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Lucia Brandoli, inediti

da Anello di prova, raccolta inedita

Brisbane

 

Mi hai detto che gli uomini ridono in quattro,

che gli uomini ridono pari,

che gli uomini, tutti, sono come i palloni –

e in effetti hai ragione – da basket e le donne

come quelli da calcio, le donne

che se ci fai caso, infatti, ridono in tre,

senza piedi per terra, senza fiato, scartano,

ma in effetti, in questi giorni mi sento

come una pallina da tennis su un tavolo

da calcio balilla, gialla, per niente a suo agio,

che al Monk non ci vuol mai giocare

nessuno, per paura di perdere o di rovinare

lo status che ha fatto tanta fatica a disegnarsi

nella giacca di Burberry, che a quel punto ti chiedi:

ma cosa ci farà mai con la tessera Arci?

Roma oggi, Brisbane domani.

Otto ore prima, otto ore dopo

contemporaneamente, cosa vuoi che sia

due mesi non sono l’eternità, neanche un anno.

È inverno anche lì, ma solo di notte,

mentre pisci in pigiama alle tre

guardando la cintura di Orione.

 

 

 

 

 

More

 

Mi affaccio sola all’abisso che è il tuo amore.

È deciso infine cos’è necessario,

sancita l’importanza del pianissimo

e del segreto, come ogni

proibita composizione, ogni

incomprensione taciuta,

la lontananza degli spazi oltremare,

delle abitudini incrinate.

Mi sporgo al tuo baratro, senz’altro

che la memoria degli errori ripetuti,

riconosciuti come sangue, in bocca

il sapore del ferro e del gelso,

che in un’altra lingua ha la radice della morte.

Ma morire è proibito e non resta

che farsi rossi, viola e poi neri,

neri come le more tra i rovi e le fragole

di bosco sui burroni.

 

 

 

 

 

 

 

Biglietti

 

I luoghi rimangono

come i nomi sui libri

incastrati nel posto

impassibili e vacui, immobili

sotto un cielo di terze

pagine strappate con cura.

 

Impassibili attendono,

indefiniti i percorsi,

di lasciarli chiamare parte di mappe,

a cui ci affidiamo

lanciando speranze come saluti,

alla partenza, alla sera. Sotto le arcate,

sui tabelloni, sulle tracce lasciate

dagli altri e le doppie, le coppie,

le singole sparse, le sibilanti e le acca

che mute ci dimentichino.

 

 

 

 

 

Cartoline

 

Le mie cartoline, inviate da Milano

tutte dimenticate,

nascoste fra i libri, tra le carte, nelle tasche,

coi francobolli, coi fiori.

 

Sempre troppe,

tutte tardi si affacciano

come sospetti dalle borse alle pareti,

dagli angoli degli scaffali,

tra teatro e poesia.

 

Una volta arrivata, a casa –

quella matrice labile tra un trasloco

e l’altro – suggerivano mondi diversi

di essere, sibilavano

di essere

un’altra. Traghettavano

contrattempi, indirizzi, messaggi

che non volevano

dire più niente.

 

 

 

 

 

Km

 

Non so quanti chilometri facciano una settimana

ma ho ripulito tutto e bevuto un po’ d’aria,

lasciato entrare la notte, ravvivato la luce.

Le idee non hanno colori e il nero per me è l’inchiostro.

Ai limiti degli arrivi non restano che i miei occhi

rossi come lo smalto e l’eco

delle contraddizioni, quando poi ci sorprendono.

 

La città mi è arrivata stanotte.

Camminavo da tanto,

come tutte le cose prossime a ritornare

da diversi lontano. Era goffa

e stanca, e improvvisamente

compatta ha riacquistato realtà.

Non più isola, labirinto, sensazione.

Era tegola, cornice, odore

delle coppie, arrotolate sui muri,

di passi fitti e veloci. E i punti

di fuga miravano

al cielo.

 

 

 

 

 

Apparizioni

 

La madonna è sempre una bella cosa,

quando ci si presenta. Di solito accade

ai viaggiatori sui treni, agli abitanti

delle stazioni. Allevo

una piccola anomalia,

con tutta la cura

della delusione, con l’attenzione dei vinti

al dettaglio, dispersi sulle strade

parallele al centro, sui circuiti

dei fiumi. Dei letti vuoti

passata la tempesta, dei pavimenti

dopo lo sforzo

della vita, che hanno visto

i piedi e la voglia, le caviglie di tutti

gli oggetti, che ci hanno osservato al buio

di case improvvisamente più nostre.

 

 

 

 

 

In ospedale

 

 

Non posso essere tua madre

più di quanto non possa essere

questo gelsomino assetato.

Eppure vorrei averti creato.

 

Per tutta la notte, la donna nel letto a fianco

fa esplodere bolle d’aria e respiro.

Le gonfiano le labbra e le guance, niente seno.

La attraversa un gemito sottile e veglio.

Disgustata.

 

Non accettare il cibo, non accettare sorprese.

Non c’è niente che io non possa darti.

Solo l’attenzione e la ricerca

degli ingredienti per nutrirti.

Solo i fili di lana, annodati e lenti

e lunghi, nel tempo.

Credi ai miracoli, agli oggetti apparsi

sotto ai tappeti, ai libri spariti per strada

alla distrazione che ci regala

la mia ottusa speranza.

 

 

 

 

 

 

 

Come i fiori

 

La cena dimenticata. Fuori dal finestrino

cade sempre più cielo,

oltre le colline gialle, simili al Portogallo.

Non posso essere perdonata,

se anche tu mi assicuri di sì.

Io non ti credo, ormai troppo

affezionata al mio senso di colpa.

Neanche una casa su questa tratta,

soltanto qualche pecora stanca.

Le mie cose come sempre

dentro alle scatole. Le mie cose

abbandonate. Le mie cose, che vivono lontane.

Inermi come i fiori.

 

 

 

Lucia2Lucia Brandoli (Modena, 1989) è autrice del reportage narrativo Exit (Hacca 2015; prefazione di Andrea Bajani). I suoi racconti sono apparsi su Abbiamo le prove, Cadillac, Inutile, Flash Fiction e nell’antologia Io e la mia storia (Mondadori-AIL, 2015). Ha scritto per Doppiozero, Prismo, Artribune, Flash Art e Filmidee. È stata selezionata tra i venti poeti “Under 29” da Poesia Festival (Modena, 2013), segnalata al Concorso Guido Gozzano 2013 e ha ricevuto una menzione speciale a Parco Poesia 2016. Ha studiato architettura a Ferrara, Porto e Berlino. Insegna yoga. Traduce. Vive soprattutto a Milano.

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