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Maria Borio

 

 

La voce che parla dal nastro

ti ferma la testa. Tu credi

incosciente a un equilibrio.

La mia testa lavora sulle rotaie e sugli argini

al chilometro centotrenta, in un vuoto perfetto.

Vivrei la mia vita con un uomo che significa

mille uomini come tu chiedi al mare

altre immagini perché ti aiutano

a far bastare ogni momento

e in un altro momento vuole molte occasioni.

Il mare è il soffitto della stanza,

il nastro pulito:

lo sentissi, momento su momento,

perdendo un po’ di me ogni volta

con fantasie che tornano

e un po’ meno di me dove basti

alla tua stanza in penombra

che apre le immagini come il nastro

che batte e ci ferma.

Il treno mi porta fino a farmi parlare.

 

 

 

 

*

Le tue parole non erano più vere.

Due donne ascoltano sedute accanto

e io, un po’ come te un po’ come loro,

vedo le unghie laccate sulla borsa

e il girocollo perfetto, la cura per gli scambi.

Con tenacia, mi dico,

il mio corpo fino a quale estremo

dovrà morire come loro

che è più amore, e più crudeltà

i miei pensieri quando vedranno tutto

in un’intempestiva giustizia.

Le tue parole stanno nel mezzo.

Il vagone nelle gallerie ci scopre:

è la loro energia che non mi vuole

far fare pace, mentre si sposta

sul tintinnio dei bracciali

sui fili dell’auricolare al petto di un ragazzo.

L’energia fra queste donne a me familiari

è l’anonimato che spinge avanti le cose.

Non lasciarmi confondere:

regnano scopi invisibili, le correnti dell’aria,

e anch’io nel mezzo, se mi accorgo, a scambiarle sulle dita.

 

 

 

 

*

 

È arrivato il corriere, mi ha guardato

mosca cieca, mi lascia il dubbio.

Questo inganno perché

oggi siete stati indulgenti –

impressioni, vista facile

e guidare fino al lavoro, più veloci,

vivere con un intrigo.

Le tue scarpe e le ruote hanno gomma ordinaria,

sono ferme di fronte al campo,

sono i cuori insondabili –

un moto lento tra le foglie,

un passaggio invincibile dal cancello alla portiera,

l’accensione che il cane riconosce,

il cane che corre sul viale,

la trasparenza

 

la trasparenza fa gli amici più fragili,

interscambiabili nel vagone

che porta via la curva e le colonne,

come l’erba, l’attenzione,

il marciapiede dai bordi slavati.

 

Troppo nudi sono rimasti

i tuoi occhi nei miei, 

e ai due lati del vetro

oggi ho fatto un nodo.

 

 

 

 

*

 

Seduti qui ai nostri tavoli

so che potremmo restare

giovani tutta una vita.

Abbiamo bisogno di poco,

il cibo preso dalla campagna,

l’umidità che sale e asciuga.

Lavori a splendide parole,

io penso, che stanno per uscire

da gabbie di legno come i colombi

a centinaia, i colombi grigi

che schizzano nell’aria

e fanno sbattere le assi della gabbia,

una, due, tre, e sono cento, mille

ali già in alto come se il cielo

potesse capovolgersi.

Uno splendore verosimile è fragilità per tutti.

 

L’uovo si spacca lentamente,

il solido è franto e la pellicola vibra,

il vicino sembra ovvio,

il lontano cresce, chiarifica.

Erano le buche sulla strada,

i nostri paesi necessari,

era quello che era, le parole che passano

dai tuoi occhi e fanno

un cubo sullo schermo, un cerchio.

Lo senti lungo tutta la crepa,

il tramonto esce da questa stanza,

gli uccelli hanno fatto una vita e si rompono.

 

 

 

 

Ecco la nebbia che non ti fa parlare,

è fitta sopra le case,

è i cristalli scivolosi che suonano sul lucernaio,

sulla ringhiera di rame,

minerale come uno specchio:

è tornare molto indietro, quando correre

era fare la nebbia per nascondersi

sotto lo scivolo dei garage

nel punto più buio,

quando siamo stati bambini, in quattro,

e giocavamo a chi fa la pipì più lunga

nel buio. Nessuno ti trova.

 

Mi sembra di vederti apparire

con le lunghe mani e le ginocchia sporche,

ti fingi come il cane senza razza, malato,

che seguiva le porte di tutte queste case.

Lo sento quando la nebbia si alza

anche oggi sopra il giardino

come seguisse molti giri d’atmosfera

e ci facesse sentire insieme già lassù

con lui che ha il terriccio umido di novembre

sul pelo e gli occhi di stella

mentre conti le volte che si è fatto amare.

 

Sono le otto di mattina: lasciami scendere

ancora sulla rampa a cono

nel tunnel dei garage,

so che almeno una porta di ferro è aperta

e c’è anche l’angolo più buio

tra le macchie di benzina e di umido.

La nebbia schiarisce, evapora

la miniera dei sentimenti

dove tu, in questo sesso o in un altro,

dici che malattia non è niente di diverso.

Ma ti immagino felice

almeno in quel punto, e sei felice,

tu sei, non immagini altro.

 

 

 

 

Maria_BorioMaria Borio è nata a Perugia e si è laureata in lettere moderne. Ha scritto su Vittorio Sereni e Eugenio Montale e ha pubblicato la monografia “Satura”. Da Montale alla lirica contemporanea (2013). Sue poesie sono apparse sull’«Almanacco dello specchio» (Mondadori, 2009), su «Poesia» (Crocetti, 2012), sulle riviste «Atelier», «L’Ulisse», «Italian Poetry Review», sul sito “Le parole e le cose”. Una silloge di testi è in uscita nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos). Svolge un dottorato di ricerca in letteratura italiana con una tesi sulla poesia italiana dell’ultimo quarto del Novecento. È redattrice di «Nuovi Argomenti».

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