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Mário de Andrade

 

a cura di Emilio Capaccio per la rubrica Il poeta del lunedì

 

 

imagem-mario-de-andrade-portinari-malfatti-segall-ancona-ill-14445-MLB68561176_59-OMário de Andrade, ovvero Mário Raul de Moraes Andrade, nacque il 9 ottobre del 1893 al numero 320 della Rua Aurora, nella città di San Paolo, Brasile. Il padre, appartenente a un’antica famiglia nobile, era Carlos Augusto de Andrade e sua madre era Maria Luísa de Almeida Leite de Andrade, anche lei di estrazione aristocratica. Nel 1905 entrò nel Ginásio Nossa Senhora do Carmo gestito dai fratelli maristi. Nel 1910, dopo aver terminato gli anni del ginnasio e diplomatosi in Scienze e Lettere, si iscrisse alla Escola de Comércio Alves Penteado che abbandonò pochi mesi dopo, a causa di attriti sopraggiunti con il professore di portoghese. Nel 1911 entrò nel Conservatório Dramático e Musical di San Paolo per studiare pianoforte e diventare concertista. Nel 1913, morì il fratello Renato, a soli 14 anni, per una complicazione a seguito di un colpo alla testa ricevuto accidentalmente durante una partita di pallone. Mário entrò in una crisi molto profonda e decise di trasferirsi per qualche tempo nella fazenda di famiglia ad Araraquara. Quando ritornò a San Paolo le sue mani accusavano frequenti attacchi di tremolio che gli impedirono di continuare la carriera di concertista, perciò si dedicò a quella di professore di musica che terminò nel 1917, anno durante il quale morì suo padre, ma pubblicò, con lo pseudonimo di Mário Sobral, la sua prima raccolta poetica dal titolo Há uma gota de sangue em cada poema, di chiara influenza simbolista e parnassiana, nella quale affronta il tema della guerra e dello sterminio durante la Prima Guerra Mondiale. Sempre nello stesso anno, mentre si manteneva economicamente impartendo lezioni di pianoforte, entrò in contatto con gli ambienti modernisti dell’epoca, attraverso la partecipazione ad un’esposizione di opere d’arte della pittrice Anita Malfatti (1889-1964). In seguito viaggiò nello stato di Minas Gerais, a sud-est del Brasile, per ammirare l’arte barocca regionale e incontrare, tra gli altri, il poeta, dalle influenze parnassiane, Alphonsus de Guimarães (1870-1921). Nel 1918 ottenne la cattedra di professore al Conservatório Dramático e Musical, al contempo scrisse sporadicamente racconti e poesie per varie riviste e giornali e collaborò come critico d’arte, di musica e di folklore con giornali, quali: “A Gazeta”, “A Cigarra” e “O Echo”, di San Paolo. In questi stessi anni partecipò a molti eventi legati all’arte e divenne amico del poeta Oswald de Andrade (1890-1954), che lo renderà noto a molti critici e letterari dell’epoca, presentandolo come un grande poeta modernista, sull’articolo del 1921, intitolato Meu poeta futurista, apparso sul “Jornal do Commércio” di San Paolo. Nel 1922, pubblicò la sua seconda raccolta poetica, intitolata Pauliceia desvairada, considerata dalla critica una delle sue opere più rappresentative, e la prima vera opera del Modernismo, nella quale – in un contesto di costante industrializzazione e crescita demografica, favorita dai grandi flussi di immigrati portoghesi, italiani e tedeschi, fenomeno che venne definito “Modernizzazione Paulista” – Mário de Andrade esprime proprio quelle inquietudini, speculari con la nuova corrente di pensiero, derivanti dallo sviluppo di una metropoli multiforme e complessa che gli rimandava un sentimento di alienazione e di dispersione, prodotto tipicamente dall’incapacità di sentirsi “accettato” nei luoghi e per le strade in cui era cresciuto. La raccolta poetica però è anche permeata da un sentimento molto forte di amore e affezione per la sua città, che non lascerà mai, per troppo tempo, nel corso della sua vita. Nello stesso anno, collaborò con Oswald de Andrade e Anita Malfatti all’organizzazione della manifestazione chiamata “Semana de Arte Moderna”, che si tenne nel Teatro Municipal di San Paolo, nei giorni compresi tra l’11 e il 18 febbraio. La manifestazione – nella quale Mário de Andrade si dimostrò uno dei più attivi promotori, declamando poesie e tenendo una conferenza sull’Arte Plastica – fu l’occasione per presentare un’autentica innovazione del linguaggio artistico, orientato alla ricerca e alla sperimentazione, che segnò il passaggio dall’Avanguardia al movimento del primo Modernismo, attraverso le espressioni più significative dell’arte, ovvero: la musica, la pittura, la poesia, la letteratura e la scultura, attirando la partecipazione di molti artisti modernisti brasiliani, ognuno dei quali presentando opere proprie in relazione alle espressioni artistiche cui appartenevano. L’evento fu anche l’occasione per formare il cosiddetto “Grupo de los Cinco”, costituito da Mário de Andrade, Oswald de Andrade, Anita Malfatti, Menotti Del Picchia (1892-1988) e Tarsila do Amaral (1886-1973), con l’intento di portare avanti le idee sull’arte e i canoni estetici del Modernismo. L’anno seguente, dopo aver imparato il francese da autodidatta nell’età adolescenziale, decise di apprendere il tedesco con l’insegnante Kaethe Meichen-Bosen, di cui si innamorò per un breve periodo. Negli anni successivi viaggiò in tutto il Brasile con l’obiettivo di analizzare gli aspetti culturali di ogni regione: feste popolari, costumi, leggende, maschere, canzoni. Il frutto delle sue ricerche da pioniere dell’etnomusicologia, saranno opere, come: la raccolta poetica Clã do Jabuti (1927), il saggio, Ensaio sobre a Música Brasileira (1928) e il romanzo Macunaíma (1928). Quest’ultimo è considerato uno dei capisaldi della letteratura brasiliana e fu ispirato dal lavoro etnografico dell’esploratore tedesco Theodor Koch-Grünberg (1872-1924) che nell’opera del 1917, Von Roraima zum Orinoco, (Dal Roraima all’Orinoco), raccolse leggende e storie di indios “Taurepang” e “Pemon” del Brasile e del Venezuela. Collaborò al tempo stesso con la rivista “Antropofagia”, scrivendo numerosi articoli e recensioni, nei quali difendeva i paradigmi dell’arte modernista e criticava gli antichi ideali artistici del XIX secolo, in tutte le discipline maggiormente rappresentative. In politica aderì al Partido Democrático e appoggiò la Rivoluzione del 1930[1]. Dal 1934 al 1938 fu Direttore del Dipartimento della Cultura della Prefettura di San Paolo, incarico che abbandonò dopo un quadriennio per contrasti insorti di natura politica, trasferendosi per due anni a Rio de Janeiro, dove insegnò Filosofia e Storia dell’Arte nell’Università della città. Nel 1940 fece ritorno a San Paolo e qualche tempo dopo fu nominato Funzionario del Servizio del Patrimonio Storico del Ministero dell’Educazione. Morì il 25 febbraio del 1945, all’età di 52 anni, nella sua casa di San Paolo, stroncato da un infarto provocato da una grave miocardia.


