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Liliane Wouters, Ultimi fuochi sulla terra

Ultimi fuochi sulla terra

Chiara De Luca

Ultimi fuochi sulla terra. Ultimi fuochi, ultimo libro. Ultimo nel senso di finale, decisivo del termine. Perché questa raccolta comprende le poesie che Wouteurs ha scritto durante la sua permanenza nella clinica di Saint-Luc a Bruxelles e nella casa di riposo Pierre de Lune a Ransart, mentre si preparava a una morte ormai certa, ripercorrendo le tappe della sua esistenza. Questi ultimi fuochi si possono quindi considerare il suo testamento poetico, il libro in cui Wouters ha tirato tutti i fili della sua poesia per farne un nuovo, definitivo ricamo: il ritratto più autentico e vivido di sé.

Incontrare la poetessa in questo suo ultimo libro è stato come ritrovare un’amica che avevi perso di vista per molti anni, che ricordavi ironica, brillante, provocatoria, per riscoprirla nella sua più nuda e fragile umanità. Non che le sue poesie abbiano perso in potenza e incisività, in ritmo ed equilibrio formale, ma sono state screziate da una nuova consapevolezza, prima presente soltanto in nuce, ora confessata apertamente nella dolcezza dell’abbandono alla vita, che è anche abbandono alla morte che ne fa parte integrante.

In Ultimi fuochi sulla terra Wouters è posta di fronte a uno specchio che le restituisce il suo corpo segnato dagli anni, il suo corpo ormai disobbediente, il suo corpo in affitto senza possibilità di riscatto. Il corpo che da casa, fierezza e splendore è divenuto carcere, imbarazzo e dolore. Quel corpo non si difende più dietro alla maschera dell’ironia e del sarcasmo, ma si dona interamente al lettore, con la lucidità e l’equilibrio di sempre, spalancandosi per lasciar uscire l’anima ancora bambina che si prepara al volo, quella che già le conosciamo e che ritroviamo ardente più che mai nell’ultimo incendio prima della morte, nella combustione dell’amore prima del naufragio finale.

È vero, a parlare non è una donna, così pare: è John Alexander sulla sua Old Fellow, che prende il largo per fuggire dai medici e da quelli che vogliono “il suo bene”: l’assenza di turbamento e d’emozione. A delirare è ancora lui, John Alexander Nobody, avvolto nel sudario della sua solitudine, consegnato alla perfidia del mare, in cerca di un isolotto sperduto nell’oceano, dove nascondersi con il cane Sam, in attesa che Margaretha, o il suo fantasma, o il suo ricordo lo raggiunga. È Capitan Nobody a sentire il bisogno di farsi il segno della croce che la nonna faceva sul pane prima di tagliarlo. È Nobody a chiedere a Dio indulgenza per tutti i peccati compiuti e perdono per le sue debolezze di umano. A invitarlo a vedere anche ciò che ha fatto di buono. È lui, Ulisse, in viaggio verso la dimora definitiva.

A parlare in poesia o a pregare è sempre nessuno: il poeta. Qualunque maschera indossi, qualunque travestimento. A portarlo e a sopportare la tempesta è il suo vecchio compagno, la Old Fellow del suo corpo, anche quando fa acqua da tutte le parti. Il poeta è sempre uno: io, nessuno e i suoi lettori, che non saranno mai centomila.

Il fantasma di Margaretha è l’amore che si deve lasciare sulla riva. È l’amore l’ultima scintilla nella burrasca, la scintilla che scalda le mani appena prima che l’incendio estremo si consumi, quando tutti i focolai sulla costa sono ormai estinti.

Eccolo dunque: l’amore tardivo, l’amore per una donna molto più giovane di Nobody. La mente a caccia di precedenti va subito a Ungaretti, alla recente pubblicazione delle sue lettere a Bruna. All’amore che ringiovanisce, che vince il tempo e la distanza. All’amore che può tutto, all’amore che smania per restare.

E invece no. Delusione: nessun reale paragone. Qui l’amore non vince un bel niente. Tantomeno la vecchiaia e la morte. Qui l’amore si arrende. Vuole farsi da parte.

Non troviamo sentimentalismi nel fuoco, non troviamo assenze e lontananze, non troviamo richieste né attese, né tantomeno pretese. Soltanto la lucidità di un testamento interiore che mira a lasciare libero l’altro, a consegnarlo a una nuova esistenza in cui non ci sarà posto per l’amante assente.

C’è una gratitudine immensa, c’è lo strazio di una separazione imminente. Ma c’è anche la rievocazione – senza rimpianto né lamento – di tutto l’amore dato e ricevuto, dell’energia presa in prestito e consumata con l’ultimo fiato.

C’è la forma più alta e sublime d’amore: lasciare andare la creatura amata.

