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Massimo Sannelli, Un articolo in volgare

Massimo Sannelli, in L’arte del fauno (foto di scena)

Se è brutto è plebeo, se è gratuito è un inganno, se è per tutti è da schiavi.
Se è brutto, gratuito e per tutti è solo Facebook.
Bello, ho scritto un aforisma. Ora prendetelo e dividetelo in parti diseguali: non tutti sono plebei, ingannati e schiavi allo stesso modo. E anch’io fui in Facebook, ma poi no.
Anche i miei libri elettronici sono gratuiti e per tutti, in teoria. Io vi inganno e vi schiavizzo? No, perché manca la prima condizione: c’è un lavoro estetico, dietro, intorno e sopra – e anche in me, sempre – e allora sono gratuiti perché ho pagato io, prima: in tutti i sensi. E i miei libri elettronici sono per tutti solo virtualmente. Io appartengo alla cultura – le apparterrei anche se facessi il pagliaccio o il pastore – quindi ogni mio atto è considerato cultura, anche se dico cazzo e culo. Fare cultura significa essere nella cultura, e anche essere cultura: la gente non ci si identifica, in nessun modo. Ecco perché i miei libri non sono per tutti e non ho schiavi sotto di me.
Cercate di capire. Io non voglio alcun rapporto con voi, oltre alle opere: vi do otto decimi della mia vita – il mio meglio – e non è poco. Che ve ne fate degli altri due decimi? Avete bisogno di amore e di giustificare il fatto che siete dopolavoristi e non artisti; ma io non ho più intenzione di cedere decimi senza opere. Ecco perché non scriverò più con altri e a nome di altri: vedete, è inutile e ambiguo tradurre un classico in endecasillabi perfetti con me e poi scrivere versi zoppicanti e canti zoppi senza di me. Così vi tradite sùbito. Basta contare, ma se non avete orecchio, che cazzo volete? Se io vi chiedessi quali sono gli accenti fissi del decasillabo, li sapreste? E io sono felice di saperlo e di aver tirato su taniche d’acqua e digiunato: conosco gli estremi, il dolore e il dottorato, il vomito e il latino medievale, la povertà nera e i libri di Peter Dronke. Quindi sono a posto, e sono al mio posto.
Mi è stato fatto un complimento: “Tu parli sempre come se avessi una pistola in mano”. Proprio così: è la pistola virtuale di chi ha visto che prima di mangiare ci sono le opere, prima del sesso ci sono le opere, prima della compagnia ci sono le opere (e la solitudine), prima di tutto ci sono le opere. Da me non ci si può aspettare alcuna normalità, ma nemmeno l’irregolarità. Non ci sono né orari né vincoli né limiti, a parte quelli che Dio pone. Avermi è quasi uguale a non avermi. Tutte queste opere considerano omissioni gli atti della vita, a parte la sopravvivenza. Se vi è piaciuto il verso degli Afterhours – “sarai sempre sola ora che mi hai” – avete una chiave per capire. Io posso esserci e non esserci, arrivare e partire, apparire e sparire; ma avrete sempre gli otto decimi, non poco, ma tanto, quasi tutto. Allora non rompete i coglioni per avere anche gli altri due. I decimi piccoli li gestisco io, caso per caso e giorno per giorno.
Allora guardate le opere. Trovate altre pistole come questa? Non ci sono. E poi riparatevi da una pioggia di elementi contro di voi: c’è un modo di perdere che è virtuoso e aggressivo, e accusa – non a freddo, mai – l’avere degli altri. Una volta uno psichiatra-scrittore mi scrisse con il cuore in mano, l’unica volta della sua vita: pensava a se stesso e ad un professore magro, perfettamente geniale e perfettamente ridicolo nel sistema dei borghesi (non si tratta di Sanguineti). Pensava a sé e all’altro, entrambi autori a pagamento, e autori di una massa di opere che nessuno legge e cita. Mi scrisse: “Passano gli anni e siamo immobili come le statuine del presepe”. Cazzi vostri. Avreste potuto fare altro, e di più.

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