relazioni

tu che pensi dell’icona?

la usano tutte le donne

o ha a che fare col machismo?

Perché tu sai che in realtà

ciò che m’interessa

non è cosa scriviate

ma che siate femministe

e se possibile alcolizzate

e se possibile anoressiche

e se possibile violentate

e se possibile lesbiche

e se possibile molto molto disgraziate

è un’antologia democratica

però per favore non me le portare

né sane né indipendenti

 

 

 

 

 

 

 

Yo creo en las noches

R.M.Rilke

 

Ayer tarde pensé que ningún jardín justifica

el amor que se ahoga desaforadamente en mi boca

y que ninguna piedra de color, ningún juego,

ninguna tarde con más sol que de costumbre

alcanzan a formar la sílaba,

el susurro esperado como un bálsamo,

noche y noche.

Ningún significado, ningún equilibrio, nada existe

cuando el no, el adiós,

el minuto recién muerto, irreparable,

se levantan inesperadamente y enceguecen

hasta morirnos en todo el cuerpo, infinitos.

Como un hambre, como una sonrisa, pienso,

debe ser la soledad

puesto que así nos engaña y entra

y así la sorprendemos una tarde

reclinada sobre nosotros.

Como una mano, como un rincón sencillo

y umbroso

debería ser el amor

para tenerlo cerca y no desconocerlo

cada vez que nos invade la sangre.

No hay silencio ni canción que justifiquen

esta muerte lentísima,

este asesinato que nadie condena.

No hay liturgia ni fuego ni exorcismo

para detener el fracaso risible

de los idiomas que conocemos.

La verdad es que me ahogo sin pena,

por lo menos he resistido al engaño;

no participé de la fiesta suave, ni del aire cómplice,

ni de la noche a medias.

Muerdo todavía y aunque poco se puede ya,

mi sonrisa guarda un amor que asustaría a dios.

 

 

 

 

Io credo nelle notti.

R.M.Rilke

Ieri sera ho pensato che nessun giardino giustifica

l’amore che mi si affoga sfrenato nella bocca

e che nessuna pietra colorata, nessun gioco

nessun pomeriggio con più sole del normale

riescono a formare la sillaba

il sussurro atteso come un balsamo,

per notti e notti.

Nessun significato, nessun equilibrio, niente esiste

quando il no, l’addio,

il minuto appena morto, irreparabile,

si alzano all’improvviso e accecano

fino a farci morire in tutto il corpo, infiniti.

Come una fame, un sorriso, penso

deve essere la solitudine

di fatto che così c’inganna ed entra

e così la sorprendiamo una sera

chima su di noi.

Come una mano, come un cantuccio semplice

e fresco

dovrebbe essere l’amore

per averlo vicino e non ignorarlo

ogni volta che ci colma il sangue.

Non c’è silenzio né canzone che giustifichi

questa lentissima morte,

questo assassinio che nessuno condanna.

Non c’è liturgia, né fuoco né esorcismo

per frenare il ridicolo fracasso

delle lingue che conosciamo.

La verità è che mi affogo senza vergogna

almeno ho resistito all’inganno;

non sono stata partecipe della soave festa, né complice dell’aria

né delle notti così così.

Ancora mordo e anche se ormai c’è poco da fare,

il mio sorriso conserva un amore che spaventerebbe dio.

 

 

 

 

 

 

 

Ella

 

de madrugada

(ella se tocó las manos).

De madrugada, apenas.

Ella recuerda que nada importa

aunque su sombra siga corriendo

alrededor de la noche.

Algo se detuvo en algún momento,

algo marchaba débilmente

y se detuvo en algún momento.

Ella tembló como un sonido

congelado entre los labios de un muerto.

Ella se deshizo como un recuerdo

convocado hasta la saciedad.

Ella se inclinó sobre su respiración

y comprendió que aún vivía.

Se tocó la libertad

y la dejó escurrirse como una pequeña noche.

Se anudó la angustia alrededor del cuello

y recordó su color extraviado.

Ella mordió a ciegas en la oscuridad

y escuchó gritar al silencio.

Y aprendió a reírse

del olor a tiempo que despedía su sangre.

De noche

(ella se cortó las manos).

De noche, apenas.

Ella recoge su pequeño crepúsculo.

Ella sueña en la erección de la rosa.

 

 

 

 

Lei

 

all’alba

(lei si toccò le mani).

All’alba, a stento.

Lei ricorda che nulla importa

anche se la sua ombra continua a correre

attorno alla notte.

Qualcosa si fermò a un certo punto

qualcosa avanzava debolmente

e si fermò a un certo punto.

Lei tremò come un suono

raggelato tra le labbra di un morto.

Lei si disfò come un ricordo

evocato a sazietà.

Lei si piegò sul proprio respiro

e capì che ancora viveva.

Lei si tocco la libertà

e la lasciò gocciare come una piccola notte.

Lei si annodò l’angoscia intorno al collo

e ricordò il suo colore smarrito.

Morse alla cieca nel buio

e sentì gridare il silenzio.

E imparò a ridere

dell’odore del tempo che salutava il suo sangue.

Di notte

(lei si tagliò le mani)

Di notte, a stento.

Lei raccoglie il suo piccolo crepuscolo.

Lei sogna l’elevarsi della rosa.

 

 

 

 

 

 

 

Juego

 

Despojémonos de todo aquello

seguro

que se proyecta al exterior

con trazos lentos

y definitivos.

Todos empleados en la tarea

de ser, vivir, sentir

sin otros lazos.

Y quien no atine a sofocar

su amor por lo prohibido,

reclame su derecho al dolor,

su penitencia.

Despojémonos de todo cuanto

nos conformó a imagen y semejanza

nuestra

y gustemos sabiamente para el recuerdo

el minuto absurdo y libre.

 

 

 

 

Gioco

 

Spogliamoci di tutto

quel che è sicuro

e si proietta all’esterno

con tratti lenti

e definiti.

Tutti occupati nel compito

di essere, vivere, sentire

senz’altri legami.

E chi non riesca a soffocare

l’amore per il proibito

reclami il suo diritto al dolore

la sua penitenza.

Spogliamoci di tutto quanto

ci ha fatto a immagine e somiglianza

nostra

E gustiamoci saggiamente per il ricordo

il minuto assurdo e libero.

 

 

 

 

 

 

 

DAME la libertad,

abre las puertas de mi jaula,

dame ser aire, espacio:

extraño el mar, tengo sed de su mirada,

tan alto es mi deseo

que como un techo él desciende sobre esta cárcel.

 

 

He arrojado la máscara sin saber que ella era el mundo

Y que detrás del mundo, en derredor,

otro mundo de sombra se aprestaba a atacar,

que galeotes seremos de oscuras libertades.

 

No hay esperanza, ya lo sé: dame entonces el engaño

de ver estas cadenas como apretadas ramas

en la paz de tu selva.

 

 

Concédeme el error, la locura, el sueño

de que soy un estambre adormecido

sobre tu piedra, al sol.

 

 

NO es fácil encontrar lo que se te parece:

hay que salir, hay que alejarse de los caminos

y llegar a la tierra; hay que buscar entre las hojas

y la arena, treparse con fervor a los abedules;

 

 

cuando el humo se aleja de las casas

y nadie grita ni lejos ni cerca

y nadie tiene sed, sino que el mundo

está en reposo y cada uno

sabe lo que le espera

en la soledad de su cuarto.

 

 

 

 

DAMMI la libertà,

Apri le porte della mia gabbia,

lasciami essere aria, spazio:

mi manca il mare, ho sete del suo sguardo

così alto è il mio desiderio

che come un tetto discende su questa prigione.

Ho gettato la maschera senza sapere che era il mondo

E che dietro al mondo, intorno,

un altro mondo d’ombra si apprestava ad attaccare

che saremo prigionieri di oscure libertà.

Non c’è speranza, ormai lo so: dammi perciò l’inganno

di vedere queste catene come folti rami

nella pace della tua selva.

Concedimi l’errore, la follia, il sogno

d’essere uno stame addormentato

sulla tua pietra, al sole.

NON è facile trovare ciò che ti somiglia:

bisogna uscire, bisogna allontanarsi dalla strada

e arrivare alla terra; bisogna cercare tra le foglie

e la sabbia, arrampicarsi con fervore sulle betulle;

quando il fumo si allontana dalle case

e nessuno grida né vicino né lontano

e nessuno ha sete, quando il mondo

è quieto e ognuno

sa ciò che l’aspetta

nella solitudine della sua stanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

El cuerpo,

es nada más que todo.

(El alma es un cansancio

magnificado,

un escape superlativo

y radiante).

 3-IX-56

Il corpo

non è nient’altro che tutto.

(L’anima è una stanchezza

magnificata,

una fuga superlativa

e radiante).

3-IX-56

 

 

 

 

 

 

 

Dónde

 

Sólo el misterio

nos hace vivir.

Sólo el misterio.

García Lorca.

Bajo la teoría de la gestalt

las estadísticas anuales

el observador en el polo

los tableros de control.

 

Bajo el sol meteorológico

el éster nítrico del alcohol tetraedrico

la fuerza motriz aprovechable

y el robot electrónico.

 

Bajo el predicado nominal

la glosemática de Hjelmslev

el catálogo de códices y documentos

la patogenia del coma hepático.

 

Bajo las categorías dimensionales

la suma de los ángulos interiores de un sueño

la cosmovisión del yo

los grados del amor cibernético

 

cómo seguir

qué ser

dónde morir

 

 

 

 

Dove

Solo il mistero

ci fa vivere.

Solo il mistero.

 

García Lorca.

Sotto la teoria della Gestalt

le statistiche annuali

l’osservatorio nel polo

i pannelli di controllo.

Sotto il sole meteorologico

l’estere nitrico dell’alcol tetraedrico

la forza motrice disponibile

e il robot elettronico.

Sotto il predicato nominale

la glossematica di Hjelmslev

il catalogo dei codici e dei documenti

la patogenesi del coma epatico

Sotto le categorie dimensionali

la somma degli angoli interni di un sogno

la visione del mondo dell’io

i gradi dell’amore cibernetico.

come continuare

cosa essere

dove morire

 

 

 

 

 

 

 

Búsqueda

 

Me acaricio el instinto

y lo largo

junto a los otros perros.

Me duelo,

pruebo la muerte

con la punta del miedo.

 

 

 

 

Ricerca

Mi accarezzo l’istinto

e lo allungo

insieme agli altri cani.

Mi sfido

provo la morte

con la punta della paura.

 

 

 

 

 

 

 

Minuto

 

En todo instante

se renueva

la fugaz memoria de los espejos,

el perfil hosco de los cuerpos oxidados,

el andamiaje de palabras

no habitadas por manos

o por bocas oscuras.

El tiempo arruga los caminos,

borra las miradas lejanas,

va encendiendo la muerte en los rincones.

Y cómo no saber esto:

llegará un minuto vacío

que añore nuestros rostros.

 

 

 

 

Minuto

A ogni istante

si rinnova

la fugace memoria degli specchi,

il profilo scuro dei corpi arrugginiti,

l’impalcatura delle parole

non abitate da mani

o  bocche oscure.

Il tempo raggrinzisce le strade,

cancella gli sguardi distanti,

accende la morte negli angoli.

E come non saperlo:

arriverà un minuto vuoto

nostalgico dei nostri volti.

 

 

 

 

 

 

 

Habitante

 

Eres habitante

de mis deseos prohibidos.

Tu ritmo se levanta

cerca de mi latido más tenue.

Tu credencial

es un gemito.

 

 

 

 

Abitante

Sei l’abitante

dei miei desideri proibiti

Il tuo ritmo si alza

accanto al mio battito tenue.

La tua credenziale è un gemito

 

 

 

 

 

 

 

Non Stop

 

 

Creer que voy a la India a creer que entiendo

lo que creo que hay que creer

creer que entendí lo que hay que creer para saber y

creer que estoy en la India porque creo saber

lo que hay que creer

creer que sigo en la India para profundizar este saber

sin permitirme creer que me ilusiona

ganges alguno

profesor templo vaca millón de muertos

ganges alguno

creer que mi creer estar en la India tiene un sentido cósmico

irrepetible intraducible

creer que mi creer estar en la India será fundamental

para mi creer saber

y el de la India

creer que el seguir en India todo un año resolverá el dilema

de lo que es creerse un ser ansioso de saber

de paso creer que es mi deber elaborar manuscribir transliterar

reelaborar y difundir

creer que ya es hora de creer que capté todo lo que había que

entender

creer que ya es hora de volver a la añorada patria a divulgar

tanto saber

creer salir de la India llegar a la añorada patria

ver ver no poder creer

no poder creer

no poder ser

creer que vuelvo a la India a ver si entiendo

lo que creo que hay que creer

 

 

 

 

Non Stop

Credere che andrò in India per credere di capire

ciò che credo si debba credere

credere che ho capito ciò che si deve credere per sapere e

credere che sono in India perché credo di sapere

ciò che si deve credere

credere di restare in India per approfondire questo sapere

senza permettermi di credere che è un’illusione

un qualche gange

professore tempio vacca milioni di morti

un qualche gange

credere che il mio credere de essere in India abbia un senso cosmico

irripetibile intraducibile

credere che il mio credere d’essere in India sarà fondamentale

al mio credere di sapere

e a quello dell’India

credere che il restare in India un anno intero risolverà il dilemma

di cosa sia credersi un essere ansioso di sapere

e nel mentre credere che sia mio dover elaborare manoscritti traslitterare

rielaborare e diffondere

credere che sia già ora di credere d’aver colto tutto quel che c’era

da capire

credere che sia ora di tornare alla patria desiderata a divulgare

tanto sapere

credere d’uscire dall’India e arrivare alla desiderata patria

vedere vedere non poter credere

non poter credere

non poter essere

credo che tornerò in India a vedere se capisco

ciò che credo si debba credere

 

 

 

SuzanaSusana Thénon (Buenos Aires, Argentina, 1935-1991). Poeta, traduttrice e fotografa. In base al momento storico della sua creazione poetica, la si considera come appartenente alla cosiddetta Generazione degli anni ’60 in Argentina. Anche se non fa parte di alcun gruppo letterario. Amica della poetessa Maria Negroni, che in seguito è stata una delle curatrici dei libri postumi dei testi della Thenon: (La Morada Impossible I e II), e con la poetessa Alejandra Pizarnik, pubblica con loro sulla rivista letteraria “Agua Viva” (1960), uno dei suoi pochi segnali di apertura verso l’esterno. C’è un vuoto nelle sue pubblicazioni tra il 1970 e il 1982, periodo in cui si dedica quasi esclusivamente alla fotografia, pur continuando a scrivere.

Pubblicazioni: Edad sin tregua, 1958, Habitante de la nada, 1959, De lugares extraños, 1967, Distancias, 1984, Ova completa, 1987, La morada imposible, Tomo I 2001, La morada imposible, Tomo II 2001.

Susana Thénon (Buenos Aires, Argentina, 1935-1991). Poetisa, traductora y fotógrafa. Puesta, por el momento histórico de su creación poética, dentro de la denominada Generación del ’60 en Argentina. Aunque no forma parte de ningún grupo literario. Se relaciona con la poetisa María Negroni, que después sería una de las compiladoras en sus libros póstumos (La Morada Imposible I y II) y Alejandra Pizarnik, con la cual se frecuentaba, y junto con quien publicó en la Revista Literaria “Agua Viva” (1960), quizás una de sus pocas señales de apertura al medio. Existe un vacío en sus publicaciones entre 1970 y 1982, ya que se dedica activamente a la fotografía, aunque siga escribiendo.

Publicaciones: Edad sin tregua 1958, Habitante de la nada, 1959, De lugares extraños, 1967, Distancias, 1984, Ova completa, 1987, La morada imposible, Tomo I, 2001, La morada imposible, Tomo II 2001.

 

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Ana Luísa Amaral, O excesso mais perfeito/L’eccesso più perfetto Featured

cover_antologia_portoghese

 

 

 

L’eccesso più perfetto

 

Vorrei una poesia dal respiro teso
e senza pudore.
Con l’eleganza rotonda delle donne barocche
e tutto il contrario di un esile arbusto.
Una poesia che Rubens invidierebbe, nel vederla,
là dal profondo di tre secoli,
il suo corpo magnifico sdraiato su un divano,
e le braccia nude adagiate,
solo con braccialetti tanto (ma tanto) preziosi,
e un angioletto in cima,
nella sua piccola nicchia fatta nube,
a proteggerlo, dolce.
Una poesia così vorrei.

Molto più tutto che le greche dignità
dell’equilibrio.
Una poesia fatta d’eccessi e dorature,
eppure splendida nella sua potenza oscura
e mistica.
Ah, come vorrei una poesia differente
dalla purezza del granito, e dalla purezza del bianco,
e dalla trasparenza delle cose trasparenti.
Una poesia che esulti nell’angustia,
un grande rododendro color del sangue.
Un intero bosco di rododendri dove il vento,
passando, sostasse incantato
e premuroso. E lì restasse, catturato dal canto
dei suoi braccialetti tanto (ma tanto)
preziosi.
Nuda, dalle forme rotonde, una poesia così vorrei.
Una controriforma del silenzio.

Musica, musica, musica a colmarle il corpo
e i capelli intrecciati con fiori e serpenti,
e una fonte di stupore polifonico
a scivolarle tra le dita.
Adagiata sul divano foderato di velluto,
la sua nudità rotonda e piena
farebbe impallidire grifoni e sirene.
E i poveri templi, dalle linee tanto contenute e pure,
tremare di paura alla sola folgorazione
del suo sguardo. Dorato.

Musica, musica, musica e l’esplosione del colore.
Scrutando là dal fondo di tre secoli,
un muto Murillo, al veder che erano semplici i suoi angeli
insieme agli angeli nudi di questa poesia,
cantando in coro con altri
astri biondi
salmodie d’amore e di perfetto eccesso.

Gôngora impallidisce, come i grifoni,
ora che lo contempla.
Questa controriforma del silenzio.
E la sua mano tesa verso il cielo, carica
di nulla–

 

 

Da Talvolta il paradiso, Quetzal, 1998

 

 

 

 

O excesso mais perfeito

 

Queria um poema de respiração tensa
e sem pudor.
Com a elegância redonda das mulheres barrocas
e o avesso todo do arbusto esguio.
Um poema que Rubens invejasse, ao ver,
lá do fundo de três séculos,
o seu corpo magnífico deitado sobre um divã,
e reclinados os braços nus,
só com pulseiras tão (mas tão) preciosas,
e um anjinho de cima,
no seu pequeno nicho feito nuvem,
a resguardá-lo, doce.
Um tal poema queria.

Muito mais tudo que as gregas dignidades
de equilíbrio.
Um poema feito de excessos e dourados,
e todavia muito belo na sua pujança obscura
e mística.
Ah, como eu queria um poema diferente
da pureza do granito, e da pureza do branco,
e da transparência das coisas transparentes.
Um poema exultando na angústia,
um largo rododendro cor de sangue.
Uma alameda inteira de rododendros por onde o vento,
ao passar, parasse deslumbrado
e em desvelo. E ali ficasse, aprisionado ao cântico
das suas pulseiras tão (mas tão)
preciosas.
Nu, de redondas formas, um tal poema queria.
Uma contra-reforma do silêncio.

Música, música, música a preencher-lhe o corpo
e o cabelo entrançado de flores e de serpentes,
e uma fonte de espanto polifónico
a escorrer-lhe dos dedos.
Reclinado em divã forrado de veludo,
a sua nudez redonda e plena
faria grifos e sereias empalidecer.
E aos pobres templos, de linhas tão contidas e tão puras,
tremer de medo só da fulguração
do seu olhar. Dourado.

Música, música, música e a explosão da cor.
Espreitando lá do fundo de três séculos,
um Murillo calado, ao ver que simples eram os seus anjos
junto dos anjos nus deste poema,
cantando em conjunção com outros
astros louros
salmodias de amor e de perfeito excesso.

Gôngora empalidece, como os grifos,
agora que o contempla.
Esta contra-reforma do silêncio.
A sua mão erguida rumo ao céu, carregada
de nada—

 

De Às vezes o paraíso, Quetzal, 1998

Ana_Luísa_Amaral_at_Göteborg_Book_Fair_2013_02Ana Luísa Amaral è nata a Lisbona nel 1956. Si è laureata in Germanistica alla Facoltà di Lettere dell’Università di Porto, dove attualmente insegna Letteratura Inglese al Dipartimento di Studi Ango-americani. È dottore di ricerca in Letteratura Nord-Americana con una tesi su Emily Dickinson. Ha pubblicato saggi accademici (in Portogallo e all’estero) nell’area di Letteratura inglese, letteratura anglo-americana, letteratura portoghese e letterature comparate. Tra il 1991 e il 1993 è stata ricercatrice presso il Dipartimento di Inglese dell’Università di Brown (E.U.A.) . È ricercatrice associata del Centro di Studi Sociali dell’Università di Coimbra. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e un libro di racconti per l’infanzia. Ha partecipato a letture poetiche in vari paesi, tra cui Stati Uniti, Colombia, Argentina, Francia, Germania, Irlanda e Olanda. Tra le sue opere poetiche ricordiamo: Minha Senhora de Quê (1990, 1999), A Arte de ser Tigre (2003), Imagias (2001), Entre dois rios e outras noites (2007), A génese do amor (2005), Às vezes o paraíso (1998), Vozes (2011), Escuro (2014).

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David Huerta, Declaración de antipoesía/Dichiarazione di antipoetica Featured

 


Dichiarazione di antipoetica

Non voglio più scrivere della città-che si estende-ai-miei-piedi
né di quel tipo di luce che solo io so percepire e capire.
Preferirei fare versi in cui gli stridori e i crepitii
che alcune notti, non troppe, mi assediano
– rumori e ombre di cui non so il senso – ,
abbiano un luogo e diano ai lettori
una sensazione d’inquietudine simile a quella
di sogni indimenticabili per ignote ragioni. Vorrei
un po’ di chiarezza nel mistero e un po’ di mistero
nel passaggio da una parola all’altra. Sono stanco della vaniloquenza
e della trascendenza di tante poesie che non mi convincono,
mi irritano, mi lasciano stremato di pompa e messaggi
– come D. H. Lawrence era stanco
delle donne che fingono un amore che non provano ed esigono,
con strepito, una reciprocità, forse falsa altrettanto.
Tuttavia, che cosa farò se la città si estenderà ai miei piedi
e l’inonderà una luce ultraterrena? Lascerò da parte quell’immagine
e mi concentrerò su altre cose: quel gesto perduto che aveva
un sentore di salvazione, il turbinare di certe mosche, il sibilo
dei commercianti ambulanti. Non so se potrò. Ma non saperlo
mi dà un grande senso di sollievo colmo di contraddizioni.

 

 

Declaración de antipoesía

Ya no quiero escribir acerca de la ciudad-tendida-a-mis-pies
ni de una clase de luz que nada más yo puedo percibir y entender.
Preferiría hacer versos donde los rechinidos y las crepitaciones
que me circundan algunas noches, no demasiadas
–ruidos y sombras cuyo significado ignoro– ,
tengan un lugar y le den a los lectores
esa sensación de inquietud semejante
a la de sueños inolvidables por razones ignotas. Quisiera
un poco de claridad en el misterio y un poco de misterio
en el paso de una palabra a otra. Estoy cansado de la vanilocuencia
y de la trascendencia de tantos poemas que no me convencen,
me irritan, me dejan exhausto de pompa y de mensajes
–como D. H. Lawrence estaba cansado
de las mujeres que fingen un amor que no sienten y exigen,
con estridencia, una reciprocidad, acaso igualmente fingida.
Sin embargo, ¿qué haré cuando la ciudad se tienda a mis pies
y la inunde una luz de ultramundo? Haré a un lado esa imagen
y me concentraré en otras cosas: ese gesto perdido que tenía
un aroma de salvación, la giración de ciertas moscas, el silbido
de los comerciantes callejeros. No sé si podré. Pero no saberlo
me da un gran sentimiento de alivio lleno de contradicciones.

 

David Huerta, da La strada bianca, Edizioni Kolibris, Ferrara 2015

 

 

 

Huerta-Fahrenheit-Magazine-620x300David Huerta (Messico, 1949) ha tenuto laboratori di poesia praticamente in tutto il paese; ha partecipato a letture poetiche in Messico e all’estero e curato numerose antologie di poesia. Molti dei suoi libri sono pietre miliari della poesia messicana: Cuaderno de noviembre [Quaderno di Novembre, Era, 1976], Huellas del civilizado [Impronte del civilizzato, 1977], Versión [Versione, 1978; Era, 2005, Premio Xavier Villaurrutia], Incurable [Incurabile, Era, 1987], Historia [Storia, 1990, Premio Carlos Pellicer], Los objetos están más cerca de lo que aparentan [Gli oggetti sono più vicini di quel che sembrerebbe, 1990], La sombra de los perros [L’ombra dei cani, 1996], La música de lo que pasa [La musica di quel che avviene, 1997], El azul en la flama [L’azzurro nella fiamma, Era, 2002]. È stato tradotto in inglese, francese finlandese e altre lingue. Fa parte del Sistema Nacional de Creadores de Arte e ha ricevuto borse di scittura del Centro Mexicano de Escritores e della Fondazione Guggenheim.

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Thomas Kinsella Featured

 

John Deane, Thomas Kinsella, Eavan Boland © Foto John F. Deane

John Deane, Thomas Kinsella, Eavan Boland
© Foto John F. Deane

 

È in uscita per edizioni Kolibris l’edizione bilingue di Selected Poems (Carcanet Press, Manchester 2007) di Thomas Kinsella, ampia selezione  di poesie scelte (1956-2006).

Di Thomas Kinsella Kolibris ha già pubblicato Appunti dalla terra dei morti, con anticipazione su “Poesia” (XXII, nr. 236, marzo 2009).

 

Di seguito una piccola scelta di testi dal volume in uscita.


(La foto d’apertura appartiene a John F. Deane, e lo ritrae con Thomas Kinsella e Eavan Boland)

 

 

Da From the Land of the Dead / Dalla terra dei morti

 

 

 

At the Crossroads

 

 

A dog’s

body zipped

open and

stiff in

the grass.

 

They used to leave hanged men here.

A night when the moon is full

and swims with evil through the trees,

if you walk from the silent stone bridge

to the first crossroads and stand there,

do you feel that sad disturbance under the branches?

Three times I have been halted there

and had to whisper ‘O Christ protect’

and not known whether my care was for myself

or some other hungry spirit.

Once by a great whiplash without sound.

Once by an unfelt shock at my ribs

as a phantom dagger stuck shuddering in nothing.

Once by a torch flare crackling

suddenly unseen in my face.

Three times, always at that same corner.

Never altogether the same. But the same.

 

Once when I had worked like a dull ox

in patience to the point of foolishness

I found myself rooted here, my thoughts

scattered by the lash Clarity:

the end of labour is in sacrifice,

the beast of burden in his shuddering prime

– or in leaner times any willing dogsbody.

 

A white face

stared from the

void, tilted over,

her mouth ready.

 

And all mouths everywhere so

in their need, turning on each furious

other. Flux of forms

in a great stomach: living meat torn off,

enduring in one mess of terror

every pang it sent through every thing

it ever, in shudders of pleasure, tore.

 

A white ghost flickered into being

and disappeared near the tree tops.

An owl in silent scrutiny

with blackness in her heart. She

who succeeds from afar…

 

 

The choice –

the drop with deadened wing-beats; some creature

torn and swallowed; her brain, afterward,

staring among the rafters in the dark

until hunger returns.

 

 

 

 

 

 

All’incrocio

 

 

Un cane

il corpo squarciato

aperto e

rigido tra

l’erba.

 

Si usava lasciare qui gli impiccati.

Di notte, quando la luna è piena

e nuota col maligno tra gli alberi,

se cammini dal muto ponte di pietra

fino al primo incrocio e ti fermi,

lo senti quel triste tumulto al di sotto dei rami?

Per tre volte sono stato bloccato in quel punto

e ho dovuto sussurrare: “Cristo, proteggimi tu”

e senza sapere se è per me che mi preoccupavo

o per qualche altro spirito affamato.

Una volta per una sferzata silenziosa.

Una volta per un’impercettibile scossa tra le costole

come un pugnale fantasma cacciato tremando nel nulla.

Una volta per il crepitìo di un bagliore di torcia

repentino e invisibile in volto.

Tre volte, sempre nello stesso angolo.

Mai lo stesso del tutto. Eppure lo stesso.

 

Una volta che avevo lavorato come un bue indolente

paziente ai limiti dell’idiozia

mi ritrovai inchiodato qui, coi pensieri

dispersi dalla sferza Chiarezza:

è nel sacrificio la fine della fatica,

la bestia da soma nel fiore fremente degli anni

– o in tempi di magra il corpo docile di un cane.

 

Una volto bianco

fissava dal

vuoto, incombeva,

con la bocca pronta.

 

E tutto era bocche ovunque così

bramose, si voltavano l’una verso

l’altra furiose. Flusso di forme

in un grande stomaco: carne viva strappata,

resisteva in una confusione di terrore

ogni spasmo da essa generato in ogni cosa

che, fremendo di piacere, avesse straziato.

 

Un bianco spettro emerse baluginando

e svanì accanto alle cime degli alberi.

Una civetta scrutava in silenzio

col buio nel cuore. Lei

che ci riesce da lontano…

 

 

La scelta –

la goccia con colpi d’ala smorzati; una creatura

gonfia e squarciata; il suo cervello, dopo,

guarda tra le travi nel buio

finché la fame non torna.

 

 

 

 

 

 

 

Da New Poems / Nuove poesie (1973)

 

 

 

Worker in Mirror, at his Bench

 

 

1

 

Silent rapt surfaces

assemble glittering

among themselves.

 

A few more pieces

What to call it…

Bright Assembly?

Foundations for a Tower?

Open Trap? Circular-Tending

Self-Reflecting Abstraction…

 

 

2

 

The shop doorbell rings.

A few people enter.

 

I am sorry. You have caught me

a little early in my preparations.

 

The way they mess with everything.

Smile. How they tighten their lips:

What is it about the man

that is so impossible to like?

The flashy coat, the flourished cuffs?

The ease under questioning…

 

Yes, everything is deliberate.

This floppy flower. Smile.

This old cutaway style – all the easier

to bare the breast. Comfortable smiles.

A cheap lapse – forgive me;

the temptation never sleeps.

The smiles more watery.

 

No, it has no practical application.

I am simply trying to understand something

– states of peace nursed out of wreckage.

The peace of fullness, not emptiness.

 

It is tedious, yes. The process is elaborate,

and wasteful – a dangerous litter

of lacerating pieces collects.

Let my rubbish stand witness.

Smile, stirring it idly with a shoe.

 

Take for example this work in hand.

Out of its waste matter

it should emerge solid and light.

One idea, grown with the thing itself,

should drive it searching inward

with a sort of life, due to the mirror effect.

Often, the more I simplify

the more a few simplicities

go burrowing in their own depths

until the guardian structure is aroused.

 

Most satisfying, yes.

Another kind of vigour, I agree

– unhappy until its actions are more convulsed:

the ‘passionate’ – might find it maddening.

Here the passion is in the putting together.

 

Yes, I suppose I am appalled

at the massiveness of others’ work.

But not deterred. I have leaned my shed

against a solid wall. Understanding smiles.

I tinker with the things that dominate me

as they describe their random persistent coherences.

Clean surfaces shift and glitter among themselves.

 

Pause. We all are vile…

Let the voice die away.

 

Awkward silence

as they make their way out.

 

 

3

 

But they are right to be suspicious

when answers distract and conceal.

What is there to understand?

Time punishes – and this the flesh teaches.

Emptiness, is that not peace?

 

Conceal and permit: pursuit

at its most delicate, truth as tinkering,

easing the particular of its litter,

bending attention on the remaining depths

as though questions had never been.

He bends closer, testing the work.

The bright assembly begins to turn in silence.

The answering brain glitters – one system

answering another. The senses enter

and reach out with a pulse of pleasure

to the four corners of their own wilderness:

 

A gold mask, vast in the distance, stares back.

Familiar features. Naked sky-blue eyes.

(It is morning, once upon a time.)

Disappears. Was it a dream? Forgotten.

 

Reappears: enormous and wavering. Silver.

Stern and beautiful, with something

not yet pain in the eyes.

The forehead begins to wrinkle:

what ancient sweet time… Forgotten.

 

Reestablishes: a bronze head

thrown back across the firmament,

a bronze arm covering the eyes.

Pain established. Eyes

that have seen… Forgotten.

 

Dark as iron. All the light

hammered into two blazing eyes;

all the darkness into one wolf-muzzle.

Resist! An unholy tongue

laps brothers’ thick blood.

Forget!

 

He straightens up, unseeing.

Did I dream another outline

in the silt of the sea floor?

Blunt stump of limb – a marble carcass

where no living thing can have crept,

below the last darkness, slowly,

as the earth ages, blurring with pressure.

The calm smile of a half-buried face:

eyeball blank, the stare inward

to the four corners of

what foul continuum.

 

Blackness – all matter

in one polished cliff face

hurtling rigid from zenith to pit

through dead

 

 

 

 

 

 

Lavoratore allo specchio, al suo banco

 

 

1

 

Superfici in silenzio assorte

scintillando si assemblano

tra loro.

 

Pochi pezzi ancora.

Come chiamarla…

Luminosa assemblea?

Fondamenta per una torre?

Trappola aperta? Auto riflettente

astrazione tendente al cerchio….

 

 

2

 

Il campanello del negozio suona.

Entrano alcune persone.

 

Mi dispiace. Mi avete sorpreso

un po’ troppo presto nei miei preparativi.

 

E come s’intromettono in tutto.

Sorriso. Come stringono le labbra:

Cosa c’è in quell’uomo

di così impossibile da amare?

Lo sgargiante cappotto, i polsini a sbuffo?

La serenità quando gli fanno domande…

 

Sì, è tutto intenzionale.

Questo fiore afflosciato. Sorriso.

Questo vecchio stile a coda di rondine – quanto di più

facile per scoprire il petto. Accoglienti sorrisi.

Una vile distrazione – perdonatemi;

non dorme mai la tentazione.

I sorrisi si fanno più acquosi.

 

No, non possiede applicazioni pratiche.

Sto solo cercando di capirci qualcosa

– stati di pace fatti nascere dalle macerie.

La pace della pienezza, non vuoto.

 

È noioso, sì. Il processo è elaborato,

e devastante – una pericolosa confusione

di pezzi laceranti si raduna.

Prendete il mio ciarpame a testimone…

Sorride, rimestandolo pigramente con una scarpa.

 

Prendete, per esempio quest’opera in mano.

Dal suo materiale rovinato

emergerebbe solido e lieve.

Un’idea, cresciuta con la cosa stessa,

dovrebbe indurlo a cercare all’interno

con una specie di vita, dovuta all’effetto riflettente.

Spesso, più semplifico

più le poche semplificazioni vanno

a scavare nei propri stessi abissi

finché non si desta la struttura di guardia.

 

Assai soddisfacente, sì.

Un altro genere di vigore, concordo

– infelice finché le sue azioni sono più convulse:

il “passionale” – potrebbe trovarlo esasperante.

Qui la passione è nel mettere insieme.

 

Sì, presumo di essere spaventato

dalla compattezza del lavoro altrui.

Ma non scoraggiato. La mia baracca l’ho appoggiata

contro una solida parete. Sorrisi di comprensione.

Armeggio con le cose che mi dominano

descrivendo le loro persistenti coerenze casuali.

Lustre superfici scivolano scintillando tra loro…

 

Pausa. Noi tutti siamo indegni…

Lasciate che muoia la voce.

 

Silenzio imbarazzato.

Fanno per uscire.

 

 

3

 

Ma hanno ragione a essere sospettosi

quando le risposte celano e sviano.

Cosa c’è là da capire?

Il tempo punisce – e questo lo insegna la carne.

Vuoto, non è forse pace?

 

Cela e consenti: insegui,

nel suo punto più delicato, la verità come armeggiando,

estraendo con cautela dal caos il particolare,

spostando l’attenzione sui restanti abissi

come se le domande non ci fossero masi state.

Si china di più, per controllare l’opera.

La luminosa assemblea inizia a girarsi in silenzio.

La mente che risponde scintilla – un sistema

risponde a un altro. I sensi entrano

e si sporgono con un palpito di piacere

verso i quattro angoli della loro stessa giungla:

 

una maschera d’oro, vasta in distanza, ricambia lo sguardo.

Tratti familiari. Nudi occhi azzurri di cielo.

(È mattina, c’era una volta.)

Scompare. Era un sogno? Dimenticato.

 

Riappare: enorme e ondeggiante. Argento.

Saldo e bello, con qualcosa

di prossimo alla pena negli occhi.

La fronte inizia a corrugarsi:

quale dolce tempo antico… Dimenticato.

 

Ristabilisce: una testa bronzea

gettata all’indietro nel firmamento,

un braccio bronzeo che copre gli occhi.

Pena insediata. Occhi

che hanno visto… Dimenticato.

 

Scuro come ferro. Tutta la luce

conficcata in due occhi scintillanti;

tutto il buio in un solo muso di lupo.

Resisti! Un’empia lingua

lecca il denso sangue del fratello.

Dimentica!

 

Si raddrizza, senza vedere.

Ho forse sognato un altro profilo

nel limo sul fondo del mare?

Smussato moncone di ramo – una carcassa marmorea

in cui nessuna cosa viva può aver strisciato,

sotto l’estrema oscurità, lentamente,

mentre la terra invecchia, offuscandosi per la pressione.

Il calmo sorriso di un volto semisepolto:

orbita vuota, lo sguardo verso l’interno

verso i quattro angoli di

quale infame continuum…

 

Nerezza – tutta la materia

in una levigata faccia di roccia

che rigida sfreccia dallo zenith al pozzo

attraverso i morti

 

 

 

 

 

 

Da Nightwalker and Other Poems / Da viandante notturno e altre poesie

 

 

 

 

The dream

 

Look into the cup: the tissues of order

Form under your stare. The living surfaces

Mirror each other, gather everything

Into their crystalline world. Figure echoes

Figure faintly in the saturated depths;

 

Revealed by faint flashes of each other

They light the whole confines: a fitful garden…

A child plucks death and tastes it; a shade watches

Over him, the child fades and the shade, made flesh,

Stumbles on understanding, begins to fade,

 

Bequeathing a child in turn; women-shapes pass

Unseeing, full of knowledge, through each other

… All gathered. And the crystal so increases,

Eliciting in its substance from the dark

The slowly forming laws its increases by.

 

Laws of order I find I have discovered

Mainly at your hands. Of failure and increase.

The stagger and recovery of spirit:

That life is hunger, hunger is for order,

And hunger satisfied brings on new hunger

 

Till there’s nothing to come; – let the crystal crack

On some insoluble matter, then its heart

Shudders and accepts the flaw, adjusts on it

Taking new strength – given the positive dream;

Given, with your permission, undying love.

 

That, while the dream lasts, there’s a total hunger

That gropes out disappearing just past touch,

A blind human face burrowing in the void,

Eating new tissue down into existence

Until every phantasm – all that can come –

 

Has roamed in flesh and vanished, or passed inward

Among the echoing figures to its place,

And this live world is emptied of its hunger

While the crystal world, undying, crowds with light,

Filling the cup… That there is one last phantasm

 

Who’ll come painfully in old lewd nakedness

– Loose needles of bone coming out through his fat –

Groping with an opposite, equal hunger,

Thrusting a blind skull from its tatters of skin

As from a cowl, to smile in understanding

 

And total longing; aching to plant one kiss

In the live crystal as it aches with fullness,

And accommodate his body with that kiss;

But that forever he will pause, the final

Kiss ungiveable. Giving without tearing

 

Is not possible; to give totality

Is to be torn totally, a nothingness

Reaching out in stasis a pure nothingness.

– Therefore everlasting life, the unmoving

Stare of full desire. Given undying love.

 

 

 

 

Il sogno

 

Guarda dentro la tazza: i tessuti dell’ordine

si formano sotto il tuo sguardo. Le superfici vive

si riflettono a vicenda, radunano ogni cosa

nel loro mondo cristallino. Una figura rieccheggia

l’altra debolmente nei saturi abissi;

 

rivelate l’una all’altra da fragili carni

illuminano i confini per intero: un giardino irregolare…

Un bimbo coglie la morte e l’assaggia; un’ombra guarda

dall’alto, il bimbo sfuma e l’ombra, incarnata,

inciampa nella comprensione, inizia a svanire,

 

lasciando a sua volta un bimbo in eredità; forme femminili si passano

ciecamente attraverso a vicenda, colme di conoscenza

… tutte radunate. E in tal modo cresce il cristallo,

trasferendo dal buio alla propria sostanza le leggi

in lenta formazione dai suoi accrescimenti.

 

Leggi d’ordine che mi accorgo di avere scoperto

soprattutto nelle tue mani. Di crescita e fallimento.

Il barcollamento e la ripresa dello spirito:

che vita è fame, ed è fame d’ordine,

e la fame saziata produce nuova fame

 

finché nulla deve più accadere; – lascia che il cristallo si franga

su qualche insolubile materia, poi il suo cuore

rabbrividisce e accetta l’incrinatura, vi si adatta

prendendo nuova forza – dato il sogno positivo

dato, col tuo permesso, amore immortale.

 

Che, mentre dura il sogno, c’è una fame totale

se ne va a tastoni svanendo appena fuori portata,

un volto umano accecato che scava nel vuoto,

mangiando per portare alla luce nuovo tessuto

finché ogni fantasma – tutti quelli che possono venire –

 

ha vagato nella carne ed è sparito, o passato all’interno

tra le figure echeggianti verso il suo posto,

e questo mondo vivo è vuotato della sua fame mentre

il mondo di cristallo, immortale, si assiepa di luce,

riempiendo la tazza… Che c’è un ultimo fantasma

 

che verrà penosamente nell’antica nudità indecente

– liquidi aghi di ossa fuoriescono dal suo grasso –

brancolando con una fame opposta e uguale,

estraendo un teschio cieco dai suoi brandelli di pelle

come da un cappuccio, per sorridere senza capire

 

e desiderio totale; che brama di piantare un bacio

nel vivo cristallo mentre soffre della pienezza,

e predispone il corpo a quel bacio;

ma che per sempre lui si fermerà, l’ultimo

bacio non può essere dato. Dare senza strappare

 

non è possibile; dare totalmente

è essere strappati totalmente, un nulla

che staticamente estende un puro nulla.

– Perciò vita eterna, l’immobile

sguardo di pieno desiderio. Dato l’amore immortale.

 

 

 

 

 

 

Da Uno (1974)

 

 

 

Finistère

 

1

 

One.

I smelt the weird Atlantic.

Finistère…

Finisterre…

 

The sea surface darkened. The land behind me,

and all its cells and cists, grew dark.

From a bald boulder on the cairn top

I spied out the horizon to the northwest

and sensed that minute imperfection again.

Where the last sunken ray withdrew.

A point of light.

 

A maggot of the possible

wriggled out of the spine

into the brain.

 

We hesitated before that wider sea

but our heads sang with purpose

and predatory peace.

And whose excited blood was that

fumbling our movements? Whose ghostly hunger

tunnelling our thoughts full of passages

smelling of death and clay and faint metals

and great stones in the darkness?

 

At no great distance out in the bay

the swell took us into its mercy,

grey upheaving slopes of water

sliding under us, collapsing,

crawling onward, mountainous.

 

Driven outward a day and a night

we held fast, numbed by the steady

might of the oceanic wind.

We drew close together, as one,

and turned inward, salt chaos

rolling in silence all around us,

and listened to our own mouths

mumbling in the sting of spray:

 

– All wind end well

mild mother

on wild water pour peace

 

who gave us our unrest

whom we meet and unmeet

in whose yearning shadow

we erect our great uprights

and settle fulfilled

and build and are still

unsettled, whose goggle gaze

and holy howl we have scraped

speechless on slabs of stone

poolspirals opening on

closing spiralpools

and dances drilled in the rock

in coil zigzag angle and curl

river ripple earth ramp

suncircle moonloop…

in whose outflung service

we nourished our hunger

uprooted and came

in whale hell

gale gullet

salt hole

dark nowhere

calm queen

pour peace

 

The bad dream ended at last.

In the morning, in a sunny breeze,

bare headlands rose fresh out of the waves.

We entered a deep bay, lying open

to all the currents of the ocean.

We were further than anyone had ever been

and light-headed with exhaustion and relief

– three times we misjudged and were nearly driven

on the same rock.

(I had felt all this before.)

We steered in along a wall of mountain

and entered a quiet hall of rock echoing

to the wave-wash and our low voices.

I stood at the prow. We edged to a slope of stone.

I steadied myself. ‘Our Father…’ someone said

and there was a little laughter. I stood

searching a moment for the right words.

They fell silent. I chose the old words once more

and stepped out. At the solid shock

a dreamy power loosened at the base of my spine

and uncoiled and slid up through the marrow.

A flow of seawater over the rock fell back

with a she-hiss, plucking at my heel.

My tongue stumbled

 

Who

is a breath

that makes the wind

that makes the wave

that makes   this   voice?

 

Who

is the bull with seven scars

the hawk on the cliff

the salmon sunk in his pool

the pool sunk in her soil

the animal’s fury

the flower’s fibre

a teardrop in the sun?

 

Who

is the word that spoken

the spear springs

and pours out terror

the spark springs

and burns in the brain?

When men meet on the hill

dumb as stones in the dark

(the craft knocked behind me)

who is the jack of all light?

Who goes in full into

the moon’s interesting conditions?

Who fingers the sun’s sink hole:

(I went forward, reaching out)

 

 

 

 

Finistère

 

1

 

Uno.

Ho sentito l’odore del misterioso Atlantico.

Finistère…

Finisterre…

 

La superficie del mare si oscurò. La terra dietro di me,

e tutte le sue celle e ciste, si oscurarono.

Da un brullo masso sulla cima di un cumulo di pietre

spiavo l’orizzonte rivolto a nordovest

e di nuovo percepivo la minuta imperfezione.

Dove l’ultimo raggio sprofondato si ritirava.

Un punto di luce.

 

Una larva del possibile

svicolata dalla spina dorsale

e finita nel cervello.

 

Indugiammo davanti a quel mare più ampio

ma le nostre teste cantavano d’intento

e pace predatoria.

e di chi era il sangue eccitato che

ci confondeva i movimenti? Di chi la fame spettrale

che ci perforava i pensieri pieni di passaggi

odorosi di morte e argilla e leghe di metalli

e grandi pietre nell’oscurità?

 

A non grande distanza laggiù nella baia

il moto ondoso ci prese alla sua mercé,

grigi pendii d’acqua crescente

scorrevano sotto di noi, collassando,

strisciando in avanti, montuosi.

 

Spinti al largo per un giorno e una notte

ci reggevamo con forza, storditi dalla costante

potenza del vento oceanico.

Ci stringemmo fino a essere uno soltanto,

e ci rivolgemmo all’interno, caos salato

ci rotolava intorno in silenzio,

e ascoltammo le nostre stesse bocche

mormorare nel morso della spuma:

 

– Tutto è vento quel che finisce bene

dolce madre

su acqua furiosa versa la pace

chi ci ha dato la nostra inquietudine

chi incontrammo e non incontrammo

all’ombra bramosa di chi

erigiamo i nostri pali giganti

e c’insediamo appagati

e costruiamo e ancora siamo

inquieti, di chi è lo sguardo stralunato

e il sacro ululato che abbiamo scorticato

in silenzio su lastre di pietra

gorghi che si aprono su

gorghi che si chiudono

e danze scavate nella roccia

in spira zigzag angolo e riccio

fiume increspatura terra rampa

cerchio del sole ansa di luna…

al servizio spregiato di chi

abbiamo nutrito la nostra fame

ci siamo sradicati e siamo giunti

nell’inferno della balena

                 gola di vento forte

buco salato

buio nondove

calma regina

pura pace

 

il brutto sogno finalmente si dissolse.

Al mattino, in una brezza assolata,

nudi promontori riemersero dalle onde.

Entrammo in una baia profonda, aperta

a tutte le correnti dell’oceano.

Ci eravamo spinti più in là di chiunque

altro e storditi da estenuazione e sollievo

– tre volte sbagliammo e fummo quasi trascinati

sulla stessa roccia.

(Tutto questo l’avevo già provato.)

Girammo lungo una parete montuosa

ed entrammo in un quieto atrio di roccia echeggiante

lo sciabordio delle onde e le nostre voci sommesse.

Io ero a prua. Accostammo verso un declivio pietroso.

Mi tranquillizzai. “Padre nostro…” disse qualcuno

e si sentì una risatina. Stavo in piedi

cercando il momento per le giuste parole.

Loro tacquero. Scelsi di nuovo le vecchie parole

e saltai fuori. Al solido colpo una polvere

di sogno si sciolse alla base della mia spina dorsale

si dipanò e risalì scivolando il midollo.

Un flusso d’acqua di mare sulla roccia ricadde

con un shhhhh, colpendomi il tallone.

La lingua mi si annodò

 

Chi

è un respiro

che fa il vento

che fa l’onda

che fa   questa   voce?

 

Chi

è il toro dalle sette cicatrici

il falco sulla rupe

il salmone sprofondato nella polla

la polla sprofondata nel suolo

la furia dell’animale

la fibra del fiore

una lacrima nel sole?

 

Chi

è la parola che una volta pronunciata

la lancia scatta

e riversa terrore

pianta la lancia

e brucia nel cervello?

Quando s’incontrano sulla collina

uomini muti come pietre nel buio

(l’arte bussò dietro di me)

chi è lo strumento di tutta la luce?

Chi penetra con tutto il corpo

le affascinanti condizioni della luna?

Chi tocca con le dita la dolina del sole:

(Avanzai, sporgendomi)

 

 

 

 

 

 

da A Technical Supplement/Un supplemento tecnico (1976)

 

 

 

 

11

 

The shower is over.

And there’s the sun out again

and the sound of water outside

trickling clean into the shore.

And the little washed bird-chirps and trills.

 

A watered peace. Drop. At the heart.

Drop. The unlikely heart.

 

A shadow an instant

on the window. A bird.

And the sun is gone in again.

 

(Good withdrawn, that other good may come.)

 

We have shaped and polished.

We have put a little darkness behind us,

we are out of that soup.

Into a little brightness.

That soup.

 

The mind flexes.

The heart encloses.

 

 

 

 

11

 

L’acquazzone è finito.

E il sole è tornato

col suono d’acqua all’esterno

che goccia cristallino sulla riva.

E i piccoli trilli e cinguettii dilavati.

 

Una pace acquosa. Goccia. Nel cuore.

Goccia. L’inverosimile cuore.

 

Un’ombra un’istante

sulla finestra. Un uccello.

E il sole è di nuovo sparito.

 

(Ben ritirato, affinché altro ne possa venire.)

 

Abbiamo forgiato e lucidato.

Ci siamo lasciati un piccolo buio alle spalle,

siamo fuori da quel brodo.

In una minuta luminosità.

Quel brodo.

 

La mente si articola.

Il cuore circonda.

 

 

 

 

 

 

Da Song of the Night and Other Poems / Canto della notte e altre poesie (1978)

 

 

 

Philadelphia

 

A compound bass roar

an ocean voice

Metropolis in the ear

soft-thundered among the towers below

breaking in a hiss of detail

but without wave-rhythm

without breath-rhythm

exhalation without cease

amplified

of terrible pressure

interrupted by brief blasts and nasal shouts

guttural diesels

a sky-train waning in a line of thunder.

 

I opened the great atlas on the desk.

 

The Atlantic curved on the world.

 

 

 

 

Filadelfia

 

Un composto ruggito di basso

una voce oceanica

Metropoli nell’orecchio

tuonò dolcemente tra le torri in basso

spezzandosi in un sibilo di dettaglio

ma senza ritmo d’onda

senza ritmo di respiro

esalazione senza sosta

amplificata

di terribile pressione

interrotta da brevi scoppi e grida nasali

diesel gutturali

una fila di cielo declinante in una linea di tuono.

 

Aprii il grande atlante sulla scrivania.

 

L’Atlantico incurvato sul mondo.

 

 

 

 

 

Da Songs of the Psyche / Canti della psiche

 

 

 

 

8

 

A tree with a twisted trunk;

two trees grown into one.

A heart-carving grown thick,

the cuts so deep.

 

The leaves reached out past us

and hissed: We were so fond of you!

There was a stir of flower heads

about our feet

 

gold for the first blaze,

red for the rough response,

dark blue for misunderstanding,

jet black for rue,

 

pale for the

unfinished children

that are

waiting everywhere

 

 

 

 

 

8

 

Un albero dal tronco contorto;

due alberi a farne uno soltanto.

Un’ispessita incisione del cuore,

i tagli tanto profondi.

 

Le foglie si sporsero oltre noi

e sibilarono: Ti volevamo così bene!

Ci fu un moto di corolle di fiori

attorno ai nostri piedi

 

oro per il primo incendio,

rosso per la ruvida risposta,

blu cupo per il malinteso,

nero corvino per il rammarico,

 

pallido per i

figli incompiuti

che stanno

aspettando in ogni dove

 

 

 

 

KinsellaThomas Kinsella è nato nel 1928 a Inchicore, Dublino. Ha studiato presso la Model School di Inchicore e le O’Connells Schools e si è lauretao in Scienze all’University College di Dublino.

Kinsella iniziò a pubblicare le sue poesie nella rivista dell’università, nel “National Student” e in “Poetry Ireland”. La sua prima raccolta poetica, Poems, è stata pubblicata nel 1956 e seguita da numerose altre, che gli guadagnarono numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Poetry Book Society (1958, 1962), il Guinness Poetry Award (1958) e il Denis Devlin Memorial Award (1967). Kinsella iniziò a tradurre in inglese opere in antico irlandese, tra cui Longes Mac Unsnig, The Breastplate of St Patrick e Thirty-Three Triads.
Il 1963 Thomas Kinsella lo trascorse ad Harvard per studiare l’antico irlandese per prepararsi a tradurre l’opera epica The Táin. Nel 1965, Kinsella cambiò vita, lasciando l’impiego presso il Dipartimento delle Finanze e entrando alla Southern Illinois University, per poi, nel 1970, spostarsi alla Temple University come professore di inglese. Membro della Irish Academy of Letters dal 1965, Kinsella fu premiato con tre Guggenheim (1968, 1971, 1978) e si divise tra USA e Irlanda.
Il forte interesse del poeta e traduttore anche per l’editoria è evidenziato dalla sua direzione della Dolmen Press e della Cuala Press. Nel 1972, inoltre, fondò la sua casa editrice, la Peppercanister Press, il cui nome deriva dall’appellativo familiare della St Stephen’s Church a Mount St, Dublin, visibile da Percy Place, dimora del poeta. Dal 1972, dunque, le opere di Kinsella iniziarono ad essere pubblicate dalla Peppercanister, a partire da Butcher’s Dozen, satira sull’ingiusto proscioglimento da parte del Widgery Tribunal dell’esercito britannico che il 30 gennaio 1972 a Derry aveva sparato a tredici civili disarmati. Poi fu la volta di tre elegie: A Selected Life (1972) e Vertical Man (1973) esplorano il rapporto tra l’artista e la comunità, mentre The Good Fight (1973), scritta per il decimo anniversario dell’assassinio del presidente Americano John F. Kennedy, indaga temi come l’illusione e la realtà nell’arte e nella politica. One (1974) è un’esplorazione della psiche umana, con particolari riferimenti alla psicologia di Jung. Song of the Night and Other Poems (1978), sull’amore e sulla natura della comprensione, fu pubblicato insieme a The Messenger, scritto in memoria del padre del poeta, John Paul Kinsella, morto nel 1976.
Dopo una pausa di sette anni, durante i quali Kinsella lavorò a due progetti – un’antologia di poesia irlandese An Duanaire: 1600-1900, Poems of the Dispossessed (1981), tradotta dallo stesso Kinsella, e il New Oxford.Book of Irish Verse (1986), da lui pubblicato – il nono Peppercanister, Songs of the Psyche, fu pubblicato nel 1985. Questo volume si collega all’esplorazione psicologica dei testi precedenti e punta contemporaneamente a interessi più grandi del poeta, nei confronti di maggiori contesti storici presenti nelle opere successive, Her Vertical Smile (1985), Out of Ireland (1987) e St Catherine’s Clock (1987).
In One Fond Embrace (1988), Personal Places (1990), Poems From Centre City (1990), Madonna and Other Poems (1991), e Open Court (1991) lo sguardo del poeta si sposta da un contesto passato alla storia più contemporanea. Ambientate a Dublino e dintorni, queste poesie mescolano temi personali e politici in una critica della società irlandese contemporanea. The Pen Shop (1996), con gli ultimi volumi del XX secolo, The Familiar (1999) e Godhead (1999), segnalano una svolta rispetto all’aspra critica della poesia del primo Novecento a una meditazione più lirica sull’io. Citizen of the World e Littlebody (entrambe 2000) tornano a tematiche più vicine a quelle di Madonna and other Poems e The Penshop.
La poesia di Kinsella è densa di temi piuttosto complessi e negli ultimi anni rifugge dal lirismo prediligendo uno stile narrativo e fonti diverse che vanno dalla mitologia irlandese, all’illuminismo europeo alla storia americana contemporanea. (irlandando.it)

 

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Guy Goffette, Les vagabonds/I vagabondi Featured

 

di Guy Goffette
Belgio+Campagna+in+Vallonia

 

 

I vagabondi

 

Questo corpo spalancato prima dell’alba e che la notte
non chiude mai del tutto oh cucina d’infanzia
se lo consegni è passo dopo passo
a chi, nell’ombra come noi,
acconsente a morire lontano dai tuoi fuochi, sulle strade
in mare o più in alto delle nuvole, dopo aver superato
la barriera e spezzato le ultime immagini
che lo tenevano per i capelli.
Furono i tuoi ospiti a sorpresa, i tuoi operai
dell’ultima ora, questi amanti che la pioggia porta via
con la sabbia dei lampi
verso un mare più vasto e inutile, e tutti
ora che l’impalcatura del sogno è caduta
con la notte, e non resta che attendere
tutti, ricordano il tuo ventre, le tue ginocchia
i tuoi occhi fuggiti nella dolce luce d’inverno
il tuo calore di cagna
e il tuo giardino colmo di muschio dai profumi confusi
come i boccoli degli angeli nell’abetaia di mezzanotte.
Oh memoria, bella prigioniera del vento
che nessuno nella sua disfatta disfa
perfino se ha perduto il nome e la donna e la follia
memoria, nostro unico bagaglio in questo luogo senza radici
(ma che altro opporre all’angoscia che ci serra
gli uni contro gli altri, eppure tutti estranei
e ben più solitari di un bosso crocifisso
nell’estate infernale dei granai, sì, quale altro filo
per non cedere nel labirinto
all’arida esistenza delle mummie?)
O cucina talmente aperta e così calda nel tuo dolore
da sempre, per tutto il tempo, da poter dire Andate pure
a vedere se mi trovate altrove, in un moto di stizza
sappiamo che ci sei, che aspetti come la notte
l’esaltazione delle voci, delle grida e la tavolata dove,
come un cuore ben aderente al mestolo che versa
la primavera nei piatti, sorridi
alle ombre dello specchio arrugginito e ti perdi
nei passi di allora i ricordi bianchi o neri
l’odore persistente dei lillà che blocca il corridoio
come una stanza chiusa per sempre dove sfilano
uno dopo l’altro i morti amati e gli altri
per esempio quello fuggito in Abissinia
ad abbracciare una rosa viva – pena perduta – e quell’altro
che impazzì per amore di un cavallo, tutti
attorno alla tavola raduni
come i seni, la testa, le gambe, le due ali
della casa, senza scordare quale fu la parte di ciascuno:
l’acqua, il sale, la zuccheriera e i piatti
– e così il tempo trascorre, il fuoco si è spento
le ombre hanno un viso inconsolabile di nuovo
Pazienza! Ricostruisci per i boschi che gemono
e per la conta muta della scala
pezzo per pezzo, questo puzzle rimasto così a lungo confuso:
la vita di una cucina in provincia.

 

 

Guy Goffette, da Elogio per una cucina di provincia, Edizioni Kolibris, Ferrara 2013. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

Les vagabonds

 

Ce corps large ouvert avant l’aube et que la nuit
ne ferme jamais en entier ô cuisine d’enfance
si tu le livres c’est pas à pas
à ceux qui, dans l’ombre comme nous,
consentent à mourir loin de tes feux, sur les routes
en mer ou plus haut que les nuages, ayant franchi
la barrière et brisé les dernières images
qui les retenaient par les cheveux.
Ils furent tes hôtes improvisés, tes ouvriers
de la dernière heure, ces amants que la pluie  emporte
avec le sable des lampes
vers une mer plus vaste et inutile, et tous
maintenant que l’échafaudage du rêve est tombé
avec la nuit, qu’il n’y a plus rien à faire qu’attendre
tous, ils se souviennent de ton ventre, de tes genoux
de tes yeux enfouis dans la douce lumière d’hiver
de ta chaleur de chienne
et de ton jardin plein de mousse aux parfums emmêlés
comme les boucles des anges dans la sapinière de minuit.
Ô mémoire, belle prisonnière du vent
que nul en sa déroute ne délie
même s’il a perdu son nom et sa femme et sa folie
mémoire, notre unique bagage en ce lieu sans racines
(mais quoi d’autre opposer à l’angoisse qui nous serre
les uns contre les autres, tous étrangers pourtant
et bien plus solitaires qu’un buis crucifié
dans l’infernal été des granges, oui, quel autre fil
pour ne pas céder dans le labyrinthe
à l’aride existence des momies?)

Ô cuisine tellement ouverte et si chaude en ta douleur
depuis toujours, par tous les temps, que tu peux dire Allez
voir ailleurs si j’y suis, dans un mouvement d’humeur
on sait que tu es là, que tu attends comme la nuit
l’exaltation des voix, des rires, et la tablée
où, comme un cœur bien accroché à la louche qui verse
le printemps dans les assiettes, tu souris
aux ombres du miroir rouillé et te perds
dans les pas d’autrefois les souvenirs blancs ou noirs
l’odeur entêtée du lilas enfermant le couloir
comme une chambre à jamais close où défilent
un par un les morts aimés et les autres
par exemple celui-là qui s’en fut en Abyssinie
étreindre une rose vive — peine perdue — et cet autre
pour l’amour d’un cheval, qui devint fou, tous
tu les rassembles autour de la table
comme les seins, la tête, les jambes, les deux ailes
de la maison, sans oublier ce qui fut la part de chacun :
l’eau, le sel, le sucrier et la vaisselle
— et le temps passe ainsi, le feu s’est éteint
les ombres ont repris leur face inconsolable
Patience ! tu reconstitues pour les bois qui geignent
et pour la comptine muette de l’escalier
pièce à pièce, ce puzzle si longuement brouillé :
la vie d’une cuisine en province.

 

 

GG004Guy Goffette è nato il 28 aprile 1947 a Jamoigne, Lorena belga, in una famiglia di operai. Ha studiato alla scuola normale libera di Arlon, dove è stato allievo di Vital Lahaye, poeta e spirito libero che lo ha profondamente influenzato. Nel 1970, a Harnoncourt, nella punta meridionale del Belgio, ha iniziato una carriera d’insegnante durata 28 anni. Nel 1971 ha pubblicato le sue prime poesie, raccolte sotto il titolo Quotidien Rouge. Nel 1980, in collaborazione con altri poeti, ha fondato la rivista letteraria «Triangle», di cui è stato per sette anni il principale artefice. Nel 1983 ha creato le edizioni de L’Apprentypographe, cui si sono associati autori come Umberto Saba e Michel Butor. Nel 1988 gli sono stati assegnati il Premio della Communauté Française e il Premio Mallarmé per la raccolta poetica Éloge une cuisine de province. Nel maggio 2001 gli è stato assegnato il Grand Prix de la poésie della Académie Française per l’insieme delle sue opere. Grand prix de Poésie de l’Académie française (2001), il Prix Félix-Denayer de l’Académie royale de Belgique (2001), il Prix Goncourt de la Poésie (2010).

Tra le sue opere poetiche ricordiamo: La vie promise (1991); Le pêcheur d’eau, (1995); Verlaine d’ardoise et de pluie (1996); Elle, par bonheur, et toujours nue (1998); Partance et autres lieux suivi de Nema Problema (2000); Oiseaux, 2001; Un manteau de fortune (2001); Un été autour du cou, 2001; La vie promise précédée de Éloge pour une cuisine de province (2000); Solo d’ombres, précédé de Nomadie (2003), L’adieux aux lisières (2007), tutte pubblicate da Gallimard.

Chiara De Luca ha tradotto per Edizioni Kolibris Elogio per una cucina di provincia e per Gedit La vita promessa.

 

 

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Il tempo in cui ci alziamo davvero (Guy Goffette) Featured

 

I

Je me disais aussi: vivre est autre chose
que cet oubli du temps qui passe et des ravages
de l’amour, et de l’usure – ce que nous faisons
du matin à la nuit: fendre la mer,

fendre le ciel, la terre, tour à tour oiseau,
poisson, taupe, enfin: jouant à brasser l’air, l’eau,
les fruits, la poussière; agissant comme, brûlant
pour, marchant vers, récoltant

quoi? Le ver dans la pomme, le vent dans les blès
puisque tout retombe toujours, puisque tout
recommence et rien n’est jamais pareil
à ce qui fut, ni pire ni meilleur,

qui ne cesse de répéter: vivre est autre chose.

 

 

I

Mi dicevo anche: vivere è ben altra cosa
che quest’oblio del tempo che passa e le devastazioni
dell’amore, e dell’usura – ciò che facciamo
dal mattino alla notte: fendere il mare,

fendere il cielo, la terra, di volta in volta uccelli,
pesci, talpe, infine: giocando a manipolare l’aria, l’acqua,
i frutti, la polvere; agendo come, bruciando
per, camminando verso, raccogliendo

che? Il verme nella mela, il vento nel grano
perché tutto sempre ricade, perché tutto
ricomincia e nulla è mai simile
né peggiore, né migliore, a ciò che fu

che non smette di ripetere: vivere è ben altra cosa.

 

 

 

 

II

Le temps qu’on se lève vraiment, qu’on dise
oui de la pointe des pieds jusqu’au sommet
du crâne, oui à ce jour neuf jeté
dans la corbeille du temps, il pleut.

Ô l’exacte photographie de l’ame, ces deux mots
qui nous rentrent les yeux comme des ongles
dans la chair: il pleut. Le sang de l’herbe
est vert insupportablement et c’est en nous

qu’il pleut, en nous qu’une digue rompue
voit s’effondrer peu à peu, derrière la vitre
et parmi les voilures, avec des pans de vieux
regrets, d’attentes fatiguées,

les raisons de partir et d’habiller le froid.

 

 

II

Il tempo in cui ci alziamo davvero, diciamo
sì dalla punta dei piedi fino al vertice
del cranio, sì a questo giorno nuovo gettato
nel cesto del tempo, piove.

Oh, l’esatta fotografia dell’anima, questa parola
che s’infila negli occhi come unghie
nella carne: piove. Il sangue dell’erba
è verde intollerabilmente ed è in noi

che piove, in noi che una diga infranta
vede sprofondare poco a poco, dietro il vetro
e tra le velature, con lembi di vecchi
rimpianti, stanche attese,

le ragioni per partire e vestire il freddo.

 

 

 

 

III

Encore, si le feu marchait mal, si la lampe
filait un miel amer, pourrais-tu dire: j’ai froid,
et voler le cœur du noyer chauve, celui
du cheval de labor qui n’a plus où aller

et qui va d’un bord à l’autre de la pluie
comme toi dans la maison, ouvrant un livre,
des portes, les repoussant: terre brûlée, ville
ouverte où la faim s’étale et crie

comme ces grappes de fruits rouges sur la table,
vie étrangère, inaccessible présent
à celui qui ne sait plus désormais
que piétiner dans le même sillon

la noire et lourde argile des fatigues.

 

 

III

E poi, se il fuoco prendesse male, se la lampada
filasse un miele amaro, tu potresti dire: ho freddo,
e rubare il cuore al noce calvo, quello
del cavallo da tiro che non ha più dove andare

e va da una parte all’altra della pioggia
come te nella casa, aprendo un libro,
porte, respingendole: terra bruciata, città
aperta dove la fame dilaga e grida

come questi grappoli di frutti rossi sulla tavola,
vita straniera, presente inaccessibile
a chi ormai non sa più
che pestare nello stesso solco

la pesante argilla nera delle fatiche.

 

 

 

 

IV

Peut-être faudrait-il tirer le rideau, laisser
le corps tout entier couler dans la fatigue
se dénouer l’entrelacs des pensées, la noire
étreinte des algues, trancher vif

avec ta propre mort, ce qui a été et qui n’est
plus, avec ce qui viendra, l’inéluctable
marée de sons et d’images que les noyés – dit-on
n’emportent pas, laisser le temps

comme la pluie battre sur ton front
jusqu’à ce que tout redevienne poussière
dans la chambre du mort: on vide les tiroirs,
on balaye et par la porte ouverte la lumière

un instant se fait chair et frissonne.

 

 

IV

Forse bisognerebbe tirare le tende, lasciare
il corpo tutto intero colare nella fatica
spogliarsi degli intrecci di pensieri, del nero
abbraccio delle alghe, tranciare di netto

con la tua stessa morte, ciò che è stato e che non è
più, con quello che verrà, l’ineluttabile
marea d’immagini e suoni, che i sommersi – si dice
non portano via, lasciare il tempo

come pioggia batterti la fronte
finché tutto ridiverrà polvere
nella stanza del morto: si vuotano i cassetti,
si spazza attraverso la porta aperta la luce

un istante si fa carne e rabbrividisce.

 

 

 

 

V

On dit: le soleil après la pluie, la mer
après la montagne, l’amour après
et partir, partir. Demain, quand tout sera,
quand tout aura, quand.

Promesses des morts si vivre est plus
qu’attendr, qu’espérer. Cendres jetées
sur le feu qui regimbe un peu puis se tait
sans consolation: la nuit

tombe, l’aube se lève, un été a passé.
Déjà, disent les fumées du hameau
tandis que les animaux sans colère continuent
d’amasser l’or de temps, l’or

de nos yeux avides et si vite fermés.

 

 

V

Si dice: il sole dopo la pioggia, il mare
dopo la montagna, l’amore dopo
e partire, partire. Domani, quando tutto sarà,
quando tutto avrà, quando.

Promesse di morti se vivere è più
che aspettare,  sperare. Ceneri gettate
sul fuoco che un po’ recalcitra poi tace
senza consolazione: la notte

cala, l’alba si leva, un’estate è passata.
già, dicono i fumi del casolare
mentre gli animali senza collera continuano
ad accumulare l’oro del tempo, l’oro

dei nostri occhi avidi e così presto chiusi.

 

 

 

 

VI

Et tu finis par ranger le livre, là-haut,
à sa place exacte, ce petit creux d’ombre et d’oubli
comme le coin de terre qui te revient.
Tu reviens toi aussi

à ta place, devant la fenêtre, la table,
ce carré de neige que nul encore n’a forcé
et qui va dans tous les sens comme ta vie
parmi les mots, les morts.

Tu sais bien qu’aucun signe ne guérit de l’absence,
pas plus que le merle en tombant ne renverse
l’axe de la terre, mais tu persistes, ô scribe,
à soudoyer les anges:

un peu d’or dans la bue, dites, que la nuit reste ouverte.

 

 

VI

E tu finisci per sistemare il libro, là in alto,
al posto giusto, quel piccolo incavo d’ombra e d’oblio
come l’angolo di terra che ti ritornerà.
Anche tu ritorni

al posto che ti spetta, davanti alla finestra, al tavolo,
a questo quadrato di neve che ancora nessuno ha forzato
e che va in tutti i sensi come la tua vita
tra le parole, le morti.

Sai bene che nessun luogo guarisce dall’assenza,
più di quanto il merlo nel cadere non rovesci
l’asse della terra, ma tu persisti, o scriba,
nel prezzolare gli angeli:

un po’ d’oro nel fango, dite, che la notte resti aperta.

 

 

 

 

VII

Si j’ai cherché – ai-je rien fait d’autre? –
ce fut comme on descend une rue en pente
ou parce que tout à coup les oiseaux
ne chantaient plus. Ce trou dans l’air,

entre les arbres, mon souffle ni mes yeux
ne l’ont comblé – et je criais souvent
au milieu des herbes, mais je n’attendais
rien, je me disais: voilà,

je suis au monde, le ciel est bleu, nuages
les nuages et qu’importe le cri sourd des pommes
sur la terre dure: la beauté, c’est que tout
va disparaître et que, le sachant,

tout n’en continue pas mois de flâner.

 

 

VII

Se ho cercato – ho forse fatto altro? –
è stato come discendere una strada in pendenza
o perché all’improvviso gli uccelli
non cantavano più. Questa fossa nell’aria,

tra gli alberi, il mio fiato e i miei occhi
non l’hanno colmata – e io spesso gridavo
in mezzo all’erba, ma non aspettavo
nulla, mi dicevo: ecco,

sono al mondo, il cielo è blu, nuvole
le nuvole, e che importa il grido sordo delle mele
sulla terra dura: la bellezza è che tutto
sta per sparire e che, pur sapendolo,

ogni cosa comunque continua a vagolare.

 

 

 

 

 

VIII

Vers l’ouest, avec les derniers rayons roses
en suivant bien la flèche sur le bas trop tendu
de la nuit qui s’est penchée pour mettre
l’avion dans sa poche, voilà

ce qui tient encore, les yeux au ciel, debout
sur ce parking où tu effiles dans le gris
tes voiles de Colomb, tes routes de la soie
et du sel et du seul, en attendant

en attendant que tout finisse (tu dis tout
comme celui qui siffle pour garder son ombre
à ses côtés dans la ruelle obscure) tout: ce baiser
– à peine – du couchant sur les lèvres

de celle qui s’en va en te laissant le quai.

 

 

VIII

Verso ovest, con gli ultimi raggi rosati
seguendo bene la freccia sulla calza troppo tesa
della notte che si è chinata per mettersi
l’aereo in tasca, ecco

quello che ancora resiste, occhi al cielo, in piedi
su quel parcheggio dove sfilacci nel grigio
le tue vele di Colombo, le tue vie della seta
e del sale e del solo, aspettando

aspettando che tutto finisca (dici tutto
come chi fischia per tenersi l’ombra
al fianco nel vicolo scuro) tutto: il bacio
– appena – del tramonto sulle labbra

di lei che se ne va lasciandoti il marciapiede.

 

 

 

 

IX

Ce que j’ai voulu, je l’ignore. Un train
file dans le soir: je ne suis ni dedans
ni dehors. Tout se passe comme si
je logeais dans une ombre

que la nuit roule comme un drap
et jette au pied du talus. Au matin,
dégager le corps, un bras, puis l’autre
avec le temps au poignet

qui bat. Ce que j’ai voulu, un train
l’emporte: chaque fenêtre éclaire
un autre passager en moi
que celui dont j’écarte au réveil

le visage de bois, les traverses, la mort.

 

 

IX

Quel che ho voluto, l’ignoro. Un treno
sfreccia nella sera: non sono né dentro
né fuori. Tutto avviene come se
abitassi  un’ombra

che la notte riavvolge come un drappo
che getta ai piedi della scarpata. Al mattino,
liberare il corpo, un braccio e poi l’altro
col tempo al polso

che batte. Quel che ho voluto, un treno
lo porta: ogni finestra rivela
in me un passeggero diverso
da quello da cui mi scosto al risveglio

il viso di legno, le stranezze, la morte.

 

 

 

 

X

Je me disais: il faut encore, il faut –
et les mots couraient devant moi, reniflaient
la route, le ciel, les fougères, le ventre
mal boutonné des collines

puis revenaient, me rapportant un bout de peau
calcinée, un fragment d’os: cette vieille
et toujours lancinante question
du pourquoi ici, moi, pourquoi?

– aller venir attendre comme le préposé
aux départs, qui ouvre et ferme l’horizon,
attendre l’ultime voyageur
avant de retourner l’ardoise, d’écrire:

fermé pour cause de paresse.

 

 

X

Mi dicevo: bisogna ancora, bisogna –
e le parole correvano davanti a me, fiutavano
la strada, il cielo, le felci, il ventre
male abbottonato delle colline

poi tornavano, portandomi una punta di pelle
bruciata, un frammento d’osso: questa vecchia
e sempre lancinante domanda
del perché qui io, perché?

– andare venire attendere come l’addetto
alle partenze, che apre e chiude l’orizzonte,
attendere l’ultimo viaggiatore
prima di rendere l’ardesia, scrivere:

chiuso per pigrizia.

 

 

 

da La vita promessa, Gedit, Bologna 2004. Traduzione a cura di Chiara De Luca

 

 

 

Goffette2Guy Goffette è nato il 28 aprile 1947 a Jamoigne, Lorena belga, in una famiglia di operai. Ha studiato alla scuola normale libera di Arlon, dove è stato allievo di Vital Lahaye, poeta e spirito libero che lo ha profondamente influenzato. Nel 1970, a Harnoncourt, nella punta meridionale del Belgio, ha iniziato una carriera d’insegnante durata 28 anni. Nel 1971 ha pubblicato le sue prime poesie, raccolte sotto il titolo Quotidien Rouge. Nel 1980, in collaborazione con altri poeti, ha fondato la rivista letteraria «Triangle», di cui è stato per sette anni il principale artefice. Nel 1983 ha creato le edizioni de L’Apprentypographe, cui si sono associati autori come Umberto Saba e Michel Butor. Nel 1988 gli sono stati assegnati il Premio della Communauté Française e il Premio Mallarmé per la raccolta poetica Éloge une cuisine de province. Nel maggio 2001 gli è stato assegnato il Grand Prix de la poésie della Académie Française per l’insieme delle sue opere. Grand prix de Poésie de l’Académie française (2001), il Prix Félix-Denayer de l’Académie royale de Belgique (2001), il Prix Goncourt de la Poésie (2010).

Tra le sue opere poetiche ricordiamo: La vie promise (1991); Le pêcheur d’eau, (1995); Verlaine d’ardoise et de pluie (1996); Elle, par bonheur, et toujours nue (1998); Partance et autres lieux suivi de Nema Problema (2000); Oiseaux, 2001; Un manteau de fortune (2001); Un été autour du cou, 2001; La vie promise précédée de Éloge pour une cuisine de province (2000); Solo d’ombres, précédé de Nomadie (2003), L’adieux aux lisières (2007), tutte pubblicate da Gallimard.

Chiara De Luca ha tradotto per Edizioni Kolibris Elogio per una cucina di provincia e per Gedit La vita promessa.

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Ernest Pépin, A la césure de l’aurore/Nella cerniera dell’alba Featured

orizzonte

 

 

A la césure de l’aurore
la lampe ardente de l’attente
la montre du cœur ne tourne pas
ses aiguilles sont plantées
dans l’heure enceinte des retrouvailles

 

 

Nella cerniera dell’alba
l’attesa bruciando dà luce
il quadrante del cuore non gira
ha lancette che sono piantate
su un’ora incinta di nuovi ricordi

 

da Il paese nudo, Edizioni Kolibris 2013. Traduzione di Stefano Serri

 

 

pepinErnest Pépin è nato nel 1950 a Lamentin (Guadalupa). Insegnante di letteratura, critico letterario,  ha pubblicato numerosi volumi di prosa e poesia. Tra i romanzi: L’Homme au Bâton (Paris, Gallimard, 1992, Prix des Caraïbes; trad.ne it. L’uomo col bastone, Roma, Ed.ni del Lavoro, 1996); Tambour-Babel (Paris, Gallimard, 1996, Prix RFO du Livre); Le Tango de la haine (Paris, Gallimard, 1999); Toxic Island (Fort-de-France, Desnel, 2010) e Le Soleil pleurait (La Roque d’Anthéron, Vents d’Ailleurs, 2011). Tra i volumi di poesia: Au verso du silence (Paris, L’Harmattan, 1984); Salve et Salive (Silex, Paris, 1986); Boucan de Mots Libres / Remolino de palabras libres (La Habana, Casa de las Américas, 1991, Prix Casa de las Américas); Babil du songer (Kourou, Ibis Rouge, 1997); Dit de la roche gravée (Montréal, Mémoire d’encrier, 2008); Le bel incendie (Paris, Bruno Doucey, 2012). Tra le opere per l’infanzia: Coulée d’or (Paris, Gallimard, 1995); L’écran rouge (Paris, Gallimard, 1998, Prix Casa de las Américas) e Lettre ouverte à la jeunesse (Pointe-à-Pitre, Éditions Jasor, 2001).

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Anna Wigley, Miserable Weather/Tempo ingrato Featured

nubi

 

Tempo ingrato

 

Il meteorologo preannuncia tempo ingrato.
E intende grigio, il mio colore di cielo
preferito: il peltro raggiante e delicato,
violetto sfrangiato delle nubi di pioggia del Galles,
in trapunte di palazzi e ammassi di colline
basse sui campi, a tracciare ombre azzurre.
E con ingrato intende pioggia:
il dio liquido, risposta alle preghiere
dei sogni febbrili dei contadini; quello
che gira le chiavi nel suolo, fa scattare interruttori,
maestro delle resurrezioni, che risveglia i semi,
dal sonno vergine, e fiocchi minuscoli,
grani lievissimi e punti quasi invisibili.
Il tempo ingrato riveste le pecore di grasso.
Il tempo ingrato gonfia grano, orzo e avena.
Le nubi si abbassano con il loro patrimonio,
i campi traboccano di lingotti, e ogni fosso
è un portafogli aperto e goccia argento.
Lasciate che corra le strade il tempo ingrato,
ragazza folle che scuote i lunghi capelli.
Lasciate che passi la mano sulle colline
e ne sani l’arido sonno. Il tempo ingrato
è nostro per diritto di nascita: cresciamo
al suono del picchiettìo sui tetti,
al canto goglottante delle grondaie.
Imparammo ad accendere le luci in cucina
nelle mattine d’estate, a portare ombrelli
ovunque, come una seconda pelle.
I frigoriferi sono stipati di burro,
crema e formaggio. Dai rubinetti il tempo
ingrato scorre in ruscelli caldi e freddi
nell’aiola delle rose dissemina capolavori.

 

pioggia

 

Miserable Weather

The weatherman forecasts miserable weather.
By this he means grey, my favourite colour
for skies: the radiant pewter and soft,
fraying violet of Welsh rain-clouds,
their quilted palaces and hills heaped
low over the fields, dragging blue shadows.
And by miserable he means rain:
the liquid god, answer to prayers
in the fevered dreams of farmers;
turner of keys in the soil, flicker of switches,
master of resurrections, waking the pip,
the tiny flakes, the weightless grains
and almost invisible dots from their virgin sleep.
Miserable weather puts fat on the sheep.
Miserable weather swells corn, oats and barley.
The clouds sag with riches,
the fields brim with ingots, and every ditch
is an open purse, spilling silver.
Let miserable weather run in the streets
like a mad girl, tossing her long hair.
Let it pass its hand over the hills
and heal their arid sleep.
Miserable weather is our birthright: we grew up
to the sound of pattering on roofs,
the gurgled song of gutters.
We learned to put on kitchen lights
on summer mornings, and wear umbrellas
everywhere, like second skins.
Our fridges are crammed with butter,
cheese and cream. From our taps
the miserable weather gushes in hot and cold streams
in the rose-bed scatters masterpieces.
Da Risveglio d’invernoEdizioni Kolibris 2010. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

CNV00054Anna Wigley vive a Cardiff, dove lavora per il George Thomas Hospice Care. Oltre a tre raccolte di poesia, ha pubblicato un volume di racconti dal titolo Footprints (Gomer, Llandysul 2004). Nel 2000 ha vinto il Geoffrey Dearmer Prize 2000, nel 2008 il secondo premio della Academi Cardiff International Poetry Competition.

 

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Jane McKie, Quinces/Mele cotogne Featured

V. van Gogh, Natura morta con mele cotogne

V. van Gogh, Natura morta con mele cotogne

 

Mele cotogne

 

 

Un tappeto di mele cotogne, una cascata.

Dure mele dell’amore

posate su uno strato di panno –

semplicemente – per somigliare

a un capitombolo casuale.

Ma la luce è deliberata;

cogliendo il bulbo goccia acida

di ogni pera dai fianchi cadenti

per dissimularne l’amarezza.

I dipinti possono riuscirvi.

Rendono ogni cosa

appetitosa.

 

Guarda la mia bocca

pronta a mordere:

chi potrebbe immaginare

che la sua consueta piega

sia verde di delusione?

 

 

da Morocco Rococo, Kolibris, Bologna 2010. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

Quinces

 

 

A quilt of quinces, a cascade.

Hard love-apples

on a sheet of cloth posed –

just so – to resemble

a haphazard tumble.

But the light is deliberate;

catching the acid-drop bulb

of each lop-sided pear

to belie its bitterness.

