Facebook

Matteo Veronesi, Il cordone d’argento/Cordão de prata

 

seleção de poemas  traduzidos ao português por Gleiton Lentz

 

 

 

Preambolo alla traduzione portoghese di alcuni miei versi

 

di Matteo Veronesi

 

Schermata 2014-07-07 a 10.02.03È, forse, un moto di narcisismo quello che mi spinge a premettere queste brevi riflessioni alla prima traduzione di miei versi in una lingnua straniera, opera di Gleiton Lentz, traduttore in portoghese di Foscolo e di Campana (e, per inciso, la sua traduzione dei Sepolcri , fa risaltare, fonosimbolicamente, quasi visivamente, forse anche per la sonorità e per l’indole della lingua portoghese, quel senso di tramonto, di oscuramento, di oblivione e di perdita, di sussurrio morente, di tenebroso gorgo in cui ogni cosa è rapita, che pure scorre sotto la monumentale perfezione del marmo levigato: «o Olvido envolve tudo na sua noite»; «e vê a poupa, /quando fugia da lua, sair de um crânio / e voar sobre as cruzes…»; «los olhos dos moribundos / buscam a sua luz; e os peitos um último / suspiro exalam ao fugente Sol»). Ma il narcisismo, l’immagine riflessa, non sono solo ostentazione, ornamento, o schermo; possono essere anche meditazione, pensiero, auocoscienza, ritorno della mente e della parola su se stesse attraverso la loro proiezione esterna.

Vale per la traduzione (a maggior ragione se della parola poetica, di per sé quant’altre mai polisemica, sfaccettata, aperta a tutta una molteplicità di risonanze e di trasfigurazioni) ciò che è stato detto più volte dell’interpretazione e della critica: cioè che si tratta di comprendere l’autore con un grado di profondità e di lucidità, con un’intensità di trasparenza e di scavo, dapprima eguali, poi addirittura superiori, a paragone di quelli con cui egli ha compreso se stesso.

Nel momento in cui mi rileggo in un’altra lingua (della quale ho solo, come si dice, una “competenza passiva”, ma che l’origine latina mi aiuta a percepire come non estranea, e a sentire in certo modo mia), la sensazione è, da un lato, di smarrimento, di straniamento (esattamente l’inquietudine che si prova di fronte al doppio, all’ombra, all’immagine riflessa, alle proiezioni o ai simulacri che per un verso rappresentano, di riporto, una fisionomia e un’identità, per l’altro ne svelano, con la loro evanescenza e la loro fluttuazione, il carattere sempre cangiante, precario, alterabile, minacciato dall’impermanenza e dalla cortina di tenebre); dall’altro, di accresciuta o variata conoscenza, come se lo stesso pensiero, lo stesso vissuto che animarono a suo tempo la creazione originale assumessero ora un’altra – forse addirittura più limpida e pura e compiuta, più originaria ed essenziale – delle virtualmente infinite forme, tutte possibili e nessuna assoluta, definitiva o veramente compiuta, in cui si sarebbero potuti riversare.

Si tratta, insomma, di una diversa, e sempre parziale ed accidentale, manifestazione di quell’Intelletto Possibile da cui ogni atto poetico, anzi forse ogni percezione, ogni immagine, ogni idea, scaturiscono come da una perpetua sorgente.

Particolare è poi il caso del portoghese, in cui le sonorità talora scavate, nette, aspre, petrose o terrigne, del comune sostrato latino assunsero, in genere, forme più smussate, morbide, sfumate – una fluidità suadente e sinuosa, una trasparenza tremula, un’ondante oscillazione – capaci però, a volte, di profondi tremori, di vibrazioni cupe, di controcanti malinconici fino al limite di una disperazione sublimata in musica – che quasi prefiguravano il destino di un’epopea marina tesa e dilatata a spaziare sugli oceani, sui continenti e sui popoli, avvolgendo ed imbevendo di sé i contorni e le forme di diverse anime e diverse identità, e incanalando, a volte, straordinari sincretismi pagano- cristiani, e raffinatissime commistioni di primigenio e raffinato, natura e arte, «culto» e «negletto».

La lingua portoghese: «inculta e bela, (…) / esplendor e sepultura, / Ouro nativo, que na ganga impura / A bruta mina entre os cascalhos vela», come cantava il gemmeo e cesellato Olavo Bilac – dunque, nel senso e nel suono, limpida leggiadria e profodità inquietante, luce che scorpora e sublima e profondità minerale, inorganica, petrosa, della vita ridotta alle sue misere spoglie, alle sue oscure scorie – cascalhos, cocci schegge frantumi; la lingua che con Camôes cantò l’«engano da alma, ledo e cego», l’illusione gaia e nebulosa   – ma anche la crudezza solida e implacabile della «morte oscura» poi mutata, quasi con una cabalistica traslazione fonica, con una magica alchimia di fonemi, «por memória eterna, em fonte pura».

