Facebook

Lesbia Venner Harford

A cura di Emilio Capaccio

Senza titoloLesbia Venner Harford nacque il 19 aprile del 1891 a Brighton, un sobborgo di Melbourne, nello stato di Victoria, in Australia. Fu la prima dei 4 figli di Edmund Joseph Keogh, un ricco agente finanziario e di Helen Beatrice Moore, di origini irlandesi, imparentata con il conte di Drogheda[1]. Intorno al 1900, la famiglia Keogh attraversò tempi molto difficili, in seguito ad alcuni affari immobiliari falliti e il padre fu costretto a trasferirsi nell’Australia occidentale per lavorare come bracciante in alcune fattorie, lasciando la moglie ad allevare i 4 figli. Lesbia nacque con un difetto congenito al cuore che le condizionò tutta l’esistenza. Fu educata al “Sacré Coeur” di Glen Iris, un sobborgo a sudest di Melbourne e poi al “Loreto College” (conosciuto anche come Abbazia di Mary’s Mount) di Ballarat, città a nordovest di Melbourne. Lesbia, però, mantenne sempre una posizione molto critica e anticonformista nei confronti del cattolicesimo della famiglia, professando un amore libero delle relazioni umane, tanto da legarsi sia con uomini che con donne, soprattutto Katie Lush, insegnante di filosofia all’ “Ormond College” di Melbourne. Nel 1912 si iscrisse alla facoltà di Diritto dell’Università di Melbourne e si laureò nel 1916, diventando una delle prime donne australiane a conseguire una laurea. Negli anni universitari militò attivamente nei movimenti di proteste sociali che combattevano soprattutto per i diritti delle classi operaie, stringendo un’amicizia, culminata in una relazione amorosa, con il marxista e attivista politico Guido Carlo Luigi Baracchi (1887-1975), figlio dell’astronomo italiano Pietro Paolo Giovanni Ernesto Baracchi (1851-1926), nonché membro fondatore del “Communist Party of Australia” (Partito Comunista d’Australia). Dopo la laurea scelse di non esercitare la professione di avvocato per andare a lavorare in una fabbrica tessile nell’intento di portare avanti “da dentro” la lotta contro i maltrattamenti e le condizioni disumane degli operai di Melbourne. Fu amica di Norman Jeffrey (1903-1980) che organizzò nel 1926 una sezione del Partito Comunista in Nuova Zelanda. Divenne vice-presidente della “Federated Clothing and Allied Trades Union” (Federato dell’Abbigliamento e Alleanza dei Mestieri Riuniti) e partecipò attivamente a una campagna contro la costrizione durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1920 sposò l’artista Patrick John O’Flaghartie Fingal Harford (1890-1972), fondatore, più tardi, del Movimento Post Impressionista di Melbourne, ma il matrimonio durò poco più di un anno, a causa soprattutto dei continui litigi e dell’abuso di alcool del marito. La produzione poetica e letteraria (novelle) di Lesbia Harford non fu mai riunita in un’antologia quando la stessa fu in vita, se si esclude qualche pubblicazione sulla rivista “Birth” di Melbourne, nel 1921 e qualche comparsa sporadica in alcune antologie. Scriveva le sue poesie su quaderni con una calligrafia estremamente ricercata ed elegante. Alla morte della poetessa, i quaderni furono consegnati al padre che li conservò fino a quando un incendio divampato in casa distrusse gran parte della produzione poetica della figlia. La produzione poetica che è arrivata ai giorni nostri è tutta postuma. La raccolta più significativa fu pubblicata nel 1989 dal maestro di violino di Melbourne, Oliver Dennis, con il titolo: Collected Poems Lebia Harford, che raccoglie 250 poesie della poetessa. A causa di una latente tubercolosi, che pativa da molti anni, Lesbia Harford morì in ospedale il 5 luglio del 1927, all’età di 36 anni. Fu seppellita nel cimitero di Boroondara, un sobborgo nella parte orientale di Melbourne.

[1] Il Conte di Drogheda è un titolo nobiliare che fu creato dal re d’Inghilterra nella Parìa d’Irlanda, cioè nell’ambito della monarchia irlandese, seppur sotto la giurisdizione formale del re d’Inghilterra. Il titolo fu creato nel 1661. Il primo conte fu Henry Moore III

After rain

 

Today

I’d like to be a nun

and go and say

my rosary beneath the trees out there.

In this shy sun

the raindrops look like silver beads of prayer.

So blest

am I, I’d like to tell

God and the rest

of heaven-dwellers in the garden there

all that befell

last week. Such gossip is as good as prayer.

Ah well!

I have, since I’m no nun,

no beads to tell,

and being happy must be all my prayer.

Yet ‘twould be fun

to walk with God ‘neath the wet trees out there.

 

 

 

 

A bunch of lilac and a storm of hail

 

A bunch of lilac and a storm of hail

on the same afternoon! Indeed I know

here in the South it always happens so,

that lilac is companioned by the gale.

 

I took some hailstones from the window sill

and swallowed them in a communion feast.

Their transitory joy is mine at least,

the lilac’s loveliness escapes me still.

 

Mine are the storms of spring,

but not the sweets.

 

 

 

 

 

Appearances

 

I hated them when I was four years old,

the bright pink berries on the pepper tree

and now they seem quite beautiful to me.

 

My tower of dreams when I was four years old

was such a tree. Its branches hid me well,

although I so disliked the berries’ smell.

 

I had my dreams when I was four years old …

but groundling now, who once could mount in air.

I judge the high-swung bright pink berries, fair.

 

 

 

 

 

I used to be afraid to meet

 

I used to be afraid to meet

the lovers going down our street.

 

I’d try to shrink to half my size

and blink and turn away my eyes

 

but now I’m one of them I know

I never need have bothered so.

 

And they won’t mind it if I stare

Because they’ll never know I’m there

 

or if they do, they’re proud to be

fond lovers for the world to see.

 

 

 

 

Each morning I pass on my way to work

 

Each morning I pass on my way to work

a clock in a tower

and I look towards it with anxious eyes

to make sure of the hour.

 

But the sun gets up at the back of the tower

with a flare and a blaze

hiding the time and the tower from my sight

in a blissful haze.

 

«I am the marker of time» says the sun.

Taken unawares,

I believe for the nonce he is lord of the day

and am rid of my cares.

 

 

 

 

 

I count the days until I see you, dear

 

I count the days until I see you, dear,

but the days only.

I dare not reckon up the nights and hours

I shall be lonely.

 

But when at last I meet you, dearest heart,

how can it cheer me?

Desire has power to turn me into stone,

when you come near me.

 

I give my heart the lie against my will,

seem not to see you,

glance aside quickly if I meet your eye,

love you and flee you.

 

 

 

 

 

He looks in my heart and the image there

 

He looks in my heart and the image there

is himself, himself, than himself more fair.

and he thinks of my heart as a mirror clear

to reflect the image I hold most dear.

 

But my heart is much more like a stream, I think,

where my lover may come when he needs to drink.

And my heart is a stream that seems asleep

but the tranquil waters run strong and deep;

 

they reflect the image that seems most fair

but their meaning and purpose are otherwhere.

He may come, my lover, and lie on the brink

 

and gaze at his image and smile and drink

while the hidden waters run strong and free,

unheeded, unguessed, at the soul of me.

 

 

Dopo la pioggia

 

Oggi

mi piacerebbe essere una monaca

e andare e dire

il mio rosario sotto gli alberi là fuori.

In questo timido sole

le gocce di pioggia sembrano

argentee perline di preghiera.

Così benedetta

mi piacerebbe dire a Dio

e alla quiete degli abitanti del cielo

tutto quello che è successo

nel giardino laggiù, una settimana fa.

