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MENCARELLI, Daniele, II

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Ho avuto modo di conoscere meglio e di apprezzare la poesia di Daniele Mencarelli qualche anno fa, in occasione della pubblicazione della raccolta Bambino Gesù in cui il poeta, come un osservatore partecipe e al contempo non coinvolto in forma diretta e personale, descriveva l’assurdità e l’ingiustizia del destino dei bambini malati dell’ospedale pediatrico, lo strazio e la speranza dei genitori, l’abisso e la luce che anche sul fondo vi balugina, le carenze e le contraddizioni della nostra Sanità, avvalendosi di una lingua chiara, “piana” e trasparente.
In questa sua nuova raccolta, Figlio, il verso diretto e immediato di Mencarelli narra una vicenda più intima e personale, che muove dalla gioia smisurata per la nascita del primo figlio, Nicolò – vista e vissuta come completamento e moltiplicazione dell’amore – passa per la doppia perdita di un figlio mai nato, e giunge infine al rinnovamento e alla rinascita con l’arrivo insperato della secondogenita, Viola, senza mai smarrire, se non a tratti, nell’oscurità più densa del dolore, «la luce calda di chi spera».
Nella descrizione di questa parabola ascendente, Mencarelli tratteggia una sorta di romanzo di formazione, una storia intima e familiare scritta «sulle briciole di pane» che non necessita di raffinatezze linguistiche, giochi retorici, ricercatezze formali, ma preferisce restare ben aderente alle cose del quotidiano, «figlie all’universo / cose piccole con dentro un vento / da scoperchiare il petto».
La vicenda che più commuove e strazia in questa storia è quella che non ha volto né luogo, quella perduta, mai stata, la storia non scritta del figlio non nato:

«Non ha volto la tua storia / né luogo dove ritrovarti»

Ed è nelle poesie idealmente poste tra parentesi che la voce di Mencarelli si fa più condivisa e accesa, in virtù di un equilibrio che si rompe, sottraendo la certezza «delle convinzioni squagliate», delle quali «non si hanno più notizie»; così ogni controllo – formale ed emotivo – viene meno e cedono la musicalità del verso e la luce della speranza. È nel momento in cui il padre si percepisce abbandonato dal Padre che il verso si fa più incisivo, sul margine del precipizio dove il poeta alza la voce e grida, fino a coltivare il «desiderio immondo», «ad augurarsi la nascita / senza palpito di vita».

Tra i testi più riusciti di Figlio ci sono quelli in cui l’amore non è esplicitamente detto e cantato, bensì adombrato nella descrizione dei gesti: il passo del padre che si adatta a quello del figlio, le braccia della madre che si aprono ad accoglierlo alla fine della breve corsa dei suoi pochi piccoli passi, nel modo in cui il padre conosce se stesso nel figlio e ne prova il medesimo orgoglio

«non hai gioco nello sguardo / ma luce d’orgoglio e sfida, / battaglia dell’uomo dentro il bambino»

Altrettanto efficaci sono le poesie in cui il cielo si rischiara e l’orizzonte ricompare, alla fine del calvario nella «lunga teoria d’ospedali», per rivelare che «Dio è un dottore senza camice», che s’incarna nel «nostro verbo fatto figlio», restituendo «dono e perdono» a chi l’ha «bruciato nell’odio».
Ma il momento in cui la forza dei versi diventa trascinante è quello in cui il poeta parte dal nucleo della materia autobiografica per distanziarsene, intonando un canto che si fa corale, a descrivere l’aberrazione di un sistema che spesso ammala piuttosto che curare, che toglie la speranza invece di restituirla. Le liriche più potenti sono quelle in cui la voce del poeta si spezza, dando voce a chi non l’ha, denunciando la scarsa attenzione, la superficialità (o l’ignoranza) di medici presi da troppa fretta di bollare, etichettare e catalogare, piuttosto che di osservare, comprendere e spiegare:

«È grande il policlinico / un palazzo per ogni malattia / ogni disciplina un suo tempio / dove cura e studio si alimentano / per vegliare contro il male, senza batterlo. / Invece ti accoglie la rovina / uno sfacelo che sgretola le mura, / uomini mozzi di virtù / in camici bianchi senza faccia, / infermieri come un pericolo / da scampare la notte per miracolo»

L’ospedale è «terra di nessuno», dove l’individuo si trova abbandonato a se stesso, per poi scoprire, nell’intimità della propria casa, «che il demonio esiste, / ha la voce di un dottore / e nomi di malattie, / la sua lingua di fuoco / divora la casa, / deforma ogni cosa».
Nella lotta contro la malattia del figlio, i genitori non hanno alleati, soltanto nemici, sia tra i vicini («hanno forma di minaccia / gli occhi fuori dalla porta»), sia soprattutto – e questo è il vero, disgregante paradosso – tra il personale medico:

«Dottori con le dita a pistola / puntate all’altezza dell’amore / del futuro fatto polvere, / felici nell’ora della loro annunciazione, / «qui non c’è bambino, ma un malato»

Ma è proprio dal buio più profondo, dalla solitudine perfetta che germina «la speranza che spinge dalla polvere.» È dalla materia magmatica e bruciante del dolore che nasce la poesia migliore, quella che appicca l’incendio del reale:

«la rabbia il fuoco d’odio / non i miei ma i tuoi giorni / tolti al bene dei tuoi anni, / scrivo per quelli che verranno / uomini e donne fatti genitori / che porgeranno il loro frutto, / l’amore impareggiabile di un figlio, / nelle vostre mani, vuote d’umano»

NOTA: Da segnalare la lodevole iniziativa di nottetempo, che con Figlio di Daniele Mencarelli inaugura unanuova collana di poesia in e-book.

Chiara De Luca
Già pubblicato su “El Aleph

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