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Luigia Sorrentino, “Olimpia”, Interlinea 2013

Olimpia_coverEntrare in Olimpia di Luigia Sorrentino significa accedere a una dimensione onirica percorsa dal vento di una figurazione visionaria del reale, in un territorio, concreto e ideale, collocato al di fuori dallo spazio e dal tempo, eppure presente sempre nell’ovunque. Olimpia è un viaggio circolare nel chiaroscuro dell’esistente, che parte dal buio primigenio e passa per le accensioni e gli oscuramenti di una coscienza che, come nell’Iperione di Hölderlin, interroga se stessa alla ricerca di una plausibile giustificazione dell’esistere, di una luce che almeno per un istante possa restare fissa, concessa.

Raggiungere Olimpia è esperire la “gioia di esseri non esperti di gioia”, avere il coraggio di sopportarla e di reggere la permanenza che non è mai eterna, spogliarsi del passato per affrontare le luci e le ombre di un sentimento ignoto. Lo sguardo della poetessa scivola sulle cose assetato di luce, cercata ovunque, scavata dalla terra di un mondo che è mero riflesso del mondo altro celato dietro la superficie empirica del visibile. Proprio come Hölderlin, compagno di viaggio implicitamente ed esplicitamente chiamato in causa più volte, Luigia Sorrentino interroga ogni pietra, ogni scorcio del paesaggio, ogni elemento della natura per estrarne l’essenza, dialogando col mistero, aderendo all’idea romantica tedesca del poeta come rabdomante della luce, come sacerdote del reale e medium, ovvero intermediario tra l’umano e il divino, di cui si fa portavoce, orecchio che raccoglie e che trascrive, offrendo e condividendo. Olimpia è un poema intenso, a tratti accecante, perché pervaso da una luce che esiste e divampa in virtù dello scontro con la propria negazione, la non luce. Ma Olimpia è abitato anche da un buio profondo, originario, connaturato alla natura stessa della condizione umana, insito nella consapevolezza del limite, della soglia dove tutto si tiene e che bisognerà oltrepassare quando anche l’ultima luce terrena verrà meno.

Olimpia è un libro difficile, un poema che non può essere suddiviso nelle sue singole parti, ma va vissuto come un viaggio pieno di sorprese, un attraversamento impegnativo, che lascia esausto il lettore, chiamandolo a un’attenzione costante, invitandolo a soffermarsi sulla soglia, a scavare dentro il proprio buio per estrarne la luce della consapevolezza.

Anche la lingua di queste poesie è incandescente, mobile, luminosa, è materia che si forgia e riplasma di verso in verso, in un alternarsi di motivi simbolici che si precisano e arricchiscono gradualmente, che si moltiplicano e trasformano confluendo gli uni negli altri per poi di nuovo separarsi. Dalla cura meticolosa impiegata nella scelta di ogni singola parola, dall’equilibrio formale e dalla ricercatezza semantica che ne risultano, si ha l’impressione che la Sorrentino affidi alla poesia il compito cruciale di difendere e valorizzare la nostra bella lingua, restituendo alle parole tutta la loro pienezza di senso, la loro consistenza di pietra, che tra le mani della poetessa viene levigata, affilata o all’apparenza smussata, lasciata scivolare nell’acqua, perché vi disegni nuovi riverberi di senso, cerchi di significato. Olimpia è infatti un crogiolo colmo d’acqua, di terra e di fuoco, pervaso di luce, d’aria e di vento, in cui la poesia s’immerge per riportare ordine nel caos, in un processo alchemico incessante, che rivela alla poetessa stessa nuove forme d’esperienza del consueto. Luigia Sorrentino rimodella anche la materia linguistica per adattarla alle cose, rispondendo alle esigenze di un discorso che deve adombrare l’indicibile. Per questo la poetessa si affida a una lingua alta (eppure chiarissima), distante dalla tendenza alla semplificazione che è propria di tanta poesia contemporanea, scegliendo con cura ogni parola per lasciarla risuonare nel flusso di un verso sempre teso ed elegante, “lieve” e musicale, come sospeso, seme di vita quiescente che proviene da un altrove, portato da un vento cui la poetessa si abbandona, lasciandosene attraversare. La tensione del vento pare corrispondere al desiderio di una compenetrazione dell’io con il reale, che si esprime nell’anelito alla comunione con la natura, fino alla dissoluzione, all’annientamento di sé, per perdersi in essa e in essa ritrovarsi. In questo contesto, le vestigia del passato rappresentano ciò che è in noi e che credevamo perduto, di cui ci riappropriamo invece in una dimensione atemporale, in cui passato e presente giungono a collimare e a coesistere senza coincidere, in una schlegeliana compresenza di opposti che restano distinti, e contengono in sé i semi di un futuro reso nuovamente possibile dal desiderio stesso di una luce che esploda dall’oscurità della presenza.

Occorre dunque spogliarsi di sé in un doloroso rito catartico, da attuarsi mediante un lungo e irto percorso di attraversamento delle proprie zone più oscure e inabitate, per risalire i rivoli dell’esperienza e ritrovare la propria origine, tornando a quella rilkiana terra dell’eterna infanzia, in cui zampillano le sorgenti dell’essere e che ci con-tiene. La poetessa si lascia attraversare dal mistero insito nel reale, per restituirne l’ombra e il bagliore, le mille sfumature del fiore azzurro di Brentano, e i riverberi sfaccettati del prisma di Goethe. Con lo sguardo teso al di là del limite, la poetessa sprofonda nel buio per poi riemergere, portando tra le labbra una perla rinvenuta sul fondo oltreumano di un abisso d’inconoscibile, di cui possiamo solo intuire la manifestazione.

Olimpia è un viaggio per tappe, che passa per la disgregazione di sé e la moltiplicazione nella metamorfosi, in funzione del ripristino della propria identità unitaria di corpo e spirito, da conseguirsi mediante il dialogo tra la propria anima spogliata e l’anima del reale. “Nulla più le apparteneva / si rivoltava in un’altra che l’offendeva”, scrive Luigia Sorrentino all’inizio di questo viaggio. È perciò in forza dell’esperienza di una intensa sensazione di sradicamento, dalla percezione di una rinunciata appartenenza, che l’io si libera di ogni condizionamento e specchia nel reale il proprio vero volto, divenuto estraneo, abdicato, come tutta la sua vita, esteriore, precedente. È da questa presa di coscienza che si apre all’individuo l’opportunità di rinascere, di ri-partire dalle origini, è da qui che “la giovane in mille altre divisa”, la donna frammentata nelle mille identità del sé, ritrova “il suo nuovo volto profondo” e si rimette in viaggio “come grembo che si prepara / a ritornare estraneo a ogni flutto”.

Nella seconda sezione della raccolta, La città, ci addentriamo nel vivo del percorso di esplorazione e di ricerca della bellezza, non di quella effimera e caduca, bensì di quella essenziale, “che ci fu tolta / nella luce inesorabile / dello spegnersi”, nella combustione della luce che ha consumato sé stessa, originando il buio da cui deve partorirsi. Sulle mura della città, concreta e simbolica, il tempo si addensa, il passato grava sul presente, riducendo i pellegrini a simulacri, icone di ciò in cui il tempo stesso li ha trasformati, eppure tesi verso il divenire.

Man mano che si procede tra le pagine in direzione di questo divenire, le immagini si rarefanno nella luce – la stessa “alta luce” dei “geni beati” nel “divino splendore dell’aria” del Canto di Iperione di Hölderlin –, la scaturigine si ricolloca nel presente dell’individuo, che rifluisce alle sorgenti del sé, nel doppio movimento, in cerchi concentrici, di nascita e ritorno.

È nella parte idealmente centrale di Olimpia, La caduta, che il processo di dissoluzione e rigenerazione si compie, attraverso il ritorno al buio della notte arcaica, “una notte dalla quale veniamo”, dove non è l’oscurità a regnare, bensì la negazione della luce, la “non luce”, residua della combustione della prima luce infuocata che “ha bruciato tutto”. Mutare non significa infatti assumere nuove forme dall’esistente, bensì scivolare nel nulla, svanire, annullarsi, morire a se stessi per rinascere altri. Tappa cruciale del percorso di conoscenza di sé è, paradossalmente, il punto di partenza, la soglia dove passato e presente confluiscono, il passaggio che è l’intervallo del prima, del non ancora, “il limite a cui pian piano approdavamo, gonfi di mare”. L’unica permanenza possibile risiede dunque nel potenziale inespresso del non ancora, nella distanza mobile da quel limite, che è territorio e confine della terra dell’anima. Nella permanenza, l’io arriva a coincidere con sé stesso, divenendo il cardine della propria conoscenza di sé e del mondo: “nella sua sostanza di silenzi / eseguiti, lei era immobile e armata / sotterranea presenza di tutte le cose / centro / congiunzione tra spazio e tempo”. Ma per rompere l’immobilità e proseguire occorre l’abbandono totale, la rinuncia a ciò che si è stati, nella disponibilità a lasciarsi attraversare dalla luce, a lasciarsene divorare, a morire, venire meno, sfarsi contro il muro della materia per disperdersi in frammenti e confondersi con essa. A “deformazione” avvenuta, nello “spaesamento” di questa “morte da vivi”, che è ritorno all’origine della vita, la simbologia della luce s’intensifica e arricchisce di figurazioni simboliche, la luce prevale su tutto, come all’uscita da un sogno, quando gli occhi si aprono sull’alba restandone accecati e attoniti come di fronte alla prima alba del mondo, di cui pian piano riscoprono forme e colori, resi prima estranei dalla distanza della coscienza.

Ritornati all’origine, al “nome tremato”, liberatisi, nell’attraversamento di sé, della morte in vita di una condizione umana che racchiude in sé la forma del tempo, i viaggiatori proiettano il tempo stesso nello spazio ancora da varcare, per annullare il divario tra ciò che sono e ciò che sono stati, per divenire infine “arcaici”, ovvero ritornarsi. Man mano che il viaggio di questo libro volge al suo finire, i contorni delle cose si ridefiniscono, la bellezza si raccoglie “in una / sola luce liberata”, che si fa univoca, salvifica e chiara, il fuoco del tempo si consuma, eppure esiste e resiste, passato e presente s’identificano e si separano nell’immagine della rosa, effimera e bella e viva nell’istante presente: “rosa arcaica non più / ma chiaro brivido che all’indietro guarda / e sorregge il lontano in quell’istante / la rosa”.

Chiara De Luca

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