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Marcos Ana, Datemi il nome dell’amore

di Chiara De Luca

 

Fernando Macarro Castillo, che, unendo i nomi del padre e della madre, assunse lo pseudonimo letterario di Marcos Ana, è morto il 24 novembre del 2016 all’età di 96 anni, ovvero 73, se – come era solito fare lui – alla sua età anagrafica sottraiamo i 22 anni e sette mesi di prigionia che gli conferiscono il triste primato di decano dei prigionieri politici durante il regime franchista.

 La sua vicenda esistenziale è terribile e straordinaria. Marcos Ana fu fermato come dissidente politico nel marzo del 1939 dai fascisti italiani della divisione Littorio nel porto di Alicante e tradotto nel campo di concentramento di Albatera. Condannato due volte alla pena capitale, sottoposto per giorni a torture inumane e rinchiuso per lunghi periodi in cella di isolamento, Ana fu di volta in volta trasferito dalla prigione madrilena di Conde de Toreno, dove conobbe Miguel Hernández, morto in cella, al penitenziario di Ocaña, dalla prigione di Alcalá de Henares, dove era recluso anche il poeta José Luis Gallego, al penitenziario di Burgos, dove rimase rinchiuso quindici anni, fino alla liberazione, la sera del 17 novembre 1961.

Il poeta, che, essendo originario di una famiglia poverissima, aveva avuto l’opportunità di apprendere “appena l’ABC”, definisce Burgos la sua università, dove fu per tutti “professore di ottimismo”. È lì infatti che i suoi compagni riuscirono a fargli pervenire copia di una raccolta poetica di Machado. Seguirono libri di Lope de Vega, Quevedo, García Lorca, Rafael Alberti, Miguel Hernández… Ana racconta che non era tanto difficile far entrare i libri in carcere, quanto piuttosto riuscire a custodirli. La biblioteca del carcere era infatti fornita di un numero ristretto di testi “banali o religiosi”, recanti sulla prima pagina un timbro che li identificava come “libri approvati”. Allora il poeta e i compagni di prigionia, tra cui faceva girare i libri, inventarono uno stratagemma: forti delle abilità artigiane affinate in carcere, ricostruivano i libri alternando cento pagine dei libri amati con cento pagine dei libri approvati, e rilegavano ex novo i volumi, curando che la prima pagina restasse quella con il timbro legittimante. Così accadeva che “fuori era la Storia di Santa Genoveffa, e dentro Il Capitale”. Marcos Ana cominciò a scrivere nel 1954, in cella d’isolamento, dove i compagni gli fecero avere dei libri di Neruda e Rafael Alberti, manipolati a lungo, perché una volta nascosti nel materasso non facessero rumore insospettendo le sentinelle. Il poeta scriveva con un piccolo lapis passatogli dai compagni, alla luce di una minuscola candela messa insieme con un calamaio, dell’alcol e uno stoppino, appoggiandosi sul retro del piatto che gli davano per mangiare. Una volta uscito dalla cella d’isolamento, Ana si lasciò convincere dai compagni di prigionia a cercare di far evadere i suoi versi, “come un naufrago che getti un messaggio in bottiglia senza sapere se mai raggiungerà il destino di qualcuno”. Quando poco tempo dopo, dal Messico, gli giunse un pacchetto che, assieme a riviste e libri clandestini, conteneva anche una raccolta di una decina di sue poesie, Ana si rese conto che i suoi versi potevano costituire uno strumento utile a far conoscere all’esterno la condizione dei prigionieri. Negli anni le sue poesie, cui, a suo stesso dire, prima aveva dato poco peso, riuscirono a precederlo, a tornare alla luce, varcando quei muri, quel cemento, quelle lastre immobili di cui ossessivamente parlano, attraversando il cortile sormontato dal pezzetto di cielo che era divenuto il suo mondo. I suoi compagni di prigionia le imparavano a memoria e le portavano fuori con sé quando venivano scarcerati. Ben presto Marcos Ana entrò in contatto con i poeti in esilio, tra cui María Teresa León e Rafael Alberti, che gli facevano pervenire le loro lettere nascoste all’interno di tubetti di dentifricio e si adoperavano per far conoscere la sua poesia all’estero.

Una volta tornato in libertà, il poeta doveva nascere una seconda volta, ma senza “poter piangere come un bambino”. “La cosa più difficile per me dopo tanti anni di prigione”, racconta in un’intervista, “fu la libertà. Io in carcere sapevo vivere. Ero come un pezzetto in più di quelle pietre. La cosa più difficile fu uscire a 41 anni, dopo averne passati 23 da carcerato. Fu come se mi avessero abbandonato su un altro pianeta. Per me fu una cosa terribile: l’adattamento alla vita, alla libertà […] Ero consapevole di cosa significasse essere adulto, ma allo stesso tempo avevo il candore e l’inesperienza di un adolescente”.

In quel pianeta sconosciuto e tutto da esplorare, ogni cosa, anche le più semplici e quotidiane, risultava difficile per il poeta appena venuto alla luce. Ana racconta che digeriva con difficoltà gli alimenti, provava nausea quando saliva su qualsiasi veicolo, i suoi occhi, abituati alla prospettiva limitata del carcere, faticavano ad adattarsi al repentino ampliamento degli orizzonti, così che aveva la sensazione di vedere attraverso gli occhiali di un altro. Ma la difficoltà più grande per il poeta fu imparare a rapportarsi al mondo, alla gente “libera”, alle donne, di cui in carcere si parlava molto, ma che suscitavano in lui attrazione e paura, tanto che le seguiva per ore, per poi fermarsi ogni volta a vederle sparire sull’autobus o sul metrò, che le portavano via senza che lui trovasse il coraggio di fermarle.

“Ditemi com’è il bacio di una donna / Datemi il nome / dell’amore: non ricordo”, scriveva Marcos Ana dal carcere. Ma dell’amore il poeta conosceva la forma più solida, pura, ingenua, che aveva preservato dentro di sé, assieme ai ricordi sereni, di cose semplici, di “un’infanzia selvaggia, / un dolce amore ingenuo, / e due nomi incisi / nel tronco più vecchio”. “Abbandonato a se stesso, il prigioniero ripercorre con sempre nuovo ardore gli avvenimenti passati”, scrive Viktor E. Frankl in Uno psicologo nei lager, “non quelli grandi, ma i più quotidiani. Spesso il pensiero si volge a cose o eventi insignificanti della vita precedente, quasi trasfigurati nel mesto ricordo. Distolta dall’ambiente e dal mondo attuale, volta indietro nel passato, la vita interiore acquista un’impronta speciale. Il mondo e la vita sono lontani; lo spirito torna a loro con nostalgia”. Forse per questo la poesia di Marcos Ana appare così sospesa tra la scarna descrizione della durezza di una contingenza che a tratti sfuma fino a dissolversi, e l’attualizzazione di un passato che, pur trasfigurato dagli occhi nostalgici della memoria, appare comunque altrettanto concreto, vivo, tangibile.

Alla dura “Università di Burgos”, il poeta aveva imparato a oggettivare al massimo l’immagine mentale, a tracciarne con impeccabile nettezza i confini, in modo da non smarrirli. Per questo voleva che le sue parole avessero “osso / e struttura di pietre palpitanti; / vederle sempre in piedi (torri erranti / della vita e l’uomo), con il loro peso”.

Quella di Marcos Ana è una parola poetica ‘ingenua’ e nel contempo profondamente consapevole, così come il poeta stesso, la cui vita è stata interrotta in modo tanto brusco e inumano da istituire un paradosso esistenziale che si riflette nelle sue poesie, canto fanciullo di un uomo “murato” proprio durante il pieno rigoglio dei suoi ideali e delle energie giovanili, in qualche modo confinato in una dimensione adolescenziale, in cui doveva ingaggiare la più adulta delle lotte per la sopravvivenza. Quegli ideali, quei sogni e desideri alti e brucianti, costituivano l’arma di difesa che il poeta imbracciava nei momenti più duri, opponendola all’insensato. Ed è proprio in virtù di questa lotta che rimasero intatti. Ulteriore riprova è il racconto di come il poeta scoprì l’amore sensuale, con Isabel, una giovane prostituta cui un solidale amico del poeta aveva dato mille pesetas perché lo iniziasse. Di fronte ai timori e alle inibizioni del poeta, che quando si ritrovò solo con lei avrebbe voluto che “la terra lo inghiottisse”, la ragazza pensò che fosse ubriaco. Poi camminarono a lungo, lui le raccontò la sua storia di prigionia, mentre lei piangeva stringendogli le mani, infine entrarono in un albergo, dove, racconta il poeta, la ragazza lo aiutò a vincere tutte le sue timidezze e inibizioni “con una tenerezza e una umanità straordinarie”. Il giorno dopo l’unico desiderio del poeta era quello di rivedere Isabel. Mentre si rammaricava di non avere altro denaro, ritrovò in tasca i soldi della notte prima. La ragazza glieli aveva lasciati con un biglietto: “Perché tu torni questa notte”. Proprio quando stava per vincere ogni titubanza, il poeta decise di non andare: “Ma, a poco a poco, fui assalito dall’idea che se l’avessi vista si sarebbe rotto l’incanto della notte prima.

Queste mille pesetas le aveva guadagnate lei, e, se fossi andato a trovarla con quel denaro, l’avrei trattata come una prostituta, ovvero, avrei contribuito anche io a prostituirla”. Così acquistò mille pesetas di fiori, che lasciò nell’albergo, con un biglietto su cui scrisse il nome della ragazza. 

I versi di questo “poeta che nacque due volte”, come ha titolato un articolo del “Corriere della Sera” (30-03-2008), coincidono con la voce di un’anima che ha saputo mantenersi pura e generosa pur avendo affrontato le più impensabili atrocità. È una voce chiara, limpida, che fa uso delle poche parole appartenenti al quotidiano, al suo quotidiano, sono parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Punito. Morti / in croce”. E di parole appartenenti a una realtà lasciata fuori delle mura del carcere, eppure mai dimenticata, rigirate nella mente per non perderne il senso, anche se tutto il mondo era confinato in un cortile, delimitato da lastroni e cemento, “parole che ardono sulle labbra, / scintille nel petto: / Solidarietà. Amore. / Libertà. Patria. Respiro. / Creazione. Luce. Futuro per tutti. / Figli. Donna. Compagni. / Il mondo. L’umanità. La pace. / Una bandiera, una patria, un popolo. / L’amnistia, il mare e il vento / per il prigioniero”.