Un simile pettegolezzo è come una buona preghiera.

Oh bene! ma poiché non sono una monaca,

non ho alcun rosario da dire,

ed essere felice deve essere tutta la mia preghiera.

Può essere sempre piacevole

camminare con Dio tra gli alberi bagnati là fuori.

 

 

 

 

Un ciuffo di lillà e un acquazzone di grandine

 

Un ciuffo di lillà e un acquazzone di grandine

nello stesso pomeriggio! In realtà so

che qui nel Sud accade sempre così,

che il lillà è accompagnato dal temporale.

 

Ho preso dei chicchi di grandine dal davanzale

e li ho ingoiai in una comunione di festa.

La loro gioia passeggera è perlomeno la mia,

la bellezza del lillà ancora mi sfugge.

 

I miei acquazzoni son di primavera,

ma non sono di quelli dolci.

 

 

 

 

 

Apparenze

 

Le odiavo quando avevo quattro anni,

le brillanti bacche rosa sull’albero di pepe

e ora mi sembrano così belle.

 

La mia torre dei sogni quando avevo quattro anni

era un albero così. I suoi rami mi nascosero bene,

anche se non mi piaceva l’odore delle bacche.

 

Avevo i miei sogni quando avevo quattro anni …

ora solo rampicanti, che una volta s’alzavano in aria.

Son belle le brillanti bacche rosa dondolanti.

 

 

 

 

 

Avevo paura di incontrare gli innamorati

 

Avevo paura di incontrare gli innamorati

che vanno giù per la nostra strada.

 

Tentai di restringermi a metà in vita

e socchiudere e girare altrove i miei occhi

 

ma adesso so che sono una di loro

non ho bisogno di preoccuparmi tanto.

 

E loro non faranno caso che io li osservi

perché non sapranno mai che son là

 

o se lo sapranno, saranno fieri d’essere

teneri amanti che il mondo può guardare.

 

 

 

 

Ogni mattina passo sulla mia strada

 

Ogni mattina passo sulla mia strada

mentre sta andando un orologio in una torre

e guardo verso di lui con occhi ansiosi

per assicurarmi dell’ora.

 

Ma il sole si sveglia dietro la torre

con una vampa e un bagliore

che nasconde il tempo e la torre dalla mia vista

in una allegra foschia.

 

«Sono chi segna del tempo» dice il sole.

Presa inavvertitamente,

credo questa volta sia lui il padrone del giorno

ed io libera dalle mie apprensioni.

 

 

 

 

 

Caro, conto i giorni finché non ti vedo

 

Caro, conto i giorni finché non ti vedo,

ma solo i giorni.

Non oso sperare nelle notti e nelle ore,

io sarò solitaria.

 

Ma quando alla fine ti incontro,

cuore prediletto, che cosa può consolarmi?

Il desiderio ha il potere di trasformarmi

in pietra, quando vieni accanto a me.

 

Offro al mio cuore la menzogna

contro la mia volontà, sembra egli non ti veda,

guarda di sottecchi rapido se incontro

il tuo occhio, t’ama e ti fugge.

 

 

 

 

 

Egli guarda nel mio cuore e là quel riflesso

 

Egli guarda nel mio cuore e là quel riflesso

è se stesso, se stesso, più chiaro di se stesso!

E lui pensa al mio cuore come uno specchio chiaro

che riflette il suo aspetto che serbo assai caro.

 

Ma il mio cuore è più simile a un ruscello, penso,

dove il mio amante viene a bere a suo consenso.

È un ruscello il mio cuore che pare assopito

ma il suo corso è andato fondo e spedito;

riflette l’aspetto che sembra più chiaro

 

ma il suo significato è in altro posto assai raro.

Viene il mio amante sulla sponda a giacere,

 

a fissar la sua immagine, a ridere e bere,

mentre forte e libera è andata l’acqua anonima,

inattesa, inavvertita, alla mia anima.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: