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Luigi Di Ruscio, Poesie operaie

 

1

 

Sono senza lavoro da anni

e mi diverto a leggere tutti i manifesti

forse sono l’unico che li ragiona tutti

per perdere il tempo che non mi costa nulla

e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella

neppure dio lo ricorda.

Gioco alla Sisal

e ragiono sulla famosa catena

ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli

sarebbe meglio berli

i soldi che gioco per sperare un poco.

Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro

ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto

ma le hanno consolate

gli hanno detto che per loro è più facile

potranno sempre trovare un posto da serve.

Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici

una coppia si baciava

anch’io su quel sedile ho avuto una donna

ora ho lo sguardo di una che vorresti

che scivola dai capelli alle scarpe

per scoprirti che sei uno straccione.

Lavoravo poi tornavo a casa sulla

bicicletta pieno d’entusiasmo

dormivo di un sonno profondo

e alle feste con la donna

che ho lasciato per farla sempre aspettare

ora l’insonnia sino all’alba

poi un sonno pieno d’incubi.

Avevo pensato di farla finita

se resisto è per la speranza che cambierà

ma ormai ho qualche filo bianco

senza una sposa e un figlio

solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

 

 

 

 

 

2

 

La domenica la passiamo a ballare

oppure al cinema

oppure quando la squadra andava bene

a vedere la partita

a discutere al caffè per tutta la sera

d’un rigore che non dovevano dare

d’un fallo

di un tiro sbagliato

e nati tra queste mura

abbiamo fatto insieme tutte le cose

la scuola la prima comunione

gli stessi sogni di fuggire

e insieme abbiamo passato la guerra

nutrendoci di centocinquanta grammi di pane

che non basta ad empire la bocca una volta

e il fascismo lo abbiamo conosciuto

e l’arrestare sempre qualcuno

perché il lavorare di tanto in tanto

è la storia di sempre

come il discutere di partire per l’Australia

o di andare volontari

a non soffrire più la miseria

ed ogni giorno ci prende il gusto più forte

di ridere alle solite cose

che dicono sulla patria e su dio

per convincerci a morire come siamo nati.

 

 

 

 

 

3

 

Per colazione hanno acqua e pane

bevono molta acqua

la saliva che hanno devono sputarla sulle mani

perché il martello non scivoli

a mezzogiorno mettono nel brodo d’erbe

il solito pane nero

al coprirsi del sole se io sono pieno di malinconia

per loro è bello tornarsene a casa ridendo

sedersi in famiglia giocare con i figli

dopo dieci ore di lavoro sulle pietre

per quel poco pane e perché la moglie

continui a fare per ultimo il piatto

perché a nessuno manchi la parte.

 

 

 

 

 

31

 

quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo

improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo

la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore

la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo

la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo

tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi

poca materia viva circondata di morte

i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire

i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi

con la gola serrata dalla morte.

 

 

 

 

 

72

 

hanno bisogno solo di se stessi

almeno così credono comunque state attenti

la lavatrice sarà necessario accomodarla

un giorno avrete a che fare con i becchini

la solitudine perfetta

è solo quella d’onnipotente che neppure esiste

e alla fine vi scasseranno la porta

e non è detto che vi ritroveranno vivi

(una vita stravagante merita una fine stravagante)

e quando mi misi ad argomentare contro la condanna a morte

mi dissero che così argomentavo perché volevo che fossero solo le Br ad applicarla

e così ho capito che erano diventati invidiosi

la morte volevano applicarla anche loro

e già mi vedevo esposto davanti al plotone d’esecuzione

a gridare come un matto

sparate alla testa e salvatemi il cazzo

 

 

 

 

 

56

 

l’angoscia di essere simili a tutti gli altri

l’angoscia opposta di non poter mai essere simile a tutti gli altri

trasformato per sempre nella figura dello scemo del paese

qualcosa di noi vivente rinchiusa nella cassa da morto per sempre

l’orrore di durare senza suprema via d’uscita

muovere i primi passi sfuggire dalla madre ridente

la paura di perdere tutto o che tutto ci rimanga attaccato per sempre

gli oggetti più scemi l’epistole più vergognose

e non poter più rinchiudere il tutto

in una valigia e partire per sempre

rimanere incastrati per sempre nella consueta vergogna

rimanere chiusi nella cassa dell’ascensore bloccato

rinchiusi vivi nella cassa da morto.

 

 

 

 

 

69

 

uscivano dalla vasca sconci e orribili

tutti in gruppo non li avevo mai visti

aspettavo che uscissero dalla vasca

mi passavano vicino dandomi colpetti

sulla testa con la mano tesale emanazioni del cloro sembravala puzza dell’inferno

e se faccio il bagno in quell’acquaio divento come loro

 

 

 

 

 

75

 

quando scoprimmo la ranunculus glacialis

l’aria era secca e trasparente

il pane seccava subito e i legni si ristringevano

l’acqua che bolliva alle basse temperature

rendeva impossibile alle patate di cuocersi

sorgevano improvvisamente

strane botaniche abbeverate

da una luce filtrata fiorite sotto strati di ghiaccio

lo splendore delle fioriture

nonostante le condizioni più disperate

uno splendore per continuare

dove sopportare gli strazi più disperati

oltre i quali c’è la pace della fine perpetua

 

 

Luigi Di Ruscio, Poesie operaie, Ediesse, Roma, 2007.

 

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