All’“Università di Burgos” il poeta imparò a restituire al dire il suo senso pieno, perciò non aveva bisogno di utilizzare alcun artificio per abbellirlo o conferirgli forza. La cosa che più gli interessava era che comunicassero – con immediatezza, efficacia e verità – ciò che stava accadendo, alla sua vita e a quella dei compagni di prigionia, e che servissero a dissetare “un altro labbro deserto e perseguitato”. Le parole di Ana sono nude, scarne, ridotte alla loro essenzialità, che le rende tanto più pregnanti e incisive. Il dolore, lo strazio fisico e morale, così come l’attesa senza fine e una segreta speranza mai tramontata, non vengono in alcun modo “spiegati”. Sono lì, nella concretezza delle immagini, nella “semplicità” dell’incedere del verso, come quando racconta della madre, “una santa, / una manciata di carne consumata, / infagottata e sola nel silenzio”, trovata morta in un fossato, dove aveva perso conoscenza dopo essersi aggirata a lungo nei pressi delle porte del carcere, tentando inutilmente di convincere le sentinelle a farle vedere il figlio, condannato a morte per la seconda volta, nel ’43.

“Questa fu la mia scuola e quella di molta altra gente”, dice con pacata lucidità Marcos Ana in un’intervista, “e così trascorsero gli anni di prigionia. Oggi mi guardo indietro quasi con nostalgia […] Sapevi che il futuro ti apparteneva, anche se stavi soffrendo e potevano riempirti la testa di piombo, anche se ti sarebbe toccato cadere, però ci sembrava che il futuro fosse nostro”. Per questo nella poesia di Marcos Ana, anche nei momenti di più cupo sconforto e grande esasperazione, c’è una costante richiesta, forte e fiduciosa, altissima e umana, di libertà, di vita, incarnata in un canto sommesso, come una nenia di speranza che non cede e culla un ostinato sogno di l libertà: “Se un giorno uscirò alla vita […] Che l’amicizia non trattenga / il passo sulla soglia, / né la rondine il volo, / né l’amore le labbra. Nessuno. // La mia casa e il mio cuore / mai chiusi: che passino / gli uccelli, gli amici, / e il sole e l’aria”. La cosa che più sorprende è che

non vi sia traccia di lamento in questa poesia, né di rabbia o rancore, che non vi sia accusa o giudizio nei confronti degli aguzzini, solo la voce di un uomo che “dal carcere grida il suo dolore, un dolore in cui non esiste però alcuno spazio per l’odio”, ha scritto Manuel Aznar Soler. “Né un morto, né mille morti, né tutti i morti del mondo potranno restituirmi i pezzi di vita lasciati nei cortili e nelle celle delle carceri”, dice ancora il poeta. “L’unica cosa che potrebbe un poco ricompensarmi è veder trionfare gli ideali per i quali ho lottato, per i quali ha lottato tutta una generazione”.

Marcos Ana ha vissuto l’angoscia di due condanne a morte, ha sopportato diverse giornate di tortura, durante le quali la sua più grande paura era quella di perdere la ragione, per cui aveva elaborato una sua strategia di difesa: “La mia forza era immaginare il ritorno in prigione. A me, in prigione, tutti volevano bene, mi chiamavano ‘il ragazzo’, perché ero uno dei più giovani, e tutti mi conoscevano. Io pensavo: ‘Se torno senza aver confessato nulla, dopo aver resistito e salvato la situazione, la gente mi mangerà d’abbracci. E se invece tornassi dopo aver parlato? Non riuscirei più a guardare in faccia nessuno, sarei come un fantoccio, sempre solo in un angolo del cortile’”.

È grazie a questa sua rara umanità che il poeta è sopravvissuto “alla durissima vita carceraria, in condizioni infernali, esposto a ogni genere di malattia del corpo e della mente. Ma, soprattutto, Marcos Ana è sopravvissuto con purezza impressionante all’odio. […] Marcos è una vittima che non chiede vendetta. Chiede che l’orrore vissuto dal popolo spagnolo durante e dopo la guerra non si ripeta”, ha detto Almodóvar al “País”. “Ma non c’è ombra d’arcangelo / vendicatore nelle mie vene”, scrive infatti il poeta, “Spagna è il solo grido / del mio dolore che sogna”. La sua poesia è soprattutto una risposta a questa esigenza di giustizia, e in quanto tale nasce da una necessità profonda, che inevitabilmente la spoglia di tutto quanto è accessorio e inessenziale. “La poesia è soprattutto un’arma per lottare per la libertà”, afferma, “non so se i miei versi siano buoni o cattivi, so soltanto che furono necessari” (“El País”).

Il desiderio di Marcos Ana fu accontentato: i suoi versi furono altrettanto necessari ai suoi compagni di prigionia, così come alle persone che essi riuscivano a raggiungere all’esterno. “Eri il volto che attendevamo, risorto, raggiante, come se in te tornassero a vivere lottando quelli che sono caduti”, gli scrisse nel gennaio del 1962 Pablo Neruda salutando la sua liberazione.

 

Articolo pubblicato in “Poesia”, Anno XXI, nr. 227, maggio 2008.

Marcos Poesia_Photo_courtesy_Andrea De Lotto

Tiene palabras frías como espadas:
Recuento.
uros, cerrojos. El patio.
Celda. Sancionado. Muertos
en cruz.
El Tribunal. La condena.
Losas de piedra. Cemento.
Y el “alerta” que deshace
la estructura del silencio.

Tiene palabras que arden en los labios,
arrancadas del pecho:
Solidaridad. Amor.
Libertad. Patria. Aliento.
Creación. Luz. Futuro para todos.
Hijos. Mujer. Compañeros.
El mundo. La humanidad. La paz.
Una bandera, una patria, un pueblo.
La amnistía, el mar y el viento
para el preso.

 

 

 

 

 

Quiero que mis poemas tengan hueso
y estructura de piedras palpitantes;
verlos siempre de pie (torres errantes
de la vita y el hombre), por su peso.

Capaces de ser bala y de ser beso,
cantos de paz o puños resonantes;
azules como el rayo o verdeantes
como olivo maduro… Que su espeso

son a metal, colmena o bosque herido,
suba desde mi sangre, tensamente,
a otro labio desierto y perseguido.

 

 

 

 

 

Decidme cómo es un árbol.
Decidme el canto de un río
cuando se cubre de pájaros.
Habladme del mar. Habladme
del olor ancho del campo.
De las estrellas. Del aire.
Recitadme un horizonte
sin cerradura y sin llaves
como la choza de un pobre.
Decidme cómo es el beso
de una mujer. Dadme el nombre
del amor: no lo recuerdo.
(¿Aún las noches se perfuman
de enamorados con tiemblos
de pasión bajo la luna?
¿O sólo queda esta fosa,
la luz de una cerradura
y la canción de mis losas?)
22 años. Ya olvido
la dimensión de las cosas,
su color, su aroma… Escribo
a tientas: “El mar”, “El campo”…
Digo “Bosque” y he perdido
la geometría del árbol.
Hablo por hablar de asuntos
que los años me borraron.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

(No puedo seguir: escucho
los pasos del funcionario).

 

 

 

 

 

Autobiografía

Mi pecado es terrible;
quise llenar de estrellas
el corazón del hombre.
Por eso aquí entre rejas,
en diecinueve inviernos
perdí mis primaveras.
Preso desde mi infancia
ya muerte mi condena,
mis ojos van secando
su luz contra las piedras.
Mas no hay sombra de arcángel
vengador en mis venas:
España es sólo el grito
de mi dolor que sueña.

 

 

 

 

 

Mi mundo es un patio

A María Teresa León

La tierra no es redonda:
es un patio cuadrado
donde los hombres giran
bajo un cielo de estaño.

Soñé que el mundo era
un redondo espectáculo
envuelto por el cielo,
con ciudades y campos
en paz, con trigo y besos,
con ríos, montes y anchos
mares donde navegan
corazones y barcos.
Pero el mundo es un patio.
(Un patio donde giran
los hombres sin espacio.)

A veces, cuando subo
a mi ventana, palpo
con mis ojos la vida
de luz que voy soñando.
y entonces, digo: “El mundo
es algo más que el patio
y estas losas terribles
donde me voy gastando”.

Y oigo colinas libres,
voces entre los álamos,
la charla azul del río
que ciñe mi cadalso.
“Es la vida”, me dicen
los aromas, el canto
rojo de los jilgueros,
la música en el vaso
blanco y azul del día,
la risa de un muchacho…

Pero soñar es despierto
(mi reja es el costado de un sueño
que da al campo).

Amanezco, y ya todo
– fuera del sueño – es patio:
un patio donde giran
los hombres sin espacio.

¡Hace ya tantos siglos
que nací emparedado,
que me olvidé del mundo,
de cómo canta el árbol,
de la pasión que enciende
el amor en los labios,
de si hay puertas sin llaves
y otras manos sin clavos!

Yo ya creo que todo
– fuera del sueño – es patio.

(Un patio bajo un cielo
de fosa, desgarrado,
que acuchillan y acotan
muros y pararrayos.)

Ya ni el sueño me lleva
hacia mis libres años.
Ya todo, todo, todo,
– hasta en el sueño – es patio.

Un patio donde gira
mi corazón, clavado;
mi corazón, desnudo;
mi corazón, clamando;
mi corazón, que tiene
la forma gris de un patio.
(Un patio donde giran
los hombres sin descanso.)

 

 

 

 

Te llamo desde un muro

Oye, hermano, te llamo desde un muro;
clavado entre unas piedras
donde las sombras hacen su nidada.
Hablo desde la pena.
Entre los huesos mismos del dolor te llamo.
Mi voz, como esas hierbas
que en la ranura de una roca crecen,
se ha mantenido pura!
no escupió a su bandera,
ni doblegó sus hombros,
ni ha mentido canciones,
ni se pasó al oscuro.

Veinte veces cruzó la primavera,
y mis alas a un cepo atrapadas,
y el ardor de mi sangre entre cadenas.
¡Pero hoy mi voz – sin llanto – te reclama!
Mi lengua es una herida que flamea,
como un pájaro ardiendo en tu ventana.

Ni un día más, amigo. No consientas
este tropel de muros obcecados;
tanta luz sin salida, tanta puerta
cerrada ante mis ojos.

Mi corazón te espera,
aguarda tu palábra y en los muros,
como un río apresado, se golpéa.

 

 

 

 

 

A los católicos

Mi madre era una santa,
un puñado de carne consumida,
arrebujada y sola en el silencio.
Que murió de rodillas – me contaron –,
crucificada sobre un leño de llanto,
con mi nombre de hijo entre sus labios,
pidiendo a Dios el fin de mis cadenas.

(Hoy hay madres que rezan todavía
– miles de corazones prosternados –
por sus hijos heridos en las sombras
y otras mujeres luchan, golpean
en las puertas de la tierra,
exigen a los hombres la muerte de los muros.)

Escúchame, quienquiera que tú seas
si es que el amor a Dios el alma te ilumina;
no puedes de este mundo así marcharte,
emprender la gran senda con las manos vacías,
llegar ante las puertas de Dios, que tu fe sueña
para decir: “Señor, no traigo nada;
dame un punto de amor de tu lumbre divina”.

Porque el Señor, tu Dios, contestaría:
“Vete, rompe tus pies por los bermejos hielos infinitos,
apóyate en la vara nudosa de tus odios,
serás un caminante para siempre si no hallas
la palma del amor que no quisiste
tomar del árbol que plantó Mi Sangre”.

 

 

 

 

 

Mi vida,
os la puedo contar en dos palabras:
Un patio.
Y un trocito de cielo
por donde a veces pasan
una nube perdida
y algún pájaro huyendo de sus alas.

 

 

 

 

 

Mi casa y mi corazón
(sueño de libertad)

Si salgo un día a la vida
mi casa no tendrá llaves:
siempre abierta, como el mar,
el sol y el aire.
Que entren la noche y el día,
y la lluvia azul, la tarde,
el rojo pan de la aurora;
la luna, mi dulce amante.
Que la amistad no detenga
sus pasos en mis umbrales,
ni la golondrina el vuelo,
ni el amor sus labios. Nadie.
Mi casa y mi corazón
nunca cerrados: que pasen
los pájaros, los amigos,
el sol y el aire.

 

 

 

 

 

Pequeña carta al mundo

Los dientes de una ballesta
me tienen clavado el vuelo.

Tengo el alma desgarrada
de tirar, pero no puedo
arrancarme estos cerrojos
que me atraviesan el pecho.

Siete mil doscientas veces
la luna cruzó mi cielo
y otras tantas, la dorada
libertad cruzó mi sueño.
El Sol me hace crecer flores,
¿para qué, si estéril veo
que entre los muros mi sangre
se me deshoja en silencio?

No sabéis lo que es un hombre,
sangrando y roto, en un cepo.
Si lo supieseis vendrías
en las olas y en el viento,
desde todos los confines,
con el corazón deshecho,
enarbolando los puños
para salvar lo que es vuestro.
Si llegáis ya tarde un día
y encontráis frío mi cuerpo;
de nieve, a mis camaradas
entre sus cadenas muertos…
recoged nuestras banderas,
nuestro dolor, nuestro sueño,
los nombres que en las paredes
con dulce amor grabaremos.
Y si no nos cerráis los ojos
¡dejadnos los muros dentro!
que se pudran con el polvo
de nuestra carne y no puedan
ser nuevas tumbas de presos.
No sabéis lo que es un hombre
sangrando y roto, en un cepo.
Si lo supierais vendríais,
en las olas y en el viento,
desde todos los confines,
para salvar lo que es vuestro.
Si llegáis ya tarde un día
y encontráis frío mi cuerpo
buscad en las soledades
del muro mi testamento:
al mundo le dejo todo,
lo que tengo y lo que siento,
lo que he sido entre los míos,
lo que soy, lo que sostengo:
una bandera sin llanto,
un amor, algunos versos…
y en las piedras lacerantes
de este patio gris, desierto,
mi grito, como una estatua
terrible y roja, en el centro.

 

 

 

 

 

Imaginaria

Al pintor Miguel Vázquez
Al que sorprendí una noche llorando en la cárcel de Burgos.

Oídme amigos. He visto
con los ojos soñolientos
algo que quiero contaros.
Es la madrugada. Un preso
enfrente de mí despierta.
Se incorpora sobre un codo.
Lía un cigarro. Se sienta.
Mientras fuma tiene ausente
la mirada, como dormida la frente.
(Sueña el viento en la ventana.)
Tira el cigarro. Se inclina.
Saca un pedazo de pan,
se lo come lentamente
y después… rompe a llorar.
(Quizás no tenga importancia…
Yo os lo cuento.)
Ya sabéis que a mi las losas
me han gastado hasta los huesos
del corazón,
pero ver llorar a un hombre
es algo, siempre, tremendo.
Y este preso no es un árbol
que se ha roto. Sigue ileso.
Pero de pronto ha venido
todo lo “suyo” a su encuentro
en esta noche tranquila…
Con su dolor en mi pecho
le miro. No puede verme.
Sus ojos están muy lejos.
Sus ojos cerca, llorando
tan suave, tan hondamente
que apenas si mueve el aire
y el silencio.
Un “alerta” le estremece.
(Por el patio
se oye cruzar el relevo.)

