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Massimo Morasso

 

 

Inediti da l’opera in rosso

 

 

 

ABISSI, FILM

 

 

 

I vermi-tubo, gli esili coloni del rift pieni di sangue.

Un popolo di granchi albini che fa guerra

mors tua vita mea sull’orlo delle bocche

a quattromila metri, a quattrocento gradi, nell’oscuro.

Creature aliene che costeggiano le immense praterie del sottomondo.

In piedi davanti al megaschermo

li osservo stupefatto.

Sento una voce dentro che li chiama

fratelli, inabissati resistenti

sotto le rughe della terra, parti di un flusso

umano e disumano, inarrestabile.

 

 

 

 

 

La notte e, intorno, l’hu di una civetta

senza altre armi che i suoi occhi spalancati.

Creatura affine

sola con il suo lasciapassare di visioni.

Ma le costellazioni e chi le muove

non l’ascoltano? Come non fosse

la sua parola da lei a me

niente di più del verso di un uccello?

 

Siamo, civetta,

dei giardinieri in un giardino smisurato

e il nostro, non lo senti?,

è un canto di pietà.

 

 

 

 

 

Zefiro torna,

con le lusinghe della primavera.

Brioso, da ponente. E agita i germogli.

Appesa al muro una saturnia pyri. È immobile. Riposa.

In pieno giorno

brucia così il suo breve tempo,

lanciando alle distanze il suo messaggio

con le odorose antenne, filiformi.

Con le ali gigantesche, con gli occhi sulle ali,

per dire ai suoi nemici bada, vattene via, da quest’oscuro ti vedo,

da questa bocca atrofizzata, chiusa al linguaggio

io annuncio all’invisibile l’istinto di non essere

che un tramite dell’anima, un passaggio…

 

 

 

 

 

Dentro al vaso di coccio, la spiga del gladiolo, un fiotto

cremisi dal cormo, germogliante,

la vita che continua

sotto forma di spirito, nel mantra ipnotico di un nome.

Il gladiolo-Angela.

Soltanto un gioco fra di noi, nessuna metamorfosi

purtroppo.

E tuttavia una gloria immaginata:

una realtà.

 

 

 

 

 

Uno schianto sul muro.

E il volante ferito

che immaginammo rondine

o rapace

si rivelò un modesto pipistrello

tradito da un difetto delle orecchie.

 

Non può sentire, lui, nemmeno la mia voce.

Meravigliosamente se ne sta

nel folto della sua pelliccia,

un corpicino stretto

fra le membrane alari, grigionere – lo vedi

tu, immobile e impaurito

sul cemento,

minuscolo, in preghiera?

 

 

 

 

 

Massimo_MorassoMassimo Morasso, genovese, 1964. Germanista di formazione, da tempo si occupa prevalentemente di comunicazione culturale e divulgazione scientifica. Si è dedicato alla poesia, alla saggistica, alla narrativa, alla traduzione, alla critica letteraria e alla critica d’arte. Ha tradotto in volume Yvan Goll, Chaplinata (1995), William Butler Yeats, Calvario. La Resurrezione. Purgatorio (1995), Navarro Scott Momaday, La strana e veridica storia della mia vita con Billy the Kid (1996) ed Ernst Meister, Poesie (1999). Nel 1998 ha curato la riedizione integrale del “Supplemento Letterario del Mare”, il foglio italiano di Ezra Pound. Ha collaborato e collabora ad alcune importanti riviste. Ha pubblicato due libri apocrifi nel segno unico dell’attrice Vivien Leigh (Le poesie di Vivien Leigh, Marietti, 2005 e La vita intensa. I racconti di Vivien Leigh, Le Mani, 2009). Nel 2001 ha scritto la “Carta per la Terra e per l’Uomo”, un documento sulla crisi ecologica sottoscritto da poeti di quarantotto diverse nazionalità, fra i quali cinque premi Nobel e sei premi Pulitzer per la Poesia. I suoi ultimi libri sono In bianca maglia d’ortiche. Per un ritratto di Cristina Campo (Marietti, 2010), Essere trasfigurato (Qiqajon, 2012), una lettura teologica della pittura di William Congdon, la raccolta poetica La caccia spirituale (Jaca Book, 2012), terza e ultima parte del ciclo del Portavoce (1995-2006), l’epistolario apocrifo ”Gone with the Wind”, in AA.VV. Martini Eden, Nutrimenti, 2014 e Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali, 2014), un’ampia raccolta di testi di varia natura ordinati entro un impianto narrativo “a mosaico”.

 

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