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Marcos Ana

Fernando Macarro Castillo, che, unendo i nomi del padre e della madre, ha assunto lo pseudonimo letterario di Marcos Ana, oggi ha “la bellezza di 87 anni d’età, 65 di vita”, come lui stesso ama dire, sottraendo all’età anagrafica i 22 anni e sette mesi di prigionia che gli conferiscono il triste primato di decano tra i prigionieri politici durante il regime franchista. Marcos Ana fu fermato come dissidente politico nel marzo del 1939 dai fascisti italiani della divisione Littorio nel porto di Alicante e tradotto nel campo di concentramento di Albatera. Condannato due volte alla pena capitale, sottoposto per giorni a torture inumane, e confinato per lunghi periodi in cella di isolamento, Ana fu di volta in volta trasferito dalla prigione madrilena di Conde de Toreno, dove conobbe Miguel Hernández, morto in cella, al penitenziario di Ocaña, dalla prigione di Alcalá de Henares, dove era recluso anche il poeta José Luis Gallego, al penitenziario di Burgos, dove rimase rinchiuso quindici anni, fino alla liberazione, la sera del 17 novembre 1961.
Il poeta, che, essendo originario di una famiglia poverissima aveva avuto l’opportunità di apprendere “a stento l’ABC”, definisce Burgos la sua università, dove fu per tutti “professore di ottimismo”. È lì infatti che i suoi compagni riuscirono a fargli pervenire copia di una raccolta poetica di Machado. Seguirono libri di Lope de Vega, Quevedo, García Lorca, Rafael Alberti, Miguel Hernández… Ana racconta come il difficile non fosse tanto far entrare i libri in carcere, quanto piuttosto riuscire a custodirli. La biblioteca del carcere era infatti fornita di un numero ristretto di testi “banali o religiosi”, recanti sulla prima pagina un timbro che li identificava come “libri approvati”. Allora il poeta e i compagni di prigionia, tra cui faceva girare i libri, inventarono uno stratagemma: forti delle abilità artigiane affinate in carcere, ricostruivano i libri alternando cento pagine dei libri amati con cento pagine dei libri approvati e rilegavano ex novo i volumi, curandosi che la prima pagina restasse quella con il timbro legittimante. Così accadeva che “fuori era la Storia di Santa Genoveffa, e dentro Il Capitale”.
Marcos Ana cominciò a scrivere nel 1954, in cella d’isolamento, dove i compagni gli fecero pervenire dei libri di Neruda e Rafael Alberti, manipolati a lungo, perché una volta nascosti nel materasso non facessero rumore insospettendo le sentinelle. Il poeta scriveva con un piccolo lapis passatogli dai compagni, alla luce di una minuscola candela messa insieme con un calamaio, dell’alcool e uno stoppino, appoggiandosi sul retro del piatto che gli davano per mangiare.
Una volta uscito dalla cella d’isolamento, si lasciò convincere dai compagni di prigionia a cercare di far evadere i suoi versi, “come un naufrago che getti un messaggio in bottiglia senza sapere se mai raggiungerà il destino di qualcuno” (M. Ana). Quando poco tempo dopo, dal Messico, gli giunse un pacchetto che, assieme a riviste e libri clandestini, conteneva anche una sua raccolta di una decina di poesie, Ana si rese conto che i suoi versi potevano costituire uno strumento utile a far conoscere all’esterno la condizione dei prigionieri. Negli anni le sue poesie, cui, a suo stesso dire, prima aveva dato poco peso, riuscirono a precederlo, a tornare alla luce, varcando quei muri, quel cemento, quelle lastre immobili di cui ossessivamente parlano, attraversando il cortile sormontato da un pezzetto di cielo che era divenuto il suo mondo. Le imparavano a memoria i suoi compagni di prigionia, e le portavano fuori con sé quando venivano scarcerati. Ben presto Marcos Ana entrò in contatto con i poeti in esilio, tra cui María Teresa León e Rafael Alberti, che gli facevano pervenire le loro lettere nascoste all’interno di tubetti di dentifricio e si adoperavano per far conoscere la sua poesia all’estero.
Una volta tornato in libertà, il poeta doveva nascere, ma senza “poter piangere come un bambino”. “La cosa più difficile per me dopo tanti anni di prigione”, racconta in un’intervista, “fu la libertà. Io in carcere sapevo vivere. Ero come un pezzetto in più di quelle pietre. La cosa più difficile fu uscire a 41 anni, dopo averne passati 23 da carcerato. Fu come se mi avessero abbandonato su un altro pianeta. Per me fu una cosa terribile: l’adattamento alla vita, alla libertà… […] Avevo consapevolezza di cosa significasse essere adulto, ma allo stesso tempo avevo il candore e l’inesperienza di un adolescente”. In quel pianeta sconosciuto e tutto da esplorare, ogni cosa, anche le più semplici e quotidiane, risultava difficile per il poeta appena venuto alla luce. Ana racconta che digeriva con difficoltà gli alimenti, provava nausea quando saliva su qualsiasi veicolo, i suoi occhi, abituati alla prospettiva limitata del carcere, faticavano ad adattarsi al repentino ampliamento degli orizzonti, così che aveva la sensazione di vedere attraverso gli occhiali di un altro. Ma la difficoltà più grande per il poeta fu imparare a rapportarsi al mondo, alla gente “libera”, alle donne, di cui in carcere si parlava molto, ma che suscitavano in lui attrazione e paura, tanto che le seguiva per ore, per poi fermarsi ogni volta a vederle sparire sull’autobus, o sulla metro che le portavano via senza che lui trovasse il coraggio di fermarle.
