Facebook

MATTEONI, Francesca

coverviandanteFrancesca Matteoni

“mi cresce dentro il nudo dei tramonti”

“Spingendo nelle lame le parole / unirmi il sangue al sangue di altri uguale”. Questi bei versi di Francesca Matteoni sintetizzano il movimento principale della sua poesia, fatta di versi intensi e penetranti, che si muovono tra squarci di realtà descritta/ri-tagliata oggettivamente e immagini di carne e sangue/visioni oniriche di grande potenza (“Hanno slacciato il corpo dalla notte, tolto / dai fari appesi di foglie – muscoli recisi”.; “Nel cielo si flettono masse muscolari / corpi glabri di acetilene, nuvole schermate a coprire”;) La poesia della Matteoni non ha pretesa di circoscrivere il reale, piuttosto, lo ricrea e reinventa, potenziandolo. “La sete più grande è l’altro –, lo trovi disunendo le parole”. Per per questo la Matteoni procede slegando le parole dalle loro consuete associazioni e ricerandone di nuove. Ogni cosa che avviene o si mostra in un verso, si riverbera nel successivo con accostamenti desueti, spesso stranianti, che creano la suggestione di un mondo fiabesco colmo d’insidie e pericoli a ogni angolo. Ma una volta svoltato l’angolo, nuove immagini mentali e reali, nuove suggestioni si affollano, intrecciano e confondono.

Scrivere “è questo perdere peso – / le ali stese stracci di bucato / la polpa diradata dalle arterie”. È scavare in sé stessi e nel reale, sprofondare, come l’anima “che ha un suo luogo là sotto, piccola / di sassi e sonagli, approda al canto / delle balene all’antro caldo, ai fiati di molte creature”. E il canto arriva a compredere l’assenza che si cela dietro il paesaggio, “la neve come un grembo”, che accoglie e custodisce, ma anche “il suono solido / disposto negli oggetti”, il respiro della solitudine di una stanza in cui le ombre si animano, gli oggetti parlano di memorie, le vesti stipano parole, ma la realtà si riverbera soltanto in bagliori che assumono altre forme, perché “Solo i morti conosciamo davvero / il resto è imitazione dell’amato / nel buio non capire o trattenere”. Per questo le poesie sarebbe meglio non scriverle, ma tenerle “per camminare nella pioggia / o nella luce quieta di novembre –”, per trattenere l’energia che le abita, che si disperde senza riuscire a restituire, perché “I paesi nei versi, le assenze premature / sono enormi campisanti, persone artificiali”.

da Nella borsa del viandante. Poesia che (r)esiste, a cura di Chiara De Luca

No widget added yet.

original_post_id:
254, 254, 254, 254, 254, 254, 254, 254
Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox: