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Melita Richter, Alcune ragioni minime (anticipazione)

Quanto amate l’Europa? Se l’amate è meglio, perché quando leggerete Melita Richter troverete tanta Europa. Troverete la Mitteleuropa, dove “di venerdì ci toccava il piatto di tagliatelle con semi di papavero / uno strazio vero per ogni bambino mitteleuropeo”. Troverete tre nomi diversi del caffè, etnia per etnia. E troverete anche altri luoghi, ma sempre a partire da questa base.

Chiunque può notare che Richter parla molto di Europa, e di Mitteleuropa.

Chiunque la può vedere nella sua Babele – lingue e luoghi –, da Trieste all’infinito. Va bene.

Chi legge Richter e dice Europa o sradicamento, o dice Babele, sarà preciso e banale. Ma il fatto è che la poesia non è un manifesto: altrimenti uno scriverebbe manifesti, no? Invece niente manifesti, ma complicazioni; quel minimo di sinestesia e di polisemia in rime e ritmi che è la poesia, di solito. Un mondo dove stigma rima con enigma non si adatta ai manifesti alla buona.

Questa è poesia civile? Diciamo di sì, ma non nel senso dell’ideologia o nella volontà di guidare i lettori. Questa è poesia di una civiltà. E quindi è la poesia di una civiltà messa alla prova, scritta in un italiano messo alla prova di un po’ di plurilinguismo, ma pur sempre italiano, cioè la lingua di un Paese sfibrato.

Richter è civile all’interno di una civiltà in cui si riconosce, diciamo. E allora la civiltà e la persona si identificano, come in Due maggio duemiladue, in morte di un “poeta-patria”. Proprio così: un poeta può essere padre, come lo è Virgilio “dolcissimo patre” nel canto XXX del Purgatorio; oppure maestro, come Carducci per Pascoli. Niente di nuovo, ma qui c’è un poeta-patria. E questo è nuovo.

Uno legge e capisce che non è questione di politica, ma di natura e cultura, che di per sé sono belle astrazioni. Ma il fatto è che per qualcuno tutto questo diventa biografia e prassi: “non ha mai fatto a gomitate per entrare nel nuovo millennio / perché nel secolo passato aveva già vissuto tutto”.

Così siamo in un campo molto più sottile e molto più doloroso del vecchio e nuovo padroni-a-casa-nostra. Più della casa, contano gli abitanti, è chiaro. E gli abitanti parlano in un certo modo: il modo è parte del mondo.

Il mondo di oggi è più caotico che complesso, nelle sue azioni. Nei suoi oggetti è semplificato al massimo. Ecco una tazza, qui, in poesia. Non è degli antenati, è dell’IKEA. E così gli altri oggetti. Sembra una cosa da niente, e invece è fondamentale. Chi vuole, leggerà la lettera luterana di Pasolini del 24 aprile 1975, e capirà che anche una tazza come questa – o una tazza antica – implica una questione di civiltà. Da un lato c’è la tazza di massa, dall’altro le buone “tazzine di caffè dall’orlo dorato” di cui parla Richter in un’altra poesia, oppure le “tazzine color giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche… Legate all’universo della Bauhaus e dei bunker… La loro misteriosa qualità era quella dell’artigianato”, nel 1975. Il cambio del mondo è anche un fenomeno di produzione, uso, consumo, localizzazione e delocalizzazione: tutto questo riguarda sia i viventi sia le merci, è chiaro. E tra i viventi soprattutto quelli di alcune aree infuocate della Terra.

Etichetta significa anche modo di comportarsi: una buona maniera di vivere. Questa etichetta si vede, qui. Parte dell’etichetta è offrire una certa attenzione severa a tutto: forme, lingue, materiali, individui. Voi non vi stupirete se un poeta parla di marchi e oggetti semplici, e dice IKEA o Bauhaus. Gli oggetti sono parte dell’identità: che può essere integra – o disperata, ma consapevole – o disintegrata, e anche inconsapevole. Il caso di Richter è il primo: un’identità che sa dove si è messa. Dove? Dove tutto si capisce, ma niente è facile.

 

Massimo Sannelli

 

 

 

 

 

Due maggio duemiladue

 

a Izet Sarajlić

 

Oggi è morto il poeta.
Me l’hanno detto a bruciapelo
senza avvisi di pietà
cogliendomi in una Amburgo nordica
città umida e vischiosa.

