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LEONI, Stefano

Stefano_Leoni“Un equilibrio che ci rende cibo”

(Fummo fatti per scrutare l’infinita complessità

delle povere cose, l’amorevole abbraccio

delle fondamenta e il timoroso sospiro al sovrastante)

Stefano Leoni

Stefano Leoni è un poeta in continua, appartata e laboriosa crescita, voce autentica e vibrante, che si versa e pulsa nelle proprie parole, costruendo giorno dopo giorno un immaginario potentemente visivo, solido e peculiare. Le sue poesie sono specchio e al contempo riflesso di una grande profondità di visione, seme e frutto di un occhio acuto, di uno sguardo penetrante e intenso che incessante si muove dall’interno – aperto e accogliente – dell’interiorità del poeta, alla realtà circostante, e viceversa. Dove lo sguardo si frange, e ricompone, e capovolge e deforma, accogliendo i riflessi prismatici del Sé e della realtà in cui si immerge, e che il poeta assimila e restituisce al lettore, ora con tratti precisi, nitidi, netti, ora in sagome sfuggenti, metamorfiche, sorprendenti.

“C’è bisogno di ritagliare con estrema precisione”, scrive Leoni, “le figure, senza alcuna sbavatura / senza il minimo strappo”. Ed è a questo che tende lo sguardo “bisturi” di Leoni, distaccando “tutta l’estraneità”, ovvero circoscrivendola, o ancor meglio, abbracciandola, per proteggerla o schiacciarla, in una parola che ha fede in se stessa e tutto il coraggio del proprio gesto spietato e generoso al contempo.

La poesia è per Leoni il regno della contraddizione, della spesso ironica coabitazione dell’io con le proprie fragilità e debolezze, nell’incertezza e nell’interrogativo retorico che circonda l’origine dell’umano, sia essa da situarsi nelle stelle o in “un paio di ghiandole eccitate”; e la sua essenza, sia essa da riconoscersi in un nobile “vento cosmico” o nella “secrezione di un testicolo in una galassia lontana”.

Il poeta si pone così nelle “terre di mezzo”, di cui ammira il “senso di appagante nullità”. Sta in piedi, o accovacciato talvolta, sulla soglia. Non inerte, bensì vigile, con gli occhi fisici rivolti al futuro e quelli della mente rispettosamente attenti al passato. In bilico “nell’incauto” e “nel poderoso manifestarsi del possibile”, il poeta non si accontenta di restituire il déjà-vu e tentare risposta ad antichi interrogativi, né di porsi domande prestabilite, bensì attende, “nella meraviglia del concepibile”. Leoni non interroga l’Oltre, non spinge lo sguardo verso l’altrove, bensì sta radicato nella sua e nostra quotidianità percettibile. Ed è da lì, dal di dentro che riconosce l’altro, il sorprendente, il – paradossalmente – meraviglioso che scaturisce dalla presa di coscienza della propria finitezza assetata di conoscere ed espandere i confini della propria percezione, e percepibilità al contempo.

La poesia sembra essere per Leoni l’attestazione della presenza di chi, pur negandolo, si “accorge del lavoro costante / sotto la brina, sotto il ghiaccio / ininterrottamente”, si accorge dell’inaudito e ignoto e dell’inudibile, perché, da ricettivo allievo del suo fedele cane, conosce “il rombo di un motore”, così come ricorda “il passo di un antico dinosauro”, percepisce cioè il proprio presente alla confluenza di tutto ciò che ognuno di noi è stato in quanto frutto di una storia con-divisa, da non dimenticare.

La poesia di Leoni non cerca la facile retorica di grandi lutti ed enormi collettivi accadimenti, né si cimenta con nobili rebus e gratificanti questioni capitali. Il poeta deve di necessità ritrarre, attimo dopo attimo, particolare dopo particolare, muovendo dal frammento per ricomporre i residui del tutto, disarmonico, caotico e creativo, della propria esistenza, nella consapevolezza che “non è facile rimanere in equilibrio / dare il nome proprio alle cose”; e che “è sempre possibile modificare: / spostare un segno di congiunzione”. Nella consapevolezza, cioè, che nulla è in realtà fisso, immutabile, imposto, e che il margine di libertà e ribellione individuale si situa proprio in quella “terra di mezzo”, in quel passaggio che non è fine d’attesa inetta e statica, bensì principio di mutamento ostinato, i cui risultati si mostrano per improvvise accensioni e repentini oscuramenti, che sono all’apparenza arbitrari, di fatto consequenziali al susseguirsi d’infiniti traumi e e guarigioni, morti e rinascite. E il poeta stesso si lascia sorprendere dalle proprie parole, si lascia scrivere e dire “per poi tornare e scandalizzarsi / di avere scritto le parole con quella penna, / con quel colore”.

La poesia di Stefano Leoni è anche lucida, realistica analisi, spesso tagliente e spietata, del reale, analisi che però non si lascia mai andare al cinismo o all’auto compatimento, né indugia nella facile retorica del lamento, perché “il destino è un altro, migliore / e mancante, il disincanto”. Eppure, pur prendendone atto, al disincanto e alla rassegnazione la poesia si oppone con forza e (di)sperato, invocato coraggio, risalendo il flusso verso la sorgente della contraddizione, rinunciando all’armonia apparente del bilancio che fa tornare i conti: “Si potrebbe / il cuore è un deserto traboccante, / una lucida intolleranza, stride / la sua assoluta contraddizione”.

Il poeta non cerca infatti salvezza nell’infinito o nella promessa di un futuro neppure percepibile o figurabile in distanza, bensì si radica nella terra devastata della propria esperienza, nella piana tellurica della propria esistenza, consapevole che “lo spazio dell’ignoto è una supposizione / un pentagramma, simile al vento”. Il poeta è qui costretto a tornare alle cose, a crescere per sottrazione, che è resa, condizionata, al mistero dell’impossibile: “poi ci penseranno i venti e l’idea d’infinito / per noi salvi nel finito la sottrazione / è una irrinunciabile amnistia”.

Quel che per Leoni è possibile conoscere – e dunque restituire in parole – non è tanto la consapevolezza che  possiamo fingere e ostentare (di fronte agli altri, forse, mai al cospetto di noi stessi), quanto piuttosto ciò che di noi resta una volta sottratto il superfluo, una volta svestito il mascheramento, della vita e del dire: “Il mio cane guarda, col muso inclinato si concede / il tempo di amarmi per ciò che posso dare, / un biscotto, una carezza o un calcio nel sedere, / vede l’intero delle mie sottrazioni”.

Chiara De Luca

Prefazione a Basse verticali, Kolibris 2010

 

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