“Ditemi com’è il bacio di una donna / Datemi il nome / dell’amore: non ricordo”, scriveva Marcos Ana dal carcere. Ma dell’amore il poeta conosceva la forma più solida, pura, ingenua, che aveva preservato dentro, insieme ai ricordi sereni, di cose semplici, di “un’infanzia selvaggia, / un dolce amore ingenuo, / e due nomi incisi / nel tronco più vecchio”.
“Abbandonato a se stesso, il prigioniero ripercorre con sempre nuovo ardore gli avvenimenti passati”, scrive Viktor E. Frankl in Uno psicologo nei lager, “non quelli grandi, ma i più quotidiani. Spesso il pensiero si volge a cose o eventi insignificanti della vita precedente, quasi trasfigurati nel mesto ricordo. Distolta dall’ambiente e dal mondo attuale, volta indietro nel passato, la vita interiore acquista un’impronta speciale. Il mondo e la vita sono lontani; lo spirito torna a loro con nostalgia […]”. Forse per questo la poesia di Marcos Ana appare così sospesa tra la scarna descrizione della durezza di una contingenza che a tratti sfuma fino a dissolversi, e l’attualizzazione di un passato che, pur trasfigurato dagli occhi nostalgici della memoria, appare comunque altrettanto concreto, vivo, tangibile. Alla dura “Università di Burgos”, il poeta aveva imparato a oggettivare al massimo l’immagine mentale, a tracciarne con impeccabile nettezza i confini, in modo da non smarrirli. Per questo voleva che le sue parole avessero “[…] osso / e struttura di pietre palpitanti; / vederle sempre in piedi (torri erranti / della vita e l’uomo), con il loro peso”. Quella di Marcos Ana è una parola poetica ingenua e al contempo profondamente consapevole, come lo è il poeta stesso, la cui vita è stata interrotta in modo tanto brusco e inumano da istituire un paradosso esistenziale che si riflette nelle sue poesie, canto fanciullo di un uomo “murato” proprio durante il pieno rigoglio dei suoi ideali e delle energie giovanili, in qualche modo confinato in una dimensione adolescenziale, in cui doveva al contempo ingaggiare la più adulta delle lotte per la sopravvivenza. Quegli ideali, quei sogni e desideri alti e brucianti costituivano l’arma di difesa che il poeta imbracciava nei momenti più duri, opponendola all’insensato. Ed è proprio in virtù di questa lotta che rimasero intatti. Ulteriore riprova ne è il racconto di come il poeta scoprì l’amore sensuale, con Isabel, una giovane prostituta cui un solidale amico del poeta aveva dato mille peseta ffinché lo iniziasse. Di fronte ai timori e alle inibizioni del poeta, che quando si ritrovò solo con lei avrebbe voluto che “la terra lo inghiottisse”, la ragazza pensò che fosse ubriaco. Poi camminarono a lungo, lui le raccontò la sua storia di prigionia, mentre lei piangeva stringendogli le mani, infine entrarono in un albergo, dove, racconta il poeta, la ragazza lo aiutò a vincere tutte le sue timidezze e inibizioni “con una tenerezza e una umanità straordinarie”. Il giorno dopo l’unico desiderio del poeta era quello di rivedere Isabel. Mentre si rammaricava di non avere altro denaro, ritrovò in borsa i soldi della notte prima. La ragazza glieli aveva lasciati con un biglietto. “Perché tu torni questa notte”. Proprio quando stava per vincere ogni titubanza, il poeta decise di non andare: “Ma, poco a poco, fui assalito dall’idea che se l’avessi vista si sarebbe rotto l’incanto della notte prima. Queste mille peseta le aveva guadagnate lei, e, se fossi andato a trovarla con quel denaro, l’avrei trattata come una prostituta, ovvero, avrei contribuito anche io a prostituirla”. Così acquistò mille peseta di fiori, che lasciò nell’albergo, con un biglietto su cui scrisse il nome della ragazza.
I versi di questo “poeta che nacque due volte”, come titola un articolo del “Corriere della sera” (30/03/2008) coincidono con la voce di un’anima che ha saputo mantenersi pura e generosa pur avendo affrontato le più impensabili atrocità. È una voce chiara, limpida, che fa uso delle poche parole appartenenti al quotidiano, al suo quotidiano, di parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Punito. Morti / in croce”. E di parole appartenenti a una realtà lasciata fuori dalle mura del carcere, eppure mai dimenticata, rigirate nella mente per non perderne il senso anche se tutto il mondo era confinato in un cortile, delimitato da lastroni e cemento, “parole che ardono sulle labbra, / strappate dal petto: / Solidarietà. Amore. / Libertà. Patria. Respiro. / Creazione. Luce. Futuro per tutti. / Figli. Donna. Compagni. / Il mondo. L’umanità. La pace. / Una bandiera, una patria, un popolo. / L’amnistia, il mare e il vento / per il prigioniero”. All’“Università di Burgos” il poeta imparò a restituire al dire il suo senso pieno, così che non aveva bisogno di utilizzare alcun artificio per abbellirlo o conferirgli forza. Ciò che più gli interessava era che comunicassero, con immediatezza, efficacia e verità, ciò che stava accadendo, alla sua vita e a quella dei compagni di prigionia, e che servissero a dissetare “un altro labbro deserto e perseguitato. Le parole di Ana sono pertanto nude, scarne, ridotte alla loro essenzialità, che le rende tanto più pregnanti e incisive. Il dolore, lo strazio fisico e morale, così come l’attesa senza fine e una segreta speranza mai tramontata non vengono in alcun modo “spiegati”. Sono lì, nella concretezza delle immagini, nella “semplicità” dell’incedere del verso, come quando racconta della madre “una santa, / una manciata di carne consumata, / infagottata e sola nel silenzio”, trovata morta in un fossato, dove aveva perso conoscenza dopo essersi aggirata a lungo nei pressi delle porte del carcere, tentando inutilmente di convincere le sentinelle a farle vedere il figlio, condannato a morte per la seconda volta, nel ‘43.
“Questa fu la mia scuola e quella di molta altra gente,” dice con pacata lucidità Marcos Ana in un’intervista, “e così trascorsero gli anni di prigionia. Oggi mi guardo indietro quasi con nostalgia […] Sapevi che il futuro ti apparteneva, anche se stavi soffrendo e potevano riempirti la testa di piombo, anche se ti sarebbe toccato cadere, però ci sembrava che il futuro fosse nostro”. Per questo nella poesia di Marcos Ana, anche nei momenti di più cupo sconforto e viva esasperazione, c’è una costante richiesta, forte e fiduciosa, altissima e umana, di libertà, di vita, incarnata in un canto sommesso, come una nenia di speranza che non cede e culla un ostinato “sogno di libertà: “Se un giorno uscirò alla vita […] Che l’amicizia non trattenga / il passo sulla soglia, / né la rondine il volo, / né l’amore le labbra. Nessuno. // La mia casa e il mio cuore / mai chiusi: che passino / gli uccelli, gli amici, / e il sole e l’aria”. Quel che più sorprende, è che non c’è traccia di lamento in questa poesia, né di rabbia o rancore, non c’è accusa o giudizio nei confronti degli aguzzini, solo la voce di un uomo che “dal carcere grida il suo dolore, un dolore in cui non esiste però alcuno spazio per l’odio” (Manuel Aznar Soler). “Né un morto, né mille morti, né tutti i morti del mondo potranno restituirmi i pezzi di vita lasciati nei cortili e nelle celle delle carceri”. Dice ancora il poeta. “L’unica cosa che potrebbe un poco ricompensarmi è veder trionfare gli ideali per i quali ho lottato, per i quali ha lottato tutta una generazione”.
Marcos Ana ha vissuto l’angoscia di due condanne a morte, ha sopportato diverse giornate di tortura, durante la quali la sua più grande paura era quella di perdere la ragione, per cui aveva elaborato una sua strategia di difesa: “La mia forza era immaginare il ritorno in prigione. A me, in prigione, tutti volevano bene, Mi chiamavano ‘il ragazzo’, perché ero uno dei più giovani, e tutti mi conoscevano. Io pensavo: ‘Se torno senza aver confessato nulla, dopo aver resistito e salvato la situazione, la gente mi mangerà d’abbracci. E se invece tornassi dopo aver parlato? Non riuscirei più a guardare in faccia nessuno, sarei come un fantoccio, sempre solo in un angolo del cortile’”. È grazie a questa sua rara umanità che il poeta è sopravvissuto “alla durissima vita carceraria, in condizioni infernali, esposto a ogni genere di maltrattamento del corpo e della mente. Ma soprattutto, Marcos Ana è sopravvissuto con purezza impressionante all’odio. […] Marcos è una vittima che non chiede vendetta. Chiede che l’orrore vissuto dal popolo spagnolo durante e dopo la guerra non si ripeta (Almodovar su “El País”). “Ma non c’è ombra d’arcangelo / vendicatore nelle mie vene: /”, scrive infatti il poeta, “Spagna è il solo grido / del mio dolore che sogna”. La sua poesia è soprattutto una risposta a questa esigenza di giustizia, e in quanto tale, nasce da una necessità profonda, che inevitabilmente la spoglia di tutto quanto è accessorio e inessenziale. “La poesia è soprattutto un’arma per lottare per la libertà,” dice Ana, “non so se i miei versi siano buoni o cattivi, so soltanto che furono necessari”. (“El País”). E i suoi versi furono altrettanto necessari ai compagni di prigionia, così come alle persone che riuscivano a raggiungere all’esterno. “Eri il volto che attendevamo, risorto, raggiante, come se in te tornassero a vivere lottando quelli che sono caduti”, gli scrive nel gennaio del ‘62 Pablo Neruda, salutando la sua liberazione.

 

In “Poesia”, Anno XXI, nr. 227, maggio 2008.

Tiene palabras frías como espadas:

Recuento.

Muros, cerrojos. El patio.

Celda. Sancionado. Muertos

en cruz.

El Tribunal. La condena.

Losas de piedra. Cemento.

Y el “alerta” que deshace

la estructura del silencio.

 

Tiene palabras que arden en los labios,

arrancadas del pecho:

Solidaridad. Amor.

Libertad. Patria. Aliento.

Creación. Luz. Futuro para todos.

Hijos. Mujer. Compañeros.

El mundo. La humanidad. La paz.

Una bandera, una patria, un pueblo.

La amnistía, el mar y el viento

para el preso.

Ci sono parole fredde come spade:

Conteggio.

Muri, catenacci. Il cortile.

Cella. Punito. Morti

in croce.

Il Tribunale. La condanna.

Lastre di pietra. Cemento.

E l’“allerta” che disfa

la struttura del silenzio.

 

Ci sono parole che ardono sulle labbra,

strappate dal petto:

Solidarietà. Amore.

Libertà. Patria. Respiro.

Creazione. Luce. Futuro per tutti.

Figli. Donna. Compagni.

Il mondo. L’umanità. La pace.

Una bandiera, una patria, un popolo.

L’amnistia, il mare e il vento

per il prigioniero.

Quiero que mis poemas tengan hueso

y estructura de piedras palpitantes;

verlos siempre de pie (torres errantes

de la vita y el hombre), por su peso.

 

Capaces de ser bala y de ser beso,

cantos de paz o puños resonantes;

azules como el rayo o verdeantes

como olivo maduro… Que su espeso

 

son a metal, colmena o bosque herido,

suba desde mi sangre, tensamente,

a otro labio desierto y perseguido.

Voglio che le mie poesie abbiano osso

e struttura di pietre palpitanti;

vederle sempre in piedi (torri erranti

della vita e l’uomo), grazie al loro peso.

 

Capaci di essere proiettile e bacio,

canto di pace o pugni sonori;

azzurre come il raggio o verdeggianti

come l’olivo maturo… Che il loro spesso

 

suono metallico, alveare o bosco ferito,

mi esca dal sangue, teso a bagnare

un altro labbro deserto e perseguitato.

Decidme cómo es un árbol.

Decidme el canto de un río

cuando se cubre de pájaros.

Habladme del mar. Habladme

del olor ancho del campo.

De las estrellas. Del aire.

Recitadme un horizonte

sin cerradura y sin llaves

como la choza de un pobre.

Decidme cómo es el beso

de una mujer. Dadme el nombre

del amor: no lo recuerdo.

(¿Aún las noches se perfuman

de enamorados con tiemblos

de pasión bajo la luna?

¿O sólo queda esta fosa,

la luz de una cerradura

y la canción de mis losas?)

22 años. Ya olvido

la dimensión de las cosas,

su color, su aroma… Escribo

a tientas: “El mar”, “El campo”…

Digo “Bosque” y he perdido

la geometría del árbol.

Hablo por hablar de asuntos

que los años me borraron.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

(No puedo seguir: escucho

los pasos del funcionario).

Ditemi com’è un albero.

Ditemi il canto di un fiume

quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi

dell’ampio odore della campagna.

Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte

senza serratura né chiavi

come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio

di una donna. Datemi il nome

dell’amore: non lo ricordo.

(Le notti si profumano ancora

d’innamorati e neri ontani

di passione sotto la luna?

O resta solo questa fossa,

la luce di una serratura

e la canzone delle mie lastre?)

22 anni. Già dimentico

la dimensione delle cose,

il loro colore, il loro aroma… Scrivo

alla cieca: “Il mare, “La campagna”…

Dico “Bosco” e ho perduto

la geometria dell’albero.

Parlo per parlare d’argomenti

che gli anni mi hanno cancellato.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Non posso continuare: ascolto

i passi del funzionario).

Autobiografía

 

Mi pecado es terrible;

quise llenar de estrellas

el corazón del hombre.

Por eso aquí entre rejas,

en diecinueve inviernos

perdí mis primaveras.

Preso desde mi infancia

ya muerte mi condena,

mis ojos van secando

su luz contra las piedras.

Mas no hay sombra de arcángel

vengador en mis venas:

España es sólo el grito

de mi dolor que sueña.

Autobiografia

 

Il mio peccato è terribile

volli colmare di stelle

il cuore dell’uomo.

Per questo, qui tra le sbarre,

in diciannove inverni

persi le mie primavere.

Prigioniero dall’infanzia

morte già mi condanna,

i miei occhi si stanno prosciugando

la luce contro le pietre.

Ma non c’è ombra d’arcangelo

vendicatore nelle mie vene:

Spagna è il solo grido

del mio dolore che sogna.

