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Maria Grazia Calandrone

 

 

 
da
GLI SCOMPARSI
(storie da Chi l’ha visto?)

 

 

 

 

 

Antonio

 

 

Invece quella notte sembra che abbia dormito

su un carrello della stazione posteggiato a pettine. Ma io sento

ancora nelle orecchie la sua solita voce

di panno blu pastello, così

rannicchiata e dolce, che mi diceva: aspettami

per cena – in quel tragico

lunedì – in un colpo

di vento, il suo amore (ogni altro inaudito

silenzio) dove si colloca in quella

ipotetica lontananza

di campo d’orzo

oltrebinario, con un raschio di tralci sui fianchi del treno tra le vigne vangate dal vento

del suo transito – la sua corporatura (che già il tempo

debolmente cambiava – e io come potevo

seguire con la punta delle dita

del suo impianto di carne e destino ogni nuovo

contrasto) – fino allo zero: un centesimo

caduto nel sonno

da una piccola tasca

dalla mano

che dunque si apre. A metà canale

sul suo corpo i pennacchi delle canne, le tre porte di acqua salmastra.

 

 

 

 

La gabbia tua, l’armatura portante

 

 

Residui vespertini di canto e sapone.

L’altoforno schiumante del giorno

rilascia un odore di cavo familiare e panni stesi sulla menta sbandante, anfore seminali

nella luce postuma della montagna. Rimescolati

dai cardellini della luce veleggiano fenomeni come piccole nubi di potassio. Così noi siamo autorizzati a crederti

esistente, corpo sereno, colmo

di innocenza nativa – una cavalla bianca come una nuvola.

 

La presa elicoidale delle pale sull’aria di nevischio (inferno

misto a pioggia). Intorno

sintomi di fragilità e ustione. Le ossa faraoniche

del cigno. La corolla del fango

è acqua mista a terra del distacco. Il mantello del cielo

asciuga

quotidiano e immortale sulle tue spalle.

 

I rituali puntelli degli oggetti

di uso comune nella irruenza apocalittica delle ortiche. Il tuo occhio destro

è sul lato del giorno globale.

Il nulla fatto immenso delle tue mani.

Il torrido intrico del tuo petto.

La sorgente teoretica delle tue labbra.

 

 

 

 

Lo spiegamento di forze all’apparire del chiaro

 

 

Gli alberi occupano l’aurora della famiglia. L’animale

è una massa di attenzione, la musica che sale

dai gomiti appoggiati alla terra. La campagna, quel grumo essenziale

di rondoni e polvere serena, è ora tavola, macero

e orinatoio, principio attivo dell’anima.

 

Lei trasformata

dalla scoperta che l’amore vibrava come un timpano d’acqua dalla base del tempo. Lo rivelano

le tracce ritrovate successivamente in mare – sulla città di pietra degli scogli

e l’impronta caucasica della scomparsa.

 

Mamma – mi sento come se volassi – davanti

a queste statue che ti somigliano. Indagine

della sbordatura plantare, la luce – poco incline – sulla spalla:

rosa vinosa

d’alba fiorentina. Non mi hanno ridato l’impermabile

che avevo offerto per coprire il suo eccesso di opacità.

 

Domando cosa non l’abbia fatta risplendere: il mio corpo da latte

era carico di misericordia. Sovrastate – restituite

allo stato di cose le sue ossa dolevano grandiosamente, mute

come respira muto dalle origini il neutro.

 

 

17 febbraio 2004

 

 

 

 

 

I capannoni della Precisa a fianco

della ferrovia. Manici, traversine

e calci di fucile per le bordure, alberi di modeste proporzioni

sotto forma di smarrimento

a dorso di vento. Quell’anno

si sbrigliava un libeccio ritardatario – si sbrogliava dai rami bianco e cedevole come una fune. Mormorava

in quella luce di ortensia come informazione contraddittoria un bambino di terra leggermente

sovracuta e imbronciata.

 

Piove fitto e leggero; docilmente

macera e divaga

il mondo in questa gabbia atrocissima

sul blu spartano delle serrande – sull’ordine

cartesiano delle autostrade

sferraglianti e luttuose. Il requiem delle lanterne

nell’interregno. In quel giardino

di lacca non è mai salita anima viva

anche solo per trovare le ossa, piuttosto grandi e incontaminate.

 

Nel sistema nervoso degli alberi

il relitto di antiche coperture erbacee. Quello sul ciglio

è portatore di una santa

schiavitù d’amore, del percorso

saturnale di un continuo fiorire. Dopo viene la patria, la tariffa di ormeggio (i cavi telefonici, le fumarole).

 

Siamo i fuochi che alzano la testa dalla terra che cerca la sua fine

tra le stupide masse innuvolate. Lenti

ingrandimenti, binocoli

puntati al confine. Spostamenti a freddo

di mobilio e arbusti, un bel canto di uccelli, quel ridere

incondizionato

eversivo:

fedele. Usciamo a piedi nella puntura del polline

nell’abitato antico: siamo la meta di un pellegrinaggio, allevatori

di bestiame tra i resti del Castello.

                                                                                                

 

25 febbraio 2004

 

 

Foto di Dino Ignani

Foto di Dino Ignani

 

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma): poetessa, drammaturga, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “il manifesto”, scrive per “la 27ora” del “Corriere della Sera” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Libri: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011) e La vita chiara (transeuropa, 2011); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); la sua prosa Salvare Caino è in Nell’occhio di chi guarda (Donzelli, 2014); ha composto, con Michele Caccamo, Dalla sua bocca. Riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini (Zona, 2013) e, con Amarji, Rosa dell’Animale (At-Takwin, Damasco, 2014 – prefazione di Adonis); ha scritto due monologhi per Sonia Bergamasco (La scimmia bianca dei miracoli e Pochi avvenimenti, felicità assoluta) e dal 2009 porta in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio (finalista “RomaEuropa webfactory” 2009); nel 2010 è stata scelta come rappresentante della poesia italiana per “Evropa jedna báseň”, documentario andato in onda il 28.8.12 in Česká Televize; ha collaborato con “Cult Book” (Rai 3) e ha scritto e condotto programmi per Radio 3. La sua poesia è tradotta in: arabo, ceco, francese, giapponese, greco, inglese, iraniano, olandese, portoghese, romeno, russo, serbo, sloveno, spagnolo (Spagna, Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Venezuela), svedese, tedesco e turco. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it.

 

 

 

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