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Mary Montague, Swallows/Rondini

Swallows

They hurl themselves above an acre of lawn
overlooking a tree-fringed lake. A paradise
of insects inspires them. They’ve lobbed
their fragile bodies over African swamp,
savannah, Saharan vastness, funnelled
into Europe through the Strait of Gibraltar
and flung themselves across to Ireland for this
aerial plankton. They’re quick and agile
as their tiny prey: same darts, direction
changes, that give fly-swatting its tension.
They make it a gambol, their frenzied
metabolism fuelled by the flesh of thousands.
They dip, dive, swoop, loop, swarm
together, reel away, flatten out over
the blades, float up, circle and climb, then
peel off with a flash of sailor-white belly.
Every twist is a gauze of flickering wing;
each smooth-shouldered downstroke a surge
of orbital power, almost gravity-free
in a dart-like form that skims into long
shallow undulations. In sun, they iridesce
with indigo; in shade, they’re swart as plum.
Blurred with speed, the fused pellet of head
and torso bisects a sickle of wing; only
time slows them enough to catch the tail’s
lovely fork, the studs of white decorating
the membrane of its fan. They shark the air,
a dark unruly shoal, voices zipping staccato,
or, now, an unruly chirrip. Grown youngsters
buzz their parents across the grass
and they all rise, chittering, in a vertical dance,
its pinnacle an agape of bill, an insectivorous
kiss. Then they slide down the tent of air
and swerve off. Together, wings and tail
make a double pair, seen when they swing
their rumps forward, give a butterfly-flutter
to slow, to stall, to half-hover over some coarse
flower, transmuting their silhouette
to that Gabriel descended.

Rondini

Si lanciano su un acro di prato affacciato
sopra un lago orlato di alberi. Un paradiso
d’insetti le ispira. Hanno lanciato nell’aria
i fragili corpi sulla palude africana,
savana, vastità sahariana, si sono imbucate
in Europa attraverso lo Stretto di Gibilterra
e si sono scagliate in Irlanda per questo
plancton aereo. Sono rapide e agili come la loro
minuscola preda: stessi guizzi, cambi di direzione,
che danno alla caccia alle mosche tensione.
Ne fanno un gioco allegro, il loro frenetico
metabolismo nutrito dalla carne di migliaia di prede.
Calano, si tuffano, piombano, girano, sciamano
insieme, vanno via barcollando, si appiattiscono
su fili d’erba, riemergono, girano e scalano, poi
decollano col lampo di bianco marinaro del ventre.
Ogni svolta è la benda di un’ala fluttuante;
ogni colpo d’ala a spalle tese un’ondata
di energia orbitale, quasi senza gravità
in forma di freccia che schiuma in lunghe
basse ondulazioni. Al sole, si iridano
d’indaco; all’ombra, bruniscono in prugna.
Sfocate per la velocità, le palline fuse di testa
e torso si biforcano in una falce di ali; il tempo
soltanto le rallenta abbastanza per cogliere la forcola
leggiadra della coda, le borchie bianche che ne decorano
la membrana del ventaglio. Dilaniano l’aria,
scura massa turbolenta, staccato di voci sfreccianti,
oppure, ora, cinguettio turbolento. Piccoli cresciuti
chiamano i genitori nell’erba, e tutti insieme
si levano, garrendo, in una danza verticale,
il culmine è un aprirsi di becchi, un insettivoro.
bacio. Poi scivolano giù lungo la tenda d’aria
e scartano. Insieme, ali e coda
fanno due coppie, se le guardi oscillare
coi dorsi in avanti e sfarfallare
per rallentare, fermarsi, librarsi su qualche ruvido
fiore, trasmutando la propria figura
in quella dell’arcangelo Gabriele sceso in terra.

 

Mary Montague, Tribù, Edizioni Kolibris 2013.

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