Mi mundo es un patio

 

A María Teresa León

 

La tierra no es redonda:

es un patio cuadrado

donde los hombres giran

bajo un cielo de estaño.

 

Soñé que el mundo era

un redondo espectáculo

envuelto por el cielo,

con ciudades y campos

en paz, con trigo y besos,

con ríos, montes y anchos

mares donde navegan

corazones y barcos.

 

Pero el mundo es un patio.

(Un patio donde giran

los hombres sin espacio.)

 

A veces, cuando subo

a mi ventana, palpo

con mis ojos la vida

de luz que voy soñando.

y entonces, digo: “El mundo

es algo más que el patio

y estas losas terribles

donde me voy gastando”.

 

Y oigo colinas libres,

voces entre los álamos,

la charla azul del río

que ciñe mi cadalso.

“Es la vida”, me dicen

los aromas, el canto

rojo de los jilgueros,

la música en el vaso

blanco y azul del día,

la risa de un muchacho…

 

Pero soñar es despierto

(mi reja es el costado de un sueño

que da al campo).

 

Amanezco, y ya todo

– fuera del sueño – es patio:

un patio donde giran

los hombres sin espacio.

 

¡Hace ya tantos siglos

que nací emparedado,

que me olvidé del mundo,

de cómo canta el árbol,

de la pasión que enciende

el amor en los labios,

de si hay puertas sin llaves

y otras manos sin clavos!

 

Yo ya creo que todo

–  fuera del sueño – es patio.

 

(Un patio bajo un cielo

de fosa, desgarrado,

que acuchillan y acotan

muros y pararrayos.)

Ya ni el sueño me lleva

hacia mis libres años.

Ya todo, todo, todo,

– hasta en el sueño – es patio.

 

Un patio donde gira

mi corazón, clavado;

mi corazón, desnudo;

mi corazón, clamando;

mi corazón, que tiene

la forma gris de un patio.

(Un patio donde giran

los hombres sin descanso.)

Il mio mondo è un cortile

 

A María Teresa León

 

La terra non è rotonda:

è un cortile quadrato

dove gli uomini girano

sotto lo stagno d’un cielo.

 

Sognai che il mondo era

una scena rotonda

circondata dal cielo,

con città e campi

in pace, grano e baci,

fiumi, monti e ampi

mari dove navigano

cuori e barche.

 

Ma il mondo è un cortile.

(Un cortile dove girano

gli uomini privi di spazio.)

 

Talvolta arrampicandomi

alla mia finestra, palpo

con gli occhi la vita

di luce che vado sognando.

E allora dico: “Il mondo

è qualcosa di più di questo cortile

e delle terribili lastre

dove mi sto consumando”.

 

E sento colline libere,

voci tra i pioppi,

la chiacchiera azzurra del fiume

che cinge il mio patibolo.

“È la vita”, mi dicono

i profumi, il canto

rosso dei cardellini,

la musica nel vaso

bianco e azzurro del giorno,

la risata di un ragazzo…

 

Ma è sognare a occhi aperti

(la mia inferriata è il fianco

di un sogno che dà sulla campagna).

 

All’alba mi sveglio, e già tutto

– fuori dal sogno – è cortile:

un cortile dove girano

gli uomini privi di spazio.

 

Così tanti secoli già

da quando nacqui murato,

scordai il mondo,

come canta l’albero,

la passione che infiamma

l’amore sulle labbra,

e se ci siano porte senza chiavi

e altre mani senza chiodi!

 

Io già credo che tutto

– fuori dal sogno – sia cortile.

 

(Un cortile sotto un cielo

di fossa, lacerato,

che muri e parafulmini

pugnalano e recintano.)

Già più neppure il sogno mi riporta

fino ai miei anni liberi.

Già tutto, tutto, tutto.

perfino il sogno – è cortile.

 

Un cortile dove gira

il mio cuore, inchiodato;

il mio cuore, nudo;

il mio cuore, gridando;

il mio cuore che ha

la forma grigia di un cortile.

(Un cortile dove girano

gli uomini senza requie.)

Te llamo desde un muro

 

Oye, hermano, te llamo desde un muro;

clavado entre unas piedras

donde las sombras hacen su nidada.

Hablo desde la pena.

Entre los huesos mismos del dolor te llamo.

Mi voz, como esas hierbas

que en la ranura de una roca crecen,

se ha mantenido pura!

no escupió a su bandera,

ni doblegó sus hombros,

ni ha mentido canciones,

ni se pasó al oscuro.

 

Veinte veces cruzó la primavera,

y mis alas a un cepo atrapadas,

y el ardor de mi sangre entre cadenas.

¡Pero hoy mi voz – sin llanto – te reclama!

Mi lengua es una herida que flamea,

como un pájaro ardiendo en tu ventana.

 

Ni un día más, amigo. No consientas

este tropel de muros obcecados;

tanta luz sin salida, tanta puerta

cerrada ante mis ojos.

 

Mi corazón te espera,

aguarda tu palábra y en los muros,

como un río apresado, se golpéa.

Ti chiamo da un muro

 

Ehi, fratello, ti chiamo da un muro;

inchiodato tra pietre

dove nidifica l’ombra.

Ti parlo dalla pena.

Tra le ossa stesse del dolore ti chiamo.

La mia voce, come queste erbe

che crescono nella fessura di una roccia,

si è mantenuta pura!

Non sputò sulla sua bandiera,

né piegò le spalle,

né mentì canzoni,

né si diede al buio.

 

Venti volte passò la primavera,

e impigliate a un ceppo le mie ali,

e in catene l’ardore del mio sangue.

Ma oggi la mia voce – senza pianto – ti reclama!

La mia lingua è una ferita ardente

come un uccello che ti brucia contro la finestra.

 

Non un giorno di più, amico. Non acconsentire

a questo drappello di mura accecate;

questa luce senza uscita, questa porta

serrata davanti ai miei occhi.

 

Il mio cuore ti aspetta,

attende la tua parola e contro i muri,

come un fiume in trappola, si schianta.

A los católicos

 

Mi madre era una santa,

un puñado de carne consumida,

arrebujada y sola en el silencio.

Que murió de rodillas – me contaron –,

crucificada sobre un leño de llanto,

con mi nombre de hijo entre sus labios,

pidiendo a Dios el fin de mis cadenas.

 

(Hoy hay madres que rezan todavía

– miles de corazones prosternados –

por sus hijos heridos en las sombras

y otras mujeres luchan, golpean

en las puertas de la tierra,

exigen a los hombres la muerte de los muros.)

 

Escúchame, quienquiera que tú seas

si es que el amor a Dios el alma te ilumina;

no puedes de este mundo así marcharte,

emprender la gran senda con las manos vacías,

llegar ante las puertas de Dios, que tu fe sueña

para decir: “Señor, no traigo nada;

dame un punto de amor de tu lumbre divina”.

 

Porque el Señor, tu Dios, contestaría:

“Vete, rompe tus pies por los bermejos hielos infinitos,

apóyate en la vara nudosa de tus odios,

serás un caminante para siempre si no hallas

la palma del amor que no quisiste

tomar del árbol que plantó Mi Sangre”.

Ai cattolici

 

Mia madre era una santa,

una manciata di carne consumata,

infagottata e sola nel silenzio.

Che morì in ginocchio – mi dissero –,

sopra un tronco di pianto crocifissa,

col mio nome di figlio tra le labbra,

chiedendo a Dio la fine di queste mie catene.

 

(Ancora oggi pregano le madri

– migliaia di cuori prostrati –

per i figli feriti nelle tenebre

e altre donne lottano, battono

alle porte della terra,

esigono dagli uomini la morte dei muri.)

 

Ascolta, chiunque tu sia,

se mai l’amare Dio t’illumina l’anima;

non puoi andartene così da questo mondo,

imboccare l’ampia strada con le mani vuote,

arrivare davanti alle porte di Dio che sogna la tua fede,

per dire: “Signore, non porto nulla;

dammi un punto d’amore dalla tua divina fiamma”.

 

Perché il Signore, il tuo Dio, risponderebbe:

“Vattene, consumati i piedi nei vermigli geli infiniti,

appoggiati al bastone nodoso dei tuoi odî,

sarai un viandante per sempre se non troverai

la palma dell’amore che non hai voluto

prendere dall’albero che piantò il Mio Sangue”.

Mi vida,

os la puedo contar en dos palabras:

Un patio.

Y un trocito de cielo

por donde a veces pasan

una nube perdida

y algún pájaro huyendo de sus alas.

La mia vita,

ve la posso narrare in due parole:

Un cortile.

E un pezzetto di cielo

dove a volte passano

una nuvola smarrita

e qualche uccello in fuga dalle sue ali.

Mi casa y mi corazón

(sueño de libertad)

 

Si salgo un día a la vida

mi casa no tendrá llaves:

siempre abierta, como el mar,

el sol y el aire.

 

Que entren la noche y el día,

y la lluvia azul, la tarde,

el rojo pan de la aurora;

la luna, mi dulce amante.

 

Que la amistad no detenga

sus pasos en mis umbrales,

ni la golondrina el vuelo,

ni el amor sus labios. Nadie.

 

Mi casa y mi corazón

nunca cerrados: que pasen

los pájaros, los amigos,

el sol y el aire.

La mia casa e il mio cuore

(sogno di libertà)

 

Se un giorno tornerò alla vita

la mia casa non avrà chiavi:

sempre aperta, come il mare,

il sole e l’aria.

 

Che entrino la notte e il giorno,

la pioggia azzurra, la sera,

il pane rosso dell’aurora;

la luna, mia dolce amante.

 

Che l’amicizia non trattenga

il passo sulla soglia,

né la rondine il volo,

né l’amore le labbra. Nessuno.

 

La mia casa e il mio cuore

mai chiusi: che passino

gli uccelli, gli amici,

e il sole e l’aria.

Pequeña carta al mundo

 

Los dientes de una ballesta

me tienen clavado el vuelo.

 

Tengo el alma desgarrada

de tirar, pero no puedo

arrancarme estos cerrojos

que me atraviesan el pecho.

 

Siete mil doscientas veces

la luna cruzó mi cielo

y otras tantas, la dorada

libertad cruzó mi sueño.

El Sol me hace crecer flores,

¿para qué, si estéril veo

que entre los muros mi sangre

se me deshoja en silencio?

 

No sabéis lo que es un hombre,

sangrando y roto, en un cepo.

Si lo supieseis vendrías

en las olas y en el viento,

desde todos los confines,

con el corazón deshecho,

enarbolando los puños

para salvar lo que es vuestro.

Si llegáis ya tarde un día

y encontráis frío mi cuerpo;

de nieve, a mis camaradas

entre sus cadenas muertos…

recoged nuestras banderas,

nuestro dolor, nuestro sueño,

los nombres que en las paredes

con dulce amor grabaremos.

 

Y si no nos cerráis los ojos

¡dejadnos los muros dentro!

que se pudran con el polvo

de nuestra carne y no puedan

ser nuevas tumbas de presos.

No sabéis lo que es un hombre

sangrando y roto, en un cepo.

Si lo supierais vendríais,

en las olas y en el viento,

desde todos los confines,

para salvar lo que es vuestro.

Si llegáis ya tarde un día

y encontráis frío mi cuerpo

buscad en las soledades

del muro mi testamento:

al mundo le dejo todo,

lo que tengo y lo que siento,

lo que he sido entre los míos,

lo que soy, lo que sostengo:

una bandera sin llanto,

un amor, algunos versos…

y en las piedras lacerantes

de este patio gris, desierto,

mi grito, como una estatua

terrible y roja, en el centro.

Breve lettera al mondo

 

I denti di una balestra

m’inchiodano il volo.

 

Ho un’anima stracciata

a forza di tirare ma non posso

strapparmi questi catenacci

che mi trapassano il petto.

 

Settemiladuecento volte

la luna intersecò il mio cielo

e altrettante la dorata

libertà intersecò il mio sogno.

Il sole mi fa fiorire,

a che pro se sterilmente vedo

tra i muri questo sangue

mio sfogliarsi nel silenzio?

 

Non sapevo cosa fosse un uomo

sanguinante e a pezzi, in ceppi.

A saperlo sarei venuto

nelle onde e nel vento,

da tutti i confini,

con il cuore disfatto,

inalberando i pugni

per salvare ciò che è vostro.

Se un giorno già tardi arriverete

e troverete freddo il mio corpo;

di neve, ai miei compagni

morti tra le catene…

raccogliete le nostre bandiere,

il nostro dolore, il nostro sogno,

i nomi che sulle pareti

con amore dolce avremo inciso.

 

E se ci chiuderete gli occhi

lasciateci i muri dentro!

Che si secchino con la polvere

della nostra carne e non possano

essere nuove tombe di carcerati.

Non sapevo cosa fosse un uomo

sanguinante e a pezzi, in ceppi.

A saperlo sarei venuto,

nelle onde e nel vento,

da tutti i confini,

per salvare ciò che è vostro.

Se già tardi un giorno arriverete

e troverete freddo il mio corpo

cercate nelle solitudini

del muro il mio testamento:

al mondo lascio tutto,

ciò che possiedo, e sento

che tra i miei io sono stato,

sono, e che sostengo:

una bandiera senza pianto,

un amore, qualche verso…

e nelle pietre laceranti

di questo cortile grigio,

come una statua

rossa e terribile, nel centro.

Imaginaria

 

Al pintor Miguel Vázquez

Al que sorprendí una noche llorando en la cárcel de Burgos.

 

Oídme amigos. He visto

con los ojos soñolientos

algo que quiero contaros.

Es la madrugada. Un preso

enfrente de mí despierta.

Se incorpora sobre un codo.

Lía un cigarro. Se sienta.

Mientras fuma tiene ausente

la mirada, como dormida la frente.

(Sueña el viento en la ventana.)

Tira el cigarro. Se inclina.

Saca un pedazo de pan,

se lo come lentamente

y después… rompe a llorar.

(Quizás no tenga importancia…

Yo os lo cuento.)

Ya sabéis que a mi las losas

me han gastado hasta los huesos

del corazón,

pero ver llorar a un hombre

es algo, siempre, tremendo.

Y este preso no es un árbol

que se ha roto. Sigue ileso.

Pero de pronto ha venido

todo lo “suyo” a su encuentro

en esta noche tranquila…

Con su dolor en mi pecho

le miro. No puede verme.

Sus ojos están muy lejos.

Sus ojos cerca, llorando

tan suave, tan hondamente

que apenas si mueve el aire

y el silencio.

Un “alerta” le estremece.

(Por el patio

se oye cruzar el relevo.)

Imaginaria

 

Al pittore Miguel Vázquez

Che sorpresi una notte mentre piangeva nel carcere di Burgos.

 

Ascoltate amici. Ho visto

con occhi pieni di sonno

qualcosa che voglio narrarvi.

È l’alba. Un prigioniero

di fronte a me si sveglia.

Si puntella su un gomito.

Rolla un sigaro. Si siede.

Mentre fuma è assente

lo sguardo, la fronte come in sonno.

(Sogna il vento contro la finestra.)

Aspira il sigaro. Si china.

Estrae un pezzo di pane,

lo mangia lentamente

e poi… scoppia in lacrime.

(Può darsi che non sia importante…

Io ve lo racconto.)

Già sapevo che a me le lastre

hanno consumato fino alle ossa

del cuore,

ma vedere un uomo piangere

è qualcosa di tremendo, sempre.

E questo prigioniero non è un albero

abbattuto. È ancora illeso.

Ma all’improvviso gli è venuto

incontro tutto il “suo”

in questa notte mite…

Col suo dolore in petto io

lo guardo. Lui non può vedermi.

I suoi occhi sono ben distanti.

I suoi occhi vicino, piangendo

così dolcemente, profondamente

che l’aria appena si muove

e il silenzio.

Un “allerta” lo scuote.

(Nel cortile

si sente passare la guardia.)

Muros hirsutos. Ásperas cortezas

donde el hombre se duele cada día.

Apretada oquetad de llaga y fosa.

 

Socavón de Castilla. Lento espanto.

Catedral Invertida hacia la tumba,

bajo una piel de piedra cancerosa.

 

Hay un árbol, aquí, pleno, enterrado,

de corazones vivos, que semejan

tréboles rojos en la luz borrosa:

 

muchas hojas, sin sangre, van cayendo;

mas su raíz fosfórica florece

una bandera abierta en casa losa.

 

Y en esta pena oscura donde habita

mi corazón en sombras, ya tan sólo

la luz de esa bandera es asombrosa.

Muri scabri. Ruvide cortecce

dove l’uomo si duole ogni giorno.

Stretta cavità di piaga e fossa.

 

Vallo di Castiglia. Lento spavento.

Cattedrale Invertita fino alla tomba,

sotto una pelle di pietra cancerosa.

 

C’è un albero, qui, pieno, sepolto,

di cuori vivi, che somigliano

a trifogli rossi nella luce vacua:

 

molte foglie, esangui, stanno cadendo;

ma la loro radice fosforica infiora

d’una bandiera aperta ogni lastra.

 

E in questa pena oscura dove abita

il mio cuore nelle tenebre, già solo

la luce di questa bandiera è sorprendente.

A España en su jornada por la amnistia

 

Como un mar imponente en oleadas

suben hasta mi herida fosa oscura,

el clamor de la gente, esa hermosura

de luminosas lenguas desatadas.

 

Mi voz quiere ir contigo, España. Es dura

esta mudez impuesta por espadas.

Duras son las palabras sepultadas

bajo el silencio alzado en dictadura.

 

Mira mis manos: crujen contra el muro,

en busca de una luz, una ventana,

llagas de sombra y de dolor oscuro.

 

Y oye a mi corazón – roja campana –

sonar contra las piedras, ya maduro

de esperar en la pena tu mañana.

Alla Spagna nella sua giornata per l’amnistia

 

Come un mare dalle ondate imponenti

risalgono a questa mia ferita fossa oscura

le proteste della gente, questo splendore

di sfrenate lingue luminose.

 

La mia voce vuole accompagnarti, Spagna. È duro

questo mutismo imposto dalle spade.

Dure sono le parole seppellite

sotto il silenzio levato in dittatura.

 

Guarda le mie mani: fruscianti contro il muro,

in cerca di una luce, una finestra,

piaghe di buio e dolore oscuro.

 

E ascolta il mio cuore – rossa campana –

suonare contro queste pietre, già stremato

d’attendere penando il tuo mattino.

Aún es de sueño la llave,

y sólo aroma la puerta.

¡Amigos, buscad acero;

forjad la llave maestra

con la voz del pueblo entero!

 

La llave de la amnistía,

para el corazón del hombre

prisoníero en la agonía.

 

Aún es de viento la llave,

y sólo silba en la puerta.

¡Amigos, buscad acero;

forjad la llave maestra

con la voz del pueblo entero!

 

La llave de la amnistía,

para el alma que florece

llanto en el revés del día.

 

Aún es de llanto la llave,

y se derrama en la puerta.

¡Amigos, buscad acero;

forjad la llave maestra

con la voz del pueblo entero!

La llave de la amnistía,

que de par en par nos abra

los campos de la alegría.

Ancora è di sogno la chiave,

e solo profumo la porta.

Amici, prendete l’acciaio;

forgiate la chiave universale

con la voce del popolo tutto!

 

La chiave dell’amnistia,

per il cuore dell’uomo

prigioniero nell’agonia.

 

Ancora è di vento la chiave,

e contro la porta fischia soltanto.

Amici, prendete l’acciaio;

forgiate la chiave universale

con la voce del popolo tutto!

 

La chiave dell’amnistia,

per l’anima che fiorisce

pianto nel rovescio del giorno.

 

Ancora è di pianto la chiave,

e trabocca contro la porta.

Amici, prendete l’acciaio;

forgiate la chiave universale

con la voce del popolo tutto!

La chiave dell’amnistia,

che indisturbata ci apra

i campi dell’allegria.

 

Traduzione di Chiara De Luca

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