 

Aceitarás o amor como eu o encaro

 

 

Aceitarás o amor como eu o encaro? …

Azul bem leve, um nimbo, suavemente

guarda-te a imagem, como um anteparo

contra estes móveis de banal presente.

 

Tudo o que há de melhor e de mais raro

vive em teu corpo nu de adolescente,

a perna assim jogada e o braço, o claro

olhar preso no meu, perdidamente.

 

Não exijas mais nada. Não desejo

também mais nada, só te olhar, enquanto

a realidade é simples, e isto apenas.

 

Que grandeza …a evasão total do pejo

que nasce das imperfeições. O encanto

que nasce das adorações serenas.

 

 

 

 


Accetterai l’amore così come lo osservo

 

 

Accetterai l’amore così come lo osservo? …

Azzurro, ben lieve, un nimbo, soavemente

ti serbo l’immagine, come un rifugio

contro questi movimenti del banale presente.

 

Tutto quello che c’è di meglio e di più raro

vive nel tuo corpo nudo di adolescente,

la gamba così penzolante e il braccio, il chiaro

sguardo preso nel mio, perdutamente.

 

Non pretendi più niente. Non desidero

lo stesso più niente, solo guardarti fin quando

resterà semplice la realtà, solo questo.

 

Che grandezza …la totale evasione del pudore

che nasce dalle imperfezioni. L’incanto

che nasce da serene adorazioni.

 

 

 

 

 

 


Quarenta anos

 

 

A vida é para mim, está se vendo,

uma felicidade sem repouso;

eu nem sei mais se gozo, pois que o gozo

só pode ser medido em se sofrendo.

 

Bem sei que tudo é engano, mas sabendo

disso, persisto em me enganar …Eu ouso

dizer que a vida foi o bem precioso

que eu adorei. Foi meu pecado …Horrendo

 

seria, agora que a velhice avança,

que me sinto completo e além da sorte,

me agarrar a esta vida fementida.

 

Vou fazer do meu fim minha esperança,

Oh sono, vem! …Que eu quero amar a morte

com o mesmo engano com que amei a vida.
Quaranta anni

 

 

La vita è per me, come si vede,

una felicità senza riposo;

non so più né se mi rallegro, perché la gioia

può essere misurata solo soffrendo.

 

So bene che tutto è inganno, ma sapendo

questo, continuo a ingannarmi …Oso

dire che la vita fu il bene prezioso

che adorai. Fu il mio peccato …Orrendo

 

sarebbe, adesso che la vecchiaia avanza,

che mi sento completo e al di là della sorte,

aggrapparmi a questa vita ingannevole.

 

Farò della mia fine la mia speranza,

O sonno, vieni! …Che voglio amare la morte

con lo stesso inganno con cui amai la vita.

 

 
Cantam passaros exoticos no teu púbis

 

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

Como espelhar graficamente

uma melodia de sonho?

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

Como definir a breve vertigem

nos momentos de lucidez?

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

Como descrever o frémito singular

com as palavras banais de todos os dias?

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

Cantam. Ou imagino-os.

Oiço-os. Ou adivinho-os.

Quantas decepções cabem no abismo

que separa A Sensação de A Palavra?

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

Para nós ambos, no vórtice do delírio.

Como ouvi-los sem ser a deliberar?

E como delirar sem os ouvir?

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

O êxtase está além do abraço desesperado

além dos copos do peito além da sanguessuga

labiar além das ancas convulsivas além

dos rostos de mármore esbraseados

 

Cantam pássaros exóticos no teu púbis.

E só ouvindo-os nos amamos como sonhamos.
Cantano uccelli esotici nel tuo pube

 

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

Come specchiare graficamente

una melodia di sogno?

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

Come definire la breve vertigine

nei momenti di lucidità?

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

Come descrivere il fremito singolare

con le parole banali di tutti i giorni?

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

Cantano. O li immagino.

Li sento. O li indovino.

Quante disaffezioni entrano nell’abisso

che separa La Sensazione da La Parola?

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

Per noi due, nel vortice del delirio.

Come ascoltarli senza stare a pensare?

E come delirare senza ascoltarli?

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

L’estasi è oltre l’abbraccio disperato

oltre le coppe del petto oltre la sanguisuga

labiale oltre le anche convulsive oltre

i volti di marmo brasati.

 

Cantano uccelli esotici nel tuo pube.

E solo ascoltandoli ci amiamo come sogniamo.

 
Epitalâmio

 

 

O alto fulgor desta paixão insana

há-de cegar nossos corações

e deserdados da esperança humana

palmilharemos por escuridões …

 

Não mais te orgulharás da soberana

beleza! e eu, minhas cálidas canções

não mais dedilharei com mão ufana

na harpa de luz das minhas ilusões! …

 

Pela realização que ora se ultima

vai apagar-se em breve o alto fulgor

que te inflama e ilumina o meu desejo …

 

Como no último verso a última rima,

eu deporei, sem gozo e sem calor,

meu derradeiro beijo no teu beijo!

 

 

 

 


Epitalamio

 

 

L’alto splendore di questa folle passione

deve accecare i nostri cuori

e diseredati dalla speranza umana

brancoleremo per le oscurità …

 

Non sarai più orgogliosa di suprema

bellezza! ed io, le mie calde canzoni

non vibrerò più con mano tronfia

sull’arpa di luce delle mie illusioni! …

 

Con la certezza che l’ultima è ora

si spegnerà in fretta l’alto splendore

che t’infiamma e illumina il mio desiderio …

 

Come nell’ultimo verso l’ultima rima,

deporrò senza calore e senza piacere,

nel tuo bacio il mio ultimo bacio!

 

 

 

 

 

 


Retrato de novembro

 

 

I

 

Os trabalhadores protestam na rua, Excelência.

Não me incomodam!

Como?!

Não vou sair para essas bandas!

Querem avistar-se com Vossa Excelência.

Não os conheço!

Já estão a fazer barulho.

Manda-os embora!

Não abalam.

Manda-os calar!

Não nos escutam, Excelência.

Bom, somos um país livre!

Mas a gritaria vai-nos incomodar.

Fecha as portas e as janelas!

Mesmo assim os ouviremos.

Tapa os ouvidos!

Também não resulta, Excelência.

Então, ignora-os!

Como?!

Finge que não existem!

Vai ser difícil, Excelência.

Mas não impossível!

 

II

 

E os massacres no Alentejo, Excelência?

Oh nada de extraordinário a assinalar

senão os coveiros já teriam reclamado

horas suplementaraires.
Ritratto novembre

 

 

I

 

I lavoratori protestano per strada, Eccellenza.

Non mi preoccupano!

Come?!

Non uscirò per queste bande.

Vogliono incontrarsi con Vostra Eccellenza.

Non li conosco!

Stanno già facendo baccano.

Mandali via!

Non si muovono.

Falli stare zitti!

Non ci ascoltano, Eccellenza.

Beh, siamo un paese libero!

Ma lo schiamazzo ci darà fastidio.

Chiudi le porte e le finestre!

Anche così li sentiremo.

Tappati le orecchie!

Non serve, Eccellenza.

Allora, ignorali!

Come?!

Fingi che non esistano!

Sarà difficile, Eccellenza.

Ma non impossibile!

 

II

 

E i massacri in Alentejo[2], Eccellenza?

O, niente di insolito da segnalare

altrimenti i becchini avrebbero già reclamato

ore di straordinario!

 

 

 

 

 

 


Tentação

 

 

Eu fechei os meus lábios para a vida

e a ninguém beijo mais, meus lábios são,

como astros frios que, com a luz perdida,

rolam de caos em caos na escuridão.

 

Não que a alma tenha já desiludida

ou me faleçam os desejos, não!

O que outrem prejulgara uma descida,

é subir para mim, elevação!

 

Vejo o Calvário por que anseio, vejo

o Madeiro sublime, “Glórias” ouço,

e subo! A terra geme …eu paro. (É um beijo).

 

A moita bole …Eu tremo. (É um corpo). Oh Cruz,

como estás longe ainda! E eu sou tão moço!

e em derredor de mim tudo seduz! …

 

 

 

 


Tentazione

 

 

Ho chiuso le mie labbra alla vita

e più di nessun bacio sono le mie labbra,

come fredde stelle che, con luce perduta,

rotolano di caos in caos nell’oscurità.

 

Non che l’anima abbia già disillusa

o mi morirono i desideri, no!

Ciò che agli altri pregiudica una caduta,

è salire per me, elevazione!

 

Vedo il Calvario perché ansimo, vedo

il Legno sublime, “Gloria” sento,

e salgo! La terra geme …mi fermo. (E’ un bacio).

 

Il cespuglio invita …Tremo. (È un corpo). O Croce,

come sei ancora lontana! Ed io così giovane!

e intorno a me tutto seduce! …

 

 

 

 

 


Girassol da madrugada

 

 

De uma cantante alegria onde riem-se as alvas uiaras

te olho como se deve olhar, contemplação,

e a lâmina que a luz tauxia de indolências

é toda um esplendor de ti, riso escolhido no céu.

 

Assim. Que jamais um pudor te humanize. É feliz

deixar que o meu olhar te conceda o que é teu,

carne que é flor de girassol! sombra de anil!

eu encontro em mim mesmo uma espécie de abril

em que se espalha o teu sinal, suave, perpetuamente.

 

[…]

 

A noite se esvai lá fora serena sobre os telhados

num vago rumor confuso de mar e asas espalmadas,

eu, debruçado sobre vossa perfeição, num cessar ardentíssimo,

agora pouso, agora vou beber vosso olhar estagnado,

oh minha lagoa!

 

Eis que ciumenta noção de tempo, tropeçando em maracás,

assusta guarás, colhereiras e briga com os arlequins,

vem chegando a manhã. Porém, mais compacta que a morte,

para nós é a sonolenta noite que nasce detrás das carícias esparsas.

 

Flor! Flor!…

 

Graça dourada!…

 

Flor…
Girasole dell’alba

 

 

Di una cantante allegria dove ridono le albe iare[3]

ti guardo come occorre guardare, contemplazione,

e la lamina che la luce tesse di indolenza

è tutta uno splendore di te, riso scelto nel cielo.

 

Così. Che mai un pudore ti umanizzi. E felice

lasciare che il mio sguardo ti conceda quello che è tuo,

carne che è fiore di girasole! Ombra di anile!

Io incontro in me stesso una specie di aprile

in cui si sparge il tuo segnale, soave, perpetuamente.

 

[…]

 

La notte svanisce là fuori serena sulle tettoie

in un vago rumore confuso di mare e ali spiegate,
mi curvo sulla tua perfezione, in un cessare ardentissimo,
ora affondo, ora bevo il tuo sguardo stagnante,

o mia laguna!

Ecco gelosa nozione di tempo, inciampando nei sonagli,
spaventa guará[4], uccelli acquatici e lotta con gli arlecchini,
sta arrivando il mattino. Però più compatta della morte
è per noi la sonnolenta notte che nasce dietro carezze sparse.

Fiore! Fiore! …

Grazia dorata! …

Fiore …

 

 
Momento

 

 

Com este calor quem dormiria …

 

A escureza se ajunta em minha rua,

encapuça a cabeça alemã dos lampiões.

Eu careço de alguém …

 

Meus olhos catam a escuridão

porém calor somente se mexendo

sob a vigilância implacável dos astros.

 

Parece que os burgueses dormem …

casais suados

virgens vazias

crianças descobertas …

O que mais me comove é pensar nos solteirões.

Os solteirões mastigam o silêncio.

Os solteirões viram de lado

ofegando em suspiros apertados.

São sonhos imorais …

 

A noite hesita em seguir pra diante.

De repente se deita nas hortênsias!

 

E eu velo …

Eu velo o sono dos burgueses,

condescendentemente.

 

 

 

 
Momento

 

 
Con questo caldo chi dormirebbe …

 

L’oscurità si congiunge sulla mia strada,

incappuccia la testa tedesca dei lampioni …

Ho bisogno di qualcuno …

 

I miei occhi sondano l’oscurità

tuttavia solo calore si muove

sotto la vigilanza implacabile delle stelle

 

Sembra che i borghesi dormano …

coniugi sudati

vergini vuote

bambini scoperti …

Quello che più mi commuove è pensare agli scapoli.

Gli scapoli masticano il silenzio.

Gli scapoli si girano di lato

ansimando in sospiri stretti.

Sono sogni immorali …

 

La notte esita ad andare avanti.

D’improvviso si sdraia nelle ortensie!

 

E io guardo …

Guardo il sonno della borghesia,

condiscendentemente.

 

 
Esse homem que vai sozinho

 

 

Esse homem que vai sozinho

por estas praças, por estas ruas,

tem consigo um segredo enorme,

é um homem.

 

Essa mulher igual às outras,

por estas ruas, por estas praças,

traz uma surpresa cruel,

é uma mulher.

 

A mulher encontra o homem,

fazem ar de riso, e trocam de mão,

a surpresa e o segredo aumentam

violentos.

 

Mas a sombra do insofrido

guarda o mistério na escuridão.

A morte ronda com sua foice.

em verdade, é noite.

 

 

 

 

 

Quest’uomo che se ne va solo

 

 

Quest’uomo che se ne va solo

per queste piazze, per queste strade,

ha un segreto enorme con sé,

è un uomo.

 

Questa donna identica alle altre,

per queste strade, per queste piazze,

porta una sorpresa crudele,

è una donna.

 

La donna incontra l’uomo,

fanno arie di risate, e si danno la mano,

la sorpresa e il segreto aumentano

violenti.

 

Ma l’ombra del non sofferto

serba il mistero nell’oscurità.

La morte fa la ronda con la sua falce.

In verità, è notte.

 

 
Num filme de B. de Mille

 

 

Num filme de B. de Mille

eu vi pela quinta vez

a triste vida de Cristo

Rei dos Reis.

 

Num mictório de São Paulo

pouco depois li uma vez,

sobre o desenho dum pênis,

Rei dos reis.

 

Num automóvel de luxo,

sessenta vezes por mês,

bem barbeado, bom charuto,

Rei dos reis …

 

Oh, vós todos, homens, homens,

homens, o escravo sereis,

se dentro em breve não fordes

Rei dos reis!
In un film di B. de Mille[5]

 

 

In un film di B. de Mille

ho visto per la quinta volta

la triste vita di Cristo

Re dei Re.

 

In un orinatoio di San Paolo

una volta, poco dopo, ho letto,

sul disegno di un pene,

Re dei Re.

 

In un’automobile di lusso,

sessanta volte al mese,

ben rasato, buon sigaro,

Re dei Re …

 

O, voi tutti, uomini, uomini,

uomini, lo schiavo sarete,

se dentro in fretta non diverrete

Re dei Re!

 

 
Na rua Aurora eu nasci

 

 

Na rua Aurora eu nasci

na aurora da minha vida

e numa aurora cresci.

 

No largo do Paissandu

sonhei, foi luta renhida,

fiquei pobre e me vi nu.

 

Nesta rua Lopes Chaves

envelheço, e envergonhado

nem sei quem foi Lopes Chaves.

 

Mamãe! me dá essa lua,

ser esquecido e ignorado

como esses nomes da rua.
Nella via Aurora[6] nacqui

 

 

Nella via Aurora nacqui

nell’aurora della mia vita

e in un’aurora crebbi.

 

Nel largo di Paissandu

sognai, fu lotta feroce

divenni povero e mi vidi nudo.

 

In questa via Lopes Chaves

invecchio, e svergognato

non so neanche chi fu Lopes Chaves.

 

Madre! dammi questa luna,

essere dimenticato e ignorato

come questi nomi della strada.

 

[1] La Rivoluzione del 1930 ebbe luogo quando Getúlio Dornelles Vargas (1882-1954), Presidente della Stato di Rio Grande do Sul, candidato alle elezioni presidenziali nazionali nel partito di Alleanza Nazionale Liberale e avendole perse contro Júlio Prestes (1882-1946), insorse dopo l’assassinio del suo candidato vicepresidente, João Pessoa, il 26 luglio del 1930. Con l’appoggio dei militari, Getúlio Dornelles Vargas rovesciò il governo precedente e affidò il Paese a una Giunta Governativa composta da due generali e un ammiraglio. Nel 1933 indisse le elezioni per l’Assemblea Costituente, a suffragio universale (per la prima volta veniva riconosciuto il diritto di voto alle donne) e nel 1934 dopo l’approvazione di una nuova Costituzione venne eletto Presidente della Repubblica Federale del Brasile.

[2] L’Alentejo è una vasta regione pianeggiante nella parte meridionale del Portogallo, compresa tra Lisbona e L’Algarve, Agli inizi del XX secolo, questa regione fu teatro di cruenti rivolte contadine, represse nel sangue contro il potere politico ed economico dei grandi latifondisti che sfruttavano i campesinos facendoli lavorare nelle terre in condizioni disumane per pochi centesimi alla giornata. I contadini chiedevano una riforma agraria che frazionasse i grandi latifondi, soprattutto nel nord dell’Alantejo; i proprietari terrieri miravano a mantenere lo status quo. Questa situazione socio-economica tanto gravosa, unitamente alla ferocia del regime di António de Oliveira Salazar (1889-1970) – dittatore del Portogallo dal 1932 al 1968 – furono i principali motivi per i quali migliaia di famiglie alentejane emigrarono soprattutto verso il Brasile, in cerca di migliori condizioni di vita. In questo componimento Mário de Andrade costruisce un’ambientazione in terra portoghese.

[3] Nella lingua tupi termine che significa “signora della laguna” o “bellezza tentatrice che sorge dalle acque”. I Tupi erano indigeni che si stanziarono originariamente nell’Amazzonia per poi estendersi fino alle coste atlantiche. I Portoghesi, al loro arrivo, decimarono i Tupi e ridussero in schiavitù le varie tribù, le quali erano spesso in guerra tra di loro e praticavano rituali cannibalistici sui membri delle tribù nemiche. Oggi, i discendenti dei Tupi si trovano ancora in qualche residua regione della foresta amazzonica, nei pressi del Rio Negro.

[4] Termine proprio della lingua brasiliana con il quale si identifica il crisocione, un animale appartenente alla famiglia dei canidi del Sudamerica, simile alla volpe ma con zampe spropositatamente lunghe per potersi muovere agilmente nelle alte praterie.

[5] Cecil Blount de Mille (1881-1959) fu un regista e produttore cinematografico americano. Il film, a cui Mário de Adrade si riferisce, è The King of Kings (Il Re dei re), film muto del 1927, in cui vengono trattati i fatti salienti della vita di Gesù, visti con gli occhi di Maria Maddalena. Il film fu interpretato da H. B. Warner (1876-1958) – nome d’arte di Henry Byron Warner – e Dorothy Cumming (1895-1983), nelle parti rispettivamente di Gesù e Maria.

[6] Rua Aurora, largo do Paissandu, rua Lopes Chaves, sono ovviamente indirizzi reali della città di San Paolo che rappresentano luoghi significativi della vita del poeta. Per rispondere a Mário de Andrade (che certamente non ignorava chi fosse Lopes Chaves) la rua Lopes Chaves fu aperta alla fine del 1800 e dedicata alla memoria di Joaquim Lopes Chaves (1833-1909), avvocato e politico brasiliano, come riconoscimento per la sua attività politica al servizio del popolo. Mário de Andrade visse nella rua Lopes Chaves, al numero civico 546, dal 1921 al 1938, quando si trasferì a Rio de Janiero, ma vi ritornò nel 1941 e vi risiedette fino al 25 febbraio del 1945, data della sua morte.

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