C’è la libertà restituita, la finale benedizione che nasce dal desiderio della gioia dell’altro. C’è il volere bene, volere il bene dell’altro, al di là della passione, al di là dell’ardore. C’è la volontà di bruciarsi per intero, lasciando dietro di sé le braci a scaldare, a consumarsi lentamente. Come i fuochi che sulla costa divengono sempre meno visibili a mano a mano che la barca si allontana dalla riva della vita, mentre il freddo nel petto risale e si ostina. Andare in alto mare per farsi cenere lieve, che si posi sulla memoria senza peso. Perché l’amore non può né vuole restare oltre il relitto del corpo nella sua restituzione.

Chiara De Luca

 

Derniers feux sur terre

Celui qui n’a jamais changé de cap, perdu le nord,
haché le petit bois des branches de sa vie
ne peut comprendre ce que je vais dire,
moi-même je n’y comprends rien. Il fut un temps
où je me sentais maître de mon corps
et seigneur de ma destinée.
L’outil du corps s’est dégradé par son usage,
il est usé, rétif, rouillé
et le moteur central a des ratés.
Oui, maintenant, quoi que je fasse
mes jours s’en vont diminuant.
De plus en plus j’approche de ce lieu
qui n’est pas ici bas mais autre part,
ailleurs –nul ne viendra préciser où.
Je me détache des choses visibles
et d’autant plus facilement
que l’on m’a tout ôté, mes biens modestes
et la vigueur que j’apportais en tout

 

 

 

 

Moi, capitaine Nobody,
John Alexander, loup de mer jeté à terre
comme une épave, naviguer m’est interdit
je reste ici, traînant mon âge et mes misères,
la pipe au bec et la casquette de travers,
solitaire je vais de babord à tribord,
de la poupe à la proue, ce sont là les repères
d’un grand roi qui filait toutes voiles dehors.

John Alexander Nobody
dessus mon Old Fellow avec mon bon chien Sam
j’arrivais sous le vent dans chaque port,
j’y trouvais de l’alcool, du tabac et des femmes,
Mais à présent je végète sans âme
loin de la mer c’est déjà être mort.

 

 

 

 

Mes jours commençaient avec lui,
Avec lui commençaient mes nuits
Sa trace illuminait ma vie.   

J’avais deux ou trois ans. On me montrait
comment le faire, face à moi.
Au nom du Père, du Fils, du Saint-Esprit.

Ma grand’mère signait le pain
avant d’en couper la première tranche
et mon grand’père de sa main
traçait sur mon front les deux branches
qui réunissaient l’homme et Dieu.

Je le ferai pour la dernière fois
touchant le front, le cœur et les épaules.
D’abord le front, montant vers la lumière,
puis la poitrine au fond de l’être et puis
à gauche, à droite ceux qui m’entourèrent
et comme moi par la mort seront pris.

 

 

 

 

Cela se fait doucement, petit à petit,
ce qui allait de soi devient une aventure,
après c’est la raideur et tout est ralenti,
votre corps n’est plus un bienfait de la nature
mais la cause de vos douleurs, de vos soucis.
Jour après jour, ils vous assaillent sans merci.
Rien ne va plus de ce qui marchait à merveille
les dents ou les genoux, les yeux ou les oreilles.
Ce qui faisait votre fierté ou votre adresse
devient sujet de gêne. Il vous faut recourir
à d’autres, étaler sans fards votre faiblesse,
sans honte vous laisser torcher, laver, nourrir.
Vous êtes ce vieil édenté privé de charme
que de trop maternelles jeunes voix désarment.

 

 

 

 

Et puis, la solitude. Sept milliards d’humains.
Quelquefois pas un seul pour vous tenir la main,
vous parler, écouter patiemment vos histoires,
ignorer l’air de rien vos pertes de mémoire.
Vous aviez des amis, des proches. Ils sont morts.
Vous attendez de connaître le même sort.
Sans projets, sans espoir vous finissez par être
indifférents, même pressés de disparaître.
La solitude ? Vous apprenez qu’être seul
pour un vivant c’est comme entrer dans son linceul.

 

 

 

 

J’ai laissé les vergers mûrir en moi
jusqu’à l’ultime été, jusqu’à sentir
le poids des fruits tout proches d’éclater.
Ecoutez Rilke : il ne faut jamais se hâter
mais avoir éprouvé beaucoup de choses
pour qu’enfin apparaisse un vers.
Rainer Maria, le poète des roses,
avait-il prévu la mortelle épine ?
Savait-il qu’un jour elle frapperait
au vif de sa chair et qu’il en mourrait ?
Rose, ô pure contradiction.
Son épitaphe dit qu’il le devine.
Moi, loup de mer en cale sèche
je sais à quels extrêmes la passion
peut nous mener lorsque la plaie est fraîche.