 

 

 

 

 

Muros hirsutos. Ásperas cortezas
donde el hombre se duele cada día.
Apretada oquetad de llaga y fosa.

Socavón de Castilla. Lento espanto.
Catedral Invertida hacia la tumba,
bajo una piel de piedra cancerosa.

Hay un árbol, aquí, pleno, enterrado,
de corazones vivos, que semejan
tréboles rojos en la luz borrosa:

muchas hojas, sin sangre, van cayendo;
mas su raíz fosfórica florece
una bandera abierta en casa losa.

Y en esta pena oscura donde habita
mi corazón en sombras, ya tan sólo
la luz de esa bandera es asombrosa.

 

 

 

 

 

A España en su jornada por la amnistia

Como un mar imponente en oleadas
suben hasta mi herida fosa oscura,
el clamor de la gente, esa hermosura
de luminosas lenguas desatadas.

Mi voz quiere ir contigo, España. Es dura
esta mudez impuesta por espadas.
Duras son las palabras sepultadas
bajo el silencio alzado en dictadura.

Mira mis manos: crujen contra el muro,
en busca de una luz, una ventana,
llagas de sombra y de dolor oscuro.

Y oye a mi corazón – roja campana –
sonar contra las piedras, ya maduro
de esperar en la pena tu mañana.

 

 

 

 

 

Aún es de sueño la llave,
y sólo aroma la puerta.
¡Amigos, buscad acero;
forjad la llave maestra
con la voz del pueblo entero!

La llave de la amnistía,
para el corazón del hombre
prisoníero en la agonía.

Aún es de viento la llave,
y sólo silba en la puerta.
¡Amigos, buscad acero;
forjad la llave maestra
con la voz del pueblo entero!

La llave de la amnistía,
para el alma que florece
llanto en el revés del día.

Aún es de llanto la llave,
y se derrama en la puerta.
¡Amigos, buscad acero;
forjad la llave maestra
con la voz del pueblo entero!
La llave de la amnistía,
que de par en par nos abra
los campos de la alegría.

 

Ci sono parole fredde come spade:
Conteggio.
Muri, catenacci. Il cortile.
Cella. Punito. Morti
in croce.
Il Tribunale. La condanna.
Lastre di pietra. Cemento.
E l’“allerta” che disfa
la struttura del silenzio.

Ci sono parole che ardono sulle labbra,
scintille nel petto:
Solidarietà. Amore.
Libertà. Patria. Respiro.
Creazione. Luce. Futuro per tutti.
Figli. Donna. Compagni.
Il mondo. L’umanità. La pace.
Una bandiera, una patria, un popolo.
L’amnistia, il mare e il vento
per il prigioniero.

 

 

 

 

 

Voglio che le mie poesie abbiano osso
e struttura di pietre palpitanti;
vederle sempre in piedi (torri erranti
della vita e l’uomo), grazie al loro peso.

Capaci di essere proiettile e bacio,
canto di pace o pugni sonori;
azzurre come il raggio o verdeggianti
come l’olivo maturo… Che il loro spesso

suono metallico, alveare o bosco ferito,
mi esca dal sangue, teso a bagnare
un altro labbro deserto e perseguitato.

 

 

 

 

 

Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto di un fiume
quando si copre di uccelli.
Parlatemi del mare. Parlatemi
dell’ampio odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.
Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.
Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.
(Le notti si profumano ancora
d’innamorati e neri ontani
di passione sotto la luna?
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lastre?)
22 anni. Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro aroma… Scrivo
alla cieca: “Il mare, “La campagna”…
Dico “Bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
Parlo per parlare d’argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Non posso continuare: ascolto
i passi del funzionario).

 

 

 

 

 

Autobiografia

Il mio peccato è terribile
volli colmare di stelle
il cuore dell’uomo.
Per questo, qui tra le sbarre,
in diciannove inverni
persi le mie primavere.
Prigioniero dall’infanzia
a morte la mia condanna,
i miei occhi si stanno prosciugando
la luce contro le pietre.
Ma non c’è ombra d’arcangelo
vendicatore nelle mie vene:
Spagna è il solo grido
del mio dolore che sogna.

 

 

 

 

 

Il mio mondo è un cortile

A María Teresa León

La terra non è rotonda:
è un cortile quadrato
dove gli uomini girano
sotto lo stagno d’un cielo.

Sognai che il mondo era
una scena rotonda
circondata dal cielo,
con città e campi
in pace, grano e baci,
fiumi, monti e ampi
mari dove navigano
cuori e barche.
Ma il mondo è un cortile.
(Un cortile dove girano
gli uomini privi di spazio.)

Talvolta arrampicandomi
alla mia finestra, palpo
con gli occhi la vita
di luce che vado sognando.
E allora dico: “Il mondo
è qualcosa di più di questo cortile
e delle terribili lastre
dove mi sto consumando”.

