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Luigi Finucci

 

LE STRADE SONO BICICLETTE

 

Il mattino d’estate

la corsa non stanca.

 

Strade che finiscono

sempre dove nasce un albero,

 

dove le ombre diventano

pane e marmellata.

 

Bastava solo un minuto

per la prima volta e le speranze

giravano intorno ai selciati

dove la bicicletta varcava un’idea;

 

in quei vicoli

i vecchi rincorrevano

una giraffa e due pedali.

 

 

 

 

AL MARE HO VISTO I GABBIANI

 

Quando il bianco era nel cielo

andavo al mare di mattino.

 

Tra due barche e una conchiglia

i piedi calpestavano

l’arena del gioco

dove il confine tra la spiaggia

e la battaglia era il tempo.

 

A maggio il mare

era basso di statura,

i castelli erano lontani da riva.

 

 

 

 

 

SUGLI SPECCHI DI MIA MADRE

 

Le storie partono

sempre da una fine.

 

Le stanze sono scrigni

dove la corsa dei pensieri

finisce con una chiave,

e lì

le carezze di Maria

si riflettono ogni cent’anni

sullo specchio.

 

Due vocazioni attendono

la donna del giardino

che con cura

seppellisce un sogno:

i fiori e le promesse

crescono nel suo ventre.

 

 

 

 

 

PADRE, SULLE TUE SPALLE

 

Vedo un porto sulla casa dei ritorni,

esso appare gentile con i ricordi

e i cambi di rotta;

 

c’è un quadro

lungo i corridoi cge

non si stanca d’essere fermo.

 

Sulla tavola

un re e uno schiavo;

ha  mani forti

e  sguardo fisso.

 

La sera tesse fuoco e quiete:

sulle spalle, seduto,

ho visto il tuo regno.

 

 

 

 

 

IL SUONO DELLE BARCHE

 

I

Sotto la barca

si trova la fine

di una montagna.

 

Le pendici sono strane,

parlano di storie

venute dai ghiacci,

di villaggi e di paure e poi

 

che non sono così facili da dimenticare.

 

 

II

Il legno ha riposato,

tra aprile e maggio

i pescatori sono amache;

neve sopra la barca

con il sole entri, si costruisce

una lampada per vedere quello

che ieri,

insieme al fiore

il viandante ha perduto.

 

 

 

 

LA SERA D’ESTATE

 

Al tempo dei canti mattutini

il gallo raccontava la notte

sui crinali della rugiada.

 

Il campo arato

e la poesia del grano

giocavano a nascondino perdendosi,

verso la fine di giugno.

 

L’attesa della sera

era una panchina, bastavano

quattro occhi e una stella

per sentire in lontananza

 

-o forse girata di spalle-

 

la frescura ottobrina,

rivelata dalle ortensie

intorno alle vecchie case.

 

 

 

 

 

LA MEMORIA DEL TRENO

 

I

Il ferro emoziona

se lo senti arrivare,

con le orecchie poggiate sul vento,

l’aria del sud

anticipa un rumore.

 

II

L’attesa legge un libro,

osserva gli scogli e

disegna gli sguardi

e

-biglietto,prego-

anche il sonno interrompe.

 

III

La destinazione è una storia

col cappello rosso e le piume

da indiano;

poi scende lontano,

c’è una sigaretta

sotto la pendola e ricorda

la salita dove il carbone

diventa vapore.

 

 

 

 

STAVAMO SUL FIUME

 

Sui ponti di Atlantide

ho visto

insieme ad un amico,

una barca.

 

L’ha disegnata

due volte

-una per me,una per un bambino-.

 

Il giorno dopo, nelle case

abbiamo immaginato

un fiume.

 

 

 

 

 

PASSAVANO LE ORE

 

In fila giocava la memoria,

dietro aspettavano due sassi

e il salto procedeva

senza il minimo dubbio.

 

Una gambia piegata

riponeva fiducia nell’altra,

le grida spruzzavano acqua

in lontananza, e

sugli angoli passavano le ore.

 

 

 

 

 

7 SETTIMANE E 3 GIORNI

 

L’aria si fa bruna, nel limbo

dei battiti scanditi:

da tempo

è stato predetto, ma chi

lo ricorda è stato un profeta.

 

Poi c’è un passo,lo schema

è vertebra che si fa goccia

all’incrocio degli anni venturi,

di tanto in tanto potremo

chiederti una reazione, sasso

che l’eco rimbalza nella stagione

delle mani piccole.

 

È tremito l’esercizio dell’attesa, polvere

di gaudio e lacrima;

la paura è condivisa come la scoperta

partorita nel giorno, il soffio

porta allo scrigno

 

[l’abbiamo desiderato insieme]

 

dove il mistero

non vuole essere svelato.

 

 

 

 

 

VERTEBRE

a Ludovica

È stato acclamato di sera, germoglio

di seta che suoni, fugace presentimento

bagnato di tesori.

 

La parsimonia si è placata nel ventre tuo

e il pesce risale un torrente, frastuono

di normale bellezza che la pelle

fa splendere -luce.

 

A memoria è decantata la voce, secondo cui

due messaggeri hanno trovato la felicità

nell’attesa, stando fermi nel camminare

verso le candide spoglie:

il geroglifico è stato decifrato, nascita

e radice arrivano a ranicchiare

le vertebre sulla stola.

Luigi_FinucciLuigi Finucci nasce il 15maggio del 1984 a Fermo, dove risiede. Scrive poesie da sempre, una passione che nasce dal bisogno di esternare le sensazioni e gli stati d’animo, che spesso si scontrano con la realtà circostante, altre si fondono con scenari idilliaci. Dopo i primi approcci alla scrittura poetica, è nata in lui anche l’esigenza di dare importanza alla scrittura, di ricercare nella parola la sua valenza salvifica. Le maggiori soddisfazioni sono arrivate negli ultimi anni con un pubblicazione a sue spese intitolata Poesie, una pubblicazione di una  poesia intitolata “Arcobaleni” all’interno dell’antologia Ele-Menti di Vita, Finalista al concorso nazionale Pelago 968 con la poesia “Cielo di Sarajevo”, nel 2013 ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata L’ultimo uomo, edita dalla Casa editrice Giaconi Editore di Recanati, silloge intorno alla natura dell’uomo.
Nel 2014 è stato poeta in residence al festival “Armonie della sera” insieme ad Eugenio de Signoribus , nei posti più suggestivi delle Marche.
L’ultima uscita, datata luglio 2015, è un libro illustrato di poesie per bambini intitolato L’Aspirante Astronauta, sullo spazio e sull’importanza dei sentimenti.
Sta lavorando a un nuova silloge in collaborazione con L’Arcolaio sulle solitudini umane.
Ora collabora con “Bibbia d’Asfalto: Poesia Urbana e Autostradale”, rivista di poesia contemporanea.
Suoi componimenti sono presenti in diverse riviste e blog (“Pastiche Rivista”, “Versante Ripido”, Words Social Forum, Obiettori di parole, Poesia: femminile singolare).

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