Ultimi fuochi sulla terra

Chi non ha mai cambiato rotta, perduto il nord,
sminuzzato il piccolo bosco dei rami della sua vita
non può capire quello che dirò,
io stesso non ci capisco niente. Ci fu un tempo
in cui mi sentivo padrone del mio corpo
e signore del mio destino.
L’attrezzo del corpo si è degradato per l’uso,
è logoro, ribelle, arrugginito
e il motore centrale s’inceppa.
Sì, adesso, qualunque cosa faccia
i miei giorni se ne vanno diminuendo.
Sempre di più mi avvicino a quel luogo
che non è quaggiù ma in altra parte,
altrove – nessuno verrà a precisare dove.
Mi distacco dalle cose visibili
e tanto più facilmente
quanto più mi hanno tolto tutto, i miei beni modesti
e il vigore che mettevo in ogni cosa

 

 

 

 

Io, Capitan Nobody,
John Alexander, lupo di mare gettato a terra
come un relitto, navigare mi è interdetto
resto qui, trascinando la mia età e le mie miserie,
la pipa col bocchino e il berretto di traverso,
solitario vado da babordo a tribordo,
da poppa a prua, ecco i punti di riferimento
di un grande re che filava con tutte le vele al vento.

John Alexander Nobody
sulla mia Old Fellow con il buon cane Sam
arrivavo sottovento in ogni porto,
ci trovavo alcool, tabacco e donne,
Ma adesso che io vegeto senz’anima
fuori dal mare è già essere morto.

 

 

 

 

I miei giorni iniziavano con lui,
con lui iniziavano le notti
La sua traccia m’illuminava la vita.   

Avevo due o tre anni. Mi mostravano
come farlo, di fronte a me.
Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.

Mia nonna segnava il pane
prima di tagliare la prima fetta
e mio nonno con la mano
mi segnava sulla fronte i due rami
che riunivano l’uomo e Dio.

Lo farò per l’ultima volta
toccando la fronte, il cuore e le spalle.
Prima la fronte, che sale verso la luce,
poi il petto sul fondo dell’essere e poi
a sinistra, a destra chi mi circonda
e come me sarà preso da morte.

 

 

 

 

Avviene dolcemente, a poco a poco,
ciò che andava da sé diventa un’avventura,
dopo c’è la rigidezza e tutto è rallentato,
il corpo non è più un beneficio di natura
ma la causa dei dolori, delle vostre pene.
Giorno dopo giorno, vi assalgono senza mercé.
Nulla più funziona di quel che andava senza pecche
i denti o le ginocchia, gli occhi o le orecchie.
Quel che era il vostro talento o la vostra fierezza
diviene soggetto d’imbarazzo. Dovete ricorrere
ad altri, esporre senza trucchi la vostra debolezza,
senza vergogna lasciarvi pulire sotto, lavare, nutrire.
Siete quel vecchio sdentato senza arma
che voce troppo materna di giovani disarma.

 

 

 

 

E poi, la solitudine. Sette miliardi di umani.
Certe volte nessuno a tenervi le mani,
a parlarvi, ascoltarvi paziente ogni storia,
ignorare come niente i lapsus di memoria.
Avevate amici, parenti. Li ha presi la morte.
Attendete di conoscere la stessa sorte.
Senza progetti né speranze per essere infine
indifferenti, quasi impazienti di sparire.
La solitudine? Imparate che per un vivo
essere solo è come entrare nel sudario.

 

 

 

 

Ho lasciato i frutteti maturare in me
fino all’ultima estate, fino a sentire
il peso dei frutti prossimi a scoppiare.
Ascoltate Rilke: non ti devi affannare
ma avere provato molte cose
perché infine appaia un verso.
Rainer Maria, il poeta delle rose,
aveva previsto la mortale spina?
Sapeva che un giorno gli avrebbe colpito
nel vivo la carne e l’avrebbe finito?
Rosa, o pura contraddizione.
Il suo epitaffio dice che l’indovina.
Io, lupo di mare in riparazione
so a quali estremi la passione
può portarci se la piaga è ancora viva.

Liliane Wouters, da Derniers feux sur la terre,  Editions Le Taillis Pré, Châtelet 2015

Traduzione di Chiara De Luca. Con la collaborazione di Massimo Sannelli

Liliane Wouters è nata nel 1930 a Ixelles (Bruxelles). Membro della Académie royale de langue et de littérature française de Belgique e della Académie européenne de poésie. Poeta, drammaturga, traduttrice e curatrice di antologie, ha conseguito numerosi premi letterari, tra cui il Prix Montaigne, della Fondazione Friedrich von Schiller (Amburgo).

Di Liliane Wouters Edizioni Kolibris ha pubblicato Il biglietto di Pascal (2009) con la traduzione di Chiara De Luca.

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