Correva il giorno due di maggio dell’anno duemila e due
la primavera non aveva ancora schiuso le ghirlande di lillà
io, occhi di bue
sentii le spille di ghiaccio nell’anima
e nella falla del petto un tuono sommerso
Il poeta è morto
Il maestro se n’è andato
Colui che serbava raccolto nel suo nome il nome della città adorata
Sarajlić di Sarajevo
un connubio d’intesa davvero unico
Izet si è spento.
Dove poteva andarsene lui che più di ogni altro luogo amava la sua città
e non la lasciava neppure quando il barbaro
il non-uomo
la cinse con terrore, con fame, con nefandezza
quando scarnì per sempre la sua bellezza?
Il poeta di nazionalità sarajlija-sarajevese, dove sarà diretto? Quale via prese?
Non ha mai fatto a gomitate per entrare nel nuovo millennio
perché nel secolo passato aveva già vissuto tutto;
tutto il bene e tutto il male dell’Universo
tutto ha avuto e tutto perso
l’amore più grande della sua vita, la Poesia, il serto,
la guerra, l’assedio, la morte dei suoi cari. Un lutto a cui non vi è pari.
Ha perso la casa, le strade, gli amici, ha perso le betulle, gli uccelli,
ha perso il suo popolo ritto
l’ha smarrito.
E poi, a dir vero, l’ha ritrovato. Taluni all’estero, altri in cimitero.
Il commiato da ognuno di loro fu in parte anche il suo avviarsi.
Artefice del più struggente libro dei libri degli addii[1]
invidiava a Tolstoj che poteva raggiungere la morte da qualche parte ad Astapovo,
dopo aver intuito che il Progetto in cui credeva era svanito e nulla si era realizzato.
Allora Izet, quercia abbattuta, si contorceva
E noi, dove possiamo andare?
Non c’è in tutto paese una qualche Astapovo, né una morte
nella quale potersi rifugiare
da questa follia.

È morto l’uomo che ha vissuto in balia di speranza
di sogni
di Utopia.
È morto il poeta-patria
mia.

 

Amburgo, maggio 2002

 

 

 

 

 

Ti corono di Vita

 

Lì il mare settentrionale, argento vivo spumeggiante
qui tra le tue mura
al riparo da ogni vento fuori misura
fremo con te, fazzoletto di terra sorella.
Ghetto. Che vile nome ti hanno dato.
Di una ignobile vergogna universale hanno
segnato il tuo corpo ritto per disperderlo come granelli di sabbia
in un deserto dell’anima. Che rabbia.
Fazzoletto di terra straniera, io foresta ti corono di Vita.
Tu tremi di memoria e io ti stringo sottobraccio priva di una patria.
A quattro gambe camminiamo per le vie dai nomi garbati
la via del Pane, dei Rettori, del Ponte,
più in là ancora la via del Monte.
Mesta seguo il richiamo del tuo crinale
non dimentica della buia violenza che ti ha usato la soluzione finale.
Ha divelto le tue porte, messo a soqquadro i luoghi sacri,
reso apolide ed errante la tua gente.
Una storia troppo pesante.
Tu bruci di febbre e io con te rabbrividisco
in quest’inverno inciso sulla campana muta di cristallo.
Se devi urlare, fallo.
Ti ascolto, fazzoletto di terra amica.
Io ti corono di Vita.
Seguo il richiamo di un serpente di plastica con dentro lumini minimi,
un oggetto banale dimenticato da Silvestro o precursore del Carnevale
che avvolge gli angoli delle case dai coppi molli e li fa vibrare
e come fosse un cordone ombelicale
mi unisce a te.
Mi chiedo: come te la passi tra i libri antichi e le credenze scrostate
con in fila le coppe scoppiate di vetro sottile,
come te la passi tu così signorile
con questa storia fasulla adagiata in poltrone di pizzo che sanno di muffa?
Che dici quando avverti la grassa presenza di truffa?

Per le vie del borgo padroneggia Febbraio e lava la pietra lisa.
La luna s’affaccia di cera sul mare nero che sputa la bava.
Sotto l’insegna di ghisa
tintinnano le lanterne rosse
annunciando profumati involtini primavera.
Si sparpagliano nella notte le schegge di scoppi di riso
noi due, fazzoletto di terra,
creature della stessa madre chimera
sorridiamo sotto i baffi
abbiamo voglia di vino, di festa,
perché io, foresta
mi specchio nel tuo viso sorella
e ti corono di Vita.

 

 

 

 

 

Di che città parlo?

 

Oggi mi sono sentita pronunciare: la mia città
e, assalita dallo stupore, mi sono scoperta a pormi il quesito:
di che città parlo? A quale mito alludo? Chi cito?
La natia Agram, Zagabria,
la piccola patria che sempre più tra le nebbie mi sfugge,
s’allontana,
svanisce,
o questa Trieste ruffiana e piccolo borghese
che con le sue braccia tese cinge il golfo con spavalda noncuranza
eppure non tradisce
l’umana speranza dei vecchi e nuovi nomadi del mondo?
Cosa potrebbe essere mio in questa città
verso la cui immagine incisa col mare in burrasca sullo sfondo
nutro sentita avversità?
Altera urbs poco cortese i cui poeti della frasca
coniano i versi senza pretese
su quell’insopportabile legame tra bicer de vìn, morbin e le eterne ciaccòle,
quale dono avrei portato io a te
per sdebitarmi della mia poca reverenza?
Quale canto intonare, non alla gloria né alla fanfara,
ma alla memoria delle tue sembianze non più di fanciulla, cara?
Io straniera pido la palabra e già sento la stretta di un eterno connubio
non so se felice
tra te regina
e me cittadina.
Consapevolezza, parola, voce.
A loro affido il nostro legame cosmologico.
A te porto in nozze le parole in lingua tua
perle di collana candida.
Per me serbo le parole mie,
conchiglie di madreperla schiuse negli abissi dell’animo.
Taj vjenčani prsten More[2],
il sigillo Mare ci unisce,
lo stesso che lambisce le rive di un’urbanità universale
laddove ogni città è mia
se nelle sue fattezze brilla l’assetto astrale di civiltà.
Ormai il dubbio è vano: io ti riconosco.
Conosco le tue albe pallide e le notti di brio nelle piazze
mentre nelle chiazze d’ombra dei tuoi viali
ricompongo il volto di dio Giano
non più scisso
nel tuo e nel mio.

 

 

 

 

 

La Balcania capovolta all’opera

 

Dicono
che dal sottosuolo di una bianca Vienna
prima ancora che l’alba albina discosti la chioma dal giaciglio di brina
si odano salire voci di uomini a mezzo busto,
di minotauri delle viscere della Terra
dalla sagoma china,
rudi dei ex machina.
Emergono le voci, poi guizzano fuori dai tombini, dagli scavi urbani,
dalla giungla di reticolati del sottoterra
si disperdono come vapori di un fiume che gela
come i gemiti degli amanti
come il bisbiglio dalla cella
s’inerpicano suoni di una lingua aliena.
Loro, maestri, intrecciano ai fili le parole vaganti,
ai tubi le avvolgono, alle colonne portanti,
alle valvole brune perdenti.
Strisciano le parole lunghe, pigre, asciutte,
piene, gravi, a volte acute
s’avvinghiano alla speranza
mentre ancora dorme la cittadinanza della metropoli ignara.
Naši su to, sono i nostri
se “il nostro” ormai ha un qualche senso;
sono “nostre” le parole che sento, naše riječi
se mai ci sono ancora parole di gioia da comunicare,
non quelle per ammazzare
e ubicare le nuove identità etniche.
Dagli scavi di un’Europa distratta
partono gli aggettivi diretti in disfatta;
“i nostri” al fronte, “i vostri” nelle trincee,
fratelli gemelli di lingue sorelle
a confronto
le parole rauche
murate.
Volti di vento, occhi da libellule
grandi mani che plasmano la materia,
scavano, bucano, erigono
i minotauri della miseria.
Costruiscono la Casa comune di cui non sono cittadini
né mai saranno acclusi inquilini.
Loro abitano da qualche altra parte
nella dependance dislocata in via del Levante.

La Balcania capovolta all’opera
edifica zelante,
solidifica le molli fondamenta di quell’illusione forte
di una Casa Europa senza porte.

 

 

 

 

 

Le perle di Ocrida

 

Piange il cielo su Ocrida
le sue perle annebbiate
e alle acque increspate
unisce il velo di nostalgia
per la sommersa perdita della Macedonia
una perdita forse soltanto mia.
Il lago dalle sponde divise
da tempo irrise dalla storia
serba l’immagine di un mondo speculare
cielo e terra tra la chimera
di estasi ancestrale.
Qui anche i santi si venerano in coppia
come se questa sponda doppia
avesse bisogno di un doppio abbraccio
e doppia maestria.
Santo Naum e San Clemente
Santi Cirillo e Metodio
Santa Petka e Santa Sofia.
La profonda scia della spiritualità
l’armonia dell’ortodossia
la dorata divinità.
E mi chiedo: com’è il lago visto dall’altra riva?
Di là, quale sarà il paesaggio?
mentre sull’onda della Telecom colgo il messaggio:
Welcome to Albania.

Ohrid, giugno 2004

 

 

 

 

 

Oltre la passeggiata

 

C’era in mezzo il desiderio
oltre la passeggiata
sui campi fioriti di giugno
oltre quel sasso gettato a raschiare la superficie del lago
per lasciarla intatta dopo averla fatta vibrare
c’era un vago desiderio che stempera le vene
e se solo ci pensi
c’era pure l’arcobaleno che cattura i sensi
e ti fa mancare.

Ohrid, giugno 2004

 

 

 

 

 

Il dispatrio

 

Il dispatrio
è come stare perenne nell’atrio
di un mondo assente
essere e non essere tra la gente
non da soggetto, da io, ma solo da opzione latente.
È sentirsi vagabondo
tra le parole del mondo
cercare il filtro per il nodo di dolore
quello che attanaglia
e con un po’ di arte e un po’ di follia
tramutare la nostalgia
la vecchia canaglia
in una qualità fine e asciutta
disseminata sulle vie della vita.
E poi?
E poi armarsi di disubbidienza
e vedere se qualcosa muta.

 

 

[1]3 Izet Sarajlić, Il libro degli adii, Edizione Magma, Laboratorio mediterraneo, Napoli 1996.[2]5 La vera nuziale, Mare.        

 

Da Alcune ragioni minime. In uscita per Edizioni Kolibris

Melita Richter, nata a Zagabria (1947), vive a Trieste (dal 1979). Sociologa, saggista, docente universitaria. Curatrice del libro L’Altra Serbia, gli intellettuali e la guerra, Selene Edizioni, 1996. Assieme a Maria Bacchi, ha curato il libro Le guerre cominciano a primavera – soggetti e identità nel conflitto jugoslavo, Rubbettino, Soveria mannelli 2003. Curatrice del libro Percorsi interculturali Esperienze di mediazione culturale a Trieste, Interethnos, Trieste, 2006.
Assieme a Silvia Caporale Bizzini cura il libro Teaching Subjectivity. Travelling Selves for Feminist Pedagogy, book series ATHENA, Stockholm University, Stoccolma 2009, e la sua edizione italiana, Soggetti itineranti Donne alla ricerca di sé, Albo Versorio, Milano 2013. Curatrice della raccolta di autori italofoni Libri migranti, Cosmo Iannone editore, Isernia 2015, libro insignito dal Premio letterario Francesco Gelmi di Caporiacco, Trento, edizione 2016.
Collabora a riviste nazionali e internazionali sui temi interculturalità, integrazione europea e questioni balcaniche. È socia di centri esteri di ricerca e politica internazionale, tra cui European Centre for Peace and Development – ECPD, Belgrado; Centre for Women Studies – CZS, Zagabria. È tra le fondatrici della Casa Internazionale delle donne, Trieste. Ha promosso le antologie dei testi di autori migranti a Trieste, collana editoriale del CACIT – Coordinamento delle Associazioni e delle Comunità degli Immigrati della provincia di Trieste. È socia della SIL – Società italiana delle letterate. Scrive poesia e fa parte della Compagnia delle poete fondata da Mia Lecomte a Roma nel 2009.
Partecipa ai reading di poesia in Italia e all’estero. Tra gli altri:
Festival della letteratura “Sabir: Circolo Mediterraneo di Conversazione”, Ragusa, Modica, Scicli, giugno 2005;
Residenze estive, Duino; edizioni 2009 – 2017;
Espansioni, Rassegna di eventi artistici e culturali, Trieste/ Fiume/ Arbe, edizioni 2012 – 2014;
Poetès a Paris – Le 7ème festival international de la Poésie à Paris, ottobre 2013;
Sopra l’autobus la capra recita, Trieste, 25 novembre 2013, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne; reading di poesia negli autobus urbani; Zagrebačko Tršćanski Razgovori, Zagabria, – Incontri tra poeti di Trieste e Zagabria, evento promosso da P.E.N. Internazionale e Croatian P.E.N.Centre; Zagabria, dicembre 2014;
La TV Capodistria/Koper, Slovenia, le dedica mezz’ora di incontro poetico in trasmissione “Parole più belle”, 29 gennaio 2016;
Caffè letterario multiculturale a Padova, Libreria Zabarella, maggio 2016;
Concorso internazionale di poesia Pensare Scrivere Amare, Remanzacco, (Udine), menzione speciale poesia straniera inedita, edizione 2017.
Ha vinto premi di poesia, tra cui il Primo premio nazionale di poesia “Belmoro”, Reggio Calabria, 2003.
Le sue poesie sono state tradotte in francese, inglese e croato.

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