Facebook

Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo / La neige noire d’Oslo

La prefazione di Angelo Ferracuti all’edizione francese e alcuni estratti da La neve nera di Oslo (Ediesse, 2010)

Le préface de Angelo Ferracuti et quelques extraits tirés de La neige noire d’Oslo (Anacharsis, 2014).

Luigi Di Ruscio, La neve nera di oslo, Ediesse 2010

Prefazione di Angelo Ferracuti

La neige noire d’Oslo, Anacharsis, 2014.
Traduit de l’italien par Muriel Morelli.
Préface de Angelo Ferracuti.

Uno scrittore eversivo

Prefazione all’edizione francese

di Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio è sicuramente una delle figure di scrittore italiano di fine novecento più affascinanti e autentiche. Nato nel 1930 da una famiglia proletaria, cresciuto nel ventre dei vicoli lumpen di Fermo, nelle Marche più claustrofobicamente papaline, militante di base nel PCI di Palmiro Togliatti, muratore, fotografo di matrimoni, dopo una prima esperienza lavorativa in Francia emigra nel 1957 definitivamente a Oslo dove va a fare l’operaio metallurgico in una industria che produce chiodi, la Christiania Spigerverk. Nella fabbrica fordista ci resterà per 37 anni, lavorando sempre nello stesso reparto e, una volta dismessa la tuta da lavoro, prenderà servizio come scrittore in una piccola stanza d’appartamento di un palazzo delle case popolari della capitale norvegese, in via Aasengata 4c. «La presenza degli oppressi e stritolati è dietro le mie spalle e quando scrivo le scariche dell’Olivetti studio 46, macchina da scrivere rumorosissima è come se partissero le scariche di un ammattito kalashnikov» scrisse della sua postura di scrittore. Partendo, porta con sé in Scandinavia il suo primo libro di versi, prefato dal giovane critico Franco Fortini, e le antologie più importanti dell’epoca dove hanno trovato posto anche le sue prime prove, come La giovane poesia di Enrico Falqui: Quando sono emigrato avevo nello scatolone tre libri: la Divina Commedia, la grossa Antologia della poesia italiana del dopoguerra edita nel 1956 dove erano raccolte anche le mie poesie e avevo con me anche Non possiamo abituarci a morire la mia prima raccolta del 1953”. (1) In Norvegia si iscrive subito al sindacato di sinistra dei metalmeccanici, il Fellesforbundet, alle elezioni comunali vota i socialdemocratici, pur restando di pensiero un comunista atipico, lirico, visionario.

Scriveva così di quel primo periodo vissuto da emigrato proprio ne La neve nera:

Arrivo ad Oslo con cinquanta corone norvegesi, appena diecimila lire, dormo in un ricovero dell’armata della salvezza, trovo un lavoro da lavapiatti, dopo pochi mesi ho trovato un posto in fabbrica, eravamo felici, avevamo a disposizione la cameretta di nove metri quadri, un lettino, un tavolino con una sedia, il lavandino e un fornelletto elettrico. (2)

Dopo il matrimonio con Mary, conosciuta nel locale da ballo Regnbue, cominciano a nascere i figli (David, Caterina, Tomas, per ultimo Adrian). Fanno una vita modesta e dignitosa, nei giorni di festa, vanno a passeggiare nei boschi e all’Orto botanico. In famiglia nessuno è capace di leggere l’italiano, ma questo isolamento del destino gli crea quasi una condizione maggiore di libertà. La lingua d’uso quotidiano è il norvegese, quella letteraria e incontaminata l’italiano. L’autobiografia diventa biografia di classe, la sua condizione un privilegio di un epoca e di un epica, quella operaia, di cui si considerava un risultato della Storia:

La mia poesia non è un momento privilegiato, è tutto il mio scrivere che è un momento privilegiato. E’ un privilegio anche nel senso storico, senza la settimana corta, senza la mia paga oraria che mi fa comperare libri, non avrei potuto scrivere, come se dicessi che senza gli scioperi a oltranza che ha fatto la classe operaia norvegese negli anni trenta non avrei potuto avere questo privilegio. Senza l’avanzata della classe operaia occidentale non avrei potuto scrivere (3)

Continuo “caso” letterario, apprezzato da Salvatore Quasimodo, Franco Fortini e Paolo Volponi, ripescato da ogni nuova generazione di scrittori ma mai scoperto veramente, continuò a scrivere nonostante i continui rifiuti editoriali, che furono moltissimi (Einaudi, Feltrinelli, persino Adelphi) affidando raccolte di versi e libri di prosa soprattutto a piccoli editori. Di sé, di questa sua condotta solitaria di Scriba assoluto, scrisse:

Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo” […] Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo. (4)

In tutte le sue opere cita sempre gli stessi libri, che ha letto e continuato a rileggere per anni:

la mia formazione coincise con la prima edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci e affabulavo sull’antologia di Anceschi chiamata Lirici nuovi e comperavo Il mestiere di vivere e il Lavorare stanca nelle prime edizioni e vedevo i “Ladri di biciclette” e “Roma città aperta” per la prima volta”. (5)

E ancora:

Ho amato la Divina Commedia, le grandi poesie di Leopardi, I sepolcri di Foscolo e i sonetti del Belli, dei contemporanei le prime raccolte di Montale, la prima di Ungaretti. (…) “gli ultimi libri italiani che ho comperato è i libri di Sbarbaro editi da Garzanti, le opere italiane di Giordano Bruno e la biografia di Zangrandi.” (6)

Dal 1953, anno del suo esordio poco più che ventenne con Non possiamo abituarci a morire (Schwarz), fino alla quarta ristampa del Palmiro (Ediesse, 2011), molto probabilmente il suo capolavoro, avvenuta a un anno dalla morte, la sua “macchina macina-parole”, come la definì un suo recensore, produsse dieci opere in poesia, cinque in prosa, alcune traduzioni, soprattutto da Ibsen, lasciando non pochi inediti. C’è una cosa che più di tutte è riuscita a Luigi Di Ruscio, cioè mettere in difficoltà non solo i suoi lettori, ma anche i critici, persino gli studiosi che più di altri lo hanno sostenuto e apprezzato. In lui la nozione di “inedito”, infatti, è una pura convenzione, in quanto, come capita in molti autori classici, ha continuato a scrivere sempre lo stesso libro approfondendo gli identici temi. Anzi, due grandi libri, uno di versi e l’altro di prosa. La spiegazione di queste due diverse opzioni la esprimeva così:

la poesia va per le corte e la prosa per le lunghe […]. Rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti; nella poesia, invece, è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia; quando una cosa invece non resiste da sola e c’è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece e prosa. (7)

In quella lavica, incandescente de La neve nera di Oslo, come in tutte le sue opere narrative, la potenza espressiva e la continua accelerazione verbale che somiglia all’ingranaggio di una macchina, un congegno che non si arresta mai e continua a stressare un moto verbale anche negli stati d’inerzia, c’è l’ossessività alienata che spesso dalla fabbrica si trasferisce nella vita. Autodidatta, consegue solo la licenza delle scuole elementari. Questa è l’istantanea che ne fa Massimo Raffaeli nella prefazione del Palmiro, citando il racconto Apprendistato:

all’ultimo banco, da somaro a ripetente, il bambino di vicolo Borgia incapace di corretta grafia, indocile e insolente, imbrattato d’inchiostro fin sopra i capelli, picchiato da maestro con il “Corriere della sera”, neanche fosse, costui, il taumaturgo di un artista destinato a una parabola integralmente autre”. (8)

Il ragazzo timido figlio di un manovale nato nel ventre proletario della provincia italiana, in un ambiente marginale da “Rocco e i suoi fratelli”, fa di un deficit culturale di classe e linguistico una virtù, cioè rivolta in positivo uno svantaggio sociale e costruisce una lingua personalissima, vitale, proprio dalle “sgrammaticature” impastate con il dialetto fermano, che parla in quanto appartenente alla classe proletaria, ai ceti più bassi, popolari e, addirittura, le innesta temerariamente anche con un lessico alto e colto delle sue letture profondissime, miscelato con l’aulico, fatto di citazioni filosofiche e letterarie. Gli errori sintattici e ortografici, le frasi irrisolte e i molti nonsense, probabilmente frutto di una scrittura automatica, priva volutamente di controllo, diventano così stile personalissimo e miracoloso, come i continui lapsus e, proprio quando sembra avere una caduta rinasce dalle sue ceneri con una invenzione lessicale che la riporta miracolosamente in quota. Questa nevrosi linguistica alimenta l’autobiografia letteraria, storica, quella di un uomo del ‘900 che ha attraversato e vissuto tutti i traumi del Secolo breve. La prosa di Di Ruscio è anche molto materica, corporale, eversiva. Combatte persino se stessa, le proprie ovvietà, le regole che si è data, in quella “strategia della digressione permanente” di cui parla Emanuele Zinato. Come spiega benissimo lui stesso in Brodo comico:

Ero proprio disposto a credere all’incredibile nonostante tutta la mia miscredenza e continuavo a sbagliare non chiarire ma chiarore, non consumismo ma comunismo, non trapanò ma trasformò, non strusciammo ma uscimmo, non al dente ma ardente, non sfociate ma sfasciate, non le bozze ma le botte, non errore ma orrore, non io ma Iddio, non parodia ma poesia, non sbaglio ma bavaglio, non la fine del mimmennio ma del millennio, non cassate ma cazzate, non la processione del porco d’Iddio ma del corpo d’Iddio (…) (9)

Il flusso di coscienza che usa ha una sua evidente discendenza joyceana, ma in quello che scrive non manca neppure una parentela linguistica con Céline, colta anche da Italo Calvino, il quale in una lettera del 1968, scrive che gli ricorda lo scrittore francese “per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività”; una fratellanza con la lingua spericolata del praghese Blumir Hrabal, e col suo conterraneo Jaroslav Hašek autore dell’irriverente e comico Il buon soldato Sc’vèik e, contrariamente a tanta prosa della neoavanguardia, sterilmente e cripticamente intellettualistica, i verbali di questo scrittore marchigiano hanno un effetto di verità travolgente e grondano di realismo. Sicuramente anche certi procedimenti del surrealismo, se non altro come tecnica espressiva, possono averlo influenzato, quel “meccanismo dell’ispirazione” di cui parlava Max Ernst, o il ‟metodo spontaneo di conoscenza irrazionale, fondato sull’oggettivazione critica e sistematica delle associazioni ed interpretazioni deliranti” di cui scrive Salvator Dalì. Fatto sta che la prosa di Luigi Di Ruscio avanza e cambia passo, cioè deraglia quando un vocabolo cardine di una frase casualmente apre a una nuova visione e porzione di senso, spiazzando continuamente il lettore. Si tratta proprio di quella “letteratura jazzata” di cui parla Andrea Cortellessa nell’introduzione a Cristi polverizzati. (10) E il meccanismo di visioni, apparizioni, nuove digressioni, è fortissimo e sembra autoalimentarsi. Così questa massa esuberante di parole sempre sul punto di esplodere, un organismo verbale dinamico, dinamitardo, incarnano alla perfezione tutti i temi che lo scrittore sviscera: la lotta per la sopravvivenza nel duro lavoro della fabbrica, quella contro i fantasmi della religione cristiana, l’assurdità di essere al mondo, la scrittura, la letteratura come condizione assoluta ed esistenziale. La Storia entra anche quella prepotentemente dentro il periodare, soprattutto l’eroicomica piccista, comunista, già ampiamente esplorata in Palmiro, così come improvvisamente, mentre il farsi della scrittura avviene, l’autore batte i tasti della sua Olivetti lettera 46 meccanica con virulenza, le presenze interne alla casa, i rimproveri della moglie Mary o il pianto di un figlio appena nato, i ricordi che vengono dalle stanze e dalle voci intorno si mischiano in una presa diretta assoluta con un effetto di verosimiglianza travolgente. Uno degli aspetti della Storia che più interessano Di Ruscio è il tramontare di tutti i comunismi guardati da una prospettiva cimiteriale, dai funerali di Togliatti ai “finerali” di Berlinguer. Attuale e potente come pochi per la forte capacità di testimonianza, oltre che per l’indiscusso valore stilistico, La neve nera di Oslo cresce lungo una narrazione fluviale in prima persona, e in presa diretta, che questo “ultimo picaro”(11) fa avanzare tra bizzarre considerazioni politiche e filosofiche, tessute mischiandole al vivere sociale e quotidiano, le aspirazioni e i sogni di un emigrato italiano. Argomenti delle narrazioni diventano anche qui la vita privata: le comicissime vicissitudini familiari e gli alterchi con la moglie vegetariana e animalista, la nascita dei figli, l’odissea della vita di fabbrica che è rappresentata come un girone dell’inferno, e l’orgoglio di appartenere a una classe operaia che va oltre l’appartenenza diventando condizione umana universale. Poi tutti gli Iddii, i Cristi e le Madonne che il bestemmiatore io narrante e alter ego dello scrittore nominano mai invano, e, naturalmente, il farsi e il disfarsi della scrittura, la quale entra prepotente nella vita e se ne nutre come una sanguisuga:

la scrittura si complica maggiormente perché io con mia moglie e un figlio e ultimamente mi è nata anche una femmina abitiamo in una camera e cucina e ormai non so più dover piantare la macchina da scrivere per i romanzi consecutivi e non si sa più quando battere le letterine metalliche che piombano sulla carta senza svegliare. (12)

Intorno il malinconico ed esistenzialissimo paesaggio lunare di Oslo, che lo scrittore attraversa in bicicletta o a piedi, per recarsi al lavoro, al Circolo degli italiani, all’Istituto italiano di Cultura a caccia di libri da leggere, e una metropoli tra i ghiacci che sentirà per sempre straniera, dove la neve diventa quasi un personaggio:

Poi ci sono i lunghi inverni gelati con le giornate cortissime e le lunghissime notti, le nevi che persistono per mesi e alla fine da bianche che erano diventano nere ed Oslo diventa la città dalla neve nera. Ci sono due tipi di viaggiatori, quelli che scoprono nelle cose più normali il meraviglioso, lo strano, la cosa mai vista, ci sono anche i viaggiatori schifiti che vedono ovunque un peggioramento di quello che sono abituati a vedere nella patria loro […] (13)

Con questo libro Luigi Di Ruscio sembra chiudere quel suo lavoro coerente in prosa che era cominciato con Apprendistato e Palmiro, e continuato con Cristi polverizzati, (13) dove vita e scrittura s’incontrano per diventare una cosa sola. E dopo una esperienza letteraria durata oltre mezzo secolo, per la prima volta dismette i panni e la nostalgia dell’esule che racconta l’infanzia italiana, gli apprendistati politici di comunista, la provincia marchigiana e italiana degli anni ’50 e, con La neve nera di Oslo, forse tra i suoi il più bello e lirico, ci fa capire cosa significa per uno scrittore emigrare in Scandinavia e vivere in un isolamento linguistico e sociale che è da sempre quello di tutti migranti. Ma come per ogni vero scrittore valgono le parole che Sebastiano Vassalli (anche lui lettore appassionato di Luigi Di Ruscio) scrisse per un altro irregolare misteriosissimo, Dino Campana:

Ma forse è proprio vero che i poeti appartengono ad una specie diversa, «primitiva», «barbara», da sempre estinta eppure sempre in grado di rinascere come quella dell’araba fenice. I poeti autentici, dico: non i letterati o gli scrittori di poesie, ma proprio quelli per mezzo dei quali la poesia parla. Gli unicorni, i mostri. (14)

Quei mostri di cui parlava Ibsen, tradotto e più volte citato da questo straordinario scrittore vissuto mezzo secolo tra i ghiacci polari: “Vivere è la lotta con i mostri/nel profondo del cuore e del cervello/scrivere è tenere/ giudizio finale contro se stessi.” (15) Nel suo ultimo miglio, nel libro che è uscito postumo, che si chiude con il suo testamento letterario, scriveva:

