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MANCINELLI, Franca

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In Pasta madre Franca Mancinelli accoglie tra le mani la materia del reale per riplasmarla nel vero volto di sé e di ciò che ci circonda. Tutto in questa raccolta è metamorfosi incessante, inesausto mutamento. Il corpo della scrittura si fluidifica a inglobare l’umano, l’animale, il vegetale, il minerale, scambiandoli, mescolandoli, lasciando che il sangue degli uni scorra nelle vene degli altri, nel reciproco esondare l’uno nell’altro attraverso vasi contigui, comunicanti, dialoganti.

Per la Mancinelli scrivere è accogliere, lasciare entrare il mondo attraverso la finestra spalancata del sé, lasciarsene invadere e pervadere, restando “[…] obbedienti / al dovere che disegna / nel muro una porta”. Prerogativa del poeta non è definire, fissare, nominare, bensì lasciare fluire dentro di sé l’alterità, come fanno le grondaie “colme acquasantiere”, di cui occorre assumere la forma, per raccogliere le lacrime offerte alla sacralità del dolore. Accogliere il mondo è fare del proprio viso una “ciotola buona” e delle mani un cucchiaio per contenerlo. E le mani si colmano d’ombra, a lavare il punto in cui sorgeva “un viso, una profonda / e chiara insenatura”, altra ciotola accogliente, che per il troppo contenere ha perduto i suoi contorni, inabissandosi. Contenere ogni cosa e pronunciarla senza pretesa di nominarla, significa per la poetessa farsi piccoli fino alla dissoluzione, svanire incarnando l’alterità, divenire “cosa tra le cose”, mentre la luce s’impiglia tra le costole, “nel petto come / tra i raggi di una bici”. Ma occorre contenere anche il buio (“cucchiaio nel sonno / il corpo raccoglie la notte”), in una sorta di in-coscienza vigile che supera il terrore di esistere nell’ansia di svanire. In questo morire a se stessi per accogliere il mondo e ricrearlo, lo sguardo della poetessa si fa tagliente; la pasta del linguaggio, si piega malleabile alle esigenze del verso, si frange negli enjambement e ricompone nell’andamento circolare di ogni singolo testo e dei motivi ricorrenti che del corpus complessivo fanno un unico nucleo, magmatico, costantemente in movimento. Il corpo stesso della poetessa si fa ciotola, con-tiene il reale lasciandosene impregnare, senza costringerne i confini in una forma, bensì ampliandoli e restringendoli nell’impasto della parola.

In Pasta madre l’elemento animale fluisce nell’umano, l’umano ramifica nel vegetale, impietra nell’oggetto e si fa in pezzi, mentre l’io si dissolve e si riforma alternativamente, in una sorta di processo alchemico teso alla ricostruzione di sé. Assistiamo così a un processo di antropomorfizzazione a rovescio, in virtù del quale l’essere diviene pianta e radice, ma anche seme – leit motiv più volte ricorrente in queste poesie – coincidendo con l’origine, vita quiescente in attesa di nuova fioritura, vita che si pianta altrove, pur restando all’interno di una stanza, sulle cui pareti lo sguardo segna e apre nuove porte per chiamare a sé il mondo.

Ridare forma al mondo e all’umano significa liberarsi della propria condizione umana, e con essa del dolore profondamente connaturato al pensiero e alla consapevolezza. Per affrancarsi dal carnefice dell’io “che ti alza presto” privandoti d’ogni difesa e calore, la poetessa si rifugia nella naturalezza animale, nell’istinto di conservazione che scaturisce dalla contiguità con la morte: “Nella cancrena aperta con i gesti / vedo, e smetto di germogliare / questa resina inutile. // Poi con le labbra mi prendo / e porto a dormire come farebbe / una gatta col figlio.” Svestendosi del corpo, per abbracciarsi come altro corpo dall’esterno, la poetessa stessa diviene (pasta) madre, in grado di ridarsi forma e rigenerarsi.

Ora che i genitori sono divenuti “frutti che non potevano / marcirmi attaccati”, spetta infatti alla figlia portare “nel becco il ricordo / il seme che sono stati”.

Per sentirsi occorre fare spazio e silenzio, disporsi all’ascolto della migrazione animale che si compie nel sangue, tra le maglie della rete dei contorni umani,.

Per superarsi occorre uscire dai volti “crepando / in un sorriso di muschio”, o seppellirsi, “tornare calda radice”, per poi di nuovo germogliare e spargere semi,. Occorre farsi pasto in un dono di sé e di sé nutrirsi per nutrire l’Altro, in una sorta di fotosintesi che spezza il “vetro che divide / l’ossigeno dal cuore”, finché i piedi si fanno “secche foglie” e “le ossa oltre la carne, / gemme nell’inverno / e armatura”, difesa della carne dall’interno, in un circolare avvicendarsi di morti e di rinascite, nel susseguirsi delle stagioni dell’anima: “Per te avrò aghi sempreverdi / e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.”

Ma per rinascere è necessario anche separarsi, liberando il sé dall’abito di dolore che lo nega e  immobilizza, è necessario gettarsi contro un futuro che non c’è, contro una “luce che non si apre, che ci spezza”, uscendo da un buio avvolgente e sicuro. Per generarsi occorre abbandonare la “scorza”, superare i confini del corpo, lasciando la pelle sul lenzuolo “come una biscia al cambio di stagione”, sentirsi spossessata e spezzata tra la vita e la sua negazione, come “una lucertola che si divide / a metà con la morte”, che si separa, si dona, si abbandona e prosegue “abbreviata”, eppure moltiplicata dalle istanze della metamorfosi.

L’essere sradicato si ritrova perciò inerme, rovesciato sul dorso, offerto, nella resa: “Cani sulla schiena / in attesa di carezze, / cimici sbandate, / le zampe in aria a camminare / cercando terra.”

Certa è solo la caduta delle foglie che si staccano dai rami e apprendono il volo dagli uccelli. Ma il loro è un volo breve, confinato entro i limiti del prima e del dopo, che è tutto oscuro potenziale, pasta madre, racchiusa nel seme ancora da spaccare.

Chiara De Luca

Già pubblicata in Poesia, di Luigia Sorrentino

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