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L’ululato dei canarini

Qualche giorno fa dovevo andare all’Agenzia delle entrate per richiedere un documento. Come sempre ho tentato prima alla sede di viale Cavour, dove di solito vai a fare un paio d’ore di fila per sentirti dire che devi andare alla temibile Sede Cetrale di Via del Lavoro, nomen omen. La tappa in viale Cavour è un buon pretesto per rimandare il triste destino. Arrivata davanti agli sportelli, ho preso il numerino e mi sono seduta, guardando a bocca aperta nella direzione di un ragazzo, che ha pensato che stessi guardando a bocca aperta lui. Ma lui proprio non l’avevo visto: mi ero innamorata dello skateboard che teneva sotto al braccio, pensando che sarebbe fantastico per sfrecciare nei sottopassi della stazione e che se il fisco mi avrebbe lasciato due spicci a fine anno me lo sarei regalato per la Befana. Dopo un po’ è apparsa una piccola morgana bellissima. Aveva lineamenti fini e incarnato di perla, occhi neri e intensi e naso sottile e un po’ affilato. Indossava dei jeans stracciati per davvero, infilati dentro gli anfibiazzi al ginocchio. I capelli lunghi, fini e neri le piovevano lievi su una giacchina di finta pelle beige da cow-woman. Somigliava molto a Virginia Woolf. Titti ha emesso un lieve pigolio di gola. Aveva riconosciuto un essere umano e voleva richiamare la sua attenzione, ma si sforzava di fare piano, perché all’ingresso c’era scritto Vietato l’Accesso ai Cani anche se Condotti al Guinzaglio e Provisti di Museruola e noi eravamo entrate in incognito, col suo musetto che spuntava da sotto la mia giacca, e io che soffocavo dal caldo osceno tipicamente destinato a ottundere le già provate facoltà di discernimento degli umani nei luoghi pubblici in questa stagione (d’estate la strategia consiste nel surgelarti le meningi). Virginia ha sentito il pigolio e si è avvicinata a noi con un sorriso bianco. Titti vibrava di emozione. “Ha freddo?” Ha chiesto Virginia preoccupata. “No, no, è felice”, l’ho tranquillizzata. Allora l’ha accarezzata con grazia. Mentre mi raccontava quello che faceva lì in fila, è arrivato il padre, un uomo alto e robusto e forte come un cow-boy, che le ha sussurrato con voce sproporzionata di seguirlo. Prima di andare via, Virginia si è voltata e mi ha detto: “Sei vestita benissimo!”. “Grazie!” Le ho risposto accarezzando la mia lunga gonna di lana patchwork, una di quelle che fa dire alla gente che compra la divisa da Zara: “Ma ti sei messo addosso una coperta?” Il maglione beige da montanara invece me lo ha regalato mia madre ed è uno dei pochi che non è fatto di merdosa finta lana e tiene caldo, pure troppo. Quando è arrivato il nostro turno, l’impiegato mi ha detto con una punta di umano rammarico che dovevo andare al piano di sopra per farmi dire che dovevo andare in Via del Lavoro. Quando siamo uscite all’aria aperta, ho tirato un profondo respiro per far entrare un po’ di ossigeno in ciò che mi restava dei polmoni bolliti dai termosifoni e Titti ha fatto altrettanto. Nel frattempo Venezia andava a fondo e tutti ne sembravano sorpresi. Siccome pioveva, ho deciso di accompagnare Titti a casa e di andare da sola in bici in Via del Lavoro, tagliando dal sottopassaggio della stazione, per risparmiarmi un po’ di strada e di rotonde nella zona industriale. Arrivata alla stazione, grondante di pioggia perché odio gli ombrelli, ho sceso milioni di scale con la bici sotto il braccio, attraversato in sella il sottopassaggio, risalito milioni di scale con la bici sotto il braccio per sbucare in Via del Lavoro, una delle vie più brutte del pianeta, dove hai la visione esatta di quello che per la maggior parte delle persone significa la parola lavoro: grigio, grigio, grigio, cemento, rotonde roulette russe, e facce da galera. E tutto intorno palazzoni tristi e ancor più tristi ossature di palazzoni eternamente nascenti, circondati da prati da secoli incolti. Ma lo scheletro più triste di tutti è il moderno palazzone dell’agenzia delle entrate – con quel suo enorme dispendio di vetro a casaccio, che lascia intravedere all’interno la tua sorte – dove i cani possono entrare, ma le bici no, perciò ho dovuto lasciare Camilla sulla rastrelliera fuori dal cortile. All’accettazione nessuno sapeva dell’esistenza del documento di cui dovevo fare richiesta, perciò io non sapevo che tipo di numerino dovessi richiedere alla macchinetta, cui gli umani erano invano pagati per dare man forte. Ma tanto un numerino valeva l’altro. Quando è arrivato il mio turno e sono andata allo sportello a presentare la mia richiesta, l’impiegata è sbiancata e si è consultata con un altro, che si è consultato con un altro che è andato a consultarsi con quelli dei piani alti, per poi dirmi – con la faccia del chirurgo quando ti dice che non c’è più niente da fare – che sarei dovuta tornare a ritirare il documento la settimana successiva. Prima dovevano trovare un tagliaboschi in grado di abbattere l’albero destinato a produrre la carta su cui sarebbe stato vergato il mio documento. Non prima che avessero capito di che cosa stessi parlando.

Al ritorno, mentre pensavo a cose belle che esorcizzassero il paesaggio, ho perso la strada. Chiedendo indicazioni a un ubriaco, ho ritrovato il sottopassaggio, da dove potevo tornare a casa a occhi chiusi, anche se quando devo esorcizzare le brutture sono capacissima di perdermi perfino per le strade del mio quartiere.

Una settimana dopo, stranamente non pioveva, così ho deciso di tornare a piedi con Titti in via del Lavoro a sfidare di nuovo la sorte. Già che l’ufficio postale era di strada, ho riempito lo zaino da escursionista di pieghi di libri da spedire, e siamo partite in missione. Appena entrate all’ufficio postale, un altissimo ruggito ha zittito all’unisono tutti i vocianti numerini che brulicavano nella grande stanza tropicale. D’istinto Titti e io siamo fuggite, frapponendo due grandi portoni di legno basculanti tra noi e il ruggito e un altro grande portone di legno basculante tra le nostre schiene e la strada. Mentre cercavo di capire attraverso la vetrata che cosa avesse emesso il ruggito, un signore elegante è uscito e, alzando il sopracciglio con fare complice, mi ha detto rassicurante: “Attenta col cagnolino, che là dentro c’è una tigre!”. Io ho guardato meglio attraverso la vetrata, ma vedevo solo le silenziose anime del purgatorio, che avevano ricominciato a guardare fisso il gran cartellone in alto, in speranzosa attesa del proprio turno. Allora mi sono decisa, ho spinto una delle due grandi porte di legno basculante, poi l’altra e mi sono diretta alla macchinetta, determinata a farle sputare il nostro numerino. A quel punto un nuovo alto ruggito si è levato, poi un altro ancora, e ho visto una tipa esile e barcollante trascinata verso di noi da un pit bull  fasciato da una larga pettorina di pelle, che gli agevolava il traino. Pareva piuttosto determinato a farsi l’aperitivo. Io non volevo avere pregiudizi e fare discriminazioni, così mi ripetevo il mantra degli esperti che tutti i cani sono uguali e hanno i denti che anche i chihuahua e le lucertole mordono e i bengalini beccano e le tartarughe d’acqua pizzicano e che non esistono cani pericolosi e non devi prendere in braccio il cane di 3 kg per non urtare la sensibilità di quello di 40 kg perché quando il cane di 40 kg azzanna il cane di 3 kg il veterinario della Asl ti dice che l’ha fatto per paura perché non ci sono cani cattivi ma solo cattivi padroni e dipende da come li cresci, i cani e i padroni, e i loro genitori, dei cani e dei padroni. Dato che non conoscevo tutto l’albero genealogico della tipa né quello della tigre, e poiché fidarsi degli esperti è bene ma fidarsi di quello che vedi ogni giorno nel mondo reale è meglio, ho strappato il numerino ancora nascente dalla macchinetta, preso Titti in braccio e sono fuggita, frapponendo tra noi e loro due grandi porte di legno basculanti di quelle che spesso ti salvano la buccia quando stai fuggendo dai cattivi nei film western. A quel punto la tipa è riuscita a riprendere l’equilibrio con un insperato colpo di reni, trascinando la tigre con sé davanti allo sportello, dove ha cominciato a gridare e gesticolare contro l’impiegata dietro il vetro, smollando qualche calcio e gridando qualche “canedimerda” di tanto in tanto al suo pet, che continuava a trascinarla come un mulo nella nostra direzione. Nel frattempo i numerini scorrevano sul cartellone e superavano il nostro. La tipa continuava a gridare e gesticolare contro l’impiegata dietro il vetro, tirando qualche strattone e smollando qualche calcio al suo pet di tanto in tanto. A un certo punto abbiamo preso il coraggio a sei zampe e siamo entrata a scucire un  