Paintings can manage this.

They render everything

appetising.

 

Look at my mouth

poised to bite:

who would guess

its customary set

is green with disappointment?

 

_54677897_jane_mckieJane McKie: originaria del West Sussex, vive a Linlithgow. (West Lothian). Sue poesie sono state pubblicate su varie riviste e antologie, tra cui New Writing Scotland e Granta’s New Writing, Volume 15. Ha pubblicato due raccolte di poesia: la prima, Morocco Rococo (Cinnamon Press), ha vinto il Sundial/Scottish Arts Council per la migliore opera prima nel 2007 ed è stata pubblicata in edizione bilingue da Edizioni Kolibris nel 2010; il secondo, When the Sun Turns Green (Polygon), è stato pubblicato nel 2009. Dirige una piccola casa editrice, la Knucker Press (www.knuckerpress.com), che incoraggia la collaborazione tra artisti e poeti. Nel 2011 le è stato assegnato il prestigioso Edwin Morgan Poetry Prize. Attualmente insegna Scrittura creativa all’Università di Edimburgo.

 

 

 

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John Barnie, Cercavano di fregarci tutti con l’amore Featured

87

‘So here was a ship with an unbearable cargo of love.
Which port? The bow pointed round the compass.
But nobody wanted it. What can we do with such a cargo,
the people said; it has no marketable value, have you ever heard
of anyone trading in futures of love? No, we have not.
So the ship slipped off as if it had been guilty of deceit.
Love? they said at the next port; what an idea!
Can you deliver it in sacks? Do you have to refrigerate it?
We have never seen anything like that in the dry goods store.
And the ship sailed on. What does it mean, an ocean crossing
without any port? What does it mean, the echoes of laughter
at the entrances to all the warehouses of the world?
Can you weigh it? Can you grind it? everyone wants to know.
What price is it trading at today?

So the ship sails on. And I believe the cargo is listing;
it must have been after that last storm, when it came out of the eye
into thirty-metre waves, that must be when it happened.

And now the ship is stricken. “Save yourselves, if you can!”;
the order is given, and the boats get away over the side,
oars out, to row like water-fleas over the viscous surface of the globe.
But the Captain says he will take his stand;
Not for me, he says, the long nightmare across the sea,
the blackened faces and swollen tongues, the urge to drink even salty blood.
So be it. The crew rowing in their water-fleas toward where the morning sun will rise;
the Captain listening to the creaks of the ship’s gear
the slap of water against the rusted iron sides
because this ship sailed on and on until it had boxed the compass,
this ship never found a harbour, remember,
sailing on until the compass rose had lost all its petals;
the people saying Trying to palm us off with love; what an idea!’

 

87

‘Così c’era una nave con un insostenibile carico d’amore.
Quale porto? L’ago girava nella bussola.
Ma nessuno la voleva. Che ce ne facciamo di un carico del genere,
diceva la gente; non ha valore commerciale, avete mai sentito
di qualcuno che commerci in futuri d’amore? No, noi no.
E la nave scivolò via come colpevole d’inganno.
Amore? Dissero al porto successivo; che idea!
Potete consegnarlo in sacchi? Si deve congelare?
Non abbiamo mai visto nulla di simile nelle mercerie.
E la nave continuò a veleggiare. Cos’è una traversata oceanica
senza un porto? Cosa significa, gli echi di risate
alle porte di tutti i magazzini del mondo?
Puoi pesarlo? Puoi macinarlo? È quello che chiedono tutti.
Qual è oggi il suo prezzo commerciale?

Così la nave continua a veleggiare. E credo che il carico si stia inclinando;
dev’essere stato dopo l’ultima tempesta, quando sparì alla vista
sotto onde di trenta metri d’altezza, dev’essere accaduto allora.

E ora la nave è prostrata. “Si salvi chi può!”;
L’ordine è dato, le barche se ne vanno calandosi dalla fiancata,
fuori i remi, per nuotare come pulci d’acqua sulla superficie vischiosa del globo.
Ma il Capitano dice che resterà al suo posto;
Non per me, dice, il lungo incubo attraverso il mare,
le facce annerite e le lingue gonfie, l’urgenza di bere sangue, sia pure salato.
Perciò sia. Mentre l’equipaggio rema nelle pulci d’acqua verso
dove sorgerà il sole al mattino;
il Capitano ascolta lo scricchiolìo degli ingranaggi
gli schiaffi dell’acqua contro le fiancate di ferro arrugginito
perché questa nave veleggiò e veleggiò finché non ebbe sconfitto la bussola,
questa nave non trovò mai un porto, ricordalo,
continuò a veleggiare finché la rosa della bussola non fu del tutto sfiorita;
e la gente diceva Cercavano di bidonarci tutti con l’amore;
che idea!

 

Da John Barnie, Ghiaccio (Romanzo in versi), Edizioni Kolibris 2010. Traduzione di Chiara De Luca

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Edwin Morgan Featured

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da Libro delle vite, Kolibris, Bologna 2010. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

Onda planetaria

 

La prima metà di questa silloge di poesie, commissionate dallo International Jazz Festival e messa in musica da Tommy Smith, fu rappresentata per la prima volta al municipio di Cheltenham il 4 Aprile del 1997.

 

 

In principio

(20 bilioni a.C.)

 

 

Non chiedetemi, non ditemi. C’ero.

Fu uno scoppio e fu grande. Non so

che avvenne prima, uscii dall’esplosione.

Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.

Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo

come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-

temporale, pilucco una luna o due, ti guardo.

Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.

Sono il testimone, non l’imputato.

Amo la materia e amo l’antimateria.

Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

 

Oh, che giorno (se era giorno) fu!

Fu come se un pugno avesse stretto

una densa particella troppo calda da tenere

e le dita si fossero aperte all’improvviso

e il carbone ardente, il meccanismo radiante

fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,

in quel che era nuovo spazio, fuori

nel battito del tempo, fuori, miei padroni,

fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,

il ruggito di un leone, levrieri liberati,

denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,

una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

 

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,

nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda

sopra onda di elio e idrogeno,

anelli e spirali e nodi di fuoco,

sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;

e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare

che lapislazzulava i grani di polvere –

Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,

zigzagai e schivai il fracasso delle meteore

mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in

parole, in questa sublime stretta del nove

vorticante nella Corrievreckan[1] del sole.

L’universo era solo appena cominciato.

Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!

 

[1] Il più grande gorgo europeo, situato tra l’isola di Iura e quella di Scarba, nei presi della costa scozzese occidentale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La terra giovane

(3 bilioni a.C.)

 

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti

nelle proprie orbite, attorno al loro dorato signore,

loro padre, non fosse che non è il padre,

erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

 

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:

che avrebbe profetizzato la scissione danzante,

le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –

Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,

cari amici, sapete quanto siete rari?

Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?

Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

 

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:

sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,

e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,

craterato da migliaia di schizzi asciutti

rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,

un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.

A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?

Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore

al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore

nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.

Dovete aver pazienza con la storia.

 

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa

appena emersa e raffreddata.

C’erano più distese di nubi che terremoti.

Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.

Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.

Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse

di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,

ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,

era vita infine, che emergeva dal mare,

strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola

che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.

Una scia di contrazioni semitrasparenti!

Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!

E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!

Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?

Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fine dei dinosauri

(65 milioni a.C.)

 

Se vuoi la vita, quel che segue le somiglia.

Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là

potevo vedere savane boschive in distanza

ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare

di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.

Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,

una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo

dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,

era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,

i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?

Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,

fendevano sfrecciando l’aria torrida.

 

Ascoltate,

se volete, gli scricchiolii di fronde e rami

ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.

Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori

colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,

un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –

velocirapti dispersi come conigli.

 

Non durò. Non poteva? Non lo so.

Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli

di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?

Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:

panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,

a infrangersi onda nera sopra terra e mare,

spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più

poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna

lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun

tuonare di vivi toni fragorosi disturbò

il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,

solo i gemiti, solo i rantoli di morte

degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,

soltanto, alla fine, crani e costole e uova

rotte in paludi e deserti

lasciati agli eredi –

amici miei, siamo voi e io

biforcazioni di alberi diversi:

cosa dovremmo fare, o essere?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella caverna

(30.000 a.C.)

 

Buia era la caverna quando scoprii l’uomo,

ma lui, a modo suo, la rese luminosa.

La caverna in sé era un atrio ampio

con un labirinto di gallerie. Bambini ponevano

lampade su ripiani. Donne soffiavano su un focolare.

All’improvviso con una fiammata biforcuta delle torce

uomini rientrarono in gruppo dalla caccia, deposero

masse sfilacciate di carne, si sfilarono pellicce

accanto al fuoco finché seminudi, scintillanti

di sudore, tozzi farabutti intelligenti,

resero viva la caverna con rapidi discorsi taglienti.

Vi aspettavate un grugnito o due? Non fu così.

E certo non musica? Una musica così non l’avete mai

sentita, ve lo posso assicurare, mentre i tronchi si spezzavano

e la carne sfrigolava, quando alcuni con corni e tamburi

posero echi nei favi dei corridoi.

Non era ruggito di dinosauri.

 

Mi unii a loro per il pasto. Avevano un bardo,

un cantastorie. Proprio come me, dissi.

Gli narrai tempi distanti. M’interruppe.

“Non penso di poterci credere. Sei uno sciamano?

Se è così, dov’è il tuo cappotto di renna? Fatti un altro drink.

Se tu muti le forme, io racconto il vero.

Bevi, la chiamiamo birra, è forte, è buona.

Avresti dovuto essere con noi là fuori oggi,

non capita ogni giorno di prendere un mammuth,

ci fornisce cibo per una settimana, e pelliccia, zanne –

ma nulla è perduto. Frecce e arco,

sono quel che ti serve, e un buon gruppo di ragazzi,

vai a radunarli. Prendi un po’ di birra ancora, avanti.

Vedi i mammuth? Non sai quanto son stupidi.

Se cadono a terra non possono rialzarsi. Fottuti.

Lo so, lo so, sciamàno, noi resteremo qui ben oltre

il tempo in cui i mammuth saranno morti.”

Balzò in piedi, afferrò una torcia enorme, corse

lungo la parete, creando un’onda tale di scintille

che i mammuth dipinti caddero e ripresero a scalciare.

 

Un corno profondo diede a quell’interferenza il voto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grande diluvio

(10.000 a.C.)

 

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,

pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni

finché qua e là la terra tremò burbera e gettò

enormi ondate sul Mar Medio,

enormi ondate sul Medio Oriente,

enormi ondate e pioggia enormi ondate

a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.

Vidi l’acqua crescere in livello:

invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!

Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

 

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.

Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.

Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via

dalle misere mura malridotte del villaggio.

Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

 

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare

questi fragili esseri ansimanti senza branchie!

Martelli giorno e notte sull’altopiano!

Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,

un’enorme barca, una nave, un marinaio,

coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata

di vita, umana, animale, commestibile,

benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,

partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto

solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

 

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena

sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,

spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.

Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.

E poi un arcobaleno: risi, era troppo.

Ma quando barcollarono fuori con fagotti,

ceste di utensili, bimbi, capre,

per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi

pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata

che sta per seppellirli.

 

Acqua

da cui veniamo, cui potremmo tornare.

Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!

È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!

 

 

 

 

 

 

 

 

La grande piramide

(2.500 a.C.)

 

Un edificio di due milioni di blocchi di pietra

portati su chiatte e slitte da oltre il Nilo,

sollevati su rampe, tagliati e levigati con scalpelli

di bronzo e cuscinetti d’arenaria, che splendore,

bagliore di tomba, matematica

in quella luminosa punta di calcare contro l’azzurro,

azzurro al di sopra e giallo sotto,

nero al di sopra e argento sotto,

stelle come grani di sabbia, la piramide a riunirle –

Avreste dovuto vederla, amici miei, confesserò

che me la disse lunga e potete cestinare

le credenze popolari sulla megalomania

di mummie in attesa del volo per l’eternità.

Architetti, sorveglianti, approvvigionatori,

lavandaie e cuochi, e muscolose gang

ma non di schiavi, avrebbero scioperato

se un visir gli avesse lesinato grano o birra:

fu il primo sforzo di massa per dire

siamo qui, l’abbiamo fatto noi, non è natura

ma geometria, guardala un giorno dalla luna!

 

Oh, ma l’inaugurazione, i festeggiamenti, la vacanza –

mi unii alla folla, cari miei, che altro fare?

il sole impose l’antica benedizione, dorato e caldo e alto.

La processione quasi si levò ad incontrarla:

ciò che non era lino bianco erano lapislazzuli,

ciò che non era lapislazzuli era oro,

c’era uno splendore, un fruscìo deciso, una solennità,

il faraone e la moglie trasportati su troni d’oro,

guardie del corpo come statue di bronzo in cammino,

c’erano veri uomini del deserto con i falchi, severi

quanto i falchi stessi, c’erano scribi e cantanti,

danzatrici nere oliate, oro nero – selvagge –

e poi il robusto serpentone dei lavoratori

che dal Nilo oscillava fino ai quattro grandi volti

e gli si attorcigliava attorno per la dedizione.

 

E l’onda di musica esplodeva, splendenti dissonanze,

squilli, il trionfo, i passi dei signori del suono

portate via come tempesta le mie parole di cantastorie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul Volga

(922 d.C.)

 

Ho immaginato una svolta, un pizzico di freddo

pungente nell’aria, salì fino in Russia, corse lungo il Volga,

alquanto svelto, fiato come vapore, sangue in movimento,

pronto a tutto, conosci la sensazione.

Ma io non ero pronto come m’illudevo.

 

M’imbattei in un campo di vichinghi, commercianti

diretti a Sud verso il Mar Nero, uomini grandi, belli,

tatuati, con le navi all’ancora sul fiume.

Il capo era morto, stavo per testimoniare

al rituale della cremazione. È così chiaro –

cara gente, io devo parlare e voi sentire –

 

Una barca fu trascinata sulla riva, fascine accatastate,

vestirono il morto con un panno d’oro, lo deposero

in una tenda sul ponte. Chi sarebbe morto con lui?

Una ragazza si offerse – sì, una vera volontaria –

camminava qua e là cantando, non abbattuta, stava in piedi

di tanto in tanto, parlando con gli amici, credetemi, rideva.

Cosa pensò del cane che avevano tagliato in due,

gettato nella nave? Nulla, quel che è fatto è fatto.

I cavalli? Il capo deve avere le sue bestie

al fianco per quel viaggio nero. Lei,

quando fu giunta la sua ora, entrò in sei tende, una

dopo l’altra, e giacque con gli uomini lì dentro.

Ognuno la penetrò dolcemente, dicendo “Dì al tuo padrone

che l’ho fatto soltanto per amore tuo.” Le fu versato

vino forte, tazza dopo tazza. Barcollando, cantando,

fu sollevata sulla nave, deposta, tenuta,

pugnalata da una vecchia arcigna e al contempo strangolata

da due uomini robusti, così che fosse ignoto chi l’avesse uccisa.

Le doghe batterono gli scudi per soffocare le sue grida.

 

Sesso e morte, vino e fuoco – quest’ultimo in arrivo.

Incendiarono la nave, prese in fretta, scoppiettò, crepitò,

bruciò, legno di betulla, tela di tenda, carne, panno d’oro

si fusero in un fuoco nutrito ancor più in fretta

dalla tempesta che soffiava da Occidente, gettando

onda dopo onda fumo in volo sopra il fiume.

 

Amici miei, volete sapere cosa dovreste provare?

Non posso dirvelo, ma dovete provare. Non racconto favole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Mongoli

(1200-1300 d.C.)

 

Il Papa inviò una lettera al Gran Can, dicendo

“Noi non la comprendiamo. Perché non obbedisce?

Noi riceviamo ordini dal cielo senza intermediari.”

Il Gran Can rispose al Papa, dicendo:

“Noi non la comprendiamo. Perché non obbedisce?

Noi riceviamo ordini dal cielo senza intermediari.”

Devo ammettere che girai un paio di ruote quando

trovai queste lettere. Il mongolo insolente,

pensai, una novità nel mondo, commedia nera

cui mai assisti presso i più solenni saraceni.

Perché no? Il cielo ha dato loro la terra

da Lituania a Korea, cavalcano come

il vento sopra un tappeto di ossa.

Hanno leggi, registrano, studiano le stelle.

Sono un portento. Ma a che servono?

 

Stavo in piedi tra onde d’erba, da qualche parte in Asia

(è un indirizzo sicuro), masticando agnello essicato

e scrutando il cielo basso che tuonava,

quando una colonna di soldati mongoli passò,

si fermarono, si misero in riga, su ordine dello sciamano

che li raccomandava al dio del cielo Tengri mentre piegava

l’azzurro per benedirli. Apparvero strumenti

come da un nondove, una banda, inni di guerra

ma molto strani, cessarono di botto,

a parte il battere dei bollitori-tamburi quando la truppa

prese ad avanzare. Erano rinfrancati, ispirati?

Chi lo sa? Ma oh quel misurato e conico su e giù

di elmi d’acciaio, luccichìo di gilé di cuoio laccato,

muta e instancabile falcata di lupo!

Erano usciti a ridurre in macerie qualche grande città?

Penso fossero usciti per estendere il mondo già noto.

Barcollarono fuori dalla visuale; seguiti dai cavalieri;

un vento freddo alle spalle, e frecce di pioggia.

Perfino nella giacca di feltro tremavo. Eppure –

eppure erano là per scuotere i potenti sopra i troni.

Erano come la natura, draghi, vulcani. Sveglia!

Siete svegli, cara gente? Siete pronti per l’Orda,

il cambio di pagina, l’asteroide, la spada virtuale?

 

 

 

 

 

 

 

 

Magellano

(1521 d.C.)

 

Cime di Patagonia, le coste più fredde di tutte,

e le navi che sfrecciano a sud-ovest nello stretto

che sarebbe stato di Magellano: come il fuoco di Sant’Elmo

giocavo nel sartiame, e fremevo, era bene

vedere il navigatore fare della determinazione

il proprio quadrante e bussola verso l’ignoto.

Un ammutinamento? Sempre s’impiccano i capobanda. Lo fece.

Una nave naufragata, l’altra abbandonata? Giusto. Giusto.

Avanti con le altre tre. Questo canale di scogli,

un mese selvaggio a incitare, maledire le nebbie,

superando se stesso al vedere la terra del fuoco,

Tierra del Fuego, ardere il suo inferno di petrolio,

e infine fuori in quelle che sembravano onde smisurate –

Magellano fissava il terzo acquoso del mondo.

Ovest! Ovest e Nord! Che bufere! Che abissi!

Che mostri marini osservai dai nido del corvo!

La morte per fame e per sete laggiù, il delirio, i ratti

per cena, chi rosicchiava cinture! Magellano aveva

l’occhio penetrante e la barba bianco sale rivolti alla

Terra, verso Marianne e Filippine e

la morte. Tremai vedendo la spiaggia del sangue

dove fu fatto a pezzi. Non tremereste anche voi?

 

E non gioireste del fatto che il tenente continuò

a veleggiare, continuò verso ovest, barcollando

su una sola nave disastrata, in rotta per la Spagna

a dimostrare che era tondo il mondo. E avrebbero avuto bisogno

di più navi, perché era soprattutto acqua. Una palla

senza un margine da cui cadere – sembrava bello.

Ma una palla bagnata nello spazio, che potrebbe mai tenerla insieme?

Ogni trionfo lasciava una serie di domande.

Come sempre dovrebbe, dissi ai geografi.

 

Non siete d’accordo, gente, che è il pungolo elettrico

a tenerci in movimento? Non fate caso ai pungoli,

mettete la testa in un sacchetto, è quello che vi dico.

Bene, mi è concesso dire cose simili,

sono libero.

Grande Ferdinando Magellano,

dormi in pace sotto i mari.

Il mondo è aperto, e tu ce ne hai dato le chiavi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Copernico

(1543 d.C.)

 

Nel Baltico ci sono molte onde,

ma nei campi prussiani vidi, e non vidi

l’onda di pensiero che fece muovere la terra.

La Torre di Copernico, come la chiamano,

con i suoi tre piani verso la piattaforma osservatorio,

aperta, piena di notte, eppure senza telescopi.

Ero solito guardare la luce accendersi, poi spegnersi,

e una figura scura serrare una stella

come vedeva fare alla luna. Luna e sole

ruotavano attorno alla terra, o siete ciechi.

No. Terra e luna ruotavano attorno al sole

e la terra attorno a se stessa. Marte, Venere,

tutti, una famiglia, un sistema, e il sistema era solare.

Lui chi era, e ha importanza? Nessuna storia

si narra di quest’uomo che scacciò la terra a calci

dal suo falso trono. Lutero lo disse pazzo

ma il pazzo era Lutero. Aveva servitori,

cavalcava, guariva malati, ascoltava storie,

amministrava una provincia, ma i suoi occhi giganti

fumavano come mondi ancora privi di governo.

Aveva grandi anche le mani – ma non si sposò mai.

Nella sua terra infuriava la guerra, i contadini morivano di fame,

i colleghi fuggivano, lui rimase nella città fumante –

qualcosa di ferro là. Un gioco lo fece oggetto di satira

ma nulla poté fermare questo paziente rivoluzionario.

Li sentii bussare alla porta della stanza dove moriva

per portargli il libro delle sue fatiche di una vita

ma mi chiedo se l’abbia visto – non diede alcun segnale –

quel titolo tremendo Sulle rivoluzioni

(e che pungolo era) delle sfere celesti fluttuò

al di sopra dell’uomo dissanguato e raggrinzito e cantò

come un angelo, un angelo umano infine liberato

per un viaggio nell’universo che non sarebbe stato mai più quieto

delle nuvole che si formavano e disfavano

sopra la Torre di Copernico.

 

Guardai dal tetto finché

il cielo non fu buio e stellato, e seppi che i miei viaggi

erano appena cominciati: le Nubi di Magellano

attendono chi ha scalato i sudari di quell’uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Juggernaut[2]

(1600 DC)

 

Ne avevo avuto abbastanza di stelle e silenzio.

Era piena estate e partii per l’India.

Dove trovare un po’ di vita se non in India?

M’imbarcai su una nave, e presto stavo attraversando

febbricitante la Baia del Bengala verso una città di mare

di una certa fama, come la chiamavano, Puri,

sì, la Puri dei festival. Un prova mi dissero.

Prova di che? Oh, lo scoprirai.

 

Se era la gente che cercavo, là ce n’era in abbondanza,

decine, centinaia, migliaia di persone colmavano le strade

di chiacchiericcio e movimento e colore e lentamente

trasformavano il cortile di un tempio in un magnete

dove si ammassavano e spingevano colmi dell’antica aspettativa.

Con un rombo, con grida, tamburi, scoppio di granate

un enorme carro spinto, cosa, sedici ruote,

un carro per un dio, un carro che la gente disegnasse,

e la gente disegnò, con il proprio dio a bordo,

il gigante barcollante senza gamba spaventoso

che come drogati trascinavano, esaltati dalla devozione,

mulinavano, cantilenavano, spingevano, inciampavano, rotolavano –

cosa rotolavano, su quei grandi raggi, verso il mare?

Posso sentire il boato anche ora, salire

 

tra onde di polvere e calore, potrebbe gelarti il sangue

o intrecciarti le radici con quelle del mondo.

“Chi è il Signore dell’Universo? Jagannath!

Chi è Jagannath? Il Signore dell’Universo!”

 

Lo Juggernaut continuò a rotolare aprendosi un varco

tra chissà quanti corpi

che avevano gettato a terra

o vi si erano gettati,

per abbracciare l’asse inflessibile del divino.

Non potevo dirlo. Non volevo dirlo.

Occhi scintillanti, grida d’estasi,

fetore, fuggifuggi, stinchi sparpagliati,

tendoni inondati dal sole, idoli inzuppati di sudore

mi nuotavano davanti come squali, come strilli

da un antico incomprensibile abisso.

 

Non oliata l’asse grida.

 

 

[2] Termine di origine sanscrita (Jagannath) per definire una forza inarrestabile di qualsiasi natura che distrugge tutto quanto incontra sul suo cammino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Isola di Pasqua

(1722 d.C.)

 

Lo scrivo, lo leggo, riverisco quel mare

a tingere di blu l’emisfero terrestre che geme.

Stavo piombando su quelle onde un giorno quando

il mio occhio colse il triangolo minuscolo di un’isola

un istinto mi disse d’indagare:

vulcanico, mera boscaglia di vegetazione,

ma interessante nella sua solitudine ribelle

migliaia di miglia dalla terra più vicina.

Parlai con gli abitanti. Erano curiosi.

Erano forti viaggiatori, o lo erano stati gli antenati

comunque ora non più; c’era un qualche grande passato,

frammenti soltanto, alla deriva nella memoria.

Li trovai gente piuttosto allegra.

Ai vestiti preferivano i tatuaggi.

Slanciavano le gambe in danze spudorate.

A che serve il pudore nel mezzo del Pacifico?

 

Chiunque fossero, non erano coloro

le cui facce smunte e spaventate fissavano – non me

ma spazio e nuvole cose sconosciute

se non a chi le aveva incise.

Centinaia di statue, alte sei uomini e oltre,

in piedi, distese, o a tentare

di sollevarsi da terra come adami polinesiani –

ma non polinesiani, proibivano l’identità:

naso appuntito, labbro sottile, mento sporgente

dicevano solo Potere! Mistero! Visione!

Che forza li distoglieva dalle loro prede,

quei tanti toni, nel terreno accidentato dell’isola?

Nulla li muoveva, si muovevano, mi dissero.

Passo dopo passo, dondolando da una parte all’altra,

raggiunsero i luoghi stabiliti.

Tutti lo sapevano, mi dissero.

 

Era sera adesso, la sera che qualcuno chiamerebbe

Domenica di Pasqua. Scalai una collina sulla costa,

guardando quelle vaste acque non più vaste

di segmenti di mente appena visitati e scintillanti.

All’orizzonte, la prima nave per l’Europa:

ciondoli, missionari, pantaloni, vaioli, fucili.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il terremoto di Lisbona

(1755 d.C.)

 

Il confine ovest di un continente, alte navi nel porto,

anche il porto era enorme, un porto per tutti,

cerchio consacrato per quel Giorno d’Ognissanti

di un novembre quieto, semidorato, semitetro:

le campane stonavano e strillavano, le chiese erano gremite,

le candele fitte come boschi, le voci

ammassate in pianure che vibravano di lodi.

Io guardavo tutto, guardavo la fine di ogni cosa.

La terra sogna come un cane in una cesta,

contraendosi; le piace mostrare di essere viva.

Al primo tremito, gli astanti si guardarono l’un l’altro,

non sono pazzi, sanno quel accade,

ma senz’altro avvertimento che uno schianto

i tetti istoriati seppellirono i fedeli, sollevando

un turbine di grida, sangue, cera ardente.

Chi poteva corse, corse verso il mare

per essere salvati, ma salvarli non poté:

si levò in un muro d’acqua, onda d’onde

che intorbidì e ululò e portò l’enorme annegamento,

mantilla, abiti neri, piviali di porpora, fasce per neonati.

 

Era un a fado

che cantava, svaniva.

Lo sentii nei gemiti dei feriti.

Si levò come fumo da fuochi destinati a infuriare per giorni.

Fece a brandelli l’Illuminismo.

Trasformò in filosofi uomini in catene.

Vidi una piccola folla e parlai loro.

Gettate le candele, dissi. È una nuova era.

Studiate la terra. Ascoltate le sue placche macinare.

Il potere è nelle vostre mani, non lassù – indicai –

avete un lungo cammino davanti, e lacrime, ma

è il vostro cammino, sono le vostre lacrime,

mai incorniciare di ghiaccio le paure.

Spazzate le macerie. Piangete i dispersi.

Tenete una rovina a memento.

Dite al vecchio Tago che una nuova Troia è in gioco!

 

Una donna annuì, prese fiori, andò avanti.

Era il primo di novembre, il Giorno dei Morti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Darwin alle Galapagos

(1835 d.C.)

 

Era un giorno fresco per l’Equatore

quando mi arrampicai fischiando sulla massa fusa.

Nubi avevano portato un acquazzone sulla riva.

Rocce grigioscure erose e porose,

brillavano, e così un iguana a sbirciarmi

pigro mentre la cresta bagnata si rizzava.

Vidi la scia lasciata da una tartaruga gigante –

che messaggio ostinato cacciato nella boscaglia!

E l’aria era accesa di uccelli, bene, luminosa e buia –

verde, marrone, gialla – uccelletti, fringuelli

a trastullare i corpicini, imbevendo la frescura

di uno spruzzo di clamore e ciarle, con uno charme

peculiare a queste isole, queste Incantadas

Incontrai un giovane dal cappello floscio

si fermò e sorrise; anche lui affascinante.

“I miei fringuelli”, disse, “stai guardando i miei fringuelli.”

Sedemmo sopra un vecchio ceppo, assaporai quel momento.

Un uomo inegnoso e al contempo ingenuo,

un genio senz’altro, entusiasta, timido,

beh, no, non proprio timido, modesto,

il tipo d’uomo con cui avrei potuto parlare all’infinito.

“Questi fringuelli – sono tutti differenti,” disse.

“Sono diventati specie separate, e perché è avvenuto?

In Ecuador hanno qualche antenato ma qui

i becchi mutarono in funzione del cibo –

piccoli semi, e grandi, nettare, e sai che ce n’è

uno che fa delle spine di cactus strumento

per stanare le larve dalle crepe degli alberi? Oh

quasi non riesco a dormire per l’eccitazione!

Nulla è immutabile, la vita cambia, noi evolviamo.

Il processo è stupendo, vero!

Il processo è progresso, non vedi!

 

Mi dà un colpetto sul braccio, gli brillano gli occhi. Concordo.

Il tempo si frange in onde grandi mentre parliamo.

E guarda, un fringuello sul dorso di una testuggine

come fosse stato a sentire

alza il becco e comincia un canto così

penetrante da prolungare l’inizio per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimbaud

(1891 d.C.)

 

Un ventilatore ansimante appena disturbava le mosche.

C’era una stampella nell’angolo. Grida dal porto

portavano Marsiglia in un soffocante ospedale

dove lo smunto contrabbandiere drogato

sudava e gemeva col moncone bendato macchiava

le lenzuola rigirandosi e mormorando.

Mi misi in ascolto. Sapevo chi era.

Questo commerciante moribondo era un tempo un poeta.

Puoi essere stato un poeta, e vivere? Bene, puoi?

Volevo nuotare nel suo delirio.

Lo feci, nuotai nel suo delirio.

 

“ – diecimila fucili, erano tutti ammucchiati

ma io fui ingannato, fu l’Abissinia a ingannarmi,

poi toccherà agli schiavi, o continuerò con zanne e spezie,

posso ancora correre le sabbie, trafficare trafficare,

andare al golfo, al mare, al verde, oh, la mia sete,

non posso bere, Venere con gli occhi verdi

sta uscendo da un verde bagno di rame,

è calva, lardosa, ulcerata, gocciola

verderame e sono assetato voglio voglio

assenzio, absomphe, mio verde, mio demone, mio caro,

e ho fame ma rosicchio solo ferro e carbone,

rosicchio anche pareti ecco il mostro che sono,

Djami, Djami, che razza di assistente sei,

portami la pipa, dov’è la mia camicia bianca,

non devi ridere dei miei capelli grigi,

Paul, torna indietro, sarò buono,

credi davvero che potrai mai

trovare qualcuno di meglio con cui stare,

ti salterò addosso, rotoleremo insieme,

Paul, ho bisogno di te, ti amo,

il dolore, il dolore, qualcuno mi rosicchia la gamba

dentro uno stivale di ferro, mi aspetto sia Dio

che siamo nati a fare, scrivere poesia, nah –“

 

Un’onda di traffico rumoreggiò all’esterno.

Volevo un’onda del mare, aria vera, gabbiani.

Lasciai l’odore nauseante e il giovane vecchio.

La poesia bruciava in lui come radio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’assedio di Leningrado

(1941-1944 d.C.)

 

Enorme Ladoga ghiacciato, lago di giganti,

piano s’incrinò nella nebbia e sotto le crepe

l’artiglieria fendette oscurità sibilante.

Mi strinsi nelle pellicce, adatte alla città.

In periferia: figure nere accucciate

a suggere acqua da tubi spaccati

sotto la neve. Sulla neve

slitte cariche di morti

erano trascinate dai mezzi morti.

Un cane smunto si avvicinò strisciando. Seppelliteli in fretta!

Fame tra le costole e non poteva ululare

ma poteva mangiare! I milioni di vinti possono

mangiare, un etto di pane al giorno, due

bicchieri d’acqua calda, un ratto se l’acchiappano,

poi masticare un po’ di cuoio, scialle a brandelli,

attendere il ronzio sopra la testa.

Musica: cos’era! Attraversai un atrio,

sbirciai dentro: folla rannicchiata, fiato, bastone,

luce densa d’ottone. Schianti di Shostakovich

ruppero il ghiaccio e sfrecciarono nel sangue.

Come potrebbero arrendersi mai questi cuori?

Nasi aguzzi e carne grigia, va bene; morivano di fame;

Morivano di fame, a migliaia; ma tenevano aperte scuole,

ospedali, fabbriche, il gasdotto sotto Ladoga,

figli di Pietro il Grande, sì, figli di Lenin,

di quel che ti pare, a seguirne le orme. Vivono

nella memoria dei poeti e di quelli lontani

come me che visitano tutto

ma non sempre si spaventano tanto come

quando proiettili fischiano tra fiocchi innocenti

macchiando il Nord di sangue.

 

Osservavo

onda dopo onda di bombardieri che oscuravano il cielo.

Quella notte fu colpito il grande osservatorio.

L’occhio di Pulkovo cercava la Stella di Barnard

andava cieco come il lago suo compagno gelato

che lo difendeva e ne era difeso –

finché dovette sciogliersi il dolore e la gente

cantò nella luna innocua delle sue bianche notti.

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia dello Sputnik

(1957 d.C.)

 

Un giorno, mentre oziavo sopra la terra,

un luccichìo inatteso mi catturò lo sguardo,

argento sibilante, un’allegra sfera munita di sporgenze.

Sapevo che era tempo di vedere cose simili

Ma quella era la prima: fatta a mano, ben forgiata,

artificiale ma un satellite lo stesso:

un chi-va-là per l’universo!

Mi avvicinai: alluminio lucidissimo

scintillò, ronzò, vibrò, le quattro antenne di ragno

erano elastiche come ogni recente creazione.

Sembrava una creatura allegra, vanitosa perfino.

Aveva una voce. Le dissi ciao.

 

“Non posso fermarmi,” piagnucolò. “Sono in orbita.

Raggiungimi se vuoi parlare. Beep.

Viaggia con me, sii lo sputnik di sputnik.”

Volai accanto a lui. “Cos’hai visto?” Chiesi.

“Il muro del pianto, oggetto inutile quello.

Continenti. Navi cisterna. Delta come code di pony.

Aziende agricole beep collettive ovunque. Oh,

la terra come una palla, non devi scordarlo,

prova superata. E un bagliore azzurro

tutt’intorno se ti piacciono queste beep cose.”

 

Ma sei schiuso in un pezzo di metallo da sempre?”

Chiesi. “Ma certo beep che no!”, rispose,

i colori s’inseguivano sulla superficie.

“Ai tempi dei barbari ero un bardo,

Widsith, viaggiatore in terre distanti. Il mondo era il mio porto sicuro.

I goti mi davano oro. Sbocciai in Borgogna.

Vidi i pitti tatuarsi sulla pelle beep motivi.

Suonai per i saraceni in cambio di una cena dolce.

in Finlandia condivisi il pavimento con uno sciamano.

Il padrone è buono se aiuta l’arpista!”

 

“Non ho niente da darti,” gli dissi,

“a parte la verità. Hai tre mesi da vivere

in quest’orbita, e poi sarai cenere.”

Si rabbuiò. “Puoi benissimo avere ragione.”

Ma ricordando Widsith avvampò di una tremula luce.

“Vedremo. Beep. Vedremo. Beep. Vedremo.”

 

 

 

 

 

 

 

 

Woodstock

(1969 d.C.)

 

Quante persone possono essere felici?

Quante persone possono essere in pace?

Mezzo milione in quel campo pieno di gente

che contai camminando nel mattino.

Erano le Catskills, non le Malvern Hills,

ma qualcosa di buono vi stava respirando.

Era musica l’incanto? Un milione di occhi

su giovani volti levati ad amplificatori e cavalletti

disposti come in un gigante set teatrale –

bene, era un set teatrale, un pezzo da sé scritto

cullato da ondate ritmiche di applausi,

fischi, annunci, hurra, passaggi di aerei.

 

Fumi si fumavano e schiene si battevano.

Un uomo morì e un bimbo nacque.

Adamo ed Eva nudi dentro un libro.

Anche questo dovrei metterlo in un libro.

 

Gioco di pioggia, oh lo fece, tuono e fango.

Indossate il poncho, cappe e cappelli!

Benedite ed esorcizzate il diluvio!

Il canto Navajo della pioggia travolge la folla.

 

Ma non fu il tempo il climax.

Cosa aspettavano tutti?

Quando furono passate nubi e bande

e canti erano pronti a essere messi da parte,

nell’attesa tacita, elettrica,

uno strumento si levò come un dragone,

una chitarra parlò come un dragone.

Stellato e impaurito lustrino stonato,

non più acceso di lusinghe lo stendardo stracciato

una banshee in prima fila a brandirlo.

Quando Hendrix pizzicava le corde, era la criniera di un leone.

Le sue dita lavoravano come molte mani.

Ma in tutto quel ruggire e mugolare,

in quello stridere e legare,

in quel crescere e strisciare,

il tono restava in superficie

straziante quasi,

luminoso e combattivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le torri gemelle

(2001 d.C.)

 

Per il Commercio Mercantile e la Borsa Merci,

per il Commercio del Cotone e il Commercio del Caffè,

per il Market Bar e lo Sky Dive,

per le Finestre sul Mondo al 107° piano,

per le tre tonnellate di tappezzeria

di Miro e l’opera stabile e mobile di Calder,

non ci fu a un tratto più tempo, amici miei,

non ci fu a un tratto più spazio.

Per quelli dentro, miei cari, per quelli dentro,

fu metallo ritorto, bollente ma combustibile,

fumo, fuoco, paura, sconcerto e frenesia.

Io lo vidi, ma voi dovete immaginarlo.

Pensate a quelli fuggiti per le scale incespicando,

pensate a quelli che fuggirono nell’aria soltanto,

mano nella mano saltando dalle finestre più alte

per morire in pezzi piuttosto che bruciati: la pena che c’è in questo.

Riuscite a pensare anche ai piloti, negli ultimi istanti

della studiata traiettoria d’impatto quando si profilarono le torri –

pregavano forse, piangevano, urlavano, tacevano, contavano –

Riuscite a collocare quell’unione finale di vetro, carne, acciaio

sulla scala del sublime propria del terrore –

in alto, non è in alto? Dovete dirlo!

 

Le onde d’urto furono un allarme per l’impero presuntuoso;

lasciate che prendano nota, che pensino a come altri vivono.

Ma torri alte possono essere arroganti, oppure no.

Mi arrabbierò moltissimo – oh, sì, posso farlo –

quando sentirò la parola Babele. Avvocati dell’umiltà,

statene fuori, strisciate fuori! C’è una cosa che cresce

che non potrete mai arrestare o far cadere.

 

Come il pettine rotto che una giovane geisha

ha gettato con rabbia sulla strada,

l’ossatura rovinata di una  torre dimezzata

si staglia disinvolta contro il cielo

come fosse il monumento che doveva diventare,

per sciogliere cascate di capelli fini e neri,

sciogliere lacrime in cascate, cadere

sul suolo mortalmente desolato

per duemila teste e più

che mai saranno rinvenute.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla strada per la Stella di Barnard

(2300 DC)

 

Ho sentito di un tumulto a Ofiuco.

La costellazione, l’eroe dalle ali ampie

che stringeva il suo serpente, pulsava e arrossiva

come un calamaro gigante. Cosa stava succedendo?

Ti dirò io quello che stava succedendo.

Mondi si stavano perdendo, stavano nascendo.

Captai notizie di una spedizione.

 

Eravamo una banda diretta alla Stella di Barnard,

il rubino ardente, il secondo più prossimo alla terra,

freddo, bruciava lentamente, oh, sarà in giro ancora

molto dopo che il suo sole avrà esaurito l’elio.

Aveva, o stava per avere, un pianeta.

(Chi può sapere cos’è il tempo a simili distanze?)

Viaggiavamo non molto più lenti della luce –

sei anni nel nostro vigoroso cavaliere di fotoni

ci avrebbero portati sulle coste del pianeta rosso.

Di cosa parlavamo? Di cosa no?

Destino e volontà, buio grande grande luce,

l’impetuoso treno della conoscenza, la perla della speranza.

Meteore ci superavano sfrecciando come bossoli in battaglia.

Nuvole di gas erano quasi forme – quasi –

ma non c’erano dei, e avevamo sangue

buono nelle vene, nei nostri validi cervelli,

e anche in luoghi scuri, nella memoria,

s’indurivano, là, dove non c’era grazia,

sangue che versato mai sarebbe stato cancellato.

Brindammo al morto. Benedimmo il nascituro.

Il computer soffiò il suo straordinario corno

per dirci che eravamo in arrivo, eravamo arrivati,

a scatti, rallentavamo, vorticavamo,

oltre il riverbero rosso della Stella di Barnard

giù verso il suo pianeta, lentamente, a scatti,

per atterrare infine su onde d’erba.

 

Come vetro

i fili verdi non ondeggiavano mai, un fiume

in lontananza brillava, ma non pioveva mai,

laburno – non era laburno –

gocciava oro duro. La quiete imponente

attendeva. Aiutala. “Apri il boccaporto,” dissi.

 

 

da Libro delle vite, Kolibris, Bologna 2010

 

 

 

 

Morgan1_48334cNato a Glasgow il 27 Aprile 1920 ed è morto il 17 agosto del 2010, Edwin George Morgan è ampiamente riconosciuto come uno dei maggiori poeti scozzesi del XX secolo.  Subito dopo la sua nascita i genitori decisero di trasferirsi a Rutherglen, dove trascorse l’infanzia e frequentò la scuola locale. In seguito, frequentò la Glasgow High School, e nel 1937 intraprese gli studi alla Glasgow University, dove insegnò dal 1947 al 1980. Edwin Morgan ha sempre coltivato molteplici interessi, spaziando dalle lingue alla tecnologia, dall’arte alla cinematografia. Ha tradotto poesie da russo, ungherese, francese, italiano, latino, spagnolo, portoghese, tedesco e altre lingue. Nei primi anni ’60 cominciò a sperimentare nell’ambito della Concrete Poetry. Ha scritto poesie di argomento cinematografico, teatrale e di science fiction: Sonnets from Scotland, Glasgow Sonnets, Instamatic Poems, e Newspoems, per citare solo alcune opere. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia e raccolte di saggi, la maggior parte editi da Carcanet Press Ltd., Manchester e Mariscat Press, Glasgow.
Il volume Collected Poems pubblicato da Carcanet nel 1990 è la sua raccolta più ampia ed eterogenea.  Dopo la sua apprezzatissima traduzione dello Cyrano de Bergerac di Rostand (Carcanet, 1992) e della Phèdre di Racine in scozzese (Phaedra, Carcanet, 2000), nell’autunno del 2000 apparve la sua prima opera drammaturgia originale: A.D. A Trilogy of Plays on the Life of Jesus (Carcanet, 2000) messa in scena dalla Raindog Company a Glasgow.
Nell’autunno del 1999 è stato nominato Poeta Laureato, nel 2000 è stato insignito della Queen’s Gold Medal for Poetry nel 2004, fiu il primjo a essere nominato Poeta Nazionale Scozzese: The Scots Makar. Nel giugno del 2001 la sua Phaedra ha ricevuto il prestigioso Weidenfeld Prize for Translation

 

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Werner Lambersy, Lettre à mon père/Lettera a mio padre Featured

fr

Lettera a mio padre

 

 

prima della morte di uno

dei due

 

 

 
Visto che per lettera mi hai
messo in aspettativa
della tua morte

dei tuoi funerali

e del dovere di portarti
più lontano
come ho fatto
portando volontariamente
il tuo nome

visto che eccolo tuo figlio
in partibus

bastardo di fatto
senz’altro patrimonio che
tradire
in nome dell’incerta taglia posta
sul mio essere me stesso

 

 

 

visto che mi pensi
come io ti penso
nell’amore desolato
di quelli che uno stesso sangue
separa

sappi allora questa
che è la mia favola per
sopravvivere

avevo dieci anni
quando sono nato ad Auschwitz

mio padre lo chiamavo Notte
e mia madre Nebbia
tu avevi scontato
la pena di arruolato volontario
nella Waffen SS

Fino in fondo
ai tuoi occhi qualche
cosa

temeva e piangeva
allo stesso tempo

 

 

 

dell’infanzia non avrò
che questo buco nero
di cui sembravi ancora
portare l’uniforme
tenebrosa

un fratello tutto vestito
di morte mi seguiva
avrebbe potuto vincere
la guerra

di mamma non sapevo
che la sua menzogna
e l’opera barocca del
suo amore

è morta
portandosi ciò che ha creduto
di dovermi nascondere

ovvero quasi
tutto

 

 

 

la gioia, lei pensava
era a quel prezzo si sa
quel che comporta

la rivolta
e la disperazione ne sono
solo la moneta spicciola

ma è così che ho conosciuto
la poesia
come inevitabile

sono nato ad Auschwitz
da genitori ebrei
anonimi e scomparsi dentro
l’inferno

 

 

 

lo saprai soltanto
nel momento in cui avrò
speso cinquant’anni
sul percorso

come a ritroso per tornarti

ne chiedo perdono
al popolo ebraico che non deve
considerarmi come
uno dei suoi

piuttosto come un ostaggio

che si sarebbe consegnato per
spezzare l’ingranaggio
dell’odio

 

 

 

per impedire
che tutto ciò ricominci

qualunque sia il nome
delle vittime

poiché come le serpi la bestia
anche in noi
non ha una sola pelle

leggendomi
saprai dunque di te
la cui bontà credo
evidente

che hai messo al mondo
proprio quello che
volevi estirparne

avrai sbagliato per
rabbia e anche
fedeltà

 

 

 

non mi vendico
non pago debiti
non risolvo problemi

solo esprimo il sobbalzo
teso a salvare

me
e i figli che ho tra
gli uomini che vorrei
vedere fratelli

qualsiasi rimprovero abbia
a muover loro
e a te per primo

come a me per
ultimo

 

 

 

tu hai dunque appreso
quel che in fondo temevi
maggiormente

che
farai per sempre parte
delle vittime

che questo ti spaventava
al punto da gettare la tua miseria
di affamato
nel campo degli affamatori

che a loro andavano dicendo
la fame
esiste solo per i folli
e i deboli

 

 

 

ti volevi forte
ti volevi nuovo
e così cadevi
dentro la più vecchia delle storie

quella del diritto del più forte
quella che presto
o tardi ti conduce
a incontrare chi di te è più forte

le nostre rispettive età ci avranno
insegnato almeno questo
ma il mondo rischia
ancora oggi di morirne

 

 

 

quel che è così spezzato dalla
violenza
partecipa in tal modo
alla natura dell’uomo

ne deriva che il dolore
che si prova
ferma il mondo trasforma
il mondo e gli uomini
in oggetti statici

cose incomprensibili
senza legami senz’armonia
dunque senza amore e
disperatamente
soli

e io questo non lo voglio

 

 

 

mi dicevi
l’amore non è questione
di volontà

è vero
nella misura in cui la volontà
consiste nel custodirne
il progetto
e l’ambizione

c’è da sottolineare
che questi valori li ritrovavi
quando parlavi
dell’amicizia

della dignità nella sventura
dei tuoi compagni di cella

 

 

 

avrò avuto altri padri
lo sai
tra cui uno che mi crebbe
nell’amore dell’arte e
della solitudine

e altri ancora
che mi pubblicarono facendosi
carico di ricavarmi il mio
posto tra gli uomini

tu scegliesti
di abbandonarmi a loro per
il mio bene

ma significò aumentare
il peso delle domande senza
risposte

 

 

 

ecco quel che di me fece
questa canaglia di cuore

questa sottomissione all’ordine
che ritenevi nobile
rinunciarvi fu
all’origine
del mio disordine

del mio eterno contropiede
sociale
è un classico

ma gli specchi conservano
qualcosa di quel
che riflettono

questa cosa mi ha sempre
ossessionato

 

 

 

ti devo di essere nato
dal nulla
insolvente per la vita

devo alla vita il rispetto
che passa attraverso di te
evoè e che il verbo sia
la vigna dell’ebbrezza
nell’assoluto

dove attendevo di nascere

conosco le mie incoerenze
e non mi sforzo più
di eliminarle

ma di sfruttarle
come un filone aurifero nativo

 

 

 

è ringraziare anche di
quanto sia irriducibile
la parola
irreprensibile la poesia

queste due ricchezze
nessuna delle quali si deve custodire
per sé soli

che di proprio lasciano soltanto
quel che si perde

il miracolo dell’improbabile e
la vittoria del caso
sulla logica

resteremo sempre nella
libera esultanza del progetto
impossibile

 

 

 

non cerco di riconciliare
gli opposti inconciliabili

ma è
che scrivendo a qualcuno
spesso si scrive a se stessi

non sono tanto invadente da
convincermi attraverso di te
che il cambiamento sia possibile

e che addirittura sia la regola
di cui è principio
il disordine

fin dall’inizio ho saputo
che sarei stato divulgatore
di un dolore un desiderio e un
dubbio

 

 

 

il dubbio toccherebbe l’idea
del padre

né dio né mio padre
è è stato ma sarà
quando non gli saremo più
di ostacolo

quando non saremo più
zavorra che li trattiene
nel futuro

quando tutto sarà cominciato
il bisogno del bello

 

 

 

il desiderio si terrebbe il
più vicino possibile alla vita

la vita allora avrebbe senso
avrebbe ragione su tutto
sarebbe la soluzione ultima

tanto paradossale e
necessaria da somigliare
alla morte

il ragionevole conterebbe
sull’eccesso per durare

si vedrebbe
nello sperpero
il principio d’economia semplice
dell’eternità

 

 

 

resta il dolore
di cui so che ha
a che fare con la bellezza

tu mi scrivevi un tempo
per spiegare il mondo
che c’è soltanto il vaso
di ferro contro il vaso
d’argilla

io non ci credo affatto
c’è una volta che il vaso
di argilla sia rotto
il sentimento terribile
di una mancanza

manca qualcosa

 

 

 

che il senso che abbiamo
della nostra fragilità
ci fa amare come
indispensabile

e verso cui tendiamo
i nostri sforzi

così come della poesia
per avvertirne nella
carne
la forza costitutiva e
fondante

a che pro altrimenti tante
parole che non vanno
da nessuna parte

di questo volevo parlarti
un’ultima volta

 

 

 

perché so che attraverso i nostri
silenzi
tu mi pensi
come ti penso

senza odio né amarezza
e senza niente
da dirci

oltre quel che sogno mentre
guardo con
una bolla strana in
gola

giocare attorno a me
i miei figli e più lontano in
una visione confusa

i figli dei miei figli

 

 

 

 

 

Da Diario di un ateo provvisorio, Kolibris, Bologna 2009. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

 

 

 

imagesWerner Lambersy (Anversa, 16/11/1941) vive e lavora a Parigi dal 1982. È prima di tutto poeta, uno dei più importanti in area francofona.
In una costante variazione di toni e di forme, dalla scarnificazione estrema del dettato alla ricerca di un respiro ampio e disteso, la sua poesia, attraverso più di 40 opere edite, persegue una meditazione ininterrotta sul superamento di sé mediante l’amore e la scrittura. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti ed è stato tradotto in una trentina di lingue.

 

 

 

 

 

 

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Gerard Smyth Featured

 

 

Marbles

 

 

Playing marbles in the avenue.

I loved their colours rolling on the path,

the spherical motion, the smack

when glass hit glass. We had fistfuls of them,

collections stashed in cloth bags

that we clutched like a treasure chest.

We exchanged and traded them.

Bluebottle blues for bloodshot reds.

It was part of the camaraderie of boys back then.

Kaleidoscopic, polished to the lustre of a gem,

sometimes they’d spill and fall,

pirouetting in all directions, slipping through

the grill and down the rain-shore.

A loss for which there was no consolation.

 

 

Biglie

 

 

Giocando a biglie sul viale.

Amavo i colori rotolanti sul sentiero,

il movimento circolare, il ciocco di vetro

contro vetro. Ne avevamo manciate,

collezioni nascoste in borse di tela

che stringevamo come forzieri del tesoro.

Le scambiavamo e barattavamo.

Azzurro fiordaliso per rosso sangue.

Era parte del cameratismo dei ragazzi allora.

Caleidoscopiche, lucidate come gemme,

talvolta fuoriuscivano e cadevano,

piroettando in ogni direzione, scivolando

per la grata e giù nel tombino.

Una perdita per cui non c’era consolazione.

 

 

 

 

Dreamsong

 

 

The dead from family photographs

appeared again in a dream I had.

Not everyone, just those from the farm

wanting their old lives back.

 

In the dream I saw again the boy I was

that boyhood August

with grandmother feeding the calves

and strolling the yard, her strong arms

holding ingots of turf,

her hair pinned up in an old woman’s bun.

 

The half-door on its hinges

sagged and screeched. The hens

were going asleep in their beds of straw,

their safehouse of feathers and shit.

 

Under the Bridget’s Cross

she hummed her Hail Marys,

conjured butter from buttermilk.

Then wrapped it in a muslin cloth.

 

 

Canto di sogno

 

 

I defunti delle foto di famiglia

riapparvero in un sogno che feci.

Non tutti, solo quelli della fattoria

che rivolevano le loro vecchie vite.

 

In sogno rividi il ragazzo che ero

in quell’agosto dell’infanzia.

Con nonna che foraggiava i vitelli

nel cortile camminava, tra le braccia

robuste zolle e lingotti, i capelli

raccolti in una concio da vecchia signora.

 

La mezza porta scricchiolava

sui cardini e cedeva. I polli

si ritiravano in giacigli di paglia,

il loro covo di guano e di piume.

 

Sotto la Bridget’s Cross

mormorava le sue Avemaria,

evocava burro dal latticello.

Poi lo avvolgeva in un panno di mussola.

 

 

 

 

Amsterdam

 

for Pauline

 

 

Smoothing the creases in an old photograph

I see a face like yours, a face like mine:

the two of us, nestled close

in leather sandals and light clothes,

stopped on our way through Amsterdam

where we crossed many bridges

in search of Ann Frank’s timbered attic,

the tempestuous colours of Van Gogh.

 

There was no room in those narrow streets

of huckster stalls, narcotic scents.

Bicycle bells made heraldic chimes between canals

and courtyards bearing the scars of wartime.

In an unremembered place we stopped to smile

for the street-photographer whose camera

was unpitying and rendered us as visitants

of summer, two orphans in a fairy tale.

 

 

Amsterdam

 

per Pauline

 

 

Lisciando le pieghe di una vecchia foto vedo

un volto come il tuo, un volto come il mio:

noi due, abbracciati stretti stretti

in sandali di cuoio e abiti leggeri,

in una pausa del nostro viaggio ad Amsterdam

dove attraversammo molti ponti

cercando la soffitta in legno di Anna Frank,

i colori tempestosi di Van Gogh.

 

Non c’era spazio in quelle strade strette tra banchi

di venditori ambulanti, profumi inebrianti. Il suono

araldico di campanelli di bici tra i canali

e cortili segnati dagli sfregi della guerra.

In un posto dimenticato ci fermammo a sorridere

per il fotografo di strada il cui obiettivo

spietato ci restituiva due turisti dell’estate,

due orfani in un racconto di fate.

 

 

 

 

Housewarming

 

 

For luck we brought a nugget of coal

and salt: the double talisman

to protect our four walls and fire-hearth

The on-off switch bestowed electric light

that was all yours, all mine, all we had.

 

We were ankle-deep in builder’s rubble,

dwellers of a bare house,

hammering nails and sweeping the dust,

making the space around us feel like home.

|

Bare wood cracked like knuckle-bone

when we crossed the floors

or climbed the stairs to take our places

side by side in the last sliver of dusk,

the first rays of the sun.

 

 

Riscaldamento

 

 

Per fortuna rimediammo una noce di carbone

e sale: doppio talismano a custodire

le nostre mura e il focolare

nella luce dispensata dall’interruttore

tutto questo era tuo, era mio, era tutto quel che avevamo.

 

Fino alle caviglie nei calcinacci,

inquilini di una dimora spogliata,

piantando chiodi e spazzando la polvere

per rendere l’attorno più simile a una casa.

 

Legno nudo schioccava come nocche

se percorrevamo i pavimenti

o le scale fino al nostro posto, fianco

a fianco nell’ultima scaglia di tramonto,

i primi raggi del sole.

 

 

 

 

Same Old Crowd

 

 

Once a year we gather to reminisce

on things that happened, things that didn’t.

Together we are a reunion of shadows

 

huddled around a table of drinks;

the occasion on which again we are part

of the same old crowd.

 

Each is his own biographer,

each the maker of his own folklore and myth.

There is one who remembers

 

and one whose memories have been eclipsed

by disillusionment and the passage of years since our initiations

 

in fellowship, high-spiritedness,

the antics of youth; since first we heard

Into the Mystic, slow-danced to Hey Jude.

 

 

La stessa vecchia folla

 

 

Una volta l’anno ci riuniamo a rievocare

cose che sono accadute, e altre no.

Insieme siamo un raduno di ombre

accalcate attorno al tavolo dei drink;

l’occasione in cui di nuovo siamo parte

della setssa vecchia folla.

 

Ognuno è il proprio biografo,

ognuno l’artefice del proprio mito e folklore.

C’è uno che ricorda

 

e uno i cui ricordi sono stati eclissati

dalla disillusione e dal passaggio

degli anni dalla nostra iniziazione

 

alla fratellanza, all’esaltazione,

gli scherzi della gioventù; da quando sentimmo per la prima volta

Into the Mystic, danzata lentamente fino a Hey Jude.

 

 

 

 

Sea Pictures

 

 

We stayed in a house of sea pictures.

A house with a view of the sea itself,

of a pier that stood in the tides,

 

crumbling to nothing, in need of a Midas-touch.

Sometime we had on our backs a sunny breeze.

Sometimes a gale chased our heels.

 

The cottage doors were always open,

exhaling heat from kitchen fires,

allowing the long twilights in.

 

There were ships in bottles,

caos and coats hung to dry.

In summer weeks went by without the lamps

 

being filled with oil. The days were gradual

like the time required to forget a tragedy—

death by water, a disappearance on the horizon.

 

A fishing village, a lifeboat station:

in summer sandals we took the back roads

between those places,

 

down to the white strand

where a local Prospero walked his dog,

a terrier chasing a phantom stick.

 

Or down to the harbour with its oil stain

making a face of Jesus,

its safe haven vacated while the boats

were on the herring-fields or hauling in

the lobster creels that August when

my childish drawings were a homage to the sea.

 

 

Dipinti di mare

 

Alloggiammo in una casa di dipinti di mare.

Una casa con una vista del mare stesso,

di un molo in mezzo alle maree,

 

che si sbriciolava svanendo, bisognoso del tocco di Mida.

Talvolta avevamo sulla schiena una brezza assolata.

Talvolta una burrasca ci tallonava.

 

Le porte del cottage erano sempre aperte,

esalavano calore dai fuochi della cucina,

lasciando entrare i lunghi crepuscoli.

 

C’erano navi in bottiglia,

caos e cappotti appesi ad asciugare.

In estate le settimane trascorrevano senza riempire

 

le lampade di olio. I giorni erano graduali

come il tempo necessario a scordare la tragedia–

morte presso l’acqua, uno svanimento all’orizzonte.

 

Un villaggio di pescatori, una stazione della scialuppa:

in sandali estivi prendemmo la via del ritorno

tra quei luoghi,

 

scendendo alla spiaggia bianca

dove un locale Prospero camminava col cane,

un terrier che inseguiva un bastone fantasma.

 

O giù verso il porot con la sua macchia d’olio

che disegnava il viso di Gesù,

il suo porto sicuro vuotato mentre le barche

erano sui campi di aringhw o trasportavano

le ceste di aragoste quell’agosto che

i miei disegni di bambino erano un omaggio al mare.

 

 

 

 

September Song

 

 

Autumn has come stripping the trees

to make them look like an army in defeat.

Soon everything will appear bereft,

even the girls on the street in decolletage

and canal swans nesting by the side of the bridge:

A pair of them in a swan-marriage,

schooled to be faithful companions.

 

Roads are brimming with slow-motion traffic

going out of the city, home to the foothills,

to time in the garden pulling weeds,

the Hollywood epic on late-night TV:

the one with the long list of etceteras

scrolled in haste before we turn over

in the double bed of brass reflections.

 

 

 

Canzone di settembre

 

L’autunno è venuto a spogliare gli alberi

per farli sembrare un esercito sconfitto.

Presto tutto apparirà deprivato,

persino le ragazze per strada in decolleté

e i cigni del canale che fanno il nido sul lato del ponte:

Un paio di loro in un matrimonio di cigni,

istruiti a essere fedeli compagni.

 

Le strade brulicano di traffico lento

in uscita dalla città, verso i piedi delle colline,

per far sosta in giardino a strappare erbacce,

l’epica hollywoodiana in tv a tarda notte:

quello con la lunga lista di eccetera

scorso in fretta prima di girarci

nel letto matrimoniale dai riflessi d’ottone.

 

 

da La pienezza del tempo, Kolibris, Bologna 2012. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

gsmyth1Gerard Smyth è nato nel 1951 a Dublino, dove attualmente vive e lavora come capo redattore dell’«Irish Times». La sua poesia è stata pubblicata su numerose riviste letterarie in Irlanda, Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ed è stata ampiamente tradotta a partire dalla fine degli anni Sessanta. È autore di numerose raccolte di poesia, tra cui Daytime Skleeper (2002), A New Tenancy (2004) e The Mirror Tent (2007), tutte pubblicate da Dedalus Press. È membro di Aosdána.

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Michele Porsia, Kos Featured

 

Translated by Brenda Porster

 

 

 

La politropia musicale in Kos di Michele Porsia

 

[…] I testi di Kos (Kos in ceco vuol dire “merlo”) sono stati scritti a Praga tra maggio il 2012 e settembre 2013. Sono stati frutto di numerose suggestioni di natura eterogenea: fatti personali, cambiamenti spaziali; apparizioni di merli in momenti topici della vita del poeta, intrecciati con alcuni testi di Wallace Stevens, in particolare Teerteen ways of looking at a blackbird che l’autore ha avuto occasione di ritradurre nell’agosto 2012; i disegni che Montale tratteggiava su biglietti e fogli sparsi lasciati quotidianamente alla compagna e che Porsia ha potuto visionare in una mostra di manoscritti a Pavia; alcune canzoni jazz e pop e, soprattutto, la musica di Olivier Messiaen, in particolare le trascrizioni per pianoforte e orchestra del canto degli uccelli che il Maestro realizzò negli anni Cinquanta e che poi inserì nelle proprie opere più importanti, ma che già prima erano presenti come suggestioni in opere come La Nativitè du Seigneur, Quatuor pur la fin du Temps e Vingt regards su l’enfant-Jésus, composte fra gli anni Trenta e Quaranta. Egli, in particolare, nel 1951 realizzò un brano per flauto e pianoforte intitolato Le merle noir (Il merlo nero) per mettere alla prova le capacità dei flautisti che facevano richiesta d’iscrizione presso il Conservatorio di Parigi. È quindi qui che fa per la prima il suo ingresso all’interno della musica contemporanea il verso del merlo.

Com’è noto, Messiaen amava dire di considerare se stesso un ornitologo più che un compositore, a causa del proprio studio delle modalità espressive del canto degli uccelli applicato sperimentalmente alla teoria della composizione; e come Messiaen, con la propria opera, realizza una sorta di ornitologia della musica, Porsia, in questa silloge – poemetto, dà luogo ad una vera e propria ornitologia della parola. In Kos, infatti, il merlo è simbolo della comunicazione, della parola come copia platonica delle Idee che si stacca come una membrana inflaccidita dall’area di Broca per distribuire i propri vibranti fonemi nell’aria e renderli presenza materiale dotata di senso; ma contemporaneamente, proprio per questo doppio fondo semiotico, è anche icona dello sradicamento, dell’eversione dal sé, dell’ecolalia del verso, continuamente corretto da addizioni e sottrazioni, da fischi, schiocchi e trilli, perché solamente “quando si è stranieri e muti a se stessi”, appunto, “è possibile un’ornitologia della parola”. “Divenire lingua di merlo muto – verso animale”, allora, sembra essere il vero compito del poeta ultracontemporaneo, nell’individuazione di una neoglossa che possa catturare, nelle sue varie sfaccettature, l’essenza continuamente cangiante del reale attraverso le pause e gli attributi filosofici del silenzio e del rumore. Il modo in cui il merlo impara a ripetere le parole somiglia ad una pedagogia del senso, è il modo in cui il bambino impara a parlare o, foniatricamente, sembra assumere la valenza metaforica di una lallazione in perpetua ricerca di Sihn e Bedeutung. La riflessione, qui, si fa poesia filosofica che trova il suo tempo di decadimento nella filosofia del linguaggio.

Allora, l’osservazione e la successiva imitazione dei versi degli uccelli come principio compositivo già di Messiaen si incontra, in Porsia, con la propria esperienza di insegnante d’italiano all’estero (ha infatti lavorato per il Teatro Nazionale di Praga nella preparazione de L’Olimpiade di Josef Mysliveček su libretto di Pietro Metastasio) e con la propria percezione meta-analitica (nel senso di Pearson) del verso del merlo, un verso dai colori imprevedibili nella metatopia linguistica che egli, intellettuale ed artista emigrato in terra straniera, vive diuturnamente. Dice il poeta: “In un brevissimo saggio sull’onomatopea contenuto in Che cos’è la poesia, Magrelli spiega il mitico verso d’in sulla vetta della torre antica ipotizzando una trasposizione in parola del verso del passero accordato sulla nota del ‘d’in’, il rintocco della campana: mi ha ispirato ascoltare il verso imprevedibile del merlo in una lingua straniera, il ceco, così impenetrabile da poterla godere solo per il suo aspetto sonoro, proprio come si ascolta un canto animale”. È questa la visione sincretica dell’arte che Michele Porsia possiede e mette in campo all’interno di Kos, quella stessa impostazione estetica che gli permette di fondere le molteplici istanze delle arti in un’aspirazione unitaria, se pensiamo che la stessa struttura stilistica, persino la componente grafica in Kos sembra ispirata alla musica, in una sorta di rievocazione visuale dei modi a trasposizione limitata, con interi righi barrati e andate a capo che ricordano le posizioni delle note su un immaginario e ipotetico pentagramma.

Sonia Caporossi

[La presente pagina critica ed il poemetto Kos sono stati pubblicati in versione integrale all’interno dell’antologia Poeti della lontananza, Marco Saya Edizioni 2014]

 

 

Musical Politropy in Michele Porsia’s Kos

 

 

[…] The poems in Kos (Kos in Czeck means “blackbird”) were written in Prague between May 2012 and September 2013. They represent the blending of many and various echoes — personal facts; house-moves; the appearance of blackbirds in key moments of the poet’s life; texts by Wallace Stevens, especially the well-known Thirteen Ways of Looking at a Blackbird, which the author translated in August of the same year; the drawings that Montale sketched on the notes and papers he left for his partner, and which Porsia had the opportunity to see in a show of manuscripts in Pavia; jazz and pop songs. Among all these influences, the music of Olivier Messiaen is particularly significant, especially the transcription for piano and orchestra of birdsongs composed by Messiaen in the 1950s and then included in his more important works, but already present as premonitions in works of the 1930s and ‘40s like La Nativitè du Seigneur, Quatuor pur la fin du Temps and Vingt regards su l’enfant-Jésus. In particular, in 1951 Messiaen wrote a piece for flute and piano entitled Le merle noir (The Black Bird) to test the ability of flutists applying to enter the Paris Conservatory of Paris. This was the first time that the song of the blackbird made its appearance in contemporary music.

As we know, Messiaen liked to say he was more ornithologist than composer, thanks to his studies of the modes of birdsong applied experimentally to the theory of composition. Just as Messiaen performs a sort of musical ornithology in his work, so Porsia in this collection//long poem creates a veritable ornithology of the word. In Kos the blackbird is a symbol of communication, of the word as Platonic copy of Ideas, which detaches itself like a flabby membrane from the Area of Broca to spread its vibrant phonemes through the air, turning them into a meaningful material presence. At the same time, and in virtue of this semiotic double layer, it is also an icon of uprooting, of escape from self, ecolalia of verse continually corrected by additions and subtractions, whistles, clicks and trills, because only “when we are foreigners and mute to ourselves … is an ornithology of the word possible”. “To become language of the mute blackbird – animal call”, then, seems to be the real task of the ultra-contemporary poet, in an effort to identify a neo-gloss whose many facets capture the continually changing essence of the real through the pauses and philosophical attributes of silence and sound. The way the blackbird learns to repeat words seems a sort of pedagogy of sense: it is the way a child learns to speak, and seems to take on the metaphoric valence of lallation, a perpetual search for Sihn and Bedeutung. Reflection becomes philosophical poetry that finds its decay time in the philosophy of language.

And so the observation and imitation of birdsong as compositional principle for Messiaen merges, in Porsia, with his experience as teacher of Italian abroad (where he collaborated with the National Theatre of Prague in the preparation of Josef Mysliveček’s Olimpiade, based on a libretto by Pietro Metastasio), and with his meta-analytic perception (in Pearson’s sense) of the song of the blackbird, a song whose colour is unpredictable within the linguistic metatopia that is an enduring experience for him, as intellectual and artist in a foreign land. To quote the poet: “In a very brief essay found in Che cos’è la poesia [What is Poetry?] Magrelli explains the mythical verse by Leopardi, ‘d’in sulla vetta della torre antica’, hypothesizing a transposition in verse of sparrow song harmonized to the note of ‘d’in’, a bell ringing. I was inspired by listening to the unpredictable song of the blackbird in a foreign language, Czech, so impenetrable that I could only appreciate the sound of it, just as one listens to the song of an animal”. This is the syncretic vision of art that Michele Porsia makes his own in Kos – the esthetic philosophy that allows him to blend the many aspirations of the arts into one unified aspiration. To see this, we need only consider how the stylistic structure of Kos, and even it graphics, seem inspired by music, in a sort of visual re-evocation of modes of limited transposition, with entire lines barred and indentations that recall the positions of notes on an imaginary hypothetical pentagram.

 

Sonia Caporossi

[This critical note and the long poem Kos are published in full version in the anthology Poeti della lontananza, Marco Saya Edizioni 2014]

 

Kos


vorrei sapere di più

riguardo al merlo

se sei rimasto sorpreso

quando ti ho raccontato di un merlo verde

venuto in sogno

 

è stata una strana coincidenza————quella mattina

 

(lo sguardo sospeso)

 

il merlo è entrato

mentre dormivo

e tu eri già sveglio

e la finestra lasciata aperta a fare contrasto d’aria

nel calore insolito di una notte di luglio

 

 

 

 

 

I’d like to know more

about the blackbird

and if you were surprised

when I told you about a green one

that appeared in a dream

 

it was a strange coincidence————-that morning

 

(gaze suspended)

 

the bird came in

while I was sleeping

and you were already awake

and the window left open to stir up the air

in the unusual heat of a July night

 

 

 

 

 

 

 

(il respiro perso)

 

era malmesso l’animale

l’occhio opaco

il volo imperfetto

il becco storto

ma per un attimo

le piume del merlo

le foglie di alloro

e…………………………………………………….i tuoi occhi verdi

hanno avuto lo stesso buono odore

 

 

 

 

 

(breath lost)

 

the animal was in bad shape

eyes clouded

flight unsteady

beak crooked

but for an instant

the bird’s feathers

the laurel leaves

and ———————————————your green eyes

had the same good smell

 

 

 

 

 

 

 

 

(trasloco sullo standard bye bye blackbird nella versione di Nina Simone)

 

un baule di cure e di disordini—-(guardi intorno e dentro)

è questo il posto giusto—-(dici a bassa voce)—-bye bye

a caso tra tragici racconti

vai verso il buio

ancora una volta———ancora un’altra casa

(fai il letto e accendi la luce)

non voce—–non parola

solo il cartone o il generico spazio contenitore

 

e tra i frammenti un pezzo solo strumentale

e odore di ombelico o spago

e nastro inciso con i denti—–adesivo

al ritmo dello strappo————bye bye

al suono in levare————       bye bye

non fiato——–non parola

(vai a letto e spegni la luce)

ma voci impacchettate—–chiuse—–sigillate

 

e allora rallenta a battito d’ala e nel letto

leggerezza o luce

cuore o piuma

sono in cura o in ordine casuale

 

(la sola certezza è che rientrerò tardi stanotte

blackbird goodbye)

 

 

 

 

 

(moving on to the standard bye bye blackbird as sung by Nina Simone)

 

a trunkful of cares and disorder—–(you look around and inside)

this is the right place——–(you say under you breath)   bye bye

by chance among tragic stories

you move towards the darkness

another time————–yet another house

(you make the bed and turn on the light)

not voice————not word

only the cardboard box or common container

 

and among the fragments only one instrumental piece

and a smell of navel or string

and tooth-etched tape ——-adhesive

to the rhythm of tearing————-bye bye

to the sound on the upbeat———-bye bye

not breath———–not word

(you go to bed and turn out the light)

but packaged voices————–closed——sealed

 

and then it slows down in a wing-beat and in bed

lightness or light

heart or feather

are in care or in casual order  

 

(the   only   thing   for sure   is   that I’ll   come in   late   tonight

blackbird goodbye)

 

 

 

 

 

 

 

 

quando si è——————-           – —-stranieri e

muti a se stessi

è possibile una ornitologia della parola

e ascoltando la composizione——— – astratta

ad un certo punto accorgersi di strofe ripetute

ripetute

 

due—–tre—–quattro——–generalmente tre volte

 

 

 

 

 

 

when you are————————strangers and

mute to yourselves

an ornithology of words is possible

and listening to the—-abstract—-composition

at a certain point you’re aware of strophes repeated

repeated

 

two—–three—–four——usually three times

 

 

 

 

 

 

 

non-pensiero o peso-piuma

fischio o non-parola

 

ammesso uno studio sul comportamento

(si noti ad esempio che il merlo nidifica tre volte l’anno)

risulta necessario un voto del silenzio

ma l’uovo o il merlo

ma il suono o il segno

restano un paradosso—————assurdo

una voce altissima

che una volta ascoltata non è possibile dimenticare

 

 

 

 

 

not-thought or feather-weight

whistle or not-thought

 

given a study of behavior

(note for example that the blackbird nests three times a year)

a vow of silence becomes necessary

but the egg or the blackbird

but the sound or the sign

remain a paradox——————- absurd

a shrill voice

that once heard cannot be forgotten

 

 

 

 

 

 

 

se si osservano dunque dei punti ripetuti

ripetuti due

tre

quattro

generalmente tre volte

sono luci———————-non voci o tuoni

ma lampi di distrazione o meglio vuoti

d’acqua——di abbandono

 

(è come accorgersi—–dopo una doccia di durata indefinita—–di aver ascoltato il quatuor pour la fin du temps di Oliver Messiaen in una ripetizione consecutiva di due tre quattro probabilmente tre volte e aver udito il suono volendone imitare il volo)

 

 

 

 

 

 

therefore if you observe two points repeated

repeated two

three

four

generally three times

they are lights—————-not voices or thunder

but flashes of distraction or better vacuums

of water——-of abandonment

 

(it’s like realizing———after a shower that lasts indefinitely that you’ve listened to Oliver Messiaen’s quatuor pour la fin du temps in a consecutive repetition of two three four probably three times and heard the sound wanting to imitate its flight)

 

 

 

 

 

 

 

(quando si smette di avere in pugno il merlo con il suo battito accelerato e dunque quando il cuore umano non ha più le dimensioni di un merlo e prima che il merlo prenda o perda il peso del vento——allora ci si può accorgere che ci sono anche altri volatili——estranei e non passeriformi – più di tredici – compreso ogni augello che ascolto accusator dell’incostanza mia——hanno nomi comuni come passero o rondine——sono in pochi——ma pochi——si rimane sospesi——in aereo——a bocca aperta in attesa di un cibo——e proprio ora che si è appreso il volo——e nonostante una madre biologa——appare impossibile associare o combinare o unire la specie del volatile o quantomeno la sua dizione volgare alle figure di lato——è successo come se un giorno senza penna o altro oggetto scrivente si provasse a tenere a mente la parola——proprio quella giusta——e che poi in questa fiducia estrema ci si dimenticasse del mito di Theuth——in fine questi estranei e tutti questi nomi scorporati dall’animale generico non ci appartengono più——solo il merlo semplicemente torna come quando raramente il sonno viene facile——senza esercizi di rilassamento e senza alcun merlo)

(when you stop having the blackbird in your fist with its quickened heartbeat and so when the human heart is no longer the size of a blackbird and before the blackbird gains or loses the wind’s weight——then you can realize that there are other birds ——unrelated and not passeriforms – more than thirteen – including  ogni augello che ascolto accusator dell’incostanza mia ——with common names like sparrow or swallow ——there are few of them ——only few ——you remain suspended ——in a plane ——open-mouthed waiting for food ——and just now that you’ve learned to fly ——and though my mother’s a biologist——it seems impossible to associate or combine or join the bird species or at least the common name with the pictures in the margin ——it happened as if one day without a pen or anything else to write with you tried to keep the word in mind ——exactly the right one ——and then with this extreme confidence you forgot about the myth of Theuth ——inally these strangers and all these disembodied names of the generic animal no longer belong to us ——only the   blackbird   simply comes back like the rare times sleep comes easily ——without relaxation exercises and without any blackbird)

 

 

 

 

 

 

 

 

il merlo è passato per primo

con poche altre cose come

dobrý den

buongiorno e jak se máš

káva e slovo

kos è una parola di fine febbraio——il primo nero

sulla neve appena caduta

 

(dopo pranzo ad esempio il mio merlo ha ordinato un caffè

jedno piccolo prosím —–ma è strano che nel mio vocabolario

in terra straniera—–merlo stia prima di mano o madre         prima

di sapere che nebe sta per cielo e che Praha vuol dire soglia)

 

 

 

 

 

the blackbird passed first

with a few other things like

dobrý den

hello and jak se máš

káva and slovo

kos is an end-of-February word———–the first black

on the newly fallen snow

 

(after lunch for example my blackbird ordered a coffee

jedo piccolo prosìm – —-but it’s strange that in my vocabulary in this

foreign country—–blackbird comes before hand or mother—-before

knowing that nebe stands for sky and Praha means threshold)

 

 

 

 

 

 

se si osservano le buche pontaie delle torri——a novembre——vi si possono scorgere volatili——verdi——meglio definiti in esemplari di Psittacula Krameri——a volte migrano altrove——verso il mare——o si spostano di poco——e abitano le linee già nude dei rami——altre volte sono foglie——vivissime——possedute da una corrente——esotica——e volano via di colpo——a una parola——estinta in piazza Petrarca——ma abbassando lo sguardo verso il suolo——a più di novecento chilometri di distanza——si può notare che——un solo germoglio di fine marzo è dello stesso verde dell’ala del merlo——quando un giorno si posò sotto l’albero di gelso e le piume rifletterono il colore delle sue foglie e sulle dita permase a lungo lo stesso nero delle tue parole in un lontanissimo autunno che torna qui ed ora tra gufi e pavoni a Malonstranská

 

 

 

 

 

 

if you observe the putlog holes in the towers——in Novermber you can see birds——green——clearer in specimens of Psittacula Krameri——sometimes they migrate to other places——towards the sea——or they move a little——and live in the lines of branches   already naked——other times they leaves   so alive possessed by an exotic current——and fly away all at once——at a word——extinct in piazza Petrarca but looking down to the ground from a distance of more than nine-hundred kilometers——you can see that——a single shoot at the end of March is the same green as the blackbird’s wing——when one day it rested on the mulberry tree with feathers reflecting the color of its leaves and on my fingers there was still the same black as your words in a far-off autunm that comes back here and now among owls and peacocks to Malonstranská

 

 

 

 

 

 

 

(sui disegni di Eugenio Montale esposti nel novembre 2011 a Pavia)

 

when the blackbird flew out of sight

Wallace Stevens

 

la parola è venuta come il merlo

apparso in attrito

(attutito) nella poca neve d’angolo——-fuori strada

 

 

oltre la coda

è andato a trovare ——-bocca dischiusa o (ala) distesa

 

 

(i nomi solo in forma di minuscolo uovo e nelle crepe del suolo

o su la veccia non c’è più presa——-becchime o formica)

 

 

non c’è una superficie di posa

 

 

 

(tornerà rapace sulla finestra amica o come disturbo del sonno

ci sarà——-ci sarà un altro modo per avvistare il merlo)

 

 

 

 

 

 

(on drawings by Eugenio Montale shown in November 2011 in Pavia)

 

 

when the blackbird flew out of sight

Wallace Stevens

the word came like the blackbird

that appeared with friction

(hushed) in the little snow in the corner—–off the road

 

 

beyond the tail

it went to find——–mouth half-closed or (wing) spread

 

 

(the names only in a tiny egg shape and nelle crepe del suolo

o su la veccia there is no more hold—–birdseed or ant)

 

 

there is no laying surface

 

 

 

(it will come back rapacious on the friendly window or as a sleep disorder there will be—–there will be another way to spot the blackbird)

 

 

 

 

 

 

 

 

si dovrebbero avere due lingue

per poter baciare     due bocche

e chiudere con l’improvvisazione

e lasciare al merlo la parola ultima

un piccolo čau čau ripetitivo

 

(immaginiamo la nostra comprensione come raro esemplare

corpo albino—–a volte passa per l’inglese a piedi nudi

nell’acqua per divenire lingua di merlo muto—–verso animale)

 

 

 

 

 

 

we should have two tongues

for kissing——-two mouths

and make an end of improvisation

and leave the last word to the blackbird

a little čau čau repeating

 

(we imagine our comprehension as a rare specimen

albino body——-at times it crosses English barefooted

in the water to become language of the mute blackbird—–animal call)

 

 

 

 

 

 

 

il merlo del vicino ci sveglia

in piena notte (come in una canzone dei Beatles)

 

a volte mi lascia allibito—–dice cose

che non sapevo dire

 

ma ora che il mio merlo

ha imparato persino le tue non-parole

da animale guida

provo ad insegnargli il cuore viaggiatore

provo a fischiare forte

o ad agitare le mani—–nella tua luce

perché (immagine odegitria) l’ombra assomigli ad un volo

 

e il respiro a un soffio

e così non so più cosa preferire

se il fischio del merlo———o l’attimo dopo

 

 

 

 

 

 

the neighbor’s blackbird wakes us

in the middle of the night (as in a Beatles’ song)

 

at times it astounds me————it says things

I didn’t know how to say

 

but now that my blackbird

has learned even your non­-words

like a guide-animal

I’ll try to teach it a traveler’s heart

I’ll try to whistle loudly

or wave my hands——in your light

because (odegitrian image) shadow is like flight

 

and breath like air wafting

and so I no longer know which to prefer

the blackbird whistling—————or just after

 

 

 

 

 

Trans. note: the verses cited are:

Metasasio, La passione di gesu: ‘every bird I hear /accuser of my inconstancy’

Montale, Merriggiare pallido e assorto: ‘in the cracked ground/or on the vetch’

 

Michele PorsiaMichele Porsia (Termoli, 1982) muovendosi tra diverse discipline, cerca il superamento del confine e l’integrazione tra parola, arte e architettura. È attualmente nomade, ma ha vissuto gli anni più recenti tra Firenze e Praga collaborando con il Centre for Central European Architecture, la Società Dante Alighieri di Praga, l’Istituto Italiano di Cultura di Praga, il Teatro Nazionale di Praga. Dirige inoltre la collana di poesia contemporanea della Chi più ne art Editrice di Roma inaugurata nel 2014. È apparso nel panorama della poesia italiana nel 2007 selezionato per il progetto Nodo sottile 5 (Le Lettere, 2008, Firenze). Da allora ha ricevuto diversi premi e segnalazioni di merito. Tra gli altri, nel 2007 è risultato finalista nel concorso Under 29-Unione Terre di Castelli; ha vinto nel 2008 la prima edizione del premio Cose a parole indetto dalla Giulio Perrone Editrice; finalista in Subway 2010, è stato segnalato al premio Miosotìs 2010 (ed. D’if, Napoli) e al premio Lorenzo Montano 2010 (ed. Anterem, Verona). Terzo al premio Renato Giorgi 2010 (ed. Le voci della Luna, Sasso Marconi). Con l’ultima raccolta edita è entrato nella rosa dei finalisti del premio Lorenzo Montano 2014 (ed. Anterem, Verona). Ha partecipato con reading e performance a diversi progetti artistici e rassegne letterarie internazionali come il Parma Poesia Festival, Giovani energie rinnovabili al Mart di Rovereto, la Biennale Verona Poesia, Voci lontane, voci sorelle di Firenze, la Biennale des jeunes créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) a Skopje, il Festival Pontino del Cortometraggio di Latina 2013. Le sue poesie sono presenti in diverse antologie e blog di poesia contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Sintomi di Alofilia (Giulio Perrone Lab, 2009, Roma) e Bianchi Girari (Giulio Perrone Editrice, 2011, Roma). Alcune sue poesie sono state tradotte in inglese, in cinese, in francese, in tedesco e in spagnolo.

Il poemetto Kos, in versione integrale, è in via di pubblicazione nell’antologia Poeti della lontananza della Marco Saya Edizioni

 

Moving across various discipline, Michele Porsia (Termoli, 1982), seeks to integrate words, art and architecture, overcoming the boundaries that separate them. He is currently nomadic, but in recent years he has lived between Florence and Prague, working with the Centre for Central European Architecture, the Dante Alighieri Society of Prague, the Italian Institute of Culture in Prague and the Prague National Theatre. He also directs the series of contemporary poetry books for Chi più ne art Editrice of Rome, inaugurated in 2014. Michele Porsia appeared on the Italian poetry scene in 2007, when he was selected for the project Nodo Sottile 5 (Le Lettere Ed., 2008, Florence). Since then he has won several prizes and recognitions. Among others, in 2007 he was a finalist in the competition Under 29 – Unione Terre di Castello; in 2008 he won the first edition of the award Cose a Parole organized by Giulio Perrone Editrice; he was a finalist in Subway award 2010, and was mentioned for the Miosotis Award in 2010 (ed. D’if, Naples) and the Lorenzo Montano award 2010 (ed. Anterem, Verona). He won third prize in the 2010 Renato Giorgi award (ed. Le voci della Luna, Sasso Marconi). With his latest published collection, he is among the finalists for the Lorenzo Montano 2014 (ed. Anterem, Verona) award. He has participated with readings and performances in various art projects and international literary events such as the Parma Poetry Festival, Giovani energie rinnovabili at the Mart museum in Rovereto, Verona Biennial of Poetry, Voci lontane, voci sorelle in Florence, Biennale des jeunes de l’Europe créateurs et de la Méditerranée (BJCEM) in Skopje and the Pontine Short Film Festival of Latina 2013. His poems have been published in several anthologies of contemporary poetry, and blogs. He has published two collections: Sintomi di Alofilia (Giulio Perrone Lab, 2009, Rome) and Bianchi Girari (Giulio Perrone Editrice, 2011, Rome). His poems have been translated into English, Chinese, French, German and Spanish. The poem Kos, in full version, is being published in the anthology Poeti della lontananza by Marco Saya Edizioni.

Brenda_PorsterBrenda Porster is a native of Philadelphia who has lived most of her adult life in Florence. She is a poet and literary translator. As a poet, she writes both in English and Italian and since 2012 is a member of the international Compagnia delle poete, and with them has performed in many Italian and foreign cities (Rome, Ferrara, Florence, Milan, Otranto, Lugano, Paris). Her poems appear in numerous literary magazines and websites in Italy, including Le Voci della luna, Pagine, Sagarana, El Ghibli, Forma Fluens, Filidacquilone) and abroad —The Browne Critique, Calcutta; Gradiva, New York, 2009. She is included in many thematic and group anthologies: Furori ( 2003), Uomini (2004), Genesi (2005), Gatti come angeli (2006), Corporea (2009), HaikuLei (2010), Varianti urbane ( 2011); Prismi, sempre ai confini del verso: dispatri poetici in Italia (Paris, 2011); 100mila poeti per il cambiamento: Poets for Change (Bologna, 2013); Sotto il cielo di Lampedusa, (Milano, 2014). She has read her poems in international festivals (among others, Vetri sul mare Diversi Racconti; Parma Poetry Festival; Florence Voci lontane, voci sorelle; Lago di Orta Poetry on the Lake; Stirling poetry festival in Stirling, Scotland). In 2013 the Italian poem ‘Una lettera’ was awarded first prize in the competition Donna e poesia.

As a translator working from Italian into English, for many years she translated for El Ghibli, a website specialized in immigrant writing in Italian. She has translated Mario Luzi (in Toscana Mater, 2004) and a large number of poets now writing in Italian: among others Laura Fusco (Naked Water in The Italian Poetry Review, N.Y., 2011); Cristina Annino; il poeta di origine brasiliana, Julio Monteiro Martins;Tito Maniacco; Giulio Marzaioli (in Gradiva, N.Y. 2008); Loredana Magazzeni; Fiorenza Mormile; Leda Palma (Tibet degli ultimi, Tibetan Haikus, 2011); Rosaria Lo Russo; Marco Simonelli and Adamo Vaccaro. The volume For the Maintenance of Landscape: Selected Poems of Mia Lecomte (co-translated with Johanna Bishop) was published by Guernica, Toronto in 2012. Her translations of the Italian poems of Albanian-born Arben Dedja appear in Traduzionetradizione, n.8, 2013 and her self-translations of her Italian poems in the same review, n. 9, 2013-14. From English into Italian, with Giorgia Sensi, she published a presentation of the English poet Vicki Feaver, Vicki Feaver, La fanciulla che ritrovò le sue mani for Poesia (2006); in 2009, with L. Magazzeni, F. Mormile and A. Robustelli, she translated and edited the anthology Corporea:la poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Milan, ed .Le voci della luna).

 

 

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La forma dell'acqua Featured

ACQUA

Foto di Chiara De Luca

 

 

L’eau toujours neuve, l’eau lisse,

comme notre cours jamais

ne s’arrête. Le temps glisse

sur nos jours, rudes galets,

pris, polis, portés au fleuve

vers où va l’eau toujours neuve

 

 

L’acqua sempre nuova, l’acqua liscia,

come il nostro corso mai

si ferma. Il tempo scivola

sui nostri giorni, ciottoli grezzi,

presi, levigati, portati al fiume

verso cui va l’acqua sempre nuova

 

 

Liliane Wouters, da Il biglietto di Pascal, Kolibris 2009

 

 

 

forma_dell_acqua

Foto di Chiara De Luca

 

 

Like the search for meaning, the search

for the shape of water reveals

only the form of my enquiries:

a bowl, this boat, my body …

 

Even when I cup it in my hands,

trying to see it for what is,

it takes my own shape, if temporarily;

it gives my own reflection back to me.

 

So, though we’re intimate in the moment,

it seeming to know me as no other,

if water is what I love most—

this thing that has and is my measure—

 

it is because it sets me free,

because it has no memory.

 

 

Pat Boran, from The Shape of Water (1996)

 

 

 

Foto di Chiara De Luca

Foto di Chiara De Luca

 

 

 

Come la ricerca del significato, la ricerca

della forma dell’acqua rivela

solo la forma delle mie domande:

una boccia, questa barca, il mio corpo…

 

Perfino quando la tengo nella coppa delle mani,

cercando di vederla per quel che è,

prende la mia forma, per un po’;

mi restituisce il mio riflesso.

 

Perciò anche se in quel momento siamo intimi,

e lei sembra conoscermi come nessun altro,

se l’acqua è quel che amo di più—

questa cosa che ha ed è la mia misura—

 

è perché mi libera,

perché non ha memoria.

 

Pat Boran, da La forma dell’acqua, in Natura morta con carote. Poesie scelte 1990-2007

 

 

acqua2

Foto di Chiara De Luca

 

 

 

 

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Franca Mancinelli, “Pasta madre”, Aragno 2013 Featured

copertina

In questa seconda prova poetica di Franca Mancinelli è riconoscibile la voce dell’autrice di Mala Kruna (Manni, 2009), che per molti aspetti giunge ora più matura e raffinata.

In Pasta madre tutto accade tra sonno e veglia, in modo confuso, mescolato: emergono alcuni tratti di realtà, ma sembrano appartenere a un lungo sogno, che svanisce con la luce tenue del mattino. Le immagini hanno spesso un carattere notturno, la palpebra chiusa, il corpo nel letto, tra le lenzuola… poi c’è il risveglio. Non è un caso, dunque, che Pasta madre si apra e si chiuda con una scena notturna: “cucchiaio nel sonno, il corpo/ raccoglie la notte” e “dormivo su una pagina ogni notte”.

Tra luce e buio, tra vita e morte, c’è uno spazio-tempo – un profondo sonno– in cui ogni essere (umano, animale, vegetale) si rigenera, per “tornare calda radice”, per essere fermento della vita che si incatena tra i versi: radice, semi, frutti, rami, foglie, parole… Si manifesta così un’idea di ciclicità, nei verbi ricorrenti quali tornare, germogliare, bruciare, attraversare. E nella ciclicità si sprigiona la forza della natura-madre, una possibile salvezza: “torneranno a tracciare le strade”; “torniamo contro questa/ luce che non si apre”; “torno a quello che sono”; “torno a immergermi nel corpo”. Perché qui tutto passa attraverso il corpo, anche se sprofondato nel torpore del sonno, anche se in viaggio verso i frammenti del ricordo: mani e occhi sono sempre tesi a trattenere, a contenere.

Franca Mancinelli procede col suo dettato essenziale e spoglio, limpido e onesto, che allaccia elementi del quotidiano a rivelazioni cariche di mistero e sacralità, ma anche di naturale bellezza. Frequenti sono gli elementi che richiamano la purezza, primo fra tutti l’acqua che purifica, lava, battezza: “Gesto dopo gesto entriamo bambini con un segno d’acqua in chiesa”. Il sapere accostare elementi distanti tra loro, crea come un “cortocircuito, un piccolo scoppio”. Anche se, in Pasta madre, ogni cosa richiede il suo tempo, per accogliere la misura e il peso dei gesti, del verbo, nella necessaria pazienza, nell’attesa che serve alla lievitazione. Come la pasta, per farsi pane.

Le pagine completamente bianche, che scandiscono le sezioni del libro, domandano riposo, respiro, tempo per rielaborare, digerire il cibo solido, enigmatico della poesia.

Pasta madre è infatti un’opera complessa, impastata con grande cura, lasciata fermentare tra la luce, il calore, l’umido, il nuovo giorno che si schiude dopo ogni lungo sonno… come la parola poetica pretende.

Tra queste pagine, mentre il bianco domanda riflessione, pausa, silenzio, il ciclo della vita non si ferma, proprio per l’azione di quel lievito naturale, che si tramanda di mano in mano, di casa in casa, di tempo in tempo. In esso è racchiuso il senso di continuità dell’esistenza, ribadito come un dovere negli ultimi versi della raccolta, quando “proseguire/ è questo a capo del principio”.

Rossella Renzi

cucchiaio nel sonno, il corpo

raccoglie la notte. Si alzano sciami

sepolti nel petto, stendono

ali. Quanti animali migrano in noi

passandoci il cuore, sostando

nella piega dell’anca, tra i rami

delle costole, quanti

vorrebbero non essere noi,

non restare impigliati tra i nostri

contorni umani.

*

padre e madre caduti

frutti che non potevano

marcirmi attaccati

mentre nudo imparavo

a reggere il cielo

come un uccello sul dorso, lasciando

campi e case affondare.

L’azzurro torna

a coprire la terra. Trattengo

nel becco il ricordo,

il seme che sono stati.

*

nemmeno una linea nominabile

leggo acqua nell’acqua

con il testo del cielo a fronte

qualcosa in noi respira

soltanto nel trasloco:

gioia per ogni terra cancellata.

*

darò semplici baci di sutura

verserò saliva a ogni giuntura

sarò sbucciata e dolce ai denti.

Ogni mattino ti coglierò un pugno

di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi

e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

anche queste mani che apro

colmandole d’ombra a lavarmi

gli occhi nel mattino

sanno dove sorgeva

un viso, una profonda

e chiara insenatura.

*

dormivo su una pagina ogni notte

bianca. Il mattino

un’ombra del mio peso, alcune pieghe

e subito voltava: proseguire

è questo a capo del principio,

bocca che passa calore

all’aria come potesse svegliarsi

essere ancora salvata.

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Guy Goffette Featured

 

traduzione di Chiara De Luca

 

 

da Guy Goffette, da Un manteau de fortune, Galimard 2001

[Un mantello di fortuna. In preparazione per Edizioni Kolibris – Collana Orly]

 

 

 

 

REPROCHES AU BERGER

 

Facile de prendre appui sur la lumière, disaient-ils,

pour qui n’a pas mission d’éblouir en tirant l’épée

ni souci de gagner sur d’autres rives l’or et les vivats

des foules, et le pain sans sueur, et la mort

 

glorieuse, mais charge seulement de quelques âmes

sourdes et lentes sous le ciseau des lunes. Facile

de ne pas peser plus qu’une larme d’enfant

sur le monde, un verbe de poète

 

tandis que nous partageons l’ombre avec le marchand,

le bourreau. Facile de rendre au ciel la monnaie

des yeux, la couronne des roses au couchant

et le sang des feuilles quand c’est nous

 

qui portons le royaume d’Icare à bout des bras.

 

 

 

 

 

 

RIMPROVERI AL PASTORE

 

Semplice trovare sostegno nella luce, dicevano,

per chi non ha missione snudando la spada d’abbagliare

né premura di conquistarsi oro su altre rive e gli hurrah

delle folle, e il pane senza sudore, e la morte

 

gloriosa, ma in carico non ha che qualche anima

lenta e sorda sotto il cesello delle lune. Semplice

non pesare più che una lacrima di lattante

sul mondo, un verbo di poeta

 

mentre noi spartiamo l’ombra col mercante,

il boia. Semplice rendere al cielo la moneta

degli occhi, la corona di rose al tramonto

e il sangue delle foglie quando siamo noi

 

a portare il regno d’Icaro in fondo alle braccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

RÉPONSES DU BERGER

 

Si j’ai reçu promesse un jour d’un autre ciel

que celui qui vous coupe les bras, je l’ignore.

Comme vous je souffre la tempête et le froid

et la fatigue insomnieuse ; le désert me traverse,

 

l’absence des visages, tous ces poings de pierre

et le martèlement des vivants dans le labyrinthe.

Oui, comme vous j’ai peur d’atteindre au bout

du couloir, comme un nageur touche le fond,

 

de connaître que tout ici fut vain, chute,

faux miracle, qui ne portait l’homme au-dessus

de lui-même, là où la ceinture des ombres

se détache du cœur et tombe

 

avec la nuit parmi les accessoires.

 

 

 

 

 

 

RISPOSTE DEL PASTORE

 

Se un giorno ebbi promessa d’altro cielo

da quello che vi taglia le braccia, lo ignoro.

Come voi patisco la tempesta e il freddo

e la fatica insonne; mi traversa il deserto,

 

l’assenza di volti, tutti questi pugni in pietra

e il martellio dei vivi dentro il labirinto.

Sì, come voi temo di raggiungere la fine

del corridoio come il fondo un nuotatore,

 

di scoprire che tutto qui fu vano, caduta,

falso prodigio, che non portava l’uomo oltre

se stesso, là dove la cintola d’ombre

dal cuore si stacca e discende

 

con la notte nell’irrilevante.

 

 

 

 

 

 

 

 

Si le jardin depuis la première heure est clos

avec ses routes, ses montagnes et ses villes,

et ses oiseaux, et toutes les mers, et les couleurs ;

si nul en secouant ses branches n’ajoute une feuille

 

à l’arbre, une marche à l’escalier de sa vie

en bousculant son ombre au portillon, pourquoi

courir ainsi d’un bout à l’autre de soi-même

comme un troupeau affolé qui piétine son âme

 

ou la laisse par touffes accrochée aus barrières,

quand la lumière inépuisablement coule ici

sur toutes choses comme le sable entre les doigts

de qui sait perdre, immobile et sans voix,

 

tout l’or du monde pour un babil d’oiseau

 

 

 

 

 

 

Se il giardino dalla prima ora è chiuso

con le strade, le città e le montagne,

e gli uccelli, e tutti i mari, e i colori;

se nessuno scuotendo i rami aggiunge una foglia

 

all’albero, un gradino alla scala della sua vita

spingendo la sua ombra al cancello, perché correre così

da un capo all’altro di sé come un gregge impazzito

che la sua anima calpesta

 

o la lascia in ciuffi attaccata ai cancelli,

quando la luce inesauribile qui cola

sopra ogni cosa come sabbia tra le dita

di chi sa perdere, fermo e senza voce,

 

tutto l’oro del mondo per un cinguettio d’uccello

 

 

 

 

 

 

 

 

Si je règne, c’est sur un bâton de buis

sans pouvoir sur le loup ni la chevêche

ni sur la route à toute allure là-bas

qui tire la montagne vers la mer

 

et mon front vers la défaite du soleil.

Je n’ai rien à moi, je suis nu, et comme

un arbre grimpe au ciel, je prie que la terre

se renverse en un sursaut de honte

 

et de colère à la face des puissants ;

que dans la nuit ruminante, un dieu

tonnant change tout en pluie, en pleurs ;

qu’avant le jour le visage du monde

 

soit lavé, et l’âme de toute créature

 

 

 

 

 

 

Se regno è su un bastone di legno[1]

senza potere né su lupo e civetta

né sulla strada ad alta velocità

che laggiù tira il monte verso il mare

 

e verso lo sfarsi del sole la mia fronte.

Non ho nulla di mio, sono nudo, e come

un albero scalo il cielo, prego che la terra

si rovesci in un sussulto di vergogna

 

e di collera di fronte ai potenti;

che nella notte ruminante, un dio

tonante tutto muti in pioggia, in pianti;

che prima dell’alba il volto del mondo

 

sia terso, e con lui l’anima d’ogni creatura

[1] Lett. bosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Comme vous j’ai vu le jeune homme grimper

dans le soleil sur ses ailes de cire, vu

comme il y croyait, l’impudent, comme

il était sûr d’avoir gagné

 

sur la vieille sagesse et sur l’air et

sur le poids du corps, et comme son visage

riait aux anges alors que tout déjà

avait repris son cours dans l’indifférence

 

des vivants vers les vivants, le pêcheur

ses filets, la vigie la barre de l’horizon,

et la mort sous le boisseau des feuilles,

des larmes, des regrets éternels,

 

son trou dans la terre.

 

 

 

 

 

 

Come voi ho visto il giovane scalare

sulle sue ali di cera il sole, ho visto

com’era convinto, l’impudente, quanto

fosse sicuro d’aver vinto sull’antica

 

saggezza e sull’aria e sul peso

del corpo, e come il suo volto

agli angeli ridesse mentre tutto

già rifluiva nell’indifferenza

 

dei vivi per i vivi, il pescatore

le sue reti, la vendetta l’orizzonte

e sotto lo staio di foglie la morte,

lacrime, eterni rimpianti

 

la sua fossa a fondo nella terra.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tous nous savons cela : qu’un fruit tombe

quand le soleil l’a gonflé jusqu’à la lie

et que la terre n’en peut plus de tourner

autour comme un potier reprenant sans fin

 

son ouvrage, et la fatigue tout d’un coup

le surprend, la nuit encombre ses yeux

ou c’est la camarde qui frappe dans son dos

comme un voleur, et le pot ou l’assiette

 

soudain sur le sol éparpille cent étoiles,

cent étoiles dans l’atelier, qui relèvent

un instant toute chose de la tenèbre

et de l’oubli : Icare, la pomme, ce que

 

tous nous savons et refusons de voir

 

 

 

 

 

 

Tutti noi lo sappiamo: un frutto cade

quando il sole all’estremo l’ha gonfiato

e la terra non ne può più di vorticare

come un vasaio che reinizia all’infinito

 

la sua opera, e all’improvviso la fatica

lo sorprende, gli colma gli occhi la notte

o è la compagna che gli batte sulla spalla

come un ladro, e il vaso o il piatto

a un tratto sul sole sparge cento stelle,

cento nel laboratorio, che sollevano

ogni cosa per un istante dal buio

e dall’oblio: Icaro, la mela, ciò che

 

tutti noi sappiamo e rifiutiamo di vedere

 

 

 

 

GG004Guy Goffette è nato il 28 aprile 1947 a Jamoigne, Lorena belga, in una famiglia di operai. Ha studiato alla scuola normale libera di Arlon, dove è stato allievo di Vital Lahaye, poeta e spirito libero che lo ha profondamente influenzato. Nel 1970, a Harnoncourt, nella punta meridionale del Belgio, ha iniziato una carriera d’insegnante durata 28 anni. Nel 1971 ha pubblicato le sue prime poesie, raccolte sotto il titolo Quotidien Rouge. Nel 1980, in collaborazione con altri poeti, ha fondato la rivista letteraria «Triangle», di cui è stato per sette anni il principale artefice. Nel 1983 ha creato le edizioni de L’Apprentypographe, cui si sono associati autori come Umberto Saba e Michel Butor. Nel 1988 gli sono stati assegnati il Premio della Communauté Française e il Premio Mallarmé per la raccolta poetica Éloge une cuisine de province. Nel maggio 2001 gli è stato assegnato il Grand Prix de la poésie della Académie Française per l’insieme delle sue opere. Grand prix de Poésie de l’Académie française (2001), il Prix Félix-Denayer de l’Académie royale de Belgique (2001), il Prix Goncourt de la Poésie (2010).

Tra le sue opere poetiche ricordiamo: La vie promise (1991); Le pêcheur d’eau, (1995); Verlaine d’ardoise et de pluie (1996); Elle, par bonheur, et toujours nue (1998); Partance et autres lieux suivi de Nema Problema (2000); Oiseaux, 2001; Un manteau de fortune (2001); Un été autour du cou, 2001; La vie promise précédée de Éloge pour une cuisine de province (2000); Solo d’ombres, précédé de Nomadie (2003), L’adieux aux lisières (2007), tutte pubblicate da Gallimard.

Chiara De Luca ha tradotto per Edizioni Kolibris Elogio per una cucina di provincia e per Gedit La vita promessa.

 

 

 

[1] Lett. bosso.

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Su “La polvere nell’acqua” di Mario De Santis (Crocetti 2012) Featured

de_santis_cover-205x300L’acqua è uno dei soggetti più affascinanti da osservare, ma è anche uno dei più sfuggenti e sorprendenti. Ritrarla fedelmente per come appare, o per come il nostro sguardo interiore la vede e vorrebbe rappresentarla, è una delle sfide più ardue. L’acqua non sta ferma un secondo, muta da un istante all’altro, si trasforma. Nell’acqua, sulla sua superficie, così come nei suoi abissi, avviene sempre qualcosa, qualcosa muore, qualcosa nasce, qualcosa si metamorfosa e origina altra vita o agonizza in un ibrido di vita eternamente quiescente. La polvere che si deposita sull’acqua non resta ferma, si sparpaglia e ricompone in nuove forme, traccia nuovi disegni. Perfino l’acqua stagnante non è mai ferma come sembra, ma accoglie un mondo brulicante, un movimento incessante. Anche il fango sul fondo forgia e disfa di continuo l’informe. L’acqua è vita e morte in un’alternanza mulinante, luce inghiottita e poi riflessa o rivelata, buio che si accende e si fa assoluto. L’acqua è caos, come il crogiuolo della creazione poetica. L’acqua è il soggetto più difficile da ritrarre, proprio perché non è mai come la vediamo, perché il quadro o la fotografia ti mostra sempre anche ciò che non avevi colto, che spesso è anche ciò che non volevi cogliere né rappresentare: geroglifici di polvere da decifrare. Le poesie di Mario De Santis nascono in quest’amnio buio. Il poeta inquadra l’acqua, attende, e resta a osservare con noi quello che riaffiora alla superficie di carta, l’emergere di minuscoli punti che tracciano profili, forme indistinte lentamente messe a fuoco. Polvere nell’acqua, questo siamo, ed è questa la scia che lasciamo, come ci ricordano i versi di Paul Celan in esergo. Minuscoli grani eternamente in viaggio, sballottati dalle onde, trascinati dalle acque del fiume, sollevati dal vento per spargerci nelle nuvole in attesa di una pioggia che non viene, abitiamo una vita “in cui si fugge”, per poi sempre ritornare, depositarsi a guardare le cose dal basso. Polvere sulle tracce di polvere che abbiamo lasciato, pulviscolari frammenti di noi stessi, ci disfiamo e ci addensiamo in una nuova identità di cose solitarie, o cani solitari, che si aggirano per strade “senza targa” di Genova, di Roma, di tutte le città addormentate che precipitano nel buio senza direzione. In quel buio dove inquieti “occhi-scarafaggi”, “si muovono impazziti”, il poeta stesso vorrebbe poter guardare “dalla stessa prospettiva degli insetti”, perché non c’è tempo per guardare in alto, né ha senso espandere “il cerchio stretto dello sguardo” in cerca di una promessa di pioggia, nella consapevolezza che non porterà nulla “che non sia previsto dalla sera prima.” Il cielo serve solo a “dividere / l’acqua dall’acqua”, è intervallo dello sguardo, pausa della corsa d’acqua che porta la vita a sfociare nella morte, e viceversa. Anche quelli che crediamo “colpi dentro il cielo” sono “solo promessa di pioggia che non c’è”, disattesa sul nascere, menzogna.

Ogni parola in questa raccolta di Mario De Santis è sasso gettato con forza sulla superficie dell’acqua, dove liberato rimbalza, lasciando dietro di sé una scia di piccoli vortici che spezzano l’uniformità della superficie trasparente in volute fratture del verso, sollevando e sparpagliando minuscole gocce che ricadono, generando nuove figure di polvere a pelo d’acqua. Ogni parola è goccia in bilico sul ciglio del verso, che fluisce a precipizio nel verso successivo, seguendo la cascata d’acqua che fin dal titolo informa questo libro, indirizzando lo scorrere franto e l’andamento inglobante dell’esondazione di questa ricerca che ripercorre la scia di polvere che ci lasciamo alle spalle. L’acqua è vita, sì, principio, ma è anche il suo opposto, in una costante compresenza di buio e luce che ci staglia come ombre sulle ombre.

Il questa raccolta il poeta non adombra alcuna possibilità di redenzione individuale o collettiva. Chi potrebbe, infatti, salvarci se perfino Dio è condannato dal nostro stesso cercarlo alla prigione dell’esistere eternamente, del “[…] vedere tutto, l’irreparabile, / sapere tutto del disastro che da qui va dentro”. L’esistenza dell’uomo è un’“acqua che diviene spreco”, la Storia sembra procedere per un’infinita serie di deflagrazioni che a loro volta lasciano dietro di sé una scia di polvere da raccogliere e ricomporre in vista di una nuova dispersione.

Neppure l’acqua che ci viene dall’altro concede la catarsi, non ci monda. La pioggia stessa non è che “acqua piegata”, “come una bandiera di solitudine che invita al mare aperto, / arresa docile di fronte all’acqua muta.” Non è la vertigine a parlarci, non è la caduta di cascate né la forza dirompente del fiume in corsa, non è il nascere repentino dell’onda, né il suo crescere maestoso. È l’acqua muta a sussurrarci chi siamo, a rifletterci in volto il nostro stesso sguardo, piegandolo verso l’interno, rimbalzandolo come un’eco nel grande vuoto aperto dell’ascolto, quell’anfiteatro immenso in cui su tutto risalta silenziosa “la ferocia delle cose”, che ci si parano davanti come dighe. Non è nel profilo delle cose conosciute che risiede la remota possibilità di un mutamento, non nella solidità delle forme, nella consistenza dello spessore, nella certezza tangibile di ciò che è misurabile e quantificabile. È dentro un impercettibile fluire d’acqua ferma che si cela l’ombra di una verità da sarchiare, dentro un minuscolo moto d’acqua che ristagna, dentro un’invisibile trasformazione senza direzione. La musica dell’esistenza, con tutto il vuoto inscritto nell’assenza di un Oltre, risiede nel ritmo scomposto di piccole gocce che martellano nel buio il richiamo di una realtà ridotta a moto concentrico che ossessivamente torna su se stesso, implodendo fino al buio: “Guardo lasciando che nel buio / cadano gocce rumorose. L’acqua / che non ha spessore, che non è diretta, / porta il suo ritmo verso il niente, / diviene danza ossessiva di pianeti.”

In La polvere nell’acqua lo sguardo del poeta non cerca una bellezza d’acqua limpida, non cerca di penetrare la trasparenza, non insegue affascinanti giochi di luce sulla superficie riflettente, perché anche la luce è inganno quando “il male sciolto in forma luminosa di fulmini è più forte”. Lo sguardo del poeta scandaglia le acque torbide del magma del reale, scrutando a Mantova le “acque incompiute / del mezzo del fiume di larve e cromature di barche a secco”; per fissarsi ad Atene sulla “perdita, lo scolo / da un giunto mal ritorto, la falla di un piccolo / guasto, di cielo, chissà.”

Essere liberi non è stagliarsi nel sole. “La libertà è l’estrema via dell’ombra”, il percorso della conoscenza serpeggia per vie traverse, si addentra in un labirinto contorto, “gora di palude”, o “nulla di melma sotto-fiume”, oppure acqua che “diviene spreco e dispersione”, vita dissipata e rinnegata che si raccoglie in pozze in cui nessuno guarda, polle di buio. È in quelle pozze d’acqua sprecata che il poeta si cerca, come cosa tra le cose, spazio della propria ombra (perché anche l’acqua “è un’ombra”), o cosa “abbandonata tra gli agguati”. Ciò che parla all’ombra tra le ombre non è il grande oceano di Pessoa, magnifica e infinita “acqua di malato”, bensì il “lago strabico”, il “fiume monco” che contiene il “mondo cavo”, a sua volta aperto a raccoglierci come uno sperpero di pioggia precipitata.

La mutevolezza dell’acqua, il movimento informe, la sua consistenza priva di spessore riflettono il vertiginoso susseguirsi delle stagioni sulla terra assetata della memoria “sconosciuta” che si cerca, della memoria “cane senza coda” che non sappiamo come ritracciare al fine di evitare un nuovo spreco, mentre l’io si specchia nel torbido, nell’acqua sfuggita dalla fonte ormai dimenticata, su cui si deposita la polvere sparsa di un passato individuale e condiviso che rischia di essere inghiottito dall’ombra dell’inutilità.

– See more at: http://poesia.blog.rainews.it/2014/11/05/mario-de-santis-la-polvere-nellacqua/#sthash.xb471BZr.9JUZInfI.dpuf

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Alessandro De Santis, Metro C, Manni 2013 Featured

recensione di Chiara De Luca

 

Metro_C_cover

È una lingua “lastricata di stazioni di carne” quella di cui si serve Alessandro De Santis per raccontarci il suo viaggio per tappe e stazioni dell’umana via crucis quotidiana a bordo della Metro C Pantano-Centocelle, eternamente in costruzione a Roma, eternamente procastinata, come le vite cui qui assistiamo nel sottosuolo della città. Lo sguardo taglia di sfuggita piccoli scorci di miseria, dettagli che risaltano sull’insieme, particolari che s’imprimono nel passare, proprio come se il poeta scrivesse guardando dal finestrino della metro, mentre il paesaggio umano si dipana e resta solo un istante, per poi confondersi e svanire. Il verso segue il ritmo e la direzione dell’andare, risultando netto e tagliente, asciutto fino all’essenziale, spesso irriverente, in quel suo modo di dissacrare anche la retorica in improbabili accostamenti e paragoni (all’internet point di “Fontana Candida” “senti i canti di Ramadan salire su da youtube / come l’acqua per la pasta quando bolle”, a “Torre Angela” Fausto “Scuote le sue ore cattive […] / come cuocesse un uovo al tegamino”).

Il treno alla stazione si ferma solo brevemente per lasciar scendere qualcuno e per lasciar salire qualcun altro: non c’è tempo per tracciare un disegno in dettaglio, soltanto per racchiudere nei tratti brevi e decisi di uno schizzo (o nella studiata approssimazione di una caricatura) l’essenza di una vita per come in quell’istante avviene. Quando il treno riparte, i personaggi si materializzano sul foglio, dolorosamente nitidi, prigionieri della medesima banalità del proprio soffrire. Tutti gli attori di questa grottesca commedia umana sono accomunati dalla debolezza, dalla fragilità della propria indolenza, o dalla crudeltà di un destino imposto e interiorizzato. Da Mirco, che sembra proteggersi dentro il suo bel gilet, “la mano destra piantata / dritta nella tasca, scenica / il viso chiaro, sbarbato, / da vero neomelodico, capelli / a frangia e profumo neutro” (“Farnesina”), all’uomo senza braccia “quell’albero potato / senza rami” (“Torre Maura”), privo di quei legami che restituiscono all’uomo una possibile identità; dal rumeno con “i jeans puliti, azzurro chiaro / con i punti di varechina sugli stinchi” (“Grotta Celoni”), a Dino, col papavero in vista nello scollo della camicia, a Ida che “Lenta come un pavone / muove l’unghia pittata ad indicare / com’è che vuole il taglio” (“Giardinetti”), ad Aurelio, l’uomo dal “corpo cavernoso” col naso “bocciolo tra due nubi”, i “passi stretti” “da boxeur” (“Fori imperiali”). Tutti questi personaggi hanno un nome ma potrebbero non averne nessuno, o infiniti. Sono gli spiriti smarriti che popolano le nostre città, rinchiusi nella prigione di un tempo solo all’apparenza rapido – pieno di crimini o di feste, di brindisi o di furti, di baci o di pugni – eppure inamovibile come una condanna.

Non a caso Fabio, che scorgiamo di sfuggita nell’intimità del suo appartamento, ha nel polmone la stessa ninfea di Chloé, compagna di Colin, il protagonista del romanzo La schiuma dei giorni di Boris Vian. Non a caso, nella poesia che segue, Paolo, che ha appena baciato la sua compagna e chiuso la finestra, ha “nel riflesso delle sue pupille / la schiuma dei giorni, una bava / luminosa che si fa / d’un tratto resina” (“Auditorium”). Come Fabio, Paolo sa che “non sarà un terremoto / quello che ci spazzerà via, / né una risata buona e giusta quella che ci seppellirà”. Non sarà un evento eclatante, bensì qualcosa di molto più silenzioso, come lo “strano frutto” appeso al cuore di Jacopo, quel frutto che se urli piano “non / oscilla neppure un po’”, (“Villa San Pietro”), come quel male che se stai fermo e zitto forse non esplode. Paolo sa di non poter lasciare il mondo fuori dalla finestra, sa di non potersi illudere che non finirà sul lastrico per acquistare i fiori che servono a salvare la sua Chloé, forse proprio nel momento in cui anche lui si sentiva al centro del “ballo felice e rovinoso” (“Giuochi istmici”) della vita. Tutti questi personaggi, nominati e tratteggiati, eppure anonimi e senza volto, sono schiacciati dal peso dal medesimo oscuro sentimento di precarietà, rosi dal tarlo della medesima incertezza. Tutti loro sono destinati allo svanimento nell’uniformità della loro grottesca caricatura, come svaniscono in fretta le immagini davanti al finestrino della metro quando lascia l’ennesima stazione. La città appare qui come un monte dei pegni, dove “la conta non ha primi / ma ultimi a decine” (“Tomba di Nerone”), dove l’unica cosa certa è la sconfitta, e dove a queste caricature umane manca anche il conforto della solidarietà nella comune miseria. Eppure tutti loro, come Domenico in “Chiesa Nuova”, restano legati “a questa terra come il più / basico degli elementi chimici.”

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“Un mistero sconcio, meraviglioso”. Su “L’ombra della salute” di Alberto Pellegatta Featured

Alberto Pellegatta: L’ombra della salute (Lo Specchio, Mondadori 2011)

pellegattaLa poesia di Alberto Pellegatta è dura, scabra, lavorata all’essenziale, sgrezzata e affilata come la lama di un coltello che taglia e scrive “non per riscatto / ma per vendetta”, che incide parole senza lamento, grida da ferite asciutte che non sanguinano più ma bruciano ancora dentro, come la nascita, e come la rinascita da una morte vissuta giorno per giorno. Il poeta si aggira senza paura tra lo sporco, il rumore, la marcescenza, il contagio del male che si propaga strisciando ai nostri piedi e ci corrompe. Per vederlo e difendersene, il poeta abbassa gli occhi, insinua lo sguardo nelle pieghe del terreno, tra le infiltrazioni, negli interstizi, setacciando l’oscurità. Il suo sguardo si radica perciò sul fondo del presente che calpestiamo, lo penetra fino al centro, fino al cuore pulsante, senza attendere un oltre o un altrove, senza speranza se non quella di esistere, ora, su questo sordido suolo, in virtù del mistero “sconcio” e meraviglioso” che ci tiene.

Scrivere “senza calore” è divenire ricettacolo di vita, vena aperta e vuota in cui si versi il sangue del mondo, che parla del poeta in altra voce da distanze non ancora visitate. Così la penna si fa strumento dell’universale e il verso creta per ridare forma fedele agli oggetti e ai volti immersi nel reale, spiccandoli dal fluido magma degli eventi, ritracciato da una melodia discreta di rime interne e assonanze, talvolta spezzata dall’inattesa accelerazione imposta dagli enjambement.

Anche la memoria non è per il poeta né casa né rifugio, bensì gioco di specchi, riflesso infedele di noi stessi, che rende impraticabile il ritorno alla sorgente, confondendo le immagini oggettive con la chimera della percezione e la sua proiezione. Ciò che la poesia tenta di sfiorare è l’inafferrabile intermittenza del presente, la sua cangiante consistenza, che scivola sugli occhi some un lampo, lasciando bruciature, ombre sul tessuto di una luce che si cela ma non smette di bruciare, nutrita della ricerca compiuta dallo sguardo.

Le poesie dell’Ombra della salute sono questi lampi, accensioni intermittenti e simultanei oscuramenti. L’esperienza individuale vi recede sullo sfondo, dominato dalla pienezza e dalla concretezza di una estraneità vitale e fagocitante, spesso annichilente, che cauterizza la memoria e apre nuove ferite sanguinanti. Non vi è appiglio per le mani del poeta se non nell’aria intorno, nel legno, nella pietra, nell’elemento elementare, della materia ripulita dalla soggettività che ha pretesa di nominarla. L’arma che impugna la destra del poeta è la parola stessa, che pesa sopra un foglio già macchiato, strappato, disteso come un terreno sdrucciolevole e infido: il mondo. A nulla serve l’artificio per dirlo, a nulla la sovrastruttura del sapere. Il segreto è nella pietà dello sguardo che scava fino al buio, fino a dove l’aria è un ricordo.

*

La macelleria dell’angolo ha la sua vetrina sconcia.

La morte è una specie
di cottura. Devi essere vivo
per cuocere tanti anni.

Il sangue si fa crema, schiuma,
le gambe si allargano, si gonfiano le nocche
cedono i tessuti. La malattia produce acqua
e persino la nascita brucia.

*

Incomincia in un posto di mare
o in mezzo a una pianura stretta ai laghi,
crede che per vivere si debba aspettare
l’anno prossimo, l’oltre futuro dei morti.
Che sono muffe nere nella testa.

Mentre la salute è un mistero sconcio, meraviglioso
e, finalmente, senza futuro.

*

Non c’è nessuna casa. Andando avanti così
non ci saranno neanche i viali nei quadranti
le mani i nani i cani – le circonvallazioni.

Questo campo è lo schermo delle belle intenzioni.

Non ha smesso di piovere su via Garigliano
tra le infiltrazioni e l’assestarsi delle pietre,
il pulviscolare sgranchirsi del corpo principale…
Facile arrivarci. Però non saprei dire
se va poi verso i  morti o all’ospedale
se dai navigli al tribunale è il 30 o il 29.

*

Ha alberi leggeri come elio, terre dure
per coscienza.
Sogna marmotte narcotiche mentre
il bianco dei boschi vira al gas.
Abbandona l’intenzione e
pulisce bene le formule.

*

                 La grandezza è una disinvoltura, non è uno stile.

A. Martin

Chi separa e scarta secondo un progetto
crea esuberi incessanti.

Scriviamo senza calore
non ciò che avreste voluto
ma quello che non avete
pensato. Non per riscatto
ma per vendetta.

Non è mai
ciò che abbiamo scritto.

*

Del tuo calore, dolce animaletto,
desidero l’abbraccio, del tuo colore
maledetto.

Mi chiudo in una perla
per sentirti il cuore, lievemente
mare.

Nella lattina ti ho sentito respirare
e un calore mi è salito alle labbra.
Una sommersione.

Dormi nei sospiri più lunghi della notte,
animaletto accoccolato dentro la pupilla.
Hai la pelle bianca e le guance
disegnate con furore. Possibile
pane.

(1998)

*

La memoria ha stanze immense
camere colme di specchi
polvere impraticabile. Invece
l’attualità è intermittente
come un’immagine rotta.

(1998)

pellegatta_foto

Alberto Pellegatta (Milano 1978) ha pubblicato L’ombra della salute nella collezione de Lo Specchio (Mondadori 2011). Presente nelle antologie I poeti di vent’anni (Stampa 2000), Nuovissima poesia italiana (Mondadori 2004) e Almanacco dello Specchio (Mondadori 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, Skira 2010) e collabora come critico con «Gazzetta di Parma», «Nuovi Argomenti», Museo della Permanente di Milano, «Quotidiano La Provincia» e «Juliet Art». È stato corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera «Galatea» e segretario di redazione dell’«Almanacco dello Specchio» Mondadori. È direttore editoriale di Edb Edizioni Milano e dirige la collana «Poesia di ricerca».

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Giovanni Granatelli, “Versione”, Moby Dick 2013 Featured

Giovanni_Granatelli_Versione_coverLa nuova raccolta di Giovanni Granatelli è una versione musicale della melodia del reale, una trascrizione in note di immagini, persone, situazioni e scorci naturali. Come già in Giuramento, il verso di Granatelli è essenziale, asciutto e incisivo, si muove sulla pagina con un ritmo rapido, martellante, privo di cedimenti, dalla prima all’ultima pagina. Se ci li lascia trasportare dal movimento circolare dei versi, che confluiscono l’uno nell’altro attraverso il ponte degli enjambement, richiamandosi ed echeggiandosi in riprese, alternanze e consonanze, si ha l’impressione che si tratti di un’unica poesia, che racconta una storia, quella di un mondo in cui tutto è domanda d’ascolto e la musica è ovunque, in attesa di essere trascritta, di un mondo in cui perfino “I versi dei cinghiali / venuti ad accoppiarsi / qui sotto le finestre / commentano la notte / che crepita nel bosco.”

Nella consapevolezza “che nulla è più sacro / di ciò che è vicino”, il poeta tiene gli occhi bene aperti su ciò che lo circonda, dall’enorme al minuscolo, dalle farfalle alle montagne alla “gloria fluttuante / dei panni stesi ad asciugare”, rivolgendo costante attenzione alla meraviglia di tutto ciò che è comune e condiviso, eppure spesso dimenticato in favore di ciò che è invece destinato a sottrarsi in eterno, e  forse proprio per questo ci chiama – o così crediamo – a tentare invano di confinarlo in parola.

Intento del poeta è per Granatelli quello di restituire all’agire la sua sacralità, di recuperare a ogni singolo gesto il suo significato più autentico, per assimilarlo nuovamente all’intenzione, superando “la sproporzione velenosa / nei gesti che si compiono / senza il loro senso”, in favore “di un gesto cristallino / che si possa qui e adesso / celebrare.”

Quella di Granatelli è una poesia dell’hic et nunc, che si muove tra le cose e vi si riconosce, che interroga ciò che può toccare con i sensi e sfiorare con le parole, spingendo domande “ fino a che gli aculei / ti toccano le vene / sul dorso delle mani”. Per questo la parola si fa scabra e tagliente,  spesso sorprendente nelle metafore e negli accostamenti insoliti, come note nuove che segnano una variazione al ritmo consueto della canzone, nel momento dell’abbandono all’accoglienza dell’ascolto, il momento “più inerme”, privo di difese e preclusioni.

“l’unica musica / che può interessarmi”, scrive Granatelli, “scandisce domande / come rese dei conti.” Compito primario del poeta non è dunque quello di formulare domande per interrogare il reale, bensì quello di percepirne l’implicita risposta e la richiesta, che spesso risuona come un’accusa, un pungolo a un’azione che scaturisce proprio dalla disposizione inerme all’ascolto. E le domande del reale sono in ogni cosa, perché in ogni cosa è un canto che ci attornia e c’impedisce di sottrarci al racconto di ciò che siamo e che siamo stati, di cui siamo chiamati a ricostruire la trama, recuperando in tal modo la nostra essenza originaria, l’uomo naturale, capace della gratuità di un gesto spogliato da ogni costruzione e dissimulazione, liberato da ogni dettame dell’agire convenzionale: “Le bacche della siepe / – riesci a osservarle? – / che sembrano assorbire / la musica autunnale // appunti incandescenti / dei suoni affastellati / sui vetri delle stanze / di queste rotolanti / arrochite preghiere // di questa sovversiva / nostalgia di una trama.”

La poesia di Granatelli è perciò anche preghiera in omaggio alla sacralità delle cose, preghiera “arrochita” perché troppo a lungo gridata e altrettanto a lungo rimasta inascoltata. La poesia è l’amen scritto dal vento sulla trasparenza dei vetri, che vediamo solo soffermandoci, aperti e tesi all’ascolto.

I versi di Granatelli, così ritmati e musicali, cercano di carpire le note segrete soffocate dal frastuono del mondo, per imparare “l’esatto pentagramma / di ciò che va sprecato”, per scoprirne la chiave forse, il LA di un nuovo inizio, perché non rovini ancora “il carico sospeso / della gioia”. La chiave è custodita per il poeta nella formulazione di “un’ipotesi ariosa per cui sopravvivere”, nel riconoscimento di un fine più alto, insito nella necessità di darsi all’altro, di prendersene cura: “la scala musicale / prodotta dai sinonimi / del verbo accudire.” L’accudimento è l’inno che sovrasta “Le dolciastre cantilene / dei bisogni animaleschi”, è ciò che ci permette di superare le debolezze connaturate all’essere umano, riscoprendone l’essenza più pura, che si riconosce nel paesaggio. E nel paesaggio si riconosce anche la scrittura poetica, musica per eccellenza, atta a preservare la sacralità dell’esistente. La parola è per Granatelli materia viva e pulsante, è movimento. La parola respira, si annida ovunque, in attesa soltanto dell’occhio che la legga e che l’accolga, della mano che la trascriva fedelmente. Osservare significa per il poeta annotare, prendere appunti, farsi foglio bianco su cui possa incidersi il senso immediato delle cose: “Annotiamo le scritture / dei passi sulla ghiaia: / lavoro di farfalle / all’opera nel gelo. // Le voci che si appoggiano / una contro l’altra / in prove di risposta / sognano le ore / e i campi sconfinati / di un pellegrinaggio.” Ascoltare il paesaggio, sulle strade non battute di un segreto pellegrinaggio, significa trovare le risposte a interrogativi mai posti.

Per comprendere il paesaggio e trascriverne la musica non occorre porre domande, non occorre nominare, né cercare di racchiudere in parole. È sufficiente spalancare gli occhi, affinché il mondo vi entri e possa raccontarsi: “Continuiamo ad aspettare / chiarimenti, / con gli occhi spalancati / che scavano il paesaggio / nel suo capolavoro // ma non posso che ripetere, / toccandoti la fronte, / una scontrosa versione: / al di fuori delle voci / che nominano e chiedono / niente dice niente / a nessuno.”

Il poeta stesso non è dunque compositore di una nuova musica. Si limita invece, umilmente, a trascrivere quella che risuona un tutto ciò che ci circonda, a variarla senza l’ausilio di letterari virtuosismi, perché le canzoni più belle, quelle che più ci appartengono, non nascono da “serpi e cianfrusaglie / nel cesto del linguaggio”, bensì dal sapiente accostamento di poche note sullo spartito, dalla ricerca di un ritmo sorprendente, coinvolgente, inconsueto, nella consapevolezza che “tutti gli elementi / che assemblano il paesaggio / sono molto più vicini / rispetto alla misura / dei tuoi ragionamenti”.

Le trama dell’esistenza va estratta in “bocconi di racconto”, dalla tasche fradice di neve, o in luoghi che ricordano “antichi sillabari”. La rabbia è scritta in geroglifici sull’acqua, i giardini sono “– scarni come braccia / che cercano un linguaggio”, le parole “rimbalzano / nel muco dei lampioni”, in attesa che una voce le accolga e le salvi e “le sposti dal presente / (reame di doppiezze).”

Il poeta è lo “scriba che corre”, affamato di realtà, che raccoglie tra le mani il racconto del reale per donarlo come pane nella carestia del silenzio, perché nulla “riesce a tradurre / nei cerchi dei neon / più delle mani / mostrate in silenzio / e offerte in lettura.”

Chiara De Luca

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Roberta Sireno, “Fabbriche di vetro”, Raffaelli 2011 Featured

Fabbriche[a]

Entra immediatamente in dialogo col mondo, con l’altro, la poesia di Roberta Sireno, con una naturalezza che percorre tutto il libro, quando nel primo verso testimonia la vita: “ti respiro”. Senza timore, sguscia dal buco nero e urla la sua presenza, la sua esistenza fragile e potente, che di volta in volta assume la voce di bambina, adolescente, donna adulta…. La sua è una scrittura tanto densa e scavata che, dopo aver letto e riletto il libro, si avverte l’esigenza di chiarire con esso l’impatto emotivo, cercando un ordine, una direzione luminosa per orientarsi. E la si trova.

Tra le pagine, infatti, si percepisce il tracciato dei Maestri del Novecento, che Roberta evoca a più riprese con gli echi di Montale, Zanzotto, Luzi… Non solo: nei testi che si susseguono come materia duttile, in continua ricerca e lavorazione, si percepisce il rimando a più maturi compagni di strada, nostri contemporanei (che sempre con Raffaelli hanno pubblicato opere importanti), come Francesca Serragnoli, citata con i suoi versi tratti da Il rubino del martedì, in chiusura del libro; o Stefano Massari, per certi temi ricorrenti, soprattutto nel suo diario del pane: l’urlo, la guerra col quotidiano, il senso di resistenza.

Ma qui il cammino si apre con Dante (“Però, se campi d’esti luoghi bui”): con Lui si scende nella dimensione infernale, nel silenzio duro, nella carneficina. Si entra in un luogo carico di sensazioni moleste, fatte di caldo, freddo, fuoco, pioggia, tenebra, dove il rumore assillante e stridulo crea un paesaggio sonoro doloroso; ed è in questa dimensione, scrive la poetessa, che “mi si accendono tutti gli inferni”.

Nella fabbrica dei versi si lavora con il vetro, un materiale poetico per eccellenza. Esso si plasma a temperature elevate (c’è infatti tanto fuoco in questo ambiente, tra incendi, arsura, fumo…) e la sua valenza è multipla, nel bene e nel male: è fragile, riverbera la luce, impreziosisce i luoghi, lascia intravedere oltre; allo stesso tempo il vetro sfregia, taglia, si frantuma. Il rumore del suo frangersi atterrisce, e da qui il respiro si fa pianto, la voce si incrina e comincia a gridare, sino a diventare “voce dei morti o dei sordi”.

Il vetro è un materiale delicato e crudele, come la scrittura di questa giovane autrice (classe 1987): sa liberare una grande energia, tra visoni e suoni che si mescolano in una pagina tesa a comunicare -a volte in modo impulsivo, ma sempre fresco e grintoso- il dato esperienziale, l’esserci oltre ogni riflesso: “in una volontà di esistere/ esisto”.

Quella della Sireno non è solo parola che libera: essa è anche parola che accoglie, si pone in ascolto cercando un senso, una corrispondenza tra la rete intricatissima della poesia e l’esistenza. La sua determinazione di fondo cerca nel volo un equilibrio, un centro, una risposta all’”urlo crudo delle statue”, “all’infinito che divora”. E benché tale parola arrivi “con la pioggia che spacca/ il vetro delle case”, essa affronta coraggiosa la tempesta, il fiume impetuoso della vita, afferrandone i barlumi, le ombre, il freddo e la calura insopportabili. E soprattutto, con una onestà che spiazza, dichiara la sua reazione: “anch’io ho una bufera che sbatte”, e la sua rabbia furiosa che osa “spaccare a tutte/ le ore” e anche se trattenuto, a volte, quel “desiderio/ di rompere il patto/ la regola che mi sorprende/ inadatta alla terra”. Tutto questo ha un sapore di compiutezza, accanto a quel senso civile che, sempre e comunque, deve avere la poesia.

Fabbriche di vetro è l’opera prima di Roberta Sireno: il principio solido di un cammino che, sono certa, sarà lungo, artcolato e sempre più luminoso.

Rossella Renzi

piangevi come una bambina

in mezzo alla pioggia

io non avevo forbici e chiodi

per tamponare

l’urlo del buio

ti avrei lavato i vetri

sotto i portici di una Bologna ubriaca

ti avrei lavato l’alba

senza dirti niente

ma le mie braccia erano fabbriche

e il verbo un infinito secco

nel buco del giorno dopo

*

perché è tutto vero non

esiste ciò che si perde e manca

ciò che ascolti e lasci

in corsa nel buio

ritorni svelta tra i tuoi ombrelli

li tieni

io so che tu ci sei

ma non è tempo per starti

a guardare

ritorna

ritorna la cosa che tiene sospesi

gli uccelli

così limpidi nel freddo volo

come stasera fuori dalle piazze

nuvole e muri

e tu che sei la gente che passa

il bus di vetro fuori

scavato dal peso – ero io

il veleno che intossica le cose

ero io nella voce

imperfetta delle rive

che muovono i tronchi di mare

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Anna Maria Tamburini, Colibrì, Fara 2010 Featured

E’ prima di tutto un’ode alla vita, questa luminosa raccolta di poesie di Anna Maria Tamburini, che ha il pregio di evidenziare un aspetto diverso e ricercato della versificazione femminile: essa  possiede il dono, a volte raro, della leggerezza e della trasparenza. La sua scrittura si muove infatti al di là del corpo, della fisicità e del dolore, elementi sì presenti, ma non cristallizzati in un organismo poetico che rifiorisce ad ogni pagina.

 In Colibrì, la materia e la carne si mescolano all’acqua, alla luce, al suono, generando una parola che tende all’immateriale, che si scioglie nel luccichio delle ali della libellula, nel colore vibrante sprigionato dal volo di quel piccolo uccellino variopinto. E’ di certo una poesia in movimento, o meglio in commovimento – come si dichiara in esergo (“è commovimento/ in volo/ di elementi”) – capace di imitare le onde del mare, in quella “frazione di attimo/ prima che il vento/ risospinga l’onda/ l’infranga a ripetere/ ripete l’ombra”, giocando con la modulazione del verso, il ritmo, le pause… Ancora, nella sua versatilità, la scrittura si inabissa e riemerge dal fondo marino, riproducendo -anche attraverso la disposizione grafica dei versi- il movimento dei delfini nell’acqua, quando balzano e capriolano, nel loro duplice salto (“balzano/ delfini/ a coppia giocano// a fior dell’acqua…”). E anche la variazione sul tema (cavalluccio di mare, o ippocampo), come in una partitura musicale, si ripropone con caratteri e toni differenti.

La parola resta sospesa tra il cielo e la terra, proprio come una creatura alata, nella ricerca continua 

di un punto d’incontro tra la concretezza, la liquidità e l’evanescenza: qui si ode il richiamo lontano di amore, con “l’Angelo che sogna/ che ama”. Qui stanno le creature alate, che paiono magiche nella loro semplicità e levità: l’ape, la libellula, il meraviglioso colibrì che col suo vorticare di energia porta con sè il dono della vita. Così l’inno alla vita (“e un piccolo cero la vita che arde”) è fatto “di anime assai/ più che di corpi”, è intento ad evocare le creature con la loro dimensione sacra, e lo Spirito che “non sai/ donde venga dove vada”; intento ad evocare il nome (Pierre, Pavel, Gustín…) mai rinunciando alla presenza discreta ma necessaria dell’Altro.

Di fronte alla meraviglia dell’esistere, è forse questo il senso complessivo dell’opera, la poesia si schiude come un fiore. Come accade nel testo chiave di Agostino Venanzio Reali – di cui la Tamburini, con i suoi studi ha contributo a diffondere l’opera- che chiude il libro: “Ho l’anima come un giunco/ e dentro la vita del lichene/ mi è un baleno/ il fiore di ruta un tuono”.

ho invidiato lo smeraldo alle libellule

prezioso nel colore troppo acceso

che la luce disserta

splendore dissepolto

dagli strati della terra

lungo cicli di ere

minerali

il volo radente iridava

a