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Memento senescĕre

Oggi c’è bisogno di nuovi capri espiatori. Qualcosa su cui convogliare la paura. Chi meglio degli anziani. Ma contro i #vecchidimmerda (sic) si riscontra una ferocia che va oltre la superstizione di routine e il pregiudizio di default insiti nella natura del genere umano. La furia non si attenua neppure nel constatare che il Coronavirus colpisce a caso, a prescindere dall’età e dalla sana e robusta costituzione.

L’odio è un sentimento coriaceo, duraturo e radicato, che ha origine in eventi e circostanze precise, più o meno palesi oppure occulti. Quello che chiamiamo impropriamente odio social è piuttosto uno sfogo irrazionale di pancia, un moto indifferenziato, che nasce da un pretesto sempre diverso e si esaurisce in breve tempo, per convogliarsi altrove, sull’onda della collettiva frustrazione. A esserne oggetto sono più spesso le donne. In loro, gli utenti – maschi e femmine in egual misura – colpiscono di volta in volta l’originalità, l’indipendenza, la creatività, o l’intraprendenza in campo artistico o professionale. Il body-shaming diviene strumento privilegiato per distogliere l’attenzione dall’individuo (il femminile della parola non esiste neppure) che ne è fatta oggetto e dalle sue creazioni, per ricondurla al ruolo di oggetto sessuale, o proprietà di qualcuno. Il vero bersaglio della rabbia non è dunque la persona – che in rete non sussiste – ma quello che il suo avatar rappresenta, la funzione che la collettività le attribuisce. È il caso di Vanessa Incontrada, attaccata non tanto per il fatto di non essere filiforme, quanto per la sua spontaneità e simpatia innata, per una naturalezza e una nuda bellezza che sono rare nel mondo dello spettacolo (con l’aggravante, per gli uomini, di non poterci uscire a cena nemmeno in cartolina, un po’ come con Armine Harutyunyan; per le donne, di non poterle somigliare neppure complice la mascherata del sabato sera). Almeno finché una rivista patinata non l’ha immortalata nella classica foto glamour rigida, studiata e artefatta, che l’ha inquadrata e rimessa a posto in uno degli schemi del femminile socialmente tollerati. (Come fecero con le scrittrici dello ‘Star System Italia’ sull’agghiacciante copertina ventosa pubblicata da D la Repubblica qualche tempo fa).

Oggi che d’estate le donne vanno in spiaggia con un filo interdentale tra le chiappe e in piazza con una goccia di profumo, e che la nudità è stata inflazionata e banalizzata anche in arte, non c’è nulla di sovversivo o scandaloso in una fotografia di nudo – cioè un sudario abbandonato, la sindone di un assente già stato – a meno che la nudità non prescinda dallo sguardo dello spettatore, offendendo l’orgoglio maschile collettivo.

Durante l’emergenza Coronavirus, i bersagli della frustrazione social sono stati dapprima i corridori e i proprietari di cani, poi gli escursionisti e i palestrati muscolosi. Cioè la vitalità e le passioni.

E gli anziani? Che cosa si vuole colpire mirando a loro? Di che cosa ci si vuole vendicare?

Del fatto di essere mortali. Nella società della vacuità e dell’apparenza, niente terrorizza di più che invecchiare. Già da tempo l’invecchiamento è considerato un crimine, che i personaggi pubblici per primi sono costretti a espiare con filtri, fondotinta e facce fisse in maschere grottesche. Perfino denaro, prestigio e potere si rivelano attenuanti blande in questo (forse unico) caso. La pena inflitta è l’obbligo di somigliare ai propri selfie: non esistere.

Ora che l’imperativo è fingere – affetti, sentimenti, impegno, empatia, pelle di pesca – chi non si maschera e non mente deve lavare la colpa nel sangue virtuale. Gli haters hanno pesantemente attaccato perfino la divina Julia Roberts, rea di essere vera. Il capo d’imputazione? Avere pubblicato una foto che la mostrava senza trucco e con gli occhiali, vestita come stava per casa, assieme alla sua nipotina. La colpa? Essere invecchiata. Ricordarci che accade. Memento senescĕre. Peggio che mori.

Sarà che non sono mai stata giovane e immortale come voi. Ora che a sorpresa ho raggiunto i 45, la gente ha finalmente rinunciato a educarmi: nessuno mi chiede più perché non mi sposo e non mi riproduco. Di conseguenza, non sanno più cosa chiedermi. Pensano nasconda qualche mistero. Una colpa immonda. Un cadavere in cantina. Una segreta abiezione. Del resto, che ci stai a fare al mondo se non è per figliare, accoppiarti, o almeno andarti a cercare qualcuno. Che sollievo: sono inutile al processo riproduttivo! E non solo. Pure quello produttivo di me potrebbe benissimo fare a meno. In Camera di Commercio mi hanno inserita tra i commercianti perché la categoria kamikaze non esisteva e neppure quella sounasega. Pertanto sono un commerciante di poesia: un ossimoro vagante. Una inutilità vivente. Che splendore.

Camminare per camminare. Scrivere sapendo che nessuno ti pubblicherà mai finché vivrai. Correre senza l’obiettivo di vincere gare. Tradurre decine di libri senza essere un nome né un autore, che è come non pubblicarli neppure. Praticare gentilezza a casaccio e atti privi di senso. Non avere prestigio né potere fa sì che tu non cada nella tentazione di dare valore all’adulazione di chi ti segue. Meglio non avere seguito, né like e condivisioni per termometro. Poter scrivere quello che ti pare, anche se non è banale, anche se rischi di far pensare. Tutto questo ti rende molto libero e molto solo, come tutti siamo, se non serviamo. Saperlo è bene. Sarà per questo che nel destino degli anziani vedo anche il mio, come a un funerale piangiamo anche quello che saremo. Chi oggi si sente immortale dovrebbe fare uno sforzo d’immaginazione. (Che poi gli anziani sono in media ben più utili di me all’economia. Loro tornano buoni, finché dura: per accendere mutui o sottoscrivere fideiussioni. In molti sono anche ottimi baby-sitter, consulenti, cuochi e lavandai free lance a costo zero, che permettono ai neogenitori di conciliare “famiglia & carriera”, ottenere la patente di cittadini di serie A, il diploma di guru dell’emancipazione e dell’autoaffermazione, sentirsi migliori e rompere i coglioni in giro).

Dovremmo addomesticare l’ossessione malata per l’apparenza perfetta. In questo la mascherina può essere molto utile, anche chi se ne frega della sua funzione sanitaria: per la vanità è una bella prova. Infatti alcuni l’avvertono come una intollerabile limitazione. Senza apparire come si deve, si sentono prigionieri dell’essere. Cioè liberi.

La vera vittoria sarebbe sconfiggere la pandemia. Poter tornare ad abbracciare i nonnini. Entrare in un bar a bere un caffè con spensieratezza, senza mascherina né sensi di colpa. Tornare a uscire, lavorare, incontrarsi senza restrizioni.

Uscire dalla pandemia è come smettere di fumare. Ci vuole un gesto deciso e definitivo. Bisogna buttare via il pacchetto. Non serve accendersi la sigaretta a scrocco o di nascosto da quelli cui avevi detto di avere smesso. Non servono i palliativi, le sigarette elettroniche, i cerotti alla nicotina. Non serve raccontarsi balle, né cercare alibi o colpevoli al di fuori di noi. Non serve dividerlo, il noi: anziani da una parte, giovani dall’altra; commercianti di qua, artisti di là. Perché il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Non serve ridurre il numero delle sigarette e contare i minuti che separano l’una e l’altra. Non serve chi ti racconta che un amico del cuggino ha fumato fino a novant’anni ed è ancora vivo. Non serve dire che fanno più vittime gli incidenti stradali. Serve la volontà di liberarsi da qualcosa che ci condiziona. Serve fare uno sforzo collettivo risoluto per essere liberi davvero. Chi pensa che un sacrificio di qualche settimana per la libertà sia immane non ne immagina neppure lontanamente il valore.

Quest’anno siete fortunati: avete la scusa buona per evitare quelle orrende riunioni familiari e accozzaglie più o meno casuali di antichi odi, invidie e rancori di cui vi lamentate ogni anno, per stare con le persone cui volete davvero bene, che se riempiono le dita di una mano è già un miracolo di Natale. Chi poi a Capodanno non sa mai dove nascondersi, può sempre giocarsi la carta del tampone e fingersi positivo. Per festeggiare all’insegna della continuità con l’unica creatura che l’ha amato nell’anno passato e lo farà in quello ancor più arduo che viene: il cane.

 7 novembre – 14 novembre 2020

Chiara De Luca

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