numerino aggiornato alla macchinetta, per poi frapporre di nuovo un paio di grandi porte di lego basculanti tra noi e loro. Le persone che uscivano mi salutavano con pacche sulle spalle e “abbipazienza” e buffetti a Titti e “piccina, ti tocca star fuori”, oppure scuotevano la testa sospirando contro la fatalità del destino. Nel frattempo anche il nuovo numerino era scaduto e la tipa continuava a gridare e gesticolare contro l’impiegata dietro il vetro, dopo essersi messa il pet a tracolla per farsi trascinare meglio. Noi siamo entrate a prendere un nuovo numerino per rimpiazzare quello scaduto, e siamo fuggite un’altra volta fuori. Quando anche il nuovo numerino stava per scadere, mi sono voltata e ho visto che dietro di me si era formata la fila: tre ragazze africane con aria preoccupata stavano cercando di spiare al di sopra della mia spalla. Io ho indicato loro la tigre e siamo scoppiate a ridere. “Ah, ok, non capivamo. Pensavamo non si potesse entrare per qualche motivo”. Una di loro, la più furiosamente bella, con gli occhi come laghi di montagna e la chioma di una quercia, si è offerta di tenermi Titti fuori mentre io facevo le spedizioni. “Io non ho niente da fare in posta”, mi ha detto “accompagno le mie amiche”. (L’ho sempre detto che i veri amici li vedi nel momento di andare in posta o all’INPS). “Ti ringrazio, ma Titti piange se la lascio con persone che non conosce” (e anche io). Poi ho temuto che avrebbe potuto pensare che non mi fidassi di lei. Ma lei aveva capito. Intanto anche il nuovo numerino stava per scadere e noi ci stavamo congelando a causa della continua escursione termica, come i findus quando li prendete dal freezer e li buttata senza pietà in padella nell’olio bollente. Allora ci siamo fiondate con sprezzo del pericolo all’interno e ci siamo rifugiate negli uffici del personale, da dove ho spiato la situazione, finché non ho visto la tipa fare sci nautico dietro al pit bull, determinato a uscire al più presto dall’ufficio postale per andare a cercare il suo aperitivo altrove. Dopo pochi minuti, sul grande cartellone luminoso è comparso per l’ennesima volta il nostro numerino e ci siamo avvicinate allo sportello. Ho estratto i pieghi l’uno dopo l’altro dallo zaino, con quella tipica sensazione da mutanda di traverso nel culo di quando una donna di pace con un topolino incontra una donna con le palle e il pit bull a tracolla. Dopo avere passato tutti i pieghi, quando ho estratto un ultimo pacchetto da spedire in contrassegno, l’impiegata dietro il vetro si è fatta arcigna. “L’hai compilato il modulo?” “No, signora, se me lo dà lo faccio adesso”. “Ah, no, mi dispiace, dovevi farlo prima! Adesso mi paghi i pieghi. Poi vai a compilarlo mentre io servo qualcun altro”. “Rifare la fila? Non ci penso nemmeno”. “Mi dispiace, io non ho tempo da perdere!”. “Senta. Sono sei anni che glielo volevo dire”, le ho fatto gentilmente. “ Mi sono rotta i coglioni. Dovete finirla di trattarci a pesci in faccia. Siete qui per lavorare e vi pesa sempre il culo”. “Potevi chiedermi prima il modulo da compilare”. “Non potevo. C’era una tipa armata. E voi con la gente armata siete tutti gentili”. “Io non ne so niente, sono appena arrivata” “Io invece sono in piedi dalle cinque e ho già fatto quello che lei farebbe in un mese”. Detto questo la signora si è fatta gentile e ha deposto le armi. Noi siamo uscite a testa alta dall’ufficio postale, sbattendo la porta del saloon e guardandoci intorno per essere sicure che l’appassionata di sci nautico fosse affogata nel mare della folla. Mandate sempre la gente affanculo gentilmente. Ci resterà di merda.

Alla stazione siamo arrivate volando, perché Titti è sempre entusiasta di partire e pensava che stessimo andando a prendere un treno. Abbiamo sceso trotterellando milioni di scale e ci siamo rincorse nel sottopassaggio, per poi sbucare in via del Lavoro, dove Titti ha capito che non avremmo preso un treno, perché non c’era nessun binario e nessun umano incazzato ad aspettare. Ma non si è persa d’animo: ha cambiato programma su due zampe e cominciato a sniffare di gusto il terreno, tutta entusiasta di quella variazione inattesa. Arrivata davanti a uno dei grandi prati rinsecchiti nei dintorni dell’agenzia, ha voluto infilarsi nel folto, per saltare come un leprotto nella giungla a caccia di pantegane e cibo putrefatto. Poi voleva continuare a esplorare quel posto strambo, così grande e nuovo e deserto e pieno di schifezze. Ho dovuto faticare per convincerla a tornare indietro fino al vitreo palazzone. All’ingresso ho parlato solo con la macchinetta sforna numerini, che mi pareva la più sveglia nei dintorni. Abbiamo preso il nostro numerino e ci siamo messe ad aspettare. Titti mi leccava il naso e io le facevo i grattini dietro le orecchie. Le altre anime annoiate ci guardavano rose dall’invidia. Ho iniziato a fare a Titti le smorfie e tutta la compilation di facce buffe e lei mi mordicchiava il naso per farmi tornare la mia faccia. Ogni tanto qualcuno si avvicinava per chiedere: “La posso accarezzare? Mi morde?” Rompendo l’incanto. Titti mi accarezzava le guance con le zampe facendo piu piu, per farmi abbassare la faccia, perché i cani a furia di spiarci si umanizzano – in senso riflessivo – per forza, nel tentativo di caninizzarci, cioè renderci più umani e attenti. I tristi astanti sorridevano abbassando il cellulare. Si vedeva benissimo che in quel momento avrebbero dato tutti i loro mipiace per un tartufo.

Quando mancavano ancora una decina di numerini al nostro, ho pensato che per ammazzare il tempo avrei potuto fare come ogni scrittore che si rispetti: mettermi a scrivere su facebook contro qualcuno, che ne so, schiumare contro con gli scrittori che non fanno figli, fustigare quelli che non fanno abbastanza sesso, denigrare quelli che non si sposano, inveire contro quelli che amano camminare, scagliarmi contro gli scrittori vegani o quelli astemi, prendermela con le scrittrici che la danno a tutti meno che a te o con quelle che si mettono la gonna di lana patchwork. Bisogna pur sfogarsi su qualcuno che non è fatto col nostro stesso stampino. L’essenziale è non occuparsi mai di Letteratura, altrimenti il lettore pigro si annoia. Per fortuna non sono uno scrittore ma scrittura: vivo tra le infinite sfumature del reale. Perciò Titti e io abbiamo iniziato a fare al tira e molla con la manica della mia giacca; poi le ho fatto un po’ di giochi di prestigio, chiedendole di indovinare in quale dei due pugni avessi nascosto il numerino. Alla fine, visto che il flusso dei numerini sul cartellone pareva inceppato, mi sono inventata un gioco nuovo: le ho fatto sentire il canto di un canarino tenore su youtube. Titti inclinava la testolina ora da una parte ora dall’altra. Poi ha risposto al canarino col suo canto canino, come fa con l’armonica di Bob Dylan e le ambulanze. Tutti hanno fatto finalmente silenzio. Io ho pensato che sarebbe stato bello se Titti avesse conosciuto Cippi, che gorgogliava come la chitarra di Segovia e mi si posava sulla spalla per pizzicarmi l’orecchio. Ma il piccolo tramonto è morto a undici anni, quando io ne avevo poco più di venti. Se Titti avesse cantato con Cippi adesso forse non ci sarebbe. Quindi meglio che non l’abbia conosciuto. Gli esperti dicono che quando certi cani ululano nel sentire la sirena dell’ambulanza lo fanno per istinto ancestrale, perché il suono viaggia sulle stesse frequenze dell’ululato dei lupi. Titti ulula a Bob Dylan e all’ambulanza, ma quando sente le registrazioni degli ululati dei lupi non fa una piega. Al limite sospira e mi guarda perplessa come a dire “ti prego, ma’, spegni ‘sta lagna”. Ma al canarino risponde. “Sarà che Titti di Gatto Silvestro era un canarino”, ho pensato. “Basterà come evidenza scientifica della risposta al richiamo ancestrale?” Mi sono chiesta. Mentre Titti mi stava lavando le orecchie, è arrivato il nostro turno. Abbiamo ritirato l’agognato certificato, salutato tutti i fratelli ancora prigionieri, e siamo uscite dal palazzone per continuare a esplorare una via del Lavoro bella come qualsiasi posto dove vai con un amico. Poi Titti mi ha guidata sulla strada di casa, anche se non rischiavo di perdermi dietro a pensieri belli per esorcizzare le brutture, perché non le avevo viste.

Quando lui/lei vi dice: “Che barba, che noia. Che facciamo, dove andiamo di bello?” Mollatelo/a lì. Scappate. Cercate le persone che sono una casa da portarsi sempre dietro, dove entrare come le tartarughe, da dove sporgere il collo fino in fondo, per vedere bella perfino via del Lavoro nella nebbia fitta alla periferia di Bruges-la-morte. Ululate coi canarini.

Chiara De Luca

Photo by Chiara De Luca

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