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Léon Bloy, Le musicien du silence / Il musicista del silenzio

 

Il musicista del silenzio

Mi fu assicurato che l’individuo era morto intorno al 1879, in qualche ospedale.
Nessuno avrebbe potuto raccontare le sue ultime ore né i suoi ultimi giorni. La sua stessa tomba era ignota. Sparito, evaporato per sempre, il musicista di un tempo, il caramogio del genio la cui esistenza somigliava a un enigma e che rispondeva al nome meridionale di Pouyadou.
Alcuni studenti di medicina lo avevano soprannominato il Volvoce[1] del contrappunto o l’Entozoo[2] di Sebastian Bach.
Titolare, tuttavia, di una certa considerazione entro il quartiere della Sorbonne, dove abitava da trenta o quarant’anni, non ci si burlava troppo della sua figura, e si era finito per accettare persino il suo abominevole accento pirenaico che lo faceva sobbalzare, scoppiettando su ogni sillaba, come un paiolo sui ciottoli di un torrente.
Il grottesco della sua persona si attenuava al pensiero del lungo martirio patito da questo sventurato che passava per un grande artista misconosciuto.
Per indifferenza o disprezzo, non aveva mai acconsentito di portare i piccoli fardelli della gloria, e aveva mancato così tante fruttuose opportunità di prostituire le sue capacità che si diceva fosse di ordine superiore.
Alcune melodie o romanze pubblicate, naturalmente, a proprie spese, avevano fatto colare, unitamente alle lacrime della precedente generazione, notabili somme nel borsello di impresari o di artisti virtuosi. Egli trovava naturale fosse così, e viveva senza risentimento in un alveolo di calabrone, al quinto piano di una casa, distrutta oggi, dell’orribile via dei Cordiers.
Tre o quattro lezioni mal pagate assicuravano il viatico di questa creatura delle lune passate, sformata e commiserevole, che non cercava di migliorare che il proprio sogno.
Bloccato a Parigi come tanti altri indigenti così poco avverso alle pratiche della resistenza, i quattro mesi dell’Assedio[3] lo avrebbero sterminato senza l’intervento dei famelici ammiratori che fornirono eroicamente le poche beccate sufficienti per il nutrimento di questo allocco del Paradiso.
La sua ignoranza degli avvenimenti che accadevano sotto i suoi occhi era qualcosa di sublime. Dormiva letteralmente nella bocca aperta del Drago degli Spaventi, del resto, la sua vita, a questo punto, era così trasposta da tempo, che le persone pratiche erano condannate a passare da tutti i castelli della sua fantasia prima di arrivare alla soglia della sua attenzione. I più intrepidi perivano a metà strada.
Il bombardamento che imperversava nelle vicinanze non era per lui che un rumore inopportuno e inspiegabile che le autorità, diceva, non avrebbero dovuto consentire. L’antico pianoforte che da solo occupava un terzo del suo alloggio, gli schermava ampiamente tutti i rumori della battaglia e lo proteggeva meglio di tutti i bastioni e di tutte le fortezze.
Non avendo più lezioni da impartire, ne approfittava per lavorare da mattina a sera, malgrado il rigido inverno, a un’opera gigantesca, una specie di Râmayana[4] sinfonico ripreso al declino della sua gioventù e cominciato venticinque anni prima. Questa opera, che non si potè ritrovare dopo la sua morte, si chiamava, credo, Il Silenzio
Non si inquietava questo incosciente che suonava marce trionfali mentre il primo popolo del mondo, arterie aperte, supplicava, per l’onore di Dio, di non morire. Ciò stesso, parve a molti somigliante al più puro eroismo.
Lo strombazzante Pouyadou non ci pensava più di tanto. Correva dietro la sua anima, eroica forse, ma disorbitata che vagabondava ordinariamente negli intervalli infiniti del cielo stellato, del cielo cristallino e dell’inimmaginabile empireo.

