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Michael Schmidt, Don Juan/Don Giovanni

Don Juan

In his cotton shorts, white stockings, his brass-buckled boots,
The dunes came home, in his scalp, in the tight corners
Of his blue eyes. How they brushed and froted him,
His nurse, his elder sister, the hairlipped house-maid,
First dry then wet, with a big striped towel, red and white
Like a barber’s, but he did not bleed, just a few
Scratches on cheek and back, though he cried; he cried
As if they’d sanded him down, as if they’d flayed him.

Never again did he go to the beach and never
Swam (because he could swim) again with bright
Mermaids, though he was to remember, to dream
The suck of their lips, the shimmer of their blue tails,
And their hair that was green and silver, their cool breasts
Which they said he could touch, which they held up for his kiss,
Which were firm and round like no fruit he’d ever seen
Or touched or tasted, the nipples sweet and darker,
Sweet in a way he’d not known things could be sweet,
Darker and pointed, a skin like the skin of his lips.
He felt for their legs, long legs, but they had no legs,
Only the handsome flipper, the graceful tail
Where the scales were soft as velvet and stroked both ways,
Silver to turquoise, turquoise back to silver;
They gazed at him as he stroked them in the sea.

Had it not been for the sand
He would have returned among them, would have become
A merman, not a poor forked creature, would have been known
As a mender of easy hearts, a man who made love
As other men make shoes, or music, or cheeses.
But sand got into the blood, silted the heart;

Now the cinders hurt under his ribs, they’re still red hot
From his eternal banquet with the stone
Host, his father-in-law, and the horse and the plinth
And the list of discarded wives he can’t call to mind
As a face, a voice, a scent, or a taste on the tongue
Though he has an ever after to hunt them down.

The roads of his country are paved
With what at first look like cobbles, but are in fact
The half-shells of broken hearts. A traffic of carts
Going home bumps over them, the drivers
Boys who not once knew their father, or why in their own hearts
Sand is, and cinders, hot, and a gnawing as of rats
About their groins, like desire, like hunger and hurt.
They would be handsome if in the blind window frames
A girl appeared, vague with dreaming, a mermaid,
And came into focus, focussed, they could be men,
The man their father was intended to be.

At home the women wear black, their faces are veiled.
They don’t smile, though they once did. They live on their knees.
And the boys drive their carts on the roads home past the bay.
They do not swim. No face out of the waves
Watches them with desire, the sea turns away. It sucks
The shingle and spits; sucks, then spits again.

Don Giovanni

Calzoni in cotone, calzini bianchi, stivali con fibbie d’ottone,
si portò a casa le dune, nel cuoio capelluto, agli stetti angoli
degli occhi azzurri. E come lo spazzolarono e sfregarono,
la nutrice, la sorella maggiore, la domestica con la labioschisi,
asciutto poi bagnato, con un asciugