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Matteo Serroni. Il giono non è come lo pensi (inediti)

Ferrara, maggio 2018, maggio 2019

 

Ci sono molte notti insubordinate, cilindri alle tempie, ciglia come sbarre.
Ci sono prigioni di carezze, vani assolati con macchie d’ombra, vani dedicati alla dimenticanza.
Ci sono passi e ci sono digestioni, ci sono discorsi che si danno arie,
ci sono parole che tagliano i lati gialli del basilico scottato.
Ci sono giorni annullati da una cifra, altri da un timbro con una cifra
e ci sono ali senza penne, che senza direzione circolano e battono e battono e dicono una lettera.
Una sola, lasciata a richiamarsi in motori anneriti dallo sputo del morchio

 

 

Lasciala pure dov’è quella carta ingiallita, l’inchiostro di china, gli spazi esatti, la colonna per la metà.
In alto l’anagrafe, i riti dell’anno, dove raggiungerti, la foto a due tempi, compressa, per esser sicuri. Lasciala dov’è: porta il numero della mia attesa, delle mie pulsazioni, dell’asma, della tosse della febbre. Lo stato di incoscienza al quale ho spinto il mio corpo, il suo peso, gli occhi smisurati. Mentre tu, senza limiti, sapevi, che il briccone di piombo, aveva fianchi molli per darti spazio. Lasciala, ti ho detto, lasciala: sa di ferrovia e porte e sonni da compartimento; di tende tirate alla stazione più vicina. di respiro e insonnia e occhi viola e doppiati. Di docce che si inseguono, dove l’acqua è sempre sbagliata e il sapone lo vende il tabaccaio. sa di bordello di bagno pubblico, e sopra ci sono il mio nome e le mie credenziali per la tua prigione.

 

 

La camicia morbida si arrende sulle sue spalle. Blu e ad una sola tasca. I fianchi avvolti nel solito largo cotone, dritto sulle coscie e ripiegato nelle mutande. Ombra su tremule pietre, il passo piantato e il turchese al collo, scorre il binario ingoiato da erbe fini, prone al taglio. La mano scura e sbilanciata si getta e cerca, provoca frastuono e insetti aderenti si rifugiano al riparo delle suole sottili, qualcuno pizzicando, gli altri avvinti. La schiena ha la curva stessa della luna.
Le braccia pendono, mandate in avanscoperta. Il viso incontra il collo e ne esce
provvisorio.
Nei sassi minuti, nella ferraglia rugginosa, nello sputo umido che si è posato, le sue unghie di tatto sanno cercare. Una lusinga di voce si spegne altrove, oltre il suo inchino. Nel pizzico infine riporta una scintilla di luce. Propria e molle. La tiene appesa ed essa si allunga, colando e tornando.
Col suo corpo fatto di distanza, nella presenza della raccolta.
Raccogliendo luce, va, un tratto via l’altro, nella sua curva sospeso e certo.

 

 

 

cammini. passi. ancora gli angoli soliti, alloro e tiglio e una ragnatela, e troppo sole e ombra che esaspera. controllo. un passo sull’altro allineati. fiato scelto. poi succede. ti soffermi, forse per allacciare una scarpa, forse perché non ne puoi fare a meno. e ti capita. lui è lì, in mezzo a nulla a molti, urla e ti parla in faccia. lei è lì, con tanti altri altri, sola, seduta su una sedia di plastica bianca, i capelli corti trattenuti da forcine. e hanno tutti da dire qualcosa. quello con le magliette bucate e poche ossa addosso. quella che distrugge il corpo e fa il verso agli uccelli. l’altro, che sa bene che qualcuno lo tiene d’occhio.
ho sentito un albero che moriva. le grinze e le spaccature.
sento ora queste voci, mentre rallento e non controllo il passo. vorrei addobbarle come a natale, posso solo stare ad ascoltare. non ho risposte.
ma si, potete fermarvi qui. non è vero che la sosta è vietata.

 

 

 

mani aperte sul continente. un attore del marmo le ha levigate, eppure le durezze galleggiano.
le dita si tendono e si chiudono a ghermire il vuoto, affondare per metri cubi di ossigeno. le spanne devote all’azoto, masticano terra di sepolture.
continente senza mani, un attore del vasto ha riempito lembi di cuciture fitte, eppure, quando i guanti sono indossati, i lamenti sono ragadi infittite di sale.
Nell’ombra, tenaci le dita si temono, cercano di ringraziarsi, poi la luce le svela, ripide e annodate, versate su scalini dedicati.

 

 

 

il collo lungo la spallina stretta, il mento voltato. il salto netto dei capelli, gli occhi aperti, il sorriso fissato. bianca e snella la veste, piegata sull’anca, si insegue sulla gamba fino alla caviglia. l’orlo è fatto di una poltrona in cuoio rosso. la luce è dietro, diretta sul mogano della libreria. il bicchiere è quadrato e doppiato nel vetro, ci riposa l’ambra di un liquore non desiderato. un braccio è allungato, l’altro trattiene una sigaretta sottile. dalla mano pende il pegno a qualcosa che non sarà, che è stato, e che tu sai solo registrare. socchiudo gli occhi. la scena si riflette negli specchi all’infinito: la lunga adunanza della tua pelle e il disperdersi strappato dei tuoi denti in equa identità.

 

 

 

il giorno non è come lo pensi. ti resta appeso alla cintura, ti è già scivolato dentro.
ti afferra, mentre tu lo pensi svanire.
hai fatto la faccia. quante volte? dentro il giorno fa il nido. il sorriso? quante volte? dentro il giorno ingrossa. le parole volgari? dentro il giorno è tutto pareti. Quanti baci ombre, quante linee spezzate? il giorno dentro non conta queste cose.
quanta lingua e memoria hai perso? il giorno non ricorda. il giorno affonda con raggi disordinati. quanto disordine gli hai riservato?

 

 

 

trascinare blocchi e sassi. senza poterli lanciare. senza poterli colpire e ferire e trarne la forza, in una forma ansante e pulsante. tirar via dal troppo il senso di un gesto unico, che resta oltre il tempo. chiamarlo e svolgerci sopra i tuoi capelli, a inumidire e profumare quello che è solo volume, peso perfetto. ora sa di preghiera e di manto e di umano. instancabile opera di mani accese che si rincorrono.

 

 

 

Deduzione feroce, mia istintiva, nei tuoi capelli cresce un’anemone che respira, si azzuffa e si prende l’orgoglio. La tua imminente venuta, mia dedizione, nemica, lampeggia di rossore soffuso e di piega esatta, del ciglio e del lembo, mentre la pelle rimasta fiaccata, attende il colpo. Ora che hai accorciato il ferro e il tuo primo labbro è un giglio.

 

 

 

ci saranno nuovi posti da raggiungere e scoprire. e saranno i vialetti fra le case familiari. i panni li laveranno a mano e li stenderanno lungo campi coltivati ad azoto. guarderete quel lembo di cielo e continuerete a pensare alla meraviglia dell’universo fino a quando non si spegnerà nelle memorie, non esercitata dalla lingua. avrete le stesse immagini, modificate e poi rimesse a quadro, le stesse giganteggianti cattedrali, poi bruciate poi incupolate, fino a quando non rimarranno fisse. a quando non importa. in quale punto dello spazio non lo saprete. perché avrete smesso anche voi di muovervi. e questo è già vero per la maggior parte di voi. chi ancora si muove oggi? e per movimento intendo qualcosa che abbia della vita dentro: itinerari sconosciuti, futuro da creare, qualcosa da vedere. non lo so. spero esista. che tutto non sia già totale paralisi. dopo l’impasse del linguaggio quella del possibile. la potenza non esiste più, l’atto è dato e vuoto. il dato è l’atto, la persona una semplice eventualità.

 

 

 

sarà il pieno fiore di maggio con l’occhiello imbastardito e il dito tutto puntato e la solenne ombra che vuol gettare, intorno, a ombrello.
con lembi approssimati e sparsi e ricomposti allo sguardo seduto e invariabile del sonno, virtuoso e violento, fatto di rosso e presa stretta;
e la vivida corona che gli fa da punta, in giallo, affondando, e di celesti attese rimanda le stesse strisce inconsuete, fra un tempo di abbagliante sfregio di campo e una soluzione mischiata.
di nubi. di notti che passano.
il pieno fiore di quel mese ancora ansioso e masticante, con pelli di anni e sensi invariabili. e la tua bocca di allora. quella di ora.

 

 

 

si fa silenzio alle palpebre vuotate. il dilemma dell’occhio è là supino e molle e il labbricello tremulo sospira ancora. le bordate dei melograni verdàridi e in minuscola tenuta da scolaro, accompagnano questa ghiaia che rumoreggia e chiama e l’ombra, ma di che corpo?, è rimasta sull’orlo. passeggiate a quattro piedi per riprendersi la ghiotta fase delle primitive carezze, ché poi giunge al polso dolente il permesso di guardarti dentro. arazzi e tendiniti, vuoti sacri, il pendolo in testa. il guardiano che sapeva ansimare e sudare ora guarda da lati obliqui il proprio sostituto. la fotocellula a sua volta punta sempre il rosso. la schiuma che resta dopo la fuga di gas, appannata sulla tubatura fredda, dev’essere ancora una volta la mia pelle.

Matteo Serroni nasce nel 1975 a Ferrara, città in cui risiede e nella quale ha compiuto studi classici e frequentato la facoltà di Filosofia. Durante il periodo universitario nascono Vere passioni, quella per la scrittura, il teatro, la musica, l’indagine.

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