Così, nei miei versi, i gigli sono lírios, davvero limpidi e fragili nella loro purezza disarmata – nero è negro, con la sua cupa asprezza, come le due «palate» della «terra fredda» e della «terra negra» che, in Carducci, facevano inorridire Saba – la soglia è limiar, limes limite limitare, confine fra due regni, fra il sole e le tenebre – e il lampo raio, luce ed istante, irradiazione e rapidità rapace che svanisce.

Su tutto si stagliano, insomma, quel nodo e quell’agone infinibile di permanenza e sparizione, di fluidità e durezza, di labilità e permanenza, fra cui vive, si dibatte e combatte, la corrente del pensiero e della parola.

Il testo italiano integrale della raccolta può essere letto gratuitamente qui.

M. V.

 

 

 

I

Credei che si potesse

avvolgere la morte dentro un velo

alato di metafore

e gettarla lontano, via da me

nel limbo interminato del possibile

Ma ancora il suo murmure tornava a turbare

la musica lieve dei giorni

E pensare non è se non pensare alla morte

e perdersi nel pensiero

come si perde il lampo

fra i deserti del cielo

e la cenere nella cenere

e l’anima nel nulla

 

 

 

I

 

Acreditei que poderia

envolver a morte dentro de um véu

alado de metáforas

e lançá-la distante, longe de mim

no limbo interminável do possível

 

Mas ainda o seu murmúrio voltava a turvar

a música leve dos dias

 

E pensar não é senão pensar na morte

e perder-se no pensar

como se perde o raio

no deserto do céu

e as cinzas nas cinzas

e a alma no nada

 

 

 

 

 

 

II

 

 

È bellissima, dicesti, una forma

eburnea nel bianco delle coltri

non livida ma bianca

come neve –

quasi

trasfigurate in pure gemme, o marmo, o gigli

quelle carni antiche che la terra

ora confonde nel suo nero abbraccio

 

 

 

 

II

 

É belíssima, disseste, uma forma

ebúrnea no branco das colchas

não lívida mas branca

como neve –

quase

transfiguradas em puras gemas, ou mármore, ou lírios

aquelas carnes antigas que a terra

ora confunde no seu negro abraço

 

 

 

 

 

 

 

III

 

L’orologio, chiedevi, l’orologio

già sulla soglia oscura del delirio

solo un istante prima di lasciare

quelle stanze che per tanti anni colmasti

con il tepore opaco del tuo amore

 

Così te ne sei andata, ombra fra ombre

con quelle frecce inutili e quell’oro pallido.

proprio allora che stavi per lasciare

i sentieri del tempo, e sprofondare

nella bruma infinita dell’eterno

 

 

 

 

III

 

O relógio, pedias, o relógio

já no limiar escuro do delírio

só um instante antes de deixar

os quartos que por tantos anos colmaste

com a tepidez opaca de teu amor

 

Assim tu foste, sombra entre sombras

com aquelas flechas inúteis e ouro pálido.

logo agora que estavas para deixar

os sendeiros do tempo, e aprofundar-se

na bruma infinita do eterno

 

 

 

 

 

 

IV

(per una preghiera ritrovata)

 

Misura, chiedevi

al tuo santo, le ore e i minuti

prima che venga il lampo

feroce della fine –

prima che cada il buio, e inizi

l’oscuro viaggio

 

Forse era solo il ritmo stento

di quei poveri versi il cordone

d’argento che ancora ti teneva

legata al tempo

 

 

 

 

IV

(por uma prece reencontrada)

 

Medida, pedias

ao teu santo, as horas e os minutos

antes que venha o raio

feroz do fim –

antes que caia a escuridão, e inicies

a obscura viagem

 

Talvez era só o ritmo sofrido

daqueles pobres versos o cordão

de prata que ainda te mantinha

ligada ao tempo

 

 

 

 

 

 

V

 

Dopo il funerale un passero

è entrato dalla finestra e ha volato e volato

e si è posato sulle cose a te care

 

Dicesti una volta che invidiavi

la levità ineffabile del volo

 

 

 

 

V

 

 

Após o funeral um pardal

entrou pela janela e voou e voou

e posou sobre as coisas caras a ti

 

Disseste uma vez que invejavas

a leveza inefável do vôo

 

 

 

 

 

 

VI

 

Se mai una notte tu dovessi vagare

fra le lapidi, spettro impaurito

smarrita la via, non udito

il debole richiamo dei compagni

eternamente eguali nell’oblio

discendi pure sul mio sonno, e destami

 

Ci sarò io allora a stringere

non so come, la tua immagine vacua

e a prenderti per mano, a ricordarti

i nomi delle stagioni e dei venti

e del fuoco, e degli astri, e delle età senza numero

che già furono, un tempo, intrecciati

al tuo e al mio, così dolci e labili

 

 

 

 

VI

 

Se alguma noite tiveres que vagar

entre as lápides, espectro amedrontado

extraviado o caminho, não ouvir

o débil chamado dos companheiros

eternamente iguais no esquecimento

desças até o meu sono, e desperta-me

 

Ali estarei eu então a te estreitar

não sei como, a tua imagem vácua

e a pegar-te pela mão, a lembrar-te

os nomes das estações e dos ventos

e do fogo, e dos astros, e das idades sem número

que já foram, um tempo, entrelaçadas

ao teu e ao meu, assim doces e lábeis

 

 

 

 

 

 

VII

 

Il vuoto che si schiude

oltre il tuo viso –

il bianco della foto

gelida aureola di silenzio e luce

che cinge il breve giro

del chiaro sguardo e della carne fragile –

che altro è se non l’icona labile

del tempo senza fine che ha confuso

l’esile trama dei tuoi giorni –

nera selva

fitta d’echi, ove sola, sulle soglie

del nulla, respira la memoria

 

 

 

 

VII

 

O vazio que se entreabre

além do teu rosto –

o branco da foto

gélida auréola de silêncio e luz

que cinge o breve giro

do claro olhar e da carne frágil –

o que é senão o ícone lábil

do tempo sem fim que confundiu

a tênue trama dos teus dias –

negra selva

densa de ecos, onde sozinha, no limiar

do nada, respira a memória

 

 

 

 

 

 

VIII

 

Davanti alla tua lapide

non c’è preghiera –

non sanno

più le mie labbra sciogliere alle nubi

il muto grido dell’ansia, l’immensa

vertigine della domanda

e della lode

 

In questo giorno, in questo

due novembre che stringe

anime e corpi nel suo freddo abbraccio

non c’è voce né gesto

che varchi il cielo, che smuova il grigio velo

che riempie gli occhi di tristezza

se non quello, pietoso

e tremulo, della mano che disperde

un po’ di polvere dall’oro del tuo nome

 

 

 

 

VIII

 

Em frente a tua lápide

não há reza –

não sabem

mais os meus lábios dirigir às nuvens

o grito emudecido do afã, a imensa

vertigem da pergunta

e dos louvores

 

Neste dia, neste

dois de novembro que estreita

almas e corpos no seu gélido abraço

não há voz nem gesto

que perpasse o céu, que estirpe o cinzento véu

que enche os olhos de tristeza

senão isso, piedoso

e trêmulo, da mão que desprende

um pouco de pó do ouro do teu nome

 

 

 

 

 

 

IX

 

Per te forse la vita

era pianto, lamento ogni risveglio –

ed era, credo, quell’oscuro male

che ti aveva, giorno

dopo giorno, consunta, ed era, infine, solo

l’amore per la vita o il freddo bacio

sublime della morte

che ti poteva salvare

 

E a te sia pace, ora che giace il tuo gemito

nel silenzio effigiato

del marmo e il gelido manto

della pietra nasconde ai tuoi occhi

la luce grigia dell’alba

 

 

 

 

IX

 

Para ti talvez a vida

era pranto, lamento cada despertar –

e era, creio, aquele obscuro mal

que te havia, dia

após dia, consumido, e era, enfim, só

o amor pela vida ou o gélido beijo

sublime da morte

que poderia te salvar

 

E que tenhas paz, agora que jaz o teu lamento

no silêncio efigiado

do mármore e o gélido manto

da pedra esconde dos teus olhos

a luz cinzenta da aurora

 

 

 

 

 

 

X

 

Oggi la pioggia tiepida

ha lavato la morte

via dal viso del mondo, ed ora il sole

indora le sue spoglie

 

Ma quanto è breve questa primavera –

sul suo tepore scende

il lungo gelo del mio disincanto

 

 

 

 

X

 

Hoje a chuva tépida

lavou a morte

fora do alcance do mundo, e agora o sol

doura seus restos

 

Mas o quanto é breve esta primavera –

sobre sua tepidez desce

o longo gelo do meu desencanto

 

 

 

 

 

 

XI

 

Ora è venuto il tempo della quiete

la pallida stagione del silenzio

che abbraccia il pianto e il sangue

col suo amoroso velo

 

E verrà forse il tempo

dell’ironia, dell’angelo maligno

con il suo ombroso sorriso e la sua ala

lieve e rapace come la danza

dei pugili o il passo

della pantera

 

Fino a che venga il tempo che cancella

ogni altro tempo, il nero che scontorna

ogni parvenza, e dal cuore

del tempo erompa il nulla

 

 

 

 

XI

 

Agora chegou o tempo da quietude

a pálida estação do silêncio

que abraça o pranto e o sangue

com o seu amoroso véu

 

E virá talvez o tempo

da ironia, do anjo maligno

com o seu sombrio sorriso e a sua asa

leve e ávida como a dança

dos pugilistas ou o passo

da pantera

 

Até que chegue o tempo que cancela

cada outro tempo, o negro que delineia

cada aparência, e do coração

do tempo irrompa o nada

 

 

 

 

 

 

XII

 

Come l’edera figlia del silenzio

e del buio che avviva le mura

dei cimiteri e reca in quella quiete

il verde riso della primavera

così è questo mio canto che vive

nutrito dalle tenebre e dal nulla

 

 

 

 

XII

 

Como a hera filha do silêncio

e da escuridão que aviva os muros

dos cemitérios e leva naquela quietude

o verde sorriso da primavera

assim é o meu canto que vive

nutrido pelas trevas e pelo nada

 

 

No widget added yet.

geo_public:
0

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: