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Werner Lambersy, Lettre à mon père/Lettera a mio padre Featured

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Lettera a mio padre

 

 

prima della morte di uno

dei due

 

 

 
Visto che per lettera mi hai
messo in aspettativa
della tua morte

dei tuoi funerali

e del dovere di portarti
più lontano
come ho fatto
portando volontariamente
il tuo nome

visto che eccolo tuo figlio
in partibus

bastardo di fatto
senz’altro patrimonio che
tradire
in nome dell’incerta taglia posta
sul mio essere me stesso

 

 

 

visto che mi pensi
come io ti penso
nell’amore desolato
di quelli che uno stesso sangue
separa

sappi allora questa
che è la mia favola per
sopravvivere

avevo dieci anni
quando sono nato ad Auschwitz

mio padre lo chiamavo Notte
e mia madre Nebbia
tu avevi scontato
la pena di arruolato volontario
nella Waffen SS

Fino in fondo
ai tuoi occhi qualche
cosa

temeva e piangeva
allo stesso tempo

 

 

 

dell’infanzia non avrò
che questo buco nero
di cui sembravi ancora
portare l’uniforme
tenebrosa

un fratello tutto vestito
di morte mi seguiva
avrebbe potuto vincere
la guerra

di mamma non sapevo
che la sua menzogna
e l’opera barocca del
suo amore

è morta
portandosi ciò che ha creduto
di dovermi nascondere

ovvero quasi
tutto

 

 

 

la gioia, lei pensava
era a quel prezzo si sa
quel che comporta

la rivolta
e la disperazione ne sono
solo la moneta spicciola

ma è così che ho conosciuto
la poesia
come inevitabile

sono nato ad Auschwitz
da genitori ebrei
anonimi e scomparsi dentro
l’inferno

 

 

 

lo saprai soltanto
nel momento in cui avrò
speso cinquant’anni
sul percorso

come a ritroso per tornarti

ne chiedo perdono
al popolo ebraico che non deve
considerarmi come
uno dei suoi

piuttosto come un ostaggio

che si sarebbe consegnato per
spezzare l’ingranaggio
dell’odio

 

 

 

per impedire
che tutto ciò ricominci

qualunque sia il nome
delle vittime

poiché come le serpi la bestia
anche in noi
non ha una sola pelle

leggendomi
saprai dunque di te
la cui bontà credo
evidente

che hai messo al mondo
proprio quello che
volevi estirparne

avrai sbagliato per
rabbia e anche
fedeltà

 

 

 

non mi vendico
non pago debiti
non risolvo problemi

solo esprimo il sobbalzo
teso a salvare

me
e i figli che ho tra
gli uomini che vorrei
vedere fratelli

qualsiasi rimprovero abbia
a muover loro
e a te per primo

come a me per
ultimo

 

 

 

tu hai dunque appreso
quel che in fondo temevi
maggiormente

che
farai per sempre parte
delle vittime

che questo ti spaventava
al punto da gettare la tua miseria
di affamato
nel campo degli affamatori

che a loro andavano dicendo
la fame
esiste solo per i folli
e i deboli

 

 

 

ti volevi forte
ti volevi nuovo
e così cadevi
dentro la più vecchia delle storie

quella del diritto del più forte
quella che presto
o tardi ti conduce
a incontrare chi di te è più forte

le nostre rispettive età ci avranno
insegnato almeno questo
ma il mondo rischia
ancora oggi di morirne

 

 

 

quel che è così spezzato dalla
violenza
partecipa in tal modo
alla natura dell’uomo

ne deriva che il dolore
che si prova
ferma il mondo trasforma
il mondo e gli uomini
in oggetti statici

cose incomprensibili
senza legami senz’armonia
dunque senza amore e
disperatamente
soli

e io questo non lo voglio

 

 

 

mi dicevi
l’amore non è questione
di volontà

è vero
nella misura in cui la volontà
consiste nel custodirne
il progetto
e l’ambizione

c’è da sottolineare
che questi valori li ritrovavi
quando parlavi
dell’amicizia

della dignità nella sventura
dei tuoi compagni di cella

 

 

 

avrò avuto altri padri
lo sai
tra cui uno che mi crebbe
nell’amore dell’arte e
della solitudine

e altri ancora
che mi pubblicarono facendosi
carico di ricavarmi il mio
posto tra gli uomini

tu scegliesti
di abbandonarmi a loro per
il mio bene

ma significò aumentare
il peso delle domande senza
risposte

 

 

 

ecco quel che di me fece
questa canaglia di cuore

questa sottomissione all’ordine
che ritenevi nobile
rinunciarvi fu
all’origine
del mio disordine

del mio eterno contropiede
sociale
è un classico

ma gli specchi conservano
qualcosa di quel
che riflettono

questa cosa mi ha sempre
ossessionato

 

 

 

ti devo di essere nato
dal nulla
insolvente per la vita

devo alla vita il rispetto
che passa attraverso di te
evoè e che il verbo sia
la vigna dell’ebbrezza
nell’assoluto

dove attendevo di nascere

conosco le mie incoerenze
e non mi sforzo più
di eliminarle

ma di sfruttarle
come un filone aurifero nativo

 

 

 

è ringraziare anche di
quanto sia irriducibile
la parola
irreprensibile la poesia

queste due ricchezze
nessuna delle quali si deve custodire
per sé soli

che di proprio lasciano soltanto
quel che si perde

il miracolo dell’improbabile e
la vittoria del caso
sulla logica

resteremo sempre nella
libera esultanza del progetto
impossibile

 

 

 

non cerco di riconciliare
gli opposti inconciliabili

ma è
che scrivendo a qualcuno
spesso si scrive a se stessi

non sono tanto invadente da
convincermi attraverso di te
che il cambiamento sia possibile

e che addirittura sia la regola
di cui è principio
il disordine

fin dall’inizio ho saputo
che sarei stato divulgatore
di un dolore un desiderio e un
dubbio

 

 

 

il dubbio toccherebbe l’idea
del padre

né dio né mio padre
è è stato ma sarà
quando non gli saremo più
di ostacolo

quando non saremo più
zavorra che li trattiene
nel futuro

quando tutto sarà cominciato
il bisogno del bello

 

 

 

il desiderio si terrebbe il
più vicino possibile alla vita

la vita allora avrebbe senso
avrebbe ragione su tutto
sarebbe la soluzione ultima

tanto paradossale e
necessaria da somigliare
alla morte

il ragionevole conterebbe
sull’eccesso per durare

si vedrebbe
nello sperpero
il principio d’economia semplice
dell’eternità

 

 

 

resta il dolore
di cui so che ha
a che fare con la bellezza

tu mi scrivevi un tempo
per spiegare il mondo
che c’è soltanto il vaso
di ferro contro il vaso
d’argilla

io non ci credo affatto
c’è una volta che il vaso
di argilla sia rotto
il sentimento terribile
di una mancanza

manca qualcosa

 

 

 

che il senso che abbiamo
della nostra fragilità
ci fa amare come
indispensabile

e verso cui tendiamo
i nostri sforzi

così come della poesia
per avvertirne nella
carne
la forza costitutiva e
fondante

a che pro altrimenti tante
parole che non vanno
da nessuna parte

di questo volevo parlarti
un’ultima volta

 

 

 

perché so che attraverso i nostri
silenzi
tu mi pensi
come ti penso

senza odio né amarezza
e senza niente
da dirci

oltre quel che sogno mentre
guardo con
una bolla strana in
gola

giocare attorno a me
i miei figli e più lontano in
una visione confusa

i figli dei miei figli

 

 

 

 

 

Da Diario di un ateo provvisorio, Kolibris, Bologna 2009. Traduzione di Chiara De Luca

 

 

 

 

 

imagesWerner Lambersy (Anversa, 16/11/1941) vive e lavora a Parigi dal 1982. È prima di tutto poeta, uno dei più importanti in area francofona.
In una costante variazione di toni e di forme, dalla scarnificazione estrema del dettato alla ricerca di un respiro ampio e disteso, la sua poesia, attraverso più di 40 opere edite, persegue una meditazione ininterrotta sul superamento di sé mediante l’amore e la scrittura. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti ed è stato tradotto in una trentina di lingue.

 

 

 

 

 

 

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