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Luigi Di Ruscio da “Le streghe s’arrotano le dentiere”

 

 

Da Le streghe s’arrotano le dentiere, Marotta Editori, 1966, introduzione di Salvatore Quasimodo
(integralmente ristampato in Poesia Italiana E-book, Biagio Cepollaro E-dizioni, Milano)

 

 

Vincent Van Gogh

Il tuo ritratto brulicante di tutti gli umori terreni
urla ancora ad ogni passaggio d’uomo
per te riconosciamo dove volano i corvi
dove il mietitore castra l’ardente della vita.

 

 

 

 

 

A Rocco Scotellaro

Ora a gara le riviste specializzate
gli editori di grido stampano le tue cose
nei giornali di lusso gira la colletta
per far vivere in pace la tua famiglia
ti daranno il premio Viareggio 54
critici illustri ti glorieranno
come l’unica voce di questi anni della titubanza
ed io come tutti ora che sei morto
che non ricevi più quello che di giusto ti spettava
metto su quattro parole di debolezza in tuo nome.

 

 

 

 

 

La costruzione sale
contando le centinaia di caldarelle
montate sulla mia spalla
ogni mattone ha raspato sulle mie mani
ogni mattone ha raspato le dita del muratore
che sputa tra le pietre
che fuma senza posare la cicca lavorando
e bruciarsi le labbra
con acqua amara per arrestare sudore
ogni palmo di mura ha una bestemmia
ogni palmo di scialbo ha la schiena di mio padre
l’acqua che ci ha bagnato è sudore umano
sudore umano tutte le mura che vedi.

 

 

 

 

 

Ha un numero di anni che non si contano
perché per il cantiere non si può passare i sessanta anni
e lui deve aver falsificato le carte
ha fatto la guerra mondiale d’ardito
e racconta la vita degli assalti
come prendere le donne o i fiaschi di vino
lasciando sui tavoli al posto dei soldi le bombe a mano
e l’Africa ha avuto la sua fatica e la sua guerra
e tutto racconta del sole e del vento
e per ogni cosa dà la sua sentenza
parla con calma e il vino comincia a lasciarlo da parte
perché dice che vuol fare la nuova guerra
e non prende pensione perché in guerra non si
mettono marchette
e per rimanere invalido occorre avere fortuna
trovare un proiettile savio che spacchi qualche osso
ma non è una fortuna che capiti a tutti
e la fortuna l’ha persa tutta nascendo.

 

 

 

 

 

Il suo lavoro è l’offerta necessaria di ogni giorno
a un Dio incomprensibile e insaziabile
la sua vita è tutta in questa offerta e forse ne gode
e ne godrà sino all’ultimo giorno della stanchezza
per lui il contadino ha piantato la vigna
ogni anno per lui fermenta nuovo vino
cosi ogni giorno riceve l’offerta migliore
ed eccolo tutto nel dondolio delle case
in leggerezza nuova che esplode in ira o in gioia
terra fatta da questi uomini che aspettano l’ultimo incontro
l’ultimo sacramento l’ultima offerta sopra l’offerta di tutta la vita
il mattone la rena la breccia tutto caricato sulla sua spalla
per la costruzione delle case picene dai colori teneri
disseminate sui colli che danno basso vino
o sui piani che danno letto a brevi fiumi
tutte le ore della sua vita ammucchiate inesorabili
come la breccia che il fiume ammucchia alla foce
e il mare e gli uomini lambiscono in un gioco instancabile.

 

 

 

 

 

La neve ha ricoperto le putrefazioni dell’autunno
lucida appare al sole la terra
il sole che faticosamente arranca
ogni giorno in giri più alti
dall’orizzonte vaga il gelido vento del nord
e ride tra le fronde degli abeti
questo inverno dovrebbe essere più lungo
prepararci ancora agli splendori della primavera
il contadino armato delle lunghe forbici
ha già tagliato i rami inutili
s’aprono i semi nella terra.

 

 

 

 

 

Il suo ventre aspetta solo di rimanere pieno
i seni di gonfiarsi di latte
sente la pena della terra colpita dall’arsura
la pena delle piante vive colpite dal gelo
e s’incanta quando vede i fuochi delle feste rompere il cielo
e seria cammina nella piazza col fidanzato
che vorrebbe troppo spendere nell’unica festa di un anno
la sua vita è sazia in questo giro di terre e d’animali
provenienze e spiegazioni stanno già scritte tutte nel suo cielo
e con onore vive la sua vita
che tiene come quando porta ad abbeverare le bestie
tenendole ben salde con la corda del morso
che rinserra la narice nera.

 

 

 

 

 

In questa strada ho cercato le prime parole
visto l’elmetto tedesco e gli scoppi delle bombe
case sventrate e notti sommerse nella paura
le immagini delle madonne trafitte
e cristi spaventosi gessi macchiati di sangue
le dure popolari di mio padre e brillava la marca rossa
l’affanno che colpiva la mia gola la stretta nausea
sono cresciuto tra queste mura che s’alzano murate con la terra
coll’erba murana che s’arrampica sulle screpolature
con i cardi sui cigli delle strade
dove camminava una morte tedesca o alleata
e non vi era neppure il tempo per piangerli i morti
e l’oscura fede che si faceva materiale
al fischio clandestino di bandiera rossa.

 

 

 

 

 

Ovunque l’ultimo
per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra
per la sua voce italiana
ultimo ad odiare
e l’odio di quest’uomo vi marca tutti
schiodato e crocifisso in ogni ora
dannato per un mondo di dannati.

 

 

 

 

 

Otto ore moltiplicate per tutta la vita
che copre il coraggio degli eroi e di tutti i santi
uomini intercambiabili e danzanti
uomini per la costruzione della macchina
la macchina è l’anima nostra
nel cartellino delle timbrate sono le date della nostra storia
la produzione è il diario nostro
che raspa su tutte le coperture pagliaccesche
tutta l’anima nostra tra quattro mura rivoltanti
dove l’Iddio del duemila crepa perpetuamente e perpetuamente rinasce] ogni nostro giorno per questo Iddio che è voce nostra
il Dio che è nelle nostre mani
il Dio fresato e saldato ogni giorno
e non vi è nulla di più incantato di quando questo furore s’arresta
colta da paralisi mortale la macchina ferma mammut scannato
lo sciopero votato nelle riunioni dei sindacati
s’è arrestato l’Iddio e il suo manovratore e la terra trema
la fabbrica ferma butta sulla terra il terrore dell’ultimo giudizio
e se oggi timbrare è il verbo
sulle teste vostre è sospeso il giorno della vittoria nostra
per questo giorno viventi viventi per questa attesa.

 

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