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Liliana Zinetti, Nel solo ordine riconosciuto, L’arcolaio, 2000 Featured

Si avverte sin da subito qui, e in maniera assai sofferta, l’urgenza della scrittura: Ogni cosa ha radice nel vento, a cominciare dalla parola, dalla sua gravità che si insinua tra la levità del soffio e la durezza della pietra. La parola, in questo libro, cerca una forma, un ordine per quei giorni di pioggia, di neve, di sole fermo, che sfociano in un tempo diverso, per raccontare ciò che di più vero e amaro può riservare la vita; per fissarlo su pietra, per scalfire, sapendo che tutto è fin troppo fragile e precario.

Tutto accade sottovoce: in modo composto e armonioso vibrano presenze misteriose, tra le foglie, negli alberi, nel volo degli uccelli, mentre “servirebbe non pensare allo scricchiolio / delle cose, al cedimento di ossa e profili. / Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto) / senza aver avuto un nome.” In questo solo ordine riconosciuto, si cerca l’alfabeto rigoroso per dire, uno sguardo per definire cosa è stato, posato su certi elementi – come il sangue e i fiori – che attraversano ogni pagina del libro, dialogando di testo in testo, lasciando quell’odore e quel colore di petali e ferite. Sono i simboli della poesia di Liliana, portano con sé la fragilità e la bellezza, il dolore e la sua necessità, per comporre un codice nuovo: “L’alfabeto dei fiori/ fino al sangue della terra, / il cerchio e il seme, / la resa disarmata / della voce e delle parole”. Tra il buio che minaccia e i lampi che rischiarano, il poeta nomina le cose, facendole brillare riesce a trattenerle, perché “La mano scrive nel buio / ciò che sta sospeso e trema”. E ancora, perché “poeta è il pazzo / che trasforma il reale / in un’oscura sequela di parole”. Ed ecco che le cose, le presenze, gli sguardi prendono forma, si ribellano alla loro immobilità, prendono vita sulla pagina: hanno il sangue dentro di loro, pulsano e fioriscono, persino nell’ombra, dove piano piano, si impara a morire.
In questo libro il verso è un concentrato di pensiero, suono e immagine, mescolati con vera sapienza dalla poetessa, così da creare un’atmosfera densa di stimoli che trattengono il lettore, dal principio alla fine, senza concedere tregua. E molto si condensa nel commovente poemetto in prosa poetica, intitolato Due, dove le stesse presenze – gli occhi, gli alberi, il dolore, la notte, la neve, il silenzio, il bianco, la solitudine… – sono tese a raccontare “il niente disperato della vita quando tace”, che si scontra inesorabilmente con la parola, aspra e lacerante. Essa indaga, cerca, si inabissa; e poi riemerge per riconoscere i gesti, le mani, le voci, per consentire un “ordine al grido degli orizzonti”.
E quando ciò accade, ecco l’urto, lo stupore.

Rossella Renzi

Siamo acqua che ride e morso del serpente,
una casa, delle cose che abbiamo toccato.
Apri la porta a una pioggia
che lavi le colpe, il volto dubitante
dell’Angelo, periferie attraversate
da cani e lamentosi lampioni, tutto
il sangue bevuto di fiori, tutte
le parole e le poesie
che non bastano e non dicono
sono qui, adesso, nel raggio
dove entriamo un momento solo
bagnandoci d’azzurro
scavando stagioni
che abbiamo mancato

Ogni cosa ha radice nel vento

Le mie parole sono farfalle insanguinate.
Hanno la reticenza del dubbio
il bianco della neve
sono passi a ritroso verso il silenzio
pagine di un libro sfogliato dal vento.
Le mie parole sono mani sui muri
culla di fragili lune d’inverno.

*

Veloci transiti e fughe:
qualcosa che non dura sovverte la sera
il cammino delle ombre franate sul ciglio
dove un alfabeto chiede
la pazienza di un travaso
sillabe emerse dal buio esploso,
la corda sfibrata, tessuta
con il tremore delle foglie
e l’urto dell’acqua
fino al gesto risoluto del fiore
che s’apre alla notte, breve
luce, graffio
sul muro del niente.
I polpastrelli abrasi confondono
i volti. Siamo materia di disordine, distanza.
Tu dimmi lo scarto, la follia che piaga le dita,
le piega all’ordine imperioso, dimmi
se vale l’inverno in cui ti inoltri.
Periferie e vetri e travi
l’etica della rosa
lo strappo solo del nostro perdersi
comunque.

*

Era un’ossessione di rami
la bocca del buio, era il graffio
della luna quando siamo partiti
e ci chiamava bianca una strada.
Un andare con sguardi di terra,
l’ala piegata del vento
all’orlo di gronde
da cui spiccare il salto,
ma non c’è volo che possa dire
un brandello di azzurro,
pur con questa vita che spinge
dal ventre della terra
inspiegabili fioriture
non c’è parola che scavi il silenzio,
solo questo stiletto di luna
che un giorno cadrà sulle stelle
a spegnere il cielo.
Non è dato che questo andare,
e la luna, e il gelo che brucia le foglie.

*

I sassi affiorano da un’attesa
lentissima, paziente
con il buio raccolto.
Eppure pareva impossibile il cielo.
Tragitto inverso – il nostro
(vedremo, al buio?)

*

È il tempo degli uccelli di passo.
Stormi di tordi, frosoni e crocieri
in volo verso il sole.
Il bosco ha l’afrore delle foglie
intrise d’autunno
un tappeto di marcita
l’umidore di rossi e gialli
disciolti nella bruma.
Ti vedo, credo
di vederti in un’alba nuova
imbracciare il fucile, alzarlo
felice in un diverso cielo,
tu contro un pugno di piume in volo.
Tornavi fiero, nei giorni buoni,
con un mucchietto inerte
di becchi, zampine e ali.
Poi alla fame dei passeri
sul suolo gelato d’inverno
sbriciolavi il pane.
È il tempo degli uccelli di passo .
Secco, uno sparo frantuma l’aria.
Sbando come lo stormo in volo.

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4 comments

  1. liliana Reply

    Un sentito ringraziamento a Rossella che, oltre ad aver dalla sua parte la giovinezza ( il fruscio del tempo che passa si fa rumore alla mia età ) ha pure uno sguardo attento , nonché molto generoso…

    liliana z.

  2. liliana Reply

    ho lasciato un commento poco fa, dissolto mah

    confidando che riappaia aggiungo il mio ringraziamento , dimenticato colpevolmente, all’ospite Kolibris e a Chiara
    liliana

  3. Rossella R. Reply

    Grazie a te, Liliana, alla tua poesia: un vero insegnamento…

    Rossella

  4. GIANFRANCO FABBRI Reply

    Un grazie a Rossella, donna intellettuale, molto brava anche nello scandagliare i testi altrui. Un caro saluto alla mia cara Liliana, e un grazie di cuore alla persona che ci ospita, in questo bello spazio: la comune amica, la carissima Chiara.

    Gianfranco

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