E sento colline libere,
voci tra i pioppi,
la chiacchiera azzurra del fiume
che cinge il mio patibolo.
“È la vita”, mi dicono
i profumi, il canto
rosso dei cardellini,
la musica nel vaso
bianco e azzurro del giorno,
la risata di un ragazzo…

Ma è sognare a occhi aperti
(la mia inferriata è il fianco
di un sogno che dà sulla campagna).

All’alba mi sveglio, e già tutto
– fuori dal sogno – è cortile:
un cortile dove girano
gli uomini privi di spazio.
Così tanti secoli già
da quando nacqui murato,
scordai il mondo,
come canta l’albero,
la passione che infiamma
l’amore sulle labbra,
e se ci siano porte senza chiavi
e altre mani senza chiodi!

Io già credo che tutto
– fuori dal sogno – sia cortile.

(Un cortile sotto un cielo
di fossa, lacerato,
che muri e parafulmini
pugnalano e recintano.)

Già più neppure il sogno mi riporta
fino ai miei anni liberi.
Già tutto, tutto, tutto.
perfino il sogno – è cortile.

Un cortile dove gira
il mio cuore, inchiodato;
il mio cuore, nudo;
il mio cuore, gridando;
il mio cuore che ha
la forma grigia di un cortile.
(Un cortile dove girano
gli uomini senza requie.)

 

 

 

 

Ti chiamo da un muro

Ehi, fratello, ti chiamo da un muro;
inchiodato tra pietre
dove nidifica l’ombra.
Ti parlo dalla pena.
Tra le ossa stesse del dolore ti chiamo.
La mia voce, come queste erbe
che crescono nella fessura di una roccia,
si è mantenuta pura!
Non sputò sulla sua bandiera,
né piegò le spalle,
né mentì canzoni,
né si diede al buio.

Venti volte passò la primavera,
e impigliate a un ceppo le mie ali,
e in catene l’ardore del mio sangue.
Ma oggi la mia voce – senza pianto – ti reclama!
La mia lingua è una ferita ardente
come un uccello che ti brucia contro la finestra.

Non un giorno di più, amico. Non acconsentire
a questo drappello di mura accecate;
questa luce senza uscita, questa porta
serrata davanti ai miei occhi.

Il mio cuore ti aspetta,
attende la tua parola e contro i muri,
come un fiume in trappola, si schianta.

 

 

 

 

 

Ai cattolici

Mia madre era una santa,
una manciata di carne consumata,
infagottata e sola nel silenzio.
Che morì in ginocchio – mi dissero –,
sopra un tronco di pianto crocifissa,
col mio nome di figlio tra le labbra,
chiedendo a Dio la fine di queste mie catene.

(Ancora oggi pregano le madri
– migliaia di cuori prostrati –
per i figli feriti nelle tenebre
e altre donne lottano, battono
alle porte della terra,
domandano agli uomini la morte dei muri.)

Ascolta, chiunque tu sia,
se mai l’amare Dio t’illumina l’anima;
non puoi andartene così da questo mondo,
imboccare l’ampia strada con le mani vuote,
arrivare davanti alle porte di Dio che sogna la tua fede,
per dire: “Signore, non porto nulla;
dammi un punto d’amore dalla tua divina fiamma”.

Perché il Signore, il tuo Dio, risponderebbe:
“Vattene, consumati i piedi nei vermigli geli infiniti,
appoggiati al bastone nodoso dei tuoi odî,
sarai un viandante per sempre se non troverai
la palma dell’amore che non hai voluto
prendere dall’albero che piantò il Mio Sangue”.

 

 

 

 

 

La mia vita,
ve la posso narrare in due parole:
Un cortile.
E un pezzetto di cielo
dove a volte passano
una nuvola smarrita
e qualche uccello con le ali in fuga.

 

 

 

 

 

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno uscirò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

 

 

 

 

Breve lettera al mondo

I denti di una balestra
m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata
a forza di tirare ma non posso
strapparmi questi catenacci
che mi trapassano il petto.

Settemiladuecento volte
la luna intersecò il mio cielo
e altrettante la dorata
libertà intersecò il mio sogno.
Il sole mi fa fiorire,
a che pro se sterilmente vedo
tra i muri questo sangue
mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
con il cuore disfatto,
inalberando i pugni
per salvare ciò che è vostro.
Se un giorno già tardi arriverete
e troverete freddo il mio corpo;
di neve, ai miei compagni
morti tra le catene…
raccogliete le nostre bandiere,
il nostro dolore, il nostro sogno,
i nomi che sulle pareti
con amore dolce avremo inciso.

E se ci chiuderete gli occhi
lasciateci i muri dentro!
Che si secchino con la polvere
della nostra carne e non possano
essere nuove tombe di carcerati.
Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto,
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
per salvare ciò che è vostro.
Se già tardi un giorno arriverete
e troverete freddo il mio corpo
cercate nelle solitudini
del muro il mio testamento:
al mondo lascio tutto,
ciò che possiedo, e sento
che tra i miei io sono stato,
sono, e che sostengo:
una bandiera senza pianto,
un amore, qualche verso…
e nelle pietre laceranti
di questo cortile grigio,
come una statua
rossa e terribile, nel centro.

