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L’editoria differenziata

L’editoria differenziata

Chiara De Luca

 

Spesso mi sono sentita muovere, tra le tante, l’accusa di esterofilia. Questa però è fondata, nulla da obiettare: è più o meno come quando accusi un numismatico di amare i francobolli, un ornitologo di amare gli uccelli, un entomologo di amare gli insetti, un astronomo di amare i corpi celesti. Nel senso che ho passato la vita a studiare le lingue straniere, e sono una traduttrice. Quindi ovviamente amo le lingue straniere e amo costruire ponti tra culture, cioè tradurre.

Non conoscendo altro paese al mondo più marchettaro, ostile al merito e avverso all’onestà dell’Italia, mi trovo più a mio agio in esilio. Anche se il mio corpo vive qui, perché amo – geograficamente – l’Italia, e non ho voluto arrendermi a lasciarla. La mia è una sorta d’immigrazione interna, che pratico con assiduità ormai da diversi anni. Lavorare con l’estero è la dimensione ideale per me: ci s’incontra nella parola, si comunica in un’altra lingua, si pensa un progetto comune, si decide di realizzarlo perché ci si crede. Non c’è bisogno di caffè, aperitivi, apericene, ecc., ma nemmeno di amicarsi su facebook e scambiarsi l’un l’altro like e cuoricini a ogni sternuto o esternazione. E nemmeno di maledire o infamare gli assenti (i poeti a cena di solito non fanno molto altro). C’è bisogno soltanto delle rispettive competenze e della passione comune. E vieni apprezzato e valutato soltanto per quello che sai fare e per il contributo di qualità che puoi apportare. Poi magari ci si incontra anche, dopo mesi, o anni. Oppure mai. Ma non ha nessuna importanza ai fini del lavoro sulla poesia. Da autrice non ho mai voluto incontrare i miei editori prima della pubblicazione. Tutto quel che c’è da sapere di me è nei miei libri.

Del resto si dice sempre: la poesia è dialogo. La poesia è ascolto. Ciò che conta è comunicare. Bene, allora ascoltiamo i libri, interroghiamo la carta, lasciamo che sia la parola nuda a comunicare.

Viene quasi il sospetto che tutto questo vedersi e incontrarsi e comunicare compulsivamente mascheri un’insufficienza della parola, una debolezza dei libri. Non sarà che i libri comunicano poco?

Allora proviamo così: cerchiamo libri buoni, libri che hanno da dire, e relazioni da libro a libro, e relazioni per i libri. E che una buona volta un libro di poesia sia scritto per rendere felice qualcuno, non per dimostrarsi Lord of Language come Wilde o per intrupparsi, o per fregare il prossimo.

Di editori che stampano cani e porci ce ne sono a migliaia, e migliaia sono i libri di poesia pubblicati ogni anno. Quindi credo non ci sia alcun bisogno che lo facciamo anche noi. 

Quando sei editore hai una triplice possibilità: o pubblichi qualsiasi cosa, basta che l’autore paghi; o rendi conto dell’esistente, e quindi anche di ciò che si dice e grida e sbandiera sia letteratura ma non ci somiglia neanche di striscio; o selezioni seguendo i tuoi criteri, che ovviamente non devono coincidere con i tuoi gusti, ma con un’idea di letteratura, sempre soggettiva, ma di certo più comprensiva. 

La terza soluzione è ovviamente la più difficile e la meno praticata. Quindi in Edizioni Kolibris abbiamo scelto questa strada, cioè l’editoria come imprenditoria dell’utopia. L’unica possibile filosofia di vita.

Trascuriamo la poesia italiana? Non credo. Ma l’Italia è un paese piccolo. Anche geograficamente, dico. 

Quindi come trovare un buon poeta, mettiamo, ogni sei mesi? Uno che per giunta non sia in cerca di potere e di agganci? La rosa si restringe sempre di più.

Io non faccio l’editrice nel tempo libero, non ho un altro lavoro a parte piccole collaborazioni. Quindi ho bisogno di un serbatoio molto grande da cui attingere per poter selezionare le mie pubblicazioni. E soprattutto ho bisogno di leggere molto, di respirare, di leggere bella poesia. E di fidarmi del consiglio di persone che so intellettualmente oneste, schifosamente oneste.

In passato ho pubblicato anche cose che non rientravano perfettamente nella mia idea di letteratura. L’ho fatto prima di essere editrice, ed ero molto più amata, ovvero: più silenziosamente odiata. 

Ma da editrice avevo una responsabilità in più, in primo luogo nei confronti degli alberi. In secondo luogo nei confronti dei posteri. Perché tutto quel che resterà dopo gli aperitivi poetici, i manini e i maneggi di oggi, la sola cosa che sopravvivrà sono i libri. 

Così ho iniziato a selezionare di più. E a farmi odiare più rumorosamente, e dunque più onestamente, in fondo.

Negli ultimi anni, di fronte alla merda poetica che c’invade e sommerge e soffoca da tutte le parti in rete, ho ritenuto ancora più vitale l’esigenza di una selezione più severa. E quella di farsi odiare onestamente.

Prendiamo il più noto poeta italiano contemporaneo, Milo De Angelis, quello che mette d’accordo quasi tutti. Non può certo essere un esempio per le masse. Non è neppure su facebook. Come cazzo lo valuti se non puoi contare i like?

Allora chi sono gli esempi per la massa?

Facile: Guido Catalano, Francesco Sole, Rupi Kaur. 

Ovvio che uno li legge e dice: “wowow! Ma allora sono poeta anch’io! E posso fare soldi e megatour e booktrailer come loro!” E posta la sua roba sui social mendicando like. Che di solito piovono copiosamente solo sulla merda.

Il problema purtroppo è che la poesia vera non piace alle masse, non riempie gli stadi, non fa guadagnare soldi, ti accatta al massimo una decina di like sulla fiducia di amici e parenti. 

Ora, se Francesco Sole l’avessi proposto io con Kolibris, si sarebbe capito subito che Hera mi aveva tagliato i fili e stavo disperatamente cercando di sbarcare il lunario. E sarebbe stata l’unica cosa che di me si sarebbe ricordata: per coprirmi, stavolta giustamente, di merda. Invece l’ha proposto Mondadori, che avrebbe potuto anche farne a meno. Cioè, aveva già Grazia, Gioia, Gente per far cassetta. Invece ha voluto strafare.

A Ferrara, negli ultimi tempi, per arginare gli sprechi, hanno avviato la raccolta differenziata coatta, nel senso che i cassonetti per l’indifferenziata sono stati provvisti di apertura a tessera: ogni famiglia ha diritto a due aperture al mese, dopodiché paga ogni successiva apertura per la spazzatura eccedente.

Perciò ora la merda del cane ti tocca buttarla nell’organico, se non vuoi pagare l’apertura del bidone, per dire. 

In questo modo i cassonetti dell’indifferenziata puzzano molto meno e la gente sta imparando, molto lentamente, e tra mille espedienti e sotterfugi, a differenziare. Complici i vigili urbani, che sono stati sguinzagliati sulle tracce dei turpi abbandonatori di spazzatura: se pizzicati mentre se ne liberano a casaccio, invece di usare la ruota degli esposti del cassonetto, i fedifraghi saranno sottoposti a multone salatissimo.

Per ora la città somiglia ancora a un social network: un’immensa discarica di rifiuti abbandonati di nascosto un po’ dovunque. Ma confidiamo nell’efficacia del processo educativo. O di quello sanzionatorio.

Ecco, l’editore di poesia è un netturbino che maneggia quello che la gente di solito scarta. La poesia è la spazzatura indifferenziata della società. Lo è soprattutto per i poeti, visto che nessuno di loro compra libri di poesia contemporanea. Mentre gli altri semplicemente non sanno che esiste.

Gli unici acquirenti dei libri di poesia sono i non poeti. E tra i non poeti i libri belli sono gli unici che vendono. E vendono anche bene. In quanto imprenditori dell’utopia, i non poeti sono il nostro target, per questo cerchiamo di stampare libri belli.

Chi ha spazzatura in eccedenza paghi caro per smaltirla e venga multato se l’abbandona in giro.

È tempo d’introdurre l’Editoria Differenziata, che salvi la spazzatura onesta dai rifiuti organici puteolenti.

 

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2 comments

  1. mimì Reply

    Ottimo!

    1. irisnews Reply

      Grazie mimì!

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