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Luigi Di Ruscio

Io non ho fatto certo domanda per venire al mondo. Appena nato fui considerato responsabile di un peccato atroce commesso all’inizio dei tempi da due tipi abbastanza irresponsabili come Adamo ed Eva e avendo mia madre avuto un parto difficile fui battezzato in fretta per sicurezza perché senza un tale battesimo avrei potuto scontare una pena atroce per tutta l’eternità considerato peccaminoso di orribili delitti subito appena nato senza essermi ancora pisciato addosso. Il momento della nostra nascita e il momento della morte sono vissuti nella nostra più completa assenza. La casa nostra in vicolo Borgia, la cantina un interrato con la latrina senza fogna, una fossa che avrebbe potuto eternamente contenere tutta la merda nostra, poi il piano della cucina con un focolare molto largo e basso, il fornello a carbone vegetale, all’ultimo piano, le due camerette, in una cameretta c’eravamo noi quattro, le finestre piccole e i muri molto spessi, sembrava una casa fortificata, il soffitto della cameretta era spiovente con le travi scoperte e sul soffitto le macchie della calce arrugginita, quando pioveva gocciolava da tutte le parti, la luce elettrica ogni tanto spariva perché non si riusciva a pagare la bolletta della luce, dallo spesso cartone di una finestra trafilava un filo di sole. Sambus nigra, le bacche di un azzurro cupo ce le strofinavamo in faccia per diventare negri, il liquido delle bacche spremute poteva diventare un inchiostro violaceo e profumato, pianta nominata dai greci e dai latini, è nominata anche nell’Edda, cresce in grandi spasure attorno alle mura.

Luigi Di Ruscio da Cristi polverizzati, presentazione di Andrea Cortellessa, contributi di Angelo Ferracuti ed Emanuele Zinato (Le Lettere, Firenze, 2009), ripubblicato da Feltrinelli nella collana “Le comete” nel 2014.

 

 

 

 

Avevo cinque anni
una vecchia mi fece capire
perché nessuno mi teneva sui ginocchi
mia nonna che mi teneva per mano non mi difese
né per consolarmi mi strinse la mano
per questo sono andato solo sui fiumi
l’acqua non mi è servita per specchiarmi
ritornavo a casa per non dormire sul greto
a quell’età la fame fa essere pazzi
fa divenire presto adulti
e tutte le erbe che le capre hanno brucato
ho imparato a cogliere
ho preso il gusto del sapore amaro
questo è stato il mio latte
e perché rubavo con calma avevo i frutti più belli
andavo solo per non essere scoperto
al mio odore i cani non hanno abbaiato
e nessuno può condannarmi
se presto mi sono adoperato a negare iddio
sulle mura che l’acqua gonfiava
avevo visto solo le immagini di carta
ho scoperto i libri nel mucchio dello stracciaio
ancora oggi mi incanto a guardarli
cercavo tra le carte la pagina scritta
ho gridato e mi hanno guardato come essere vivo
come qualcosa di più di un viaggiatore
sono entrato nelle strade
quale bambino non sogna di vestire da uomo
io lo sono stato presto
ho trovato ancora con i pantaloncini corti
una donna che è rimasta contenta
perché gli uomini gli facevano male
ho volato sui pensieri
sognando per ogni foglia che ho visto cadere
erano le ore senza riposo
le chiese servivano per rinfrescarmi
giravo assetato delle donne
che presto con soldi rubati ho pagato.
Ora sento l’amore delle donne che sfiora il viso di fiati
stringo i capelli grassi
e le mie labbra da negro mi portano fortuna
gli occhi che non sanno riposare.

 

da Non possiamo abituarci a morire, Milano, Schwarz Editore, 1953

 

 

 

LA_NEVE_NERA_LUIGI_DI_RUSCIO_AD_OSLO_UN_ITALIANO_ALL_INFERNO_5Luigi Di Ruscio (Fermo, 1930 – Oslo, 2011), autodidatta (consegue soltanto la licenza elementare), studia da solo classici americani, francesi e russi, la filosofia greca, saghe della mitologia nordica, l’opera di Benedetto Croce. Nel 1953 una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo gli assegna il premio Unità. Nel 1957 si trasferisce in Norvegia, dove lavora per quarant’anni in una fabbrica metallurgica, e si sposa con una cittadina norvegese da cui avrà quattro figli. Ha collaborato con lavori poetici e interventi in prosa a varie riviste e giornali (tra gli altri: “Momenti”, “Il contemporaneo”, “Realismo lirico”, “Ombre rosse”, “Alfabeta”, “il manifesto”, “Azimut”). Ha scritto numerose opere di poesia (tra le quali: Non possiamo abituarci a morire, prefazione di Franco Fortini; Le streghe s’arrotano le dentiere, prefazione di Salvatore Quasimodo; Istruzioni per l’uso della repressione, presentazione di Giancarlo Majorino; L’ultima raccolta, prefazione di Francesco Leonetti) e di narrativa (tra le più importanti: Palmiro, La neve nera di Oslo, Cristi polverizzati, Apprendistati). Non ha mai smesso di ricevere l’attenzione di scrittori e critici di generazioni diverse come Paolo Volponi, Roberto Roversi, Francesco Leonetti, Eugenio De Signoribus, Massimo Raffaeli, Silvia Ballestra, Giorgio Falco. Feltrinelli ha pubblicato, nella collana “Le Comete”, la raccolta dei suoi Romanzi (2014).

 

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