***

Uno dei miei amici fu a quell’epoca il confidente delle sue elucubrazioni. Saliva talvolta da lui, nella sua bardatura da artigliere, che gli valeva sempre la stessa osservazione sbigottita del poveruomo:
— Toh! fate il soldato adesso? Avete pescato un cattivo numero allora?
Ma, per discrezione probabilmente, non insisteva e, senza informarsi oltre, estraeva subito i suoi principi e le sue teorie.
L’interlocutore conservava di questi intrattenimenti un ricordo tale da non credere che simili impressioni potessero essere cancellate, neanche in cielo e nelle Grotte benedette.
Subitamente, Pouyadou si manifestava come il più straordinario metafisico della musica e scampanellava profetiche dimostrazioni.
Vagamente informato di una guerra disastrosa con la Germania, questo avvenimento non aveva, ai suoi occhi, che un’importanza musicale ― nient’altro!
― La Germania, gridava, è una nazione di scolari lerci e di formulanti. È vero che ha dato Bach e Beethoven che sono, per me, qualcosa di più degli uomini. Ma quelli, ragazzo mio, sono stati l’ultima sfornata del Medioevo. Non annunciarono che sarebbero andati a scompigliare tutto. Non si offrirono come i Messia a un nuovo baccano. In quanto artisti, furono umili e pacifici, e sembrarono grani di polvere luminosa in un raggio di sole che non schiarirebbe un letamaio ai porci.
Che diavolo volete che vi dica degli altri? Sento parlare talora dell’invasione dei tedeschi. Si dice siano in tanti. Ebbene! sono dieci anni, mi ascoltate? dieci anni che l’ho sentito dire.
Ero alla rappresentazione del Tannhäuser[5] dove furono fatte un bel po’ di ingiurie e dette di cotte e di crude. Si scrisse che non fu generoso, che mancammo di ospitalità. Si fecero dei giudizi e blaterato condanne. Che sciocchezze! Come se non fosse giusto l’istinto e il dovere di una razza generosa rigettare con energia tutto quanto può alterarla o pervertirla?
Il tentativo di ciò fu evidente. Gli spettatori più mediocri ne furono subito colpiti e l’esibizione di quella macchina infernale si palesò una minaccia.
Sapete bene quanto me la pretesa di Richard Wagner. Si è dato la pena di scriverlo in francese e non ha smesso di ripeterlo a chi voglia sentirlo: Inaugurare «una forma ideale, puramente umana e che appartenga a tutti i popoli».
La fratellanza universale, dunque, come nel ‘48[6]! La fratellanza del flauto e del tamburo conferito al genere umano dalla dolce Germania. Bel argomento di interesse, questo non è vero? per l’Hôtel de Ville[7] o il Tribunale del Commercio.
Dato che ciò non fu convincente, bisognava trovare altro e mostrare quello che si covava nel ventre. La guerra attuale, se volete saperlo, è un’opera di Wagner. È il trionfo di Sigfrido[8] che ha forgiato la spada, del grave Sigfrido, vincitore sul drago Fafner di cartapesta, conquistando con l’anello le fanciulle del Reno in mezzo alle quali è onnipotente ― ma che finirà chissà un giorno per crepare di paura, come il bruto che è, quando una Vergine gli apparirà! …

***

Quando un giorno il visitatore si azzardò a interrogarlo sui suoi lavori, Pouyadou ebbe una crisi di rabbia e di indignazione.
— Ah! per mille dei! urlò, mi avete preso, forse, per un musicista? Non mi avete mai osservato, dunque? Sono, forse, un tedesco o un italiano che passa il suo tempo in castronerie?
Sì, voi fissate questo aggeggio, questo miserabile carro funebre, questo asino di pianoforte sul quale mi distruggo le falangi e il metacarpo da quarant’anni. Vorrei davvero fracassarlo sotto di me. Ma ho le mie ragioni che voi non comprendereste, anche se consumassi in spiegazioni tutto il tempo che mi resta ancora da vivere.
Lì c’è anche una bella piccola montagna di partiture – aggiunse – battendo con forza su un enorme mucchio di carta da dove si sollevò una nuvola di polvere.
È la mia opera. Ce n’è per duecentosettantacinque strumenti eterocliti e differenti di cui almeno i due terzi sono ancora da inventare.
Potrei segnalarvi degli importanti brani scritti per un insieme di trombe completamente afone che io chiamo le trombe del Silenzio, realizzate sul modello introvabile dei buccini che abbatterono un tempo le muraglie di Gerico …Sì, signore, di Gerico! …È la parte che mi ha dato maggiori difficoltà e conto assolutamente di essere bene accolto tra gli angeli, dopo la mia morte.
Perché io non lavoro per questo mondo e vi giuro che la mia sinfonia sarebbe un po’ più difficile da eseguire di Wagner. Tutto perciò sarà distrutto, consegnato alle fiamme, prima che io sparisca.
Ah! questo è il modo di comprendere la musica! Sappiate che per essere perfetta, è indispensabile che sia divina, voglio dire silenziosa, chiusa, isolata nel più profondo del Silenzio, è ciò che Wagner non ha mai compreso.
Ma che poteva comprendere, quel galeotto di tutte le fanfare, quel grossolano adattatore di leggende e tradizioni che ci serve un impasto di teogonia scandinava e di cristianesimo da disgustare gli ippopotami?
I suoi compatrioti hanno provato a dargli più importanza di Beethoven. Non vedete che questa è la storia di Caino e Abele? La fiamma del primo è ripulsa al suolo con una violenza che la obbliga a carbonizzare fino alle pietre dell’altare maledetto, e la bestia feroce non sopporta questo affronto; quella del secondo sale pacificamente verso il cielo, sempre più bianca man mano che si solleva.
Nella sua qualità di artista divino, Beethoven aspirava naturalmente al Silenzio, è per questo che ottenne la grazia di diventare sordo per sentire meglio cantare il suo genio.
Wagner crede ostinatamente che la musica sia una combinazione dei diversi rumori e ciò che chiama «dramma musicale» è la sua ambizione suprema. Non si può essere più tedesco. Gli occorre il Bello che si veda dagli occhi della testa, che si intenda nelle orecchie degli individui più rozzi, che possa essere preso per la vita da tutti come una sgualdrina. In una parola, è la musica materiale e passionale ― per la sua più alta potenza, gli serbo affetto, se ciò può farvi piacere.
Il Dramma musicale, Buon Dio! ebbene eccolo realizzato mirabilmente, come lo avevo percepito all’audizione del Tannhäuser, Il Bombardamento, tragedia lirica! Non vi sembra che si potrebbe ascoltarlo dalle stelle?[9]

***

Questo Pouyadou era forse l’essere più profondo di tutti gli uomini. Pensate che fu molto probabilmente il solo dei francesi a essersi rallegrato, nel 1870, dell’inferiorità musicale della Francia.
— Povera cara Francia! – diceva con tenerezza talvolta ― qual danno che tu non sia completamente sorda! Allora sì che potremmo intenderci! I giornali denunciano che non hai abbastanza cannoni. Qualcuno si presenterà a questi ciarlieri per spiegare che il Silenzio attira lo Spirito del Signore e che, essendo tu degna più di ogni altra nazione di riceverlo, è proprio con il numero inferiore dei tuoi petardi in tutti i generi che dimostri la superiorità del tuo destino?
Prosopopee difficilmente presentabile in un’accademia militare, ma assai stimabili di questo musicista fanatico del silenzio perfetto che lo cercava con rabbia sul suo pianoforte dopo i quarant’anni.
Un’ultima parola:
Verso la fine dell’Assedio, domandò, un giorno, alla sua portinaia, Dio solo sa uscendo fuori da chissà quali pensieri! se fossero stati sempre i tedeschi a bombardare Parigi.
— Eh! chi diavolo vuole siano stati? – rispose la portiera con voce strozzata.
— Mio Dio! signora, non so. Potrebbe essere stato benissimo un altro popolo. E ricadde nel pozzo del suo silenzio ordinario.
Pensava allora, senza dubbio, all’Italia e alle sue musiche future …perché credo avervi detto che questo povero diavolo aveva un fare da profeta.

[1] Un genere di alghe molto utilizzato per la ricerca sperimentale in laboratorio.
[2] Parassita di animale che vive all’interno dell’ospite.
[3] L’assedio di Parigi durò dal 19 settembre del 1870 al 28 gennaio del 1871 e fu una delle battaglie risolutive che determinarono la sconfitta dei francesi nella guerra franco-prussiana.
[4] Il Ramayana è uno dei più importanti poemi epici e testi sacri dell’induismo.
[5] Pouyadou crede che l’invasione tedesca sia la rivincita di Wagner sui francesi dopo che il suo Tannhäuser fu accusato di essere immorale dagli stessi francesi. L’opera, in 3 atti, venne rappresentata in Francia il 13 marzo del 1861 all’Opéra di Parigi per non essere più replicata a causa delle proteste di una buona parte del pubblico che gridarono allo scandalo e causarono l’interruzione della rappresentazione.
[6] Richiama l’anno della Rivoluzione Francese (o Terza Rivoluzione Francese) e a uno dei suoi principi fondamentali: la fratellanza.
[7] È il Municipio di Parigi. Ironicamente Bloy allude all’idea che il principio della “fratellanza universale” richiamato da Richard Wagner (1813-1883) possa andar bene solo come argomento di conversazione nelle istituzioni governative.
[8] È il protagonista del terzo dramma musicale della tetralogia: L’anello del Nibelungo di Richard Wagner. Bloy qui ripercorre le tappe salienti della trama, assimilandole alle vicende della guerra franco-prussiana e auspicando la sconfitta della Germania, allo stesso modo di come Sigfrido morì per mano di Gernot, mandato da Brunilde, la vergine valchiria che sedusse e ingannò.
[9] Allude ai bombardamenti che si sentono per le vie parigine, associandoli ai suoni del dramma musicale di Wagner.

Le musicien du silence

On m’assura que le bonhomme était mort aux environs de 1879, dans quelque hôpital.
Nul n’aurait pu raconter ses dernières heures ni ses derniers jours. Sa tombe même était ignorée. Disparu, évanoui à jamais, le musicien de jadis, le crapoussin de génie dont l’existence ressemblait à une énigme et qui répondait au nom méridional de Pouyadou.
Quelques étudiants en médecine l’avaient surnommé le Volvox du contrepoint ou l’Entozoaire de Sébastien Bach.
Titulaire, néanmoins, d’une certaine considération dans le quartier de la Sorbonne, habité par lui depuis trente ou quarante ans, on ne se moquait pas trop de sa figure, et même on avait fini par accepter son abominable accent pyrénéen, qui le faisait ricocher en pétardant sur chaque syllabe, comme un chaudron sur les galets d’un torrent.
Le grotesque de sa personne s’atténuait à la pensée du long martyre enduré par ce malheureux, qui passait pour un grand artiste méconnu.
Indifférence ou mépris, il n’avait jamais consenti à porter les petits paquets de la gloire, et avait ainsi raté beaucoup d’occasions fructueuses de prostituer des facultés qu’on disait d’ordre supérieur.
Quelques mélodies ou romances publiées, naturellement, à ses frais, avaient fait couler, en même temps que les larmes de la précédente génération, de notables sommes dans le boursicaut des entrepositaires ou des virtuoses. Il trouvait tout naturel qu’il en fût ainsi, et vivait sans colère dans une alvéole de bourdon, au cinquième étage d’une maison, détruite aujourd’hui, de l’horrible rue des Cordiers.
Trois ou quatre leçons mal payées assuraient le viatique de cet enfant des lunes anciennes, contrefait et lamentable, qui ne cherchait pas mieux que son rêve.
Enfermé dans Paris comme tant d’autres indigents aussi peu capables que lui des pratiques de la résistance, les quatre mois du Siège l’eussent exterminé sans l’intervention de faméliques admirateurs qui fournirent héroïquement les becquées légères suffisantes pour la nourriture de ce chat-huant du Paradis.
Son ignorance des événements qui s’accomplissaient sous ses yeux était quelque chose de sublime. Il dormait littéralement dans la gueule ouverte du Dragon des Épouvantes, sa vie, d’ailleurs, étant à ce point transposée depuis longtemps, que les gens pratiques étaient condamnés à passer par tous les châteaux de sa fantaisie avant d’arriver au seuil de son attention. Les plus intrépides succombaient à moitié chemin.
Le bombardement qui sévissait dans le voisinage ne fut pour lui qu’un bruit importun et inexplicable que les autorités, disait-il, n’eussent pas dû permettre. L’antique piano qui occupait à lui seul un tiers de son gîte, lui masquait amplement toutes les rumeurs de bataille et le gardait mieux que tous les remparts et que tous les forts.
N’ayant plus de leçons à donner, il en profita pour travailler du matin au soir, malgré l’âpre hiver, à une oeuvre gigantesque, espèce de Râmayana symphonique entrepris dans son extrême jeunesse et commencé depuis vingt-cinq ans. Cette oeuvre, qu’on ne put retrouver après sa mort, s’appelait, je crois, Le Silence …
On n’inquiéta pas cet inoffensif qui sonnait des marches triomphales pendant que le premier peuple du monde, artères ouvertes, essayait, pour l’honneur de Dieu, de ne pas mourir. Cela, même, parut à plusieurs de l’héroïsme très pur.
Le carillonnant Pouyadou n’y pensait guère. Il courait après son âme, héroïque peut-être, mais désorbitée, qui vagabondait ordinairement dans les intervalles infinis du ciel étoilé, du ciel cristallin et de l’inimaginable empyrée.

***

Un de mes amis fut à cette époque le confident de ses pensées. Il grimpait quelquefois chez lui, dans son harnais d’artilleur, ce qui lui valait toujours la même remarque effarée du pauvre bonhomme:
— Tiens! vous êtes soldat maintenant? Vous avez donc tiré un mauvais numéro?
Mais, par discrétion sans doute, il n’insistait pas et, sans s’informer de quoi que ce fût, sortait aussitôt ses principes et ses théories.
L’auditeur a gardé de ces entretiens un souvenir tel qu’il ne croit pas que de pareilles impressions soient effaçables, même au ciel et dans les Cavernes bienheureuses.
Subitement, Pouyadou se manifestait comme le plus extraordinaire métaphysicien de la musique et claironnait de prophétiques démonstrations.
Vaguement informé d’une guerre désastreuse avec l’Allemagne, cet événement n’avait, à ses yeux, qu’une importance musicale — et encore!
— L’Allemagne, criait-il, est une nation d’écoliers malpropres et de formulards. C’est vrai qu’elle a donné Bach et Beethoven qui sont, pour moi, quelque chose de plus que des hommes. Mais ceux-là, mon garçon, c’était la dernière portée du Moyen Âge. Ils n’annoncèrent pas qu’ils allaient tout chambarder. Ils ne s’offrirent pas comme les Messies d’un boucan nouveau. En tant qu’artistes, ils furent humbles et pacifiques, et parurent des grains de poussière lumineux dans un rayon de soleil qui éclairerait une étable à porcs.
Que diable voulez-vous que je vous dise des autres? J’entends parler quelquefois de l’invasion des Allemands. On dit qu’il y en a beaucoup. Eh bien! voici dix ans, vous m’écoutez? dix ans que j’ai senti ça.
J’étais à la représentation du Tannhäuser où furent délivrées pas mal d’injures et de pommes cuites. On a écrit que ce n’était pas généreux, que nous manquions d’hospitalité. On a fait du sentiment et des phrases. Quelle sottise! Comme si ce n’était pas justement l’instinct et le devoir d’une race généreuse de rejeter avec énergie tout ce qui peut l’altérer ou la pervertir?
La tentative était flagrante. Les spectateurs les plus médiocres en furent aussitôt frappés et l’exhibition de cette machine infernale parut un défi.
Vous savez aussi bien que moi la prétention de Richard Wagner. Il s’est donné la peine de l’écrire en français et ne cesse de la répéter à qui veut l’entendre: Inaugurer «une forme idéale, purement humaine et qui appartienne à tous les peuples».
La fraternité universelle, alors, comme en 48! La fraternité de la flûte et du tambour conférée au genre humain par la douce Allemagne. Joli sujet de plafond, n’est-ce pas? pour l’Hôtel de Ville ou le Tribunal de Commerce.
Comme ça ne mordait pas, il fallut trouver autre chose et montrer ce qu’on avait dans le ventre. La guerre actuelle, si vous voulez le savoir, c’est un opéra de Wagner. C’est le triomphe de Siegfried qui a forgé l’épée, du lourd Siegfried, vainqueur du dragon Fafner en papier mâché, et conquérant de l’Anneau des filles du Rhin au moyen duquel on est tout-puissant, — mais qui finira peut-être un jour par crever de peur, comme une brute qu’il est, lorsqu’une Vierge lui apparaîtra! …

***

Le visiteur s’étant hasardé un jour à l’interroger sur ses propres travaux, Pouyadou eut une crise de véhémence et d’indignation.
— Ah! ça, milledioux! hurla-t-il, est-ce que vous me prendriez pour un musicien, par hasard? Vous ne m’avez donc jamais regardé? Est-ce que je suis un Allemand ou un Italien pour passer mon temps à des coïonnades?
Oui, vous fixez ce sabot, ce misérable corbillard, cette bourrique de piano sur lequel je m’extermine les phalanges et le métacarpe depuis quarante ans. J’espère bien le tuer sous moi. Mais j’ai mes raisons que vous ne comprendriez pas, quand même j’userais en explications ce qui me reste de temps à vivre.
Il y a là aussi une jolie petite montagne de partitions, ajouta-t-il, frappant avec force un amas énorme de papiers d’où s’éleva un nuage de poussière.
C’est mon oeuvre. Il y en a pour deux cent soixante-quinze instruments hétéroclites et dissemblables dont les deux tiers, au moins, sont encore à inventer.
Je pourrais vous signaler d’importants morceaux écrits pour un ensemble de trompettes complètement aphones que je nomme les clairons du Silence, à construire sur le modèle introuvable des buccins qui renversèrent autrefois les murailles de Jéricho …Oui, monsieur, de Jéricho! …C’est la partie qui m’a donné le plus de mal et j’y compte absolument pour être bienvenu parmi les anges, après ma mort.
Car je ne travaille pas pour ce monde et je vous jure que ma symphonie serait un peu plus difficile à exécuter que du Wagner. Tout sera donc détruit, livré aux flammes, avant que je disparaisse.
Ah! c’est que j’ai une manière de comprendre la musique! Sachez que pour être parfaite, il est indispensable qu’elle soit divine, je veux dire silencieuse, enfermée, cloîtrée au plus profond du Silence, et c’est ce que Wagner n’a jamais compris.
Mais que pouvait-il comprendre, ce galérien de toutes les fanfares, ce grossier adaptateur de légendes et de traditions qui nous sert un mastic de théogonie Scandinave et de christianisme à dégoûter des hippopotames?
Ses compatriotes ont essayé de lui donner plus d’importance qu’à Beethoven. Ne voyez-vous pas que c’est l’histoire d’Abel et de Caïn? La flamme du premier monte paisiblement vers le ciel, de plus en plus blanche à mesure qu’elle s’élève; celle du second est refoulée sur le sol avec une violence qui l’oblige à calciner jusqu’aux pierres de l’autel maudit, et la bête féroce ne supporte pas cet affront.
En sa qualité d’artiste divin, Beethoven aspirait naturellement au Silence, et c’est pour cela qu’il obtint la grâce de devenir sourd pour mieux entendre chanter son génie.
Wagner croit obstinément que la musique est une combinaison de divers bruits et ce qu’il nomme le «drame musical» est son ambition suprême. On ne peut pas être plus Allemand. Il lui faut du Beau qui se voie par les yeux de la tête, qui s’entende par les oreilles des plus vilains bougres, qui puisse être pris à bras-le-corps par tout le monde comme une catin. En un mot, c’est la musique matérielle et passionnelle — à sa plus haute puissance, je le veux bien, si cela peut vous faire plaisir.
Le Drame musical, Bon Dieu! mais le voilà réalisé admirablement, tel que je l’avais pressenti à l’audition du Tannhäuser, Le Bombardement, tragédie lyrique! Ne vous semble-t-il pas qu’on pourrait l’entendre des étoiles?

***

Ce Pouyadou était peut-être le plus profond de tous les hommes. Songez qu’il fut très probablement le seul d’entre les Français ayant eu l’idée de se réjouir, en 1870, de l’infériorité musicale de la France.
— Pauvre chère France! disait-il parfois avec tendresse, quel dommage que tu ne sois pas tout à fait sourde! C’est alors que nous pourrions nous entendre! Les journaux prétendent que tu n’as pas assez de canons. Quelqu’un se présentera-t-il pour expliquer à ces bavards que le Silence attire l’Esprit du Seigneur et qu’étant faite beaucoup plus que n’importe quelle autre nation pour le recevoir, c’est précisément le nombre inférieur de tes pétards en tous les genres qui démontre la supériorité de ton destin?
Prosopopée difficilement présentable dans une école militaire, mais très digne de ce musicien fanatique du parfait silence et qui le cherchait avec rage sur son piano depuis quarante ans.
Un dernier mot :
Vers la fin du Siège, il demanda, un jour, à sa concierge — Dieu sait au sortir de quelles pensées! — si c’étaient toujours les Allemands qui bombardaient Paris.
— Eh! qui diable voulez-vous que ce soit? répondit la portière suffoquée.
— Mon Dieu! madame, je ne sais pas. Ça pourrait bien être un autre peuple. Et il retomba dans le puits de son silence ordinaire.
Il songeait alors, sans doute, à l’Italie et à ses musiques futures …car je crois vous avoir dit que ce pauvre diable était une manière de prophète.

bloyLéon Bloy (1846-1917) Scrittore, saggista e poeta francese. La sua opera, caratterizzata da echi romantici e simbolisti, è impregnata da un forte fervore religioso e da un’incessante ricerca dell’Assoluto, elementi che lo contrapposero agli intellettuali del “razionalismo” francese. Tra le sue opere, oltre ai numerosi saggi e diari, si ricordano soprattutto i due romanzi: “Le Désespéré” (1887) e “La Femme pauvre” (1897).

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