 

 

 

 


Imaginaria

————————–Al pittore Miguel Vázquez
————————–Che sorpresi una notte mentre piangeva nel carcere di Burgos.

Ascoltate amici. Ho visto
con occhi pieni di sonno
qualcosa che voglio narrarvi.
È l’alba. Un prigioniero
di fronte a me si sveglia.
Si puntella su un gomito.
Rolla un sigaro. Si siede.
Mentre fuma è assente
lo sguardo, la fronte come in sonno.
(Sogna il vento contro la finestra.)
Aspira il sigaro. Si china.
Estrae un pezzo di pane,
lo mangia lentamente
e poi… scoppia in lacrime.
(Può darsi che non sia importante…
Io ve lo racconto.)
Già sapevo che a me le lastre
hanno consumato fino alle ossa
del cuore,
ma vedere un uomo piangere
è qualcosa di tremendo, sempre.
E questo prigioniero non è un albero
abbattuto. È ancora illeso.
Ma all’improvviso gli è venuto
incontro tutto il “suo”
in questa notte mite…
Col suo dolore in petto io
lo guardo. Lui non può vedermi.
I suoi occhi sono ben distanti.
I suoi occhi vicino, piangendo
così dolcemente, profondamente
che l’aria appena si muove
e il silenzio.
Un “allerta” lo scuote.
(Nel cortile
si sente passare la guardia.)

 

 

 

 

Muri scabri. Ruvide cortecce
dove l’uomo si duole ogni giorno.
Stretta cavità di piaga e fossa.

Vallo di Castiglia. Lento spavento.
Cattedrale Invertita fino alla tomba,
sotto una pelle di pietra cancerosa.

C’è un albero, qui, pieno, sepolto,
di cuori vivi, che somigliano
a trifogli rossi nella luce vacua:

molte foglie, esangui, stanno cadendo;
ma la loro radice fosforica infiora
d’una bandiera aperta ogni lastra.

E in questa pena oscura dove abita
il mio cuore nelle tenebre, già solo
la luce di questa bandiera è sorprendente.

 

 

 

 

 


Alla Spagna nella sua giornata per l’amnistia

Come un mare dalle ondate imponenti
risalgono a questa mia ferita fossa oscura
le proteste della gente, questo splendore
di sfrenate lingue luminose.

La mia voce vuole accompagnarti, Spagna. È duro
questo mutismo imposto dalle spade.
Dure sono le parole seppellite
sotto il silenzio levato in dittatura.

Guarda le mie mani: fruscianti contro il muro,
in cerca di una luce, una finestra,
piaghe di buio e dolore oscuro.

E ascolta il mio cuore – rossa campana –
suonare contro queste pietre, già stremato
d’attendere penando il tuo mattino.

 

 

 

 

 

Ancora è di sogno la chiave,
e solo profumo la porta.
Amici, prendete l’acciaio;
forgiate la chiave universale
con la voce del popolo tutto!

La chiave dell’amnistia,
per il cuore dell’uomo
prigioniero nell’agonia.

Ancora è di vento la chiave,
e contro la porta fischia soltanto.
Amici, prendete l’acciaio;
forgiate la chiave universale
con la voce del popolo tutto!

La chiave dell’amnistia,
per l’anima che fiorisce
pianto nel rovescio del mondo.

Ancora è di pianto la chiave,
e trabocca contro la porta.
Amici, prendete l’acciaio;
forgiate la chiave universale
con la voce del popolo tutto!
La chiave dell’amnistia,
che indisturbata ci apra
i campi dell’allegria.

Fernando Macarro Castillo (Marcos Ana) nasce a Ventosa del Río Almar (Salamanca) il 20 gennaio del 1921, da Marcos Macarro e Ana Castilla, braccianti. Nel 1929 si trasferisce a Alcalá de Henares, dove frequenta per poco tempo la scuola, imparando appena a leggere e a scrivere, per poi cominciare ad aiutare i genitori nei campi e talvolta nella vendita di attrezzi agricoli e cordami. A quindici anni si arruola come volontario in un battaglione delle milizie sul fronte di Guadarrama. Al costituirsi dell’esercito regolare, Ana viene congedato per via della minore età, si dedica a servizi sussidiari, come l’educazione e l’addestramento dei giovani. A 17 anni entra nell’Ottava Divisione dell’esercito. Alla fine della guerra, nel marzo del 1939, viene fermato con altre migliaia di combattenti repubblicani nel porto di Alicante e condotto nel campo di concentramento di Albatera, dove comincia un lungo calvario carcerario, conclusosi soltanto nel novembre del 1961. Poco dopo essere uscito dal carcere, Ana fonda il Centro de Información y Solidaridad con España (CISE), presieduto da Pablo Picasso, alle cui attività prendono parte Yves Montand, Michel Piccoli, Jean-Paul Sartre, Jean Cassou… Per tutto il resto della vita si dedica assiduamente alla politica di conciliazione internazionale e dell’amnistia, compiendo viaggi in quasi tutto il mondo, portando avanti l’impegno in numerose campagne internazionali di solidarietà.

Tra i suoi libri ricordiamo Decidme como es un árbol, Te llamo desde un muro, Las soledades del muro, España a tres voces (Marcos Ana/Lopez Pacheco/Quesada).

 

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