E’ così che capisci di andartene, gli sguardi dei tuoi cari abbassano, le parole stentano ad essere pronunciate, i figli ammutoliscono. Divorato dalla febbre preparo la valigia per andare in ospedale. Le mani indugiano sulla cerniera, la paura è la stessa di quel giorno di maggio del 1957. Allora vi disponevo con cura i miei libri, con gli angoli delle pagine tutti arricciati; adesso i calzini, le mutande, i pigiami, perfettamente stirati e ricamati. Chiudo tutte le finestre, ripongo nella custodia la macchina da scrivere, ritorno tranquillamente nel niente da dove sono venuto. Nei miei versi è la mia resurrezione. (16)

 

Note

  1. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegese, raccolta di racconti inedita.
  2. Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo – a cura di Angelo Ferracuti – Ediesse, 2010.
  3. Luigi Di Ruscio, Istruzioni per l’uso della repressione, a cura di Giancarlo Majorino, Savelli, 1977.
  4. Luigi Di Ruscio, Istruzioni per l’uso della repressione, a cura di Giancarlo Majorino, Savelli, 1977.
  5. Luigi Di Ruscio, Palmiro, presentazione di Antonio Porta, Lavoro Editoriale, 1986; poi Baldini&Castoldi, Milano 1996; e, a cura di Massimo Raffaeli, Ediesse, 2011.
  6. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegese, raccolta di racconti inedita.
  7. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegese, raccolta di racconti inedita.
  8. Massimo Raffaeli, prefazione a Palmiro, Ediesse, 2011.
  9. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegese, raccolta di racconti inedita.
  10. Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, a cura di Andrea Cortellessa, Le lettere, 2009.
  11. Massimo Raffaeli, L’Ultimo picaro, La Stampa, 30 Maggio 2009.
  12. Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo, a cura di Angelo Ferracuti, Ediesse, 2010, ora con il titolo La neve nera in Romanzi, a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti, Comete Feltrinelli, 2014.
  13. Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo, a cura di Angelo Ferracuti, Ediesse, 2010, ora con il titolo La neve nera in Romanzi, a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti, Comete Feltrinelli, 2014.
  14. Sebastiano Vassalli, La notte della cometa, il romanzo di Dino Campana, Einaudi, 1994.
  15. Luigi Di Ruscio, traduzione inedita.
  16. Luigi Di Ruscio, Memorie immaginarie e ultime volontà, Senzapatria, 2011.

Un écrivain subversif

Préface

par Angelo Ferracuti

LUIGI DI RUSCIO compte sans aucun doute parmi les écrivains italiens les plus fascinants et les plus authentiques de la fin du XXe siècle. Né en 1930 dans une famille prolétaire, il a grandi dans le ventre des ruelles lumpen de Fermo, petite ville de la région des Marches à la bigoterie oppressante. Militant de base du PCI de Palmiro Togliatti, maçon et photographe de mariage à ses heures, il fait quelques petits boulots en France puis émigre définitivement à Oslo en 1957, où il trouve un emploi d’ouvrier métallurgiste dans une usine qui fabrique des clous : la Christiania Spigerverk. Il travaillera 37 ans dans cette industrie fordiste, toujours dans le même atelier, et après que l’ouvrier a ôté son bleu de métallo l’écrivain prend son service dans un réduit aménagé dans un logement HLM de la capitale norvégienne, au numéro 4 de la rue Aasengata. « Je sens dans mon dos la présence des opprimés et des écrasés et quand j’écris, les décharges de mon Olivetti modèle 46, machine à écrire très bruyante, fusent comme les décharges d’une kalachnikov en délire », dit-il de son rôle d’écrivain dans La Neige noire d’Oslo. Il emporte en Scandinavie son premier livre de vers – préfacé par le jeune critique Franco Fortini – et les grandes anthologies de l’époque comme La giovane poesia d’Enrico Falqui, dans lesquelles figuraient ses premiers poèmes : «Quand j’ai émigré, j’avais trois livres dans mon carton : la Divine Comédie, la grosse anthologie Poesia italiana del dopoguerra publiée en 1958 et qui incluait mes poésies, ainsi que Non possiamo abituarci a morire, mon premier recueil édité en 19531. » En Norvège, il adhère très vite au Fellesforbundet, syndicat de gauche des ouvriers métallurgistes ; s’il vote socialdémocrate aux élections municipales, il sera toujours communiste dans l’âme, un communisme atypique, lyrique, visionnaire. Dans La Neige noire d’Oslo, il décrit ainsi ses premiers mois d’émigré :

J’arrive à Oslo avec cinquante couronnes norvégiennes, dix mille lires à peine, je dors dans un refuge de l’armée du salut, je fais la plonge dans un restaurant et quelques mois plus tard je suis embauché à l’usine, on était contents, on avait une chambre de neuf mètres carrés gratis, avec un lit, une table et une chaise, un lavabo, une plaque électrique.

Peu après, il épouse Mary Standberg, une jeune Norvégienne rencontrée dans un dancing, le Regnbue. Quatre enfants naîtront de ce mariage (David, Caterina, Tomas et Adrian). Les Di Ruscio mènent une vie modeste mais digne, les jours fériés ils vont se promener en forêt ou au jardin botanique de la ville. Dans la famille, personne ne comprend la langue italienne, et, paradoxalement, cet isolement permettra à l’écrivain de jouir d’une plus grande liberté. La langue des échanges quotidiens est le norvégien tandis que l’italien devient la langue purement littéraire. Di Ruscio considérait sa condition d’écrivain comme un privilège dû à une époque, à une épopée, la geste des luttes ouvrières, dont il est le résultat ; l’autobiographie devient biographie de classe :

Le moment privilégié ce n’est pas ma poésie mais l’ensemble de mon travail de poète. Et c’est un privilège au sens historique : je n’aurais pas pu écrire sans la semaine anglaise, sans ce salaire horaire qui me permet d’acheter des livres et, pour être plus précis, sans les grèves jusqu’au-boutistes menées par la classe ouvrière norvégienne dans les années trente je n’aurais pas eu ce privilège. Sans les acquis sociaux de la classe ouvrière occidentale, je n’aurais pas pu écrire 2 .

Éternel « cas » littéraire apprécié par Salvatore Quasimodo, Franco Fortini et Paolo Volponi, déniché par chaque nouvelle génération d’écrivains mais jamais véritablement découvert, Di Ruscio continua à écrire malgré les refus répétés des grandes maisons d’édition (Einaudi, Feltrinelli, Adelphi), confiant à de petits éditeurs la publication de ses oeuvres en vers ou en prose. Dans Istruzioni per l’uso della repressione, il définit ainsi sa démarche solitaire de scribe absolu :

J’ai lu quelque part qu’il y a deux catégories d’intellectuels : les taupes et les lièvres. La taupe creuse imperturbablement son trou, le lièvre court partout. La taupe dans son trou, qu’elle creuse patiemment, elle creuse toujours le même, elle cherche les conséquences ultimes, elle s’enfonce dans les profondeurs […] Moi, à vrai dire, je voudrais être encore plus taupe. Joyce est une taupe presque parfaite, le lièvre presque parfait c’est D’Annunzio ou Pétrarque, la taupe parfaite c’est Dante. Les lièvres, je les ai toujours eus en horreur 3 .

Dans son oeuvre, il cite toujours les mêmes livres qu’il a lus et relus des années durant :

La première édition des Lettres de prison de Gramsci marqua le début de ma formation, j’affabulais sur l’anthologie d’Anceschi intitulée Lirici nuovi, j’achetais Le métier de vivre et Travailler fatigue dans leurs premières éditions, je voyais Le “Voleur de bicyclette” et “Rome ville ouverte” pour la première fois4 .

Et encore :

J’ai aimé la Divine Comédie et les grandes poésies de Leopardi, Les Tombeaux de Foscolo et les sonnets de Belli, chez les contemporains j’ai aimé les premiers recueils de Montale, le tout premier d’Ungaretti […] les derniers livres italiens que j’ai achetés c’est les livres de Sbarbaro édités chez Garzanti, les oeuvres italiennes de Giordano Bruno et la biographie de Zangrandi5 .

De 1953 – année où il publia, à 23 ans, son premier recueil de poèmes – jusqu’à la quatrième édition, un an avant sa mort, de Palmiro, son «moulin à mots » produisit dix recueils de poésie, cinq oeuvres en prose, quelques traductions, pour la plupart d’Ibsen, et un certain nombre d’inédits. Une des plus grandes réussites de Di Ruscio fut de dérouter non seulement lecteurs et critiques mais aussi les universitaires qui l’ont particulièrement apprécié et soutenu. Chez lui par exemple la notion d’inédit n’a pas lieu d’être, car comme beaucoup d’auteurs classiques il a continué à écrire le même livre, à approfondir les mêmes thèmes. Mais il serait plus juste de dire qu’il a écrit deux grands livres : l’un en vers, l’autre en prose. Ainsi expliquait-il la différence entre ces deux options :

La poésie parle bref et la prose s’éternise […]. À la différence de la poésie, la prose permet de passer facilement du tragique au comique, de faire des sauts ; dans la poésie en revanche, tout est plus figé. Mais on peut aussi le voir comme ça : quand le morceau est très réussi, qu’il tient tout seul, qu’il se suffit à lui-même, c’est de la poésie ; au contraire, s’il ne tient pas tout seul et qu’il est nécessaire d’ajouter une discussion, une explication, c’est de la prose6 .

Dans la prose volcanique de La Neige noire d’Oslo comme dans la plupart de ses récits, la puissance expressive et la constante accélération de l’écriture évoque l’engrenage d’une machine, un mécanisme qui ne s’arrête jamais, pressant le mouvement du langage jusque dans ses phases d’inertie, comme si la frénésie aliénante de l’usine se déversait dans la vie. Di Ruscio est un autodidacte, son seul diplôme est le certificat d’études. Dans la préface de Palmiro, Massimo Raffaeli résume la scolarité de l’écrivain en citant cet extrait du récit «Apprendistato » :

au dernier rang, le cancre, le redoublant, l’enfant de la ruelle Borgia incapable d’écrire correctement, indocile et insolent, de l’encre jusque dans les cheveux, frappé à coups de Corriere della sera par son maître, improbable thaumaturge d’un artiste voué à une trajectoire radicalement autre 7 .

En effet, ce fils de manoeuvre, jeune garçon timide né dans le ventre prolétaire de la province italienne, dans un milieu marginal à la Rocco et ses frères, fait d’un déficit éducatif et culturel de classe une vertu ; il renverse positivement un désavantage social en construisant sur ses lacunes grammaticales pétries de dialecte (qui marque son appartenance à la classe prolétaire, populaire) une langue vigoureuse et très personnelle, dans laquelle il incorpore audacieusement le registre soutenu et cultivé de ses profondes lectures ainsi que des citations philosophiques et littéraires. Les erreurs syntaxiques et orthographiques, les phrases irrésolues, les incessants lapsus, les nombreux nonsenses, fruits d’un mode d’écriture automatique, volontairement non-contrôlée, caractérisent ce style unique et miraculeux qui renaît de ses cendres quand on le croirait prêt à sombrer, porté par une invention lexicale qui miraculeusement le rallume. Une névrose linguistique qui alimente l’autobiographie littéraire, historique, d’un homme qui a traversé et vécu tous les traumatismes du XXe siècle. La prose de Di Ruscio a la consistance de la matière, elle est physique, charnelle, subversive. Un combat qu’elle livre aussi contre elle-même, remettant en cause ses évidences, les règles qu’elle s’est données, grâce à la « stratégie de la digression permanente » dont parle Emanuele Zinato. Dans Brodo comico, notre auteur explique très bien cette lutte permanente du langage :

Malgré toute ma mécréance j’étais vraiment prêt à croire à l’incroyable et je me trompais toujours, éclaircir pour éclaircie, consumérisme pour communisme, transporta pour transforma, al dente pour ardente, dételées pour démanteler, gaffes pour baffes, erreurs pour horreurs, parodie pour poésie, moi pour roi, la fin du miménnaire pour le millénaire et la procession du porc de Dieu pour celle du corps de Dieu […]8 .

L’influence de Joyce semble évidente dans le recours au flux de conscience, et il y a dans son écriture quelque parenté avec Céline, comme l’a noté Italo Calvino qui dans une lettre de 1968 disait à Di Ruscio combien « sa volonté de déverser une sombre agressivité dans le flot verbal » lui rappelait l’écrivain français ; on trouve aussi des accointances avec les audaces linguistiques de l’écrivain pragois Bohumil Hrabal ainsi qu’avec son compatriote Jaroslav Hašek, auteur du Brave Soldat Chvéïk, roman farcesque et irrévérent. Loin de l’intellectualisme stérile et abscons de la néo-avant-garde, les témoignages de cet écrivain desMarches sont d’un réalisme puissant et d’un effet de vérité bouleversant. Par ailleurs, il a certainement été influencé par les procédés du surréalisme, du moins par certaines techniques d’expression comme le «mécanisme de l’inspiration » dont parlait Max Ernst, ou par la «méthode spontanée de connaissance irrationnelle, basée sur l’objectivation critique et systématique des associations et interprétations délirantes » de Salvador Dalí. Toujours est-il que la prose de Luigi Di Ruscio se développe en changeant de cap : un mot-clé déclenche fortuitement une nouvelle vision et portion de sens et la voilà qui déraille, déconcertant le lecteur en permanence. Nous sommes dans cette « littérature jazzée9 » dont parlait Andrea Cortellessa dans la préface de Cristi polverizzati. Un engrenage de visions, d’apparitions et de nouvelles digressions qui semblent s’autoalimenter. Ainsi ce flot exubérant toujours sur le point d’exploser, cet organisme verbal dynamique et explosif, incarne à la perfection tous les thèmes disséqués : résister au dur labeur de l’usine, lutter contre les fantômes de la religion chrétienne, l’absurdité d’être au monde, l’écriture, la littérature comme condition existentielle et absolue. L’Histoire, petite et grande, se jette dans l’écriture, de la geste tragi-comique du militant communiste, déjà amplement explorée dans Palmiro, au crépuscule de tous les communismes dont Di Ruscio observe la marche funèbre, des funérailles de Togliatti aux « finérailles » de Berlinguer. Et tandis que l’auteur frappe avec virulence sur son Olivetti mécanique studio 46, la vie de la maison, les reproches de sa femme, les pleurs du dernierné, les souvenirs et les voix provenant des pièces voisines s’immiscent dans le récit avec un effet de réel bouleversant. D’une actualité et d’une puissance rare, pour la force de son témoignage et la beauté indiscutable de son style, La Neige noire d’Oslo développe un récit torrentiel à la première personne, en prise directe, que « ce dernier picaro10 » nourrit de bizarres considérations politiques et philosophiques, mêlées au vécu quotidien, aux aspirations et aux rêves d’un émigré italien. Les aléas farcesques de la vie familiale, les disputes avec sa femme végétarienne, la naissance de ses enfants, l’odyssée du travail en usine, représentée comme le dernier giron de l’enfer, et la fierté de faire partie d’un monde ouvrier qui, par-delà l’appartenance de classe, devient condition humaine universelle forment le tissu thématique de ce récit. Sans oublier tous les dieux, christs et madones que le narrateur et alter ego de l’écrivain ne nomme jamais en vain ni, naturellement, la construction et la déconstruction de l’écriture qui pénètre impérieusement dans la vie et s’en nourrit comme une sangsue :

l’écriture se complique d’autant plus que ma femme mon fils et moi, dernièrement j’ai eu aussi une petite fille, nous habitons un deux-pièces et je ne sais plus où planter ma machine à écrire mes romans consécutifs ni quand taper sur les lettres métalliques qui se ruent sur la feuille.

En toile de fond, le paysage existentiel et mélancolique d’un Oslo lunaire que le narrateur traverse à vélo ou à pied, pour se rendre au travail, à l’association des Italiens, à l’institut culturel italien, ou à la recherche de nouveaux livres ; dans cette métropole des glaces qu’il sentira à jamais étrangère, la neige devient presque un personnage :

Puis il y a ces longs hivers glacés aux journées très courtes et aux nuits interminables, les neiges persistent des mois durant, toute cette blancheur finit par noircir et Oslo devient la ville de la neige noire. Il y a deux sortes de voyageurs, ceux qui dans les choses les plus banales découvrent le merveilleux, l’étrange, la chose jamais vue et puis les voyageurs dégoûtés qui voient partout les mêmes choses que dans leur patrie mais en pire […].

Avec La Neige noire d’Oslo, sans doute le plus beau et le plus lyrique de ses livres, Luigi Di Ruscio semble conclure tout un cycle cohérent en prose développé dans Apprendistato, Palmiro et Cristi polverizzati, où vie et écriture se mêlent jusqu’à devenir une seule et même chose. Après une expérience littéraire de plus d’un demi-siècle, il nous montre ici ce que signifie pour un écrivain émigrer en Scandinavie et vivre dans un isolement linguistique et social qui depuis toujours est le lot de tous les migrants. Ils valent aussi pour Di Ruscio, ces mots que Sebastiano Vassalli (lui aussi fervent lecteur de notre écrivain) a écrit pour un autre irrégulier de la littérature, le mystérieux Dino Campana :

Il est peut-être vrai que les poètes sont une espèce à part, qu’ils appartiennent à une espèce « primitive », « barbare », éteinte depuis toujours mais toujours sur le point de renaître comme le phénix. Je parle des poètes authentiques, non pas des lettrés ou des faiseurs de poésies mais de ceux à travers qui la poésie parle. Les licornes, les monstres11 .

Ce sont les monstres dont parlait Ibsen, que notre extraordinaire écrivain qui a vécu plus d’un demi-siècle dans les glaces polaires a plusieurs fois cité et traduit : «Vivre c’est lutter contre les monstres / au plus profond du coeur et de l’esprit / écrire c’est prononcer / le jugement universel contre soi-même. » Dans son dernier livre, publié après sa mort, et qui se conclut par son testament littéraire, Di Ruscio écrivait :

Tes proches baissent les yeux, les mots peinent à être prononcés, tes enfants se taisent et à tout cela tu comprends que tu vas bientôt t’en aller. Dévoré par la fièvre je prépare ma valise pour aller à l’hôpital. Mes mains tremblent sur la fermeture éclair, et cette peur, c’est la même qu’en ce jour de mai 1957. Autrefois j’y disposais soigneusement mes livres aux pages cornées ; maintenant les chaussettes, les slips, les pyjamas brodés et impeccablement repassés. Je ferme les fenêtres, je range la machine à écrire dans le placard, je retourne tranquillement dans le néant d’où je suis venu. Ma résurrection est dans ma poésie12 .

Note

  1. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegico, Pellegrini editore, 2013. (Toutes les notes sont de l’auteur.
  2. Luigi Di Ruscio, Istruzioni per l’uso della repressione, Savelli, 1977.
  3. Ibid.
  4. Luigi Di Ruscio, Palmiro, présentation d’Antonio Porta, Lavoro Editoriale, 1986 ; puis Baldini & Castoldi,Milano 1996 ; dernière édition sous la direction de Massimo Raffaeli, Ediesse, 2011.
  5. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegico, op. cit.
  6. Ibid.
  7. Massimo Raffaeli, préface de Palmiro, Ediesse, 2011.
  8. Luigi Di Ruscio, Zibaldone norvegico, op. cit.
  9. Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Le Lettere, 2009.
  10. Massimo Raffaeli, « L’Ultimo picaro », La Stampa, 30 mai 2009.
  11. Sebastiano Vassalli, La notte della cometa. Il romanzo di Dino Campana, Einaudi, 1984.
  12. Luigi Di Ruscio, Memorie immaginarie e ultime volontà, Senzapatria, 2011.

Estratti / Extraits

Decisi di emigrare, in Norvegia perché i soldi a disposizione non potevano bastare per un viaggio più lungo, i soldi per il viaggio mi furono dati dalla congregazione di carità, c’era un tipografo uno Spagnoli pezzo grosso della Democrazia cristiana capo della congregazione di carità che mi diede i soldi per il solo viaggio d’andata, vai dove ti pare basta che non ti fai più rivedere, parto con una valigia piena di carte, una poesia in una simbolica mania di persecuzione, non pensavo di avere nemici comunque qui non ci arrivano neppure se sputano sangue, lo scrivere è una milizia, scrivo in qualsiasi situazione anche se il pubblicare fosse diventato impossibile, avanti con le cosiddette poesie consecutive. Sfogliando le carte ho ritrovato un appunto preciso, primavera del 1957, Spagnoli il tipografo della piazza del popolo presidente della congregazione di carità mi stanzia lire 30.000 per finanziare il viaggio che mi avrebbe portato ad Oslo però dovetti promettere che mai sarei ritornato però ogni tanto mi ripresento, riaffermo il mio esserci davanti ai tipetti che vorrebbero cancellarmi come fossi un errore ortografico, non state ad ammazzare la gente, lasciate fare certi lavoretti alla morte stessa, fatele vivere a lungo le belve italiche, apprestate a loro le lunghissime agonie, quelle belle agonie di Calvino, Berlinguer eccetera che durarono settimane intere, i bravi chirurghi specializzati ad allungare al massimo le agonie della classe dirigente italica, gliela fanno godere tutta sino alla fine. Non solo non potevo pubblicare le mie poesie ma non potevo neppure più scriverle, ero diventato ricercatore di primi eventi oppure ultimi.

Je pris la décision d’émigrer, en Norvège parce que je n’avais pas assez de sous pour un voyage plus long, c’est la congrégation de charité qui me donna l’argent du
voyage, un typographe nommé Spagnoli, gros bonnet de la démocratie chrétienne et chef de la congrégation me paya un aller sans retour, va-t’en où tu voudras pourvu qu’on ne te revoie plus, je pars avec une valise pleine de manuscrits, une poétique dans un symbolique délire de persécution, je ne pensais pas avoir d’ennemis, en tout cas ils auront beau se mettre en quatre jamais ils n’arriveront jusqu’ici, écrire est une milice, j’écris en toute situation et quand bien même publier deviendrait impossible je persiste avec mes poésies soi-disant consécutives. J’ai retrouvé dans mes papiers une note précise, printemps 1957, Spagnoli le typographe de la piazza del Popolo président de la congrégation de charité m’alloue trente mille lires1 pour financer le voyage qui allait me mener à Oslo contre la promesse de ne jamais revenir, n’empêche je réapparais de temps à autre, je réaffirme mon existence face à ces blancs-becs qui voudraient m’effacer comme une faute d’orthographe, ne vous embêtez pas à tuer les gens, la mort fera son boulot, faites-les vivre longtemps les fauves italiques, c’est à eux qu’il faut réserver d’interminables agonies, ces belles agonies de Calvino, de Berlinguer et cætera qui durèrent des semaines entières, braves chirurgiens spécialistes en prolongement maximum des agonies de la classe dirigeante italique, ils leur font profiter de tout jusqu’à la fin. Non seulement je ne pouvais pas publier mes poésies mais je ne pouvais pas non plus les écrire, j’étais devenu chercheur en premiers événements ou bien en derniers.

Divenni per forza neorealista anche se io che mi consideravo poeta normalissimo, non è colpa mia se il mio mondo era quello poverissimo considerato indicibile in poesia e io non potevo rimuoverlo, se scrivi di certe cose s’incazzano tutti perché la poesia dovrebbe rimanere monopolio delle persone per bene, le persone per bene sono quelle della borghesia, la gente dei quartieri belli, poi occorre anche la laurea, ma dove ti presenti scravattato e disgraziato come ti ritrovi? Quando Mondadori stampa le poesie di Scotellaro l’autore era già morto da un pezzo, tutte le poesie neorealiste furono iscritte da quattro ragazzi, alcune opere prime e basta, contro codesto niente del primo decennio del dopoguerra si continuerà a dirne male perfino da Cucchi nel 1997. Un Turconi iscrive che le mie poesie furono le più deliranti del periodo neorealista di per se stesso già tanto delirante anche perché io ero dell’ala estrema del movimento che veramente si è mosso anche poco, un sottoscritto impavido nel perseguire le cause sballate continua imperterrito quando perfino i film neorealisti, pochissimi, cinque o sei poi tutto finito, io per continuare in pace il neorealismo emigro da Oslo, la mia poesia veniva etichettata come delirante, se non emigravo magari mi rinchiudevano in un manicomio e venivo elettrificato per bene. Che fare? Niente continuare a fare quello che abbiamo fatto sempre, non stare a considerare quello che dice il nemico, ricordati dell’irripetibilità di codesta vita, prendete i miei volumetti di poesie e leggeteveli, fate tutte le considerazione che volete, armato di tutta la mia poesia oppure totalmente disarmato mi introducevo dentro la miseria delle cose, non mi resi conto se fossi stato tu a rigettare tutto o fosse stato quell’altro, eravamo nell’inverno più brutto che fosse capitato, la neve era tanta che crollavano i tetti, poi venne il periodo delle grandi piogge, gli occhiali erano pieni d’acqua e mi ero abituato a vedere il vacillare e oscillante di tutte le cose, sembrava che scaraventassero sopra di noi acqua a mastellate, scrivevo delle rane che scendono in letargo nell’acqua assorbendo ossigeno per un minimo vitale attraverso la pelle, un battito cardiaco debolissimo, poi il film terribile come l’arancia meccanica divenne un film realista, tanto la cosa si era fatta miserabile tanto capaci erano diventati d’indugiare con la crudeltà.

On fit de moi un poète néoréaliste alors que je me considérais comme un poète tout à fait normal, ce n’est quand même pas ma faute si je faisais partie d’un monde très pauvre jugé indicible en poésie et que je ne pouvais occulter. Tout le monde voit rouge quand on écrit sur certains sujets, car il faudrait que la poésie reste l’apanage des gens bien, et les gens bien c’est la bourgeoisie, ceux des quartiers chic, et puis il faut avoir été à l’université, mais où veux-tu aller, misérable et décravaté que tu es ? Scotellaro était mort depuis un bail quand Mondadori publia ses poésies, toute la poésie néoréaliste fut inscrite par quatre jeunes écrivains, pour certaines des premières oeuvres point, et on continuera à critiquer ce néant de la première décennie de l’après-guerre, même Cucchi en 1997. Un certain Turconi a inscrit que mes poésies furent les plus délirantes d’une période néoréaliste déjà délirante en soi d’autant plus que j’étais dans la branche extrémiste du mouvement, à dire vrai assez peu mouvementé, un soussigné qui défend vaillamment les causes délirantes poursuit imperturbablement son chemin quand même les rares films néoréalistes, pas plus de cinq ou six puis terminé, ma poésie était étiquetée produit délirant et sans doute m’auraient-ils enfermé dans un asile et électrifié en bonne et due forme si je n’avais pas émigré à Oslo pour poursuivre mon néoréalisme en paix. Que faire ? Rien sinon continuer à faire ce que nous avons toujours fait, qu’importe ce que dit l’ennemi, rappelletoi que cette vie est unique, que jamais elle ne reviendra, alors prenez mes bouquins de poésie, lisez-les et faites toutes les considérations qui vous chantent, armé ou totalement désarmé de toute ma poésie je pénétrais dans la misère des choses, j’ignorai si c’était toi ou l’autre qui avait tout rejeté, nous traversions un hiver particulièrement rude, il y avait tant de neige que les toits s’écroulaient, puis vint la période des grandes pluies, je m’étais habitué à voir tanguer et osciller le monde derrière mes lunettes mouillées, on aurait dit qu’on balançait des seaux d’eau sur nos têtes, mes textes parlaient de grenouilles qui hibernent sous l’eau en absorbant par la peau le minimum vital d’oxygène, pulsations cardiaques imperceptibles, puis le terrible Orange mécanique finit par devenir un film réaliste, les choses étaient désespérées et les gens s’attardaient sur la cruauté.

I difetti del sottoscritto che ha fatto solo la quinta elementare e che mai ha studiato una grammatica sono giganteschi, sbagli di tutti i generi, semplicismo e caos, però anche aver studiato sino alla laurea crea qualche difetto. Scrivere temi, piccoli saggi sino alla tesi di laurea che un professore deve giudicare costringe chi scrive a uniformarsi alle capacità mentali, spirituali del ricevente e questo incide in maniera negativa sulla necessità dell’autonomia indispensabile per la formazione di una opera veramente creativa. Lo scrittore deve porsi immediatamente davanti all’assoluto. Certamente se uno scrive per far sapere a tutti quello che già sanno o tutto quello che la gente preferisce ascoltare l’educazione scolastica è perfetta. Il fatto è che per scrivere le qualità non bastano è necessario che il caso ti sbatta nel posto giusto. La creazione di un’opera veramente creativa è una specie di rivoluzione e non si può fare la rivoluzione tutti i giorni. Dopo sconvolgimenti rivoluzionari, dopo la festa sono necessari lunghi periodi di calma, di tranquillità, bisogna riordinare e ripulire e per queste cose la scuola è perfetta. Però ogni tanto è necessaria la scossa per non trasformare l’umanità in un perfetto formicaio.

Le soussigné a d’énormes défauts, lui qui s’est arrêté à l’école primaire et n’a jamais ouvert le moindre manuel de grammaire, erreurs en tous genres, lourdeurs, chaos, mais ils ont aussi leurs défauts ceux qui sont allés à l’université. Les dissertations, les exposés, le mémoire de maîtrise que le professeur doit juger oblige celui qui les écrit à se conformer aux positions intellectuelles et spirituelles du récepteur et tout cela nuit à l’autonomie pourtant indispensable au développement d’une oeuvre créative. Dès le départ, l’écrivain doit se placer face à l’absolu. Bien sûr, si l’on écrit pour dire aux gens ce qu’ils veulent entendre ou ce qu’ils savent déjà, l’éducation scolaire est parfaite. Il ne suffit pas d’avoir des qualités pour écrire, encore faut-il que le hasard vous précipite au bon endroit. La création d’une oeuvre véritablement créative est une sorte de révolution et on ne peut pas faire de révolution tous les jours. Après le branle-bas révolutionnaire, après la fête, on a besoin de longues périodes de calme et de tranquillité, il faut tout remettre en ordre, tout nettoyer et pour ces choses-là l’école est parfaite. Mais de temps en temps une secousse est nécessaire pour éviter à l’humanité de devenir une parfaite fourmilière.

Qui il nord della Norvegia è come il sud dell’Italia, gli estremi si toccano, una vita disperata con gli Ibsen, Kierkegaard, Strindberg, una solitudine infernale dove l’altro è il nemico coperto da un perbenismo solo verbale, il sorrisetto che mostra la ferocia dei denti, quando ero italico leggevo quasi sempre libri tradotti, il carattere cosmopolita dell’intellettuale italiano, per non morire ho dovuto fare del tutto per rafforzare la mia identità ed ho trovato l’italianitudine, andavo all’istituto di italianistica a difenderla, la mia italianitudine. Qui nelle biblioteche popolari trovavo libri italiani che erano esclusivamente di autori italiani, cercare tra le pagine, tra i libri una identità basata su Carducci, Pascoli, D’Annunzio sarebbe stata cosa troppo ripugnante in questo caso è meglio molto meglio Ibsen, Kierkegaard, Strindberg. La tragedia di Amelia Rosselli opposta a quella del sottoscritto, nati tutti e due nel 930, Amelia vissuta in Inghilterra sino agli anni cinquanta ritorna in Italia proprio quando io ero costretto all’emigrazione, la Rosselli con una lingua che sembrava non fosse la sua, una poesia che esprimeva il puro caos, l’estraniazione a se medesima, con un padre ammazzato dagli italiani perché il consenso al fascismo nel giorno dell’assassinio del padre era quasi totale.
[…]

La lussuria di Porta per la poesia ha dell’incredibile, ha catalogato nella sua antologia tutti i possibili modi di fare poesia, io rappresento il genere più ludico essendo la poesia una festa che proietta una maniera di essere diversi, ad Oslo si è presentato Mario Luzi gli addetti alla cultura delle diverse ambasciate italiche lavorano per dare al poeta nostro insaziabile di onorificenze il premio Nobel, il fenomeno del più grande poeta oggi vivente, tanti sono morti, non potranno più vederlo, ci sarà ben poco da vedere, ed io avrò il turno di notte e sono incazzato con l’addetto alla cultura perché è uno stronzo, mi avevano invitato a Venezia in un convegno internazionale di poesia metallurgica e sti stronzi dell’ambasciata hanno negato un contributo al sottoscritto nostro, datemi la nazionalità islandese oppure faccio a meno di tutto, essere senza cittadinanza del tutto privatizzato, codesto è il sogno del sottoscritto.

Ici le Nord de la Norvège est comme le Sud de l’Italie, les extrêmes se rejoignent, une vie de désespoir avec Ibsen, Kierkegaard, Strindberg, une infernale solitude où l’autre est l’ennemi, caché derrière une bienséance uniquement verbale, avec ce sourire en coin qui découvre la férocité des dents, quand j’étais italique je lisais presque toujours des livres traduits, l’intellectuel italien est cosmopolite, mais il a fallu coûte que coûte que je renforce mon identité pour ne pas mourir : j’ai trouvé l’italianitude et j’allais à l’institut d’italianistique pour la défendre, ma chère italianitude. Dans les bibliothèques de quartier je trouvais des livres italiens écrits exclusivement par des auteurs italiens, chercher dans les pages, dans les livres, construire une identité à partir de Carducci, Pascoli, D’Annunzio aurait été vraiment trop répugnant, mieux vaut encore et de loin Ibsen, Kierkegaard et Strindberg. La tragédie d’Amelia Rosselli est l’envers de la tragédie du soussigné, tous deux sont nés en 1930 mais Amelia vécut en Angleterre jusqu’aux années cinquante puis rentra en Italie au moment même où j’ai été contraint d’émigrer, Rosselli avec une langue qui semblait ne pas être sienne, une poésie exprimant un chaos total, l’étrangeté à soi-même, Rosselli avec un père tué par les Italiens parce que le jour de cet assassinat le fascisme faisait quasi l’unanimité.
[…]
Porta est un incroyable libertin de la poésie, son anthologie recense toutes les manières possibles et imaginables de faire de la poésie, moi je représente le genre le plus ludique car la poésie est une fête qui projette une autre façon d’être, Mario Luzi est venu à Oslo et tous les attachés culturels des ambassades italiques intriguent pour donner le prix Nobel à notre cher poète insatiable de titres honorifiques car c’est quand même incroyable d’être le plus grand poète encore vivant, la plupart des autres sont morts les pauvres, ils ne le verront plus, de toute façon il n’y aura pas grand-chose à voir, en plus je serai de service de nuit et je suis en rogne contre ce connard d’attaché culturel, on m’avait invité à une conférence internationale de poésie métallienne à Venise et ces connards de l’Ambassade ont refusé une participation à notre soussigné, donnez-moi la nationalité islandaise ou rien, être sans nationalité, totalement privatisé, tel est le rêve du soussigné.

Mi è rimasta mezz’ora da scrivere tutta, dopo filerò fili d’acciaio, sono diventato ragno filatore dei fili più belli, fili d’acciaio di una speciale lucentezza, qui, vivendo in questo mondo di acque e di gelo in questo inferno rimpiangono perfino i mistici natali della mia infanzia. Credevo che con le mie poesie raccolte anche in antologie prestigiose mi avessero dato un posto magari di guardiano delle latrine comunali che come un guardiano dei fari potevo lavorare e iscrivere nuove lodi al Piceno nostro. Speravo che mi facessero rimanere gratificandomi di un bellissimo lavoro fisso perfino come usciere in una biblioteca comunale avendo iscritto tutte le mie poesie facendo mi ispirare dal paesaggio di Firmum invece neppure mi invitarono a un bellissimo convegno di poesia ad Urbino ormai tutti sapevano del mio populismo anarchismo e individualismo e che si trattava di poesie della Marca sporca e tutti conoscevano la mia follia nonostante facessi del tutto per comparire il più normale possibile anche se scravattato, solo se vivrai molto a lungo potrai sperare che un vicoletto porterà il tuo nome e cognome. Mi iscriveva Sparpagnini poeta a dialetto aulico, fai attenzione a quello che iscrivi, se un giorno ti inviteranno ai convegni lo faranno per spaccarti la faccia, ecco che mi rimangono infilzate in gola le spine dell’angoscia, unica cura possibile, tuffarmi in questa vita mentre si preannunciava una consorte, vieni carissima! Vatti prima a lavare che puzzi. Emigrate in Norvegia, sposare la norvegese, le questioni di letto sono sacre, nessuno si accorge di niente. E mentre scrivo queste pagine va avanti e dietro le stagioni di Vivaldi. In Norvegia costruivano chiese al lato nord totalmente sprangate, senza finestre e senza porte, sapevano troppo bene che il diavolo viene dal nord e dal lato nord tutto deve essere chiuso e impenetrabile.

Il me reste une pleine demi-heure d’écriture avant de recommencer à filer les fils d’acier, je suis l’araignée fileuse d’acier, mes fils sont les plus beaux, ils brillent d’un éclat spécial, ici, à force de vivre dans ce monde d’eau et de glace, dans cet enfer, j’en viens à regretter les noëls mystiques de mon enfance. Parce que mes poésies étaient recensées dans de prestigieuses anthologies je croyais qu’ils me donneraient un boulot, ne serait-ce qu’un poste de gardien des latrines municipales où j’aurais pu tel un gardien de phare travailler et inscrire de nouvelles louanges à notre Piceno. Parce que j’avais écrit toutes mes poésies en m’inspirant du paysage de Firmum j’espérais qu’ils me permettraient de rester et me gratifieraient d’un bel emploi stable, même comme portier de la bibliothèque municipale. Tu parles, je ne fus même pas invité au colloque de poésie d’Urbino, tous connaissaient mon populisme anarchisme individualisme, tous savaient que mes poésies parlaient des Marches crasseuses, j’avais beau essayer de paraître normal, bien que décravaté, tous connaissaient ma folie, combien de temps me faudra-t-il attendre avant d’espérer voir mes nom et prénom sur la plaque d’une ruelle ? Sparpagnini, poète au dialecte olympien, m’avait écrit fais attention à ce que tu inscris, s’ils t’invitent un jour à un colloque ce sera uniquement pour te casser la gueule, ça y est, le dard de l’angoisse s’est planté dans ma gorge, seul remède, me jeter à corps perdu dans cette vie où s’annonçait une compagne, viens ma belle ! Va te laver, tu pues ! Émigrer en Norvège, épouser une Norvégienne, au lit tout est sacré, personne ne s’en aperçoit. Et les quatre saisons de Vivaldi qui tournent en boucle au moment où j’écris ces pages. Le diable vient du Nord, les Norvégiens le savaient si bien qu’ils ont construit des églises aveugles côté nord sans fenêtres et sans portes, au Nord tout doit être impénétrable.

Ricevo lettera con codesto dilemma: Carissimo poeta tu mi hai spedito raccolta di poesie, cosa devo farne, la stronco o la elogio? Le stroncature mi vengono meglio. La distanza tra Milano ed Oslo non possiamo restringerla, tu sei partito, questo è certo. Sono un borghese in cristi, non so più dove appoggiare il capello cioè il cappello. Io invece sono un cristiano in crisi e la vivo da papa, pappone. C’erano i libri sono anche una merce ma sono anche tante altre cose messe insieme, è anche carta per pulirsi il culo, la poesia per nuovi poteri e nuovi poteri per nuove liberazioni, pollisia a fantasia estrema, coltello arroventato che come niente trapassa in una vescica di strutto, pietrificanti miserie, primo convegno poesia operaia, il Roversi ha aderito con un telegramma, Rossi inventa poesia antagonista alla poesia del comando, poesia da diffondere nelle strade, fabbriche e scuole anche superiori, Nascinbeni non si pronuncia e neppure il Raboni dice la sua, il sottoscritto dichiara: Fatemi il piacere, più che poeta operaio consideratemi come mammifero allo stato puro, non avere più bisogno di editori e facciamo a meno anche dei lettori presenti, scrivo per i lattoni futuri, credi forse che i lattoni futuri siano meglio dei lattoni presenti? Lattoni per lettori certo. Non posso entrare nel cretinismo dei convegni e delle assemblee plenarie, il gruppo composto da me e dal sottoscritto è già troppo affollato, separiamoci, non istituzionalizziamoci.

Je reçois une lettre avec le dilemme suivant: Cher poète, j’ai bien reçu ton recueil de poésie mais que faire, je l’éreinte ou je l’encense ? Je suis meilleur quand j’éreinte. La distance entre Milan et Oslo personne ne peut la réduire, tu es parti un point c’est tout. Je suis un bourgeois en christ, je ne sais plus à quel sein, ou plutôt saint, me vouer. Moi en revanche je suis un chrétien en crise et je vis en pontife, en profiteur. Les livres sont des marchandises mais aussi plein de choses à la fois, on peut aussi s’en servir pour se torcher le cul, poésie pour pouvoirs nouveaux et nouveaux pouvoirs pour futures libérations, pollisie à fantaisie extrême, couteau chauffé au rouge qui sans peine s’enfonce dans une vessie de saindoux, pétrifiantes misères, premier colloque de poésie ouvrière. Roversi a participé par télégramme, Rossi invente une poésie contre la poésie de l’autorité, à diffuser dans les rues, les usines et les écoles, même supérieures, Nascinbeni ne se prononce pas, Raboni ne dit rien non plus mais le soussigné déclare : S’il vous plaît, avant de voir en moi un poète ouvrier considérez-moi comme un mammifère à l’état pur, passons-nous des éditeurs et jusqu’aux lecteurs ici présents, moi j’écris pour les futurs téteurs, et tu crois que les futurs téteurs sont mieux que les téteurs présents ? Téteurs pour lecteurs, bien sûr. Je ne rentrerai pas dans le crétinisme des congrès et des assemblées plénières, le groupe que je forme avec le soussigné est déjà comble, divisons-nous, ne nous institutionnalisons pas.

Tutto un tratto l’Einaudi si commuove per le mie pene poetiche e quattro docenti in belle lettere volevano pubblicarmi, li nomino coraggiosamente tutti e quattro: Fortini, Siti, Berardinelli e Mengaldo mi fanno firmare il contratto, d’accordo per il titolo Firmum però non ero d’accordo perché la scelta antologica volevo farla io e non un certo Walter Siti, ci fu un casino di lettere incazzate tranquillamente, mi ero gonfiato, figuratevi un poeta da quattro soldi come il sottoscritto che ha la fortuna di poter pubblicare dalla prestigiosissima Einaudi e rifiuta la pubblicazione perché io stesso volevo antologizzare le mie poesie, feci vedere il contratto firmato a tutti i miei amici e soprattutto a nemici che però mi sfuggivano perché credevano che volevo menarli, io invece credevo che loro volessero menare me e cercavo di addolcire le percosse, carissimi professori in belle lettere, io scrivo le lettere bruttissime e non rompetemi i coglioni, passate alla larga, preoccupatevi dei poeti morti che non s’incazzano, non protestano, i vivi sono capaci di tutto e possono essere del tutto imprevedibili e sono capaci anche di prendervi a calci in culo, fatemi il piacere andate a sputare sangue in parti lontanissime perché preferisco non vedervi anche nel caso che dovreste sputare sangue. Leggo tutti i graffiti che mi capitano ed ho trovato questa scritta: TUTTI I POETI A NESSUNO. Invece io devo spedire i manoscritti, scruto come un matto la cassetta postale perennemente vuota, il volumetto della collana di poesia della Einaudi sembrava una lastra mortuaria con l’epigrafe, il sottoscritto poeta non omologabile può pubblicare solo nel ciclostilato mensile dal titolo Re Kong. Ricevuta lettera di un certo Piersanti che mi ha scritto che lui sarebbe per tutte le libertà anche formali, non si capisce perché certe stronzate uno le viene a raccontare al sottoscritto, che non vorrebbe una cassetta postale eternamente vuota ma neppure vorrebbe ricevere epistole stronze in una continuità di tempi ormai tutti separati.

Tout d’un coup Einaudi s’émeut de mes peines poétiques, quatre professeurs en belles-lettres voulaient me publier et je m’en vais les nommer courageusement tous les quatre : Fortini, Siti, Berardinelli et Mengaldo me font signer le contrat, pour le titre Firmum d’accord mais sur le reste non car c’était à moi de choisir les textes de l’anthologie et pas à un certain Walter Siti, tout un bazar de lettres gentiment fumasses s’ensuivit, j’avais la grosse tête, voyez un peu ce poète à deux sous qui a la chance de pouvoir être publié par la prestigieuse Einaudi et qui refuse la publication parce je voulais moi-même faire l’anthologie de mes poésies, je montrai le contrat signé à tous mes amis et surtout à mes ennemis lesquels s’échappaient croyant que je voulais les frapper, moi je croyais au contraire que c’étaient eux qui voulaient me frapper et je me préparais à parer les coups, chers professeurs en belles-lettres, mes lettres à moi sont moches alors arrêtez de m’emmerder, dégagez, occupez-vous de vos poètes morts qui ne se foutent jamais en rogne et ne protestent jamais, les vivants sont capables de tout, ils sont si imprévisibles qu’ils seraient même foutus de vous botter le cul, faites-moi le plaisir d’aller vous faire foutre très loin d’ici parce que je préfère ne pas vous voir quand bien même vous iriez vous faire foutre. Je lis tous les graffitis sur lesquels je tombe et j’ai trouvé celui-ci : TOUS LES POÈTES À PERSONNE. Moi par contre j’ai des manuscrits à envoyer, je suis toujours en train de reluquer ma boîte aux lettres sempiternellement vide, le joli volume de la collection de poésie d’Einaudi était devenu une pierre tombale avec épigraphe, notre poète non homologable soussigné ne peut hélas publier que dans le mensuel intitulé Re Kong. Reçu la lettre d’un certain Piersanti qui se dit partisan de toutes les libertés y compris formelles, va savoir pourquoi c’est au soussigné qu’on vient raconter de telles conneries, s’il ne veut pas d’une boîte aux lettres éternellement vide il ne veut pas non plus recevoir des épîtres aussi connes dans un continuum de temps désormais morcelé.

Con questa pensione mi posso permettere solo il lusso di una scrittura continua, un editore che mi stampa gratis lo trovo sempre anche tra dieci anni, intanto ho finito tutte queste cartelle che dovranno essere spedite però per portare a termine tutte le scritte programmate occorrerebbe vita eterna, non bisogna farli ridere sulle nostre bare, non urtare troppo la suscettibilità dell’animale, non fare incazzare la gente, salvati dalla brutalizzazione, nasconditi, non inchinarti davanti a niente, di sacro c’è solo il dolore, l’angoscia e chi cerca gratificandosi di alleviarli i dolori del mondo sputagli nell’occhio destro o sinistro che sia.

Ces écritures continuelles sont le seul luxe que ma retraite me permet, je trouverai toujours un éditeur prêt à me publier gratis, même dans dix ans, en attendant il me faudra expédier tous ces feuillets que je viens de finir mais pour mener à terme tous les écrits que j’ai programmés c’est une vie éternelle qu’il me faudrait, ne les laissons pas rire sur nos cercueils, attention à ne pas trop chatouiller la susceptibilité de la bête, arrête d’exaspérer les gens, fuis la brutalisation, cache-toi, ne te prosterne devant rien, il n’y a de sacré que la douleur, l’angoisse, et à ceux qui cherchent une gratification en soulageant les douleurs du monde, crache-leur dans l’oeil droit ou gauche qu’importe.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: