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Luigi Di Ruscio: ritratto di un poeta. Di Angelo Ferracuti

di Angelo Ferracuti

Luigi Di Ruscio e Angelo Ferracuti (Photo courtesy Angelo Ferracuti)

Luigi Di Ruscio e Angelo Ferracuti (Photo courtesy Angelo Ferracuti)

Stavo sopra un tram a Mala Strana, la città vecchia di Praga, quando un sms ha raggiunto il mio cellulare: «Forse già saprai la cattiva notizia … zio Gigi è morto stamattina alle 4».
Era sua nipote Letizia che scriveva. Negli ultimi tempi «questo vecchio», così come si definiva a volte il mio amico scrittore Luigi Di Ruscio, mi è stato più vicino che mai, e io a lui, voglio sperare. Pensarlo malato ad Oslo mi angosciava parecchio. La condizione di emigrato la esprimeva così: «La mia cittadinanza italica è intatta, ho nostalgia dell’Italia quando sono in Norvegia e la nostalgia del giardino botanico di Oslo con gli odorosissimi cespugli in Italia». Quando tornava a Fermo, nella città che aveva raccontato per tutta la vita, aveva sempre l’aria spaesata dell’emigrato, e camminava parecchio per le vie e i vicoli andando a rivedere certi luoghi che ormai erano cambiati moltissimo e che non riconosceva più, così come a volte non riconosceva le persone, o le scambiava per altre. Una volta, parlando di un intellettuale molto noto che viveva qui, un fotografo, mi disse: «Sembra lui l’emigrato»; il tizio in questione secondo lui sembrava non sapere niente di quello che succedeva dove stava vivendo. Come se lui, invece, da quelle lontananze scandinave tenebrosissime di Oslo, ne conoscesse di più: cose venute a sapere dagli amici che gli scrivevano o lette in internet, dove teneva d’occhio quasi in tempo reale la stampa locale.
Pensare che in Norvegia ci era andato per raggiungere i miei zii Cesare e Dina alla fine degli anni ’50, con in tasca il suo primo libro di versi Non possiamo abituarci a morire, uno degli esempi più alti del neorealismo in versi. Era un sottoproletario del Vicolo Borgia, e se ne andò da qui perché si sentiva fuori posto, come spesso accade ai giovani di diverse generazioni, o ai giovani e basta. Comunista di base e poeta, muratore e scrittore, persino ammirato da Fortini e Quasimodo, una bestemmia nella provincia papalina di allora, ancora oggi plumbea, massonica e d’un cattolicesimo invalidante per le coscienze libere, come se per coazione a ripetere antica in questa nostra città ogni gesto di liberazione si autosoffocasse già nell’incubazione. Zia Dina, che lavorava in una sartoria importante, quella che serviva i Reali, ci mise parecchio per trovargli un primo lavoro come lavapiatti. Se lo ricorda molto timido, impacciato, un extracomunitario ante litteram. Anche se questa in realtà era la sua forza, quella naturale, inclassificabile dell’esule. Il proprietario, che non era ben disposto, leggendo le referenze di una ragazza di bell’aspetto e dalle forme giunoniche, nerissima di capelli, le disse: «Senta signora, se lei riesce a fargli ottenere il permesso di lavoro lo prendo», ma era come se stesse assumendo lei in realtà. Mio zio Cesare prima di tornare in Italia gli lasciò il suo vestito di nozze e il posto che aveva nella fabbrica di chiodi, la Christiania Spigerverk, dove poi Luigi fece l’operaio sulle trafilatrici per quarant’anni, scrivendo di notte sulla sua Olivetti meccanica.
Nel luglio del 1987 feci un viaggio in Scandinavia. Così, trovandomi una mattina a Oslo, mi venne in mente di cercarlo. Oslo è una grande città, non è così facile spostarsi da una parte all’altra. Non sapevo come fare per rintracciarlo, e pensavo che sarebbe rimasto solo un mio desiderio mancato. Invece entrando in un grande edificio, credo una specie di centro informazioni per turisti, e con l’aiuto della mia prima moglie che parlava perfettamente inglese e francese, riuscii a farmi consegnare dagli impiegati una guida del telefono. Il nome Di Ruscio c’era veramente, mi sentii improvvisamente fortunato, così lo chiamai e mi rispose subito molto cortesemente all’altro capo del filo, anche sorpreso che io potessi stare in carne ed ossa da quelle parti. Tanto che mi diede appuntamento per il pomeriggio stesso proprio all’indirizzo dove gli scrivevo le mie lettere appassionate, Aasengata 4.
Sono passati tanti anni, e solo con l’aiuto delle fotografie riesco a ricordarmi il suo appartamento con un tinello largo dove c’era un divano con delle poltrone, e più avanti una portafinestra che dava su un balcone dove lui, in lontananza, mi indicò la fabbrica dove lavorava. «Lì si produce una quantità infinita di chiodi» disse Luigi. Sua moglie Mary non riuscimmo a incontrarla, disse che era timidissima, si era nascosta da qualche parte, forse in camera da letto. Luigi ci preparò un caffè, ricordo, poi passammo insieme un intero pomeriggio visitando, tra le altre cose, il Vigeland Park, davvero un posto molto bello, interamente costruito da questo scultore che per tutta la vita lo ha arricchito con i suoi lavori sul ciclo della vita. Ricordo un obelisco fatto di corpi aggrovigliati che credo avesse a che fare con l’idea delle generazioni, e riguardando adesso le foto di Luigi che passeggia insieme a noi mi rendo conto che sono passati trent’anni. Andammo anche al cimitero ebraico e a quello monumentale dove c’erano le tombe di Munch e di Ibsen, ed io e Patrizia restammo sorpresi e incantati per l’assoluta semplicità di queste pietre sepolcrali che non erano in realtà monumentali come quelle italiane, ma essenziali e scarne al massimo.
Luigi era quello che avevo visto a Fermo durante i suoi fugaci rientri: camicia militare, tascapane in spalla. Allora fumava ancora tosto e rollava le sue sigarette lavorando con le dita il tabacco, che se non sbaglio era un Samson. Mi fece vedere il suo “fortino” dove in una scrivania stracolma di fogli la faceva da padrona la Olivetti lettera 44, forse era una 22 non ricordo. Si trattava di un piccolo studio senza finestre: il bunker dove progettava i suoi versi e le prose fluviali.
Ultimamente lasciava messaggi nella mia casella di posta quasi tutti i giorni. «Se faccio un altro libro si allunga la vita», questo era il tenore di una delle tante mail che ci scambiavamo di continuo. Ma negli ultimi giorni non rispondeva più. Avevo letto le sue “Poesie operaie” (Ediesse) a Jesi durante la “Notte rossa”, al picchetto della Fiom davanti alla fabbrica Fiat, mentre i giovani operai che non conoscevano questo loro Antenato di Oslo ascoltavano attentissimi, glielo avevo voluto far sapere a Luigi. Lessi la celebre poesia del porco: «Chiudere un porco vero nel reparto/non un porco normale/un porco insomma un maiale insomma/ chiuderlo nel reparto per otto ore/ vediamo come reagisce l’associazione protezione animali/vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un il maiale/ schianta strozza impazzisce si indemonia/vediamo se è ancora commestibile» (…) «apri il suo cervello vedi cosa medita/misura la sua rabbia aspettatati che scoppi».
«Caro Angelo, grazie, veramente grazie, una piccola prova della persistenza della mia poesia, tante volte ho il sospetto che tutto quello che ho scritto non vale niente. Invece la mia poesia viene adoperata in una situazione giusta, nelle lotte operaie, è una notizia molto bella, un forte abbraccio Luigi» mi rispose il 31 gennaio. Le frasi delle ultime mail erano smozzicate, ridotte ai minimi termini, non c’era più l’allegria, le sue impennate comiche, caustiche contro i potenti e la vita. L’anno scorso avevamo fatto un libro insieme da Transeuropa per ricordare i nostri compleanni, “50/80”, ci eravamo divertiti a metterlo insieme. Conservava anche a ottant’anni lo spirito meravigliato di un bambino. La visceralità e la capacità di mantenere intatta una percezione primaria, che è quella della meraviglia, quella di apprendere sempre al presente e all’improvviso mentre scriveva, aggregando tutto in questo verbale infinito che in prosa o in versi sembra sempre ricominciare e mai finire. Mi attraeva la sua lingua inimitabile, la capacità di creazione del dettato, il ritmo vertiginoso e l’interrogarsi su se stessa, sul suo farsi, contemporaneamente, e poi la capacità di inglobare tutto, presente e passato, le storie e con loro l’epica della Storia, fino all’ultimo episodio della vita privata, l’attimo. Insomma, ero attratto da una specie di “ordigno” letterario che appariva sempre sul punto di esplodere, e in questo modo riusciva a mantenere una continua tensione.
Quando uscì Poesie operaie, che curai insieme a Massimo Raffaeli, lo accompagnai a Roma dove, con Andrea Cortellessa, presentammo il suo libro alla Casa delle Letterature e poi, insieme, a Radio3. Lo misero nello studio a leggere cinque poesie, quella era la consegna, ma credo ne lesse alla fine una quarantina, commentandole ogni volta in modo molto «concreto», divertito, pieno di aneddoti, ridendo a più non posso come un bambino felice, e fuori c’era assiepato un pubblico di redattori, tecnici, conduttori, e lui non finiva mai.
Una volta, durante una delle nostre passeggiate tra i vicoli di Fermo, mi aveva detto quasi con scherno, ridendo e pensando forse alla sua storia letteraria di eterno outsider, quella di un infinito “caso”: «E che se Leopardi non pubblicava con l’Einaudi non era Leopardi?» Aveva ragione, ci ripenso spesso. E suona come un paradosso del destino adesso il fatto che dopo anni di clandestinità aveva consegnato un romanzo a Feltrinelli. «Chissà se riuscirò a vederlo» mi aveva scritto malinconico un paio di mesi fa. Sapeva che gli restava poco da vivere.

Pubblicato su “il manifesto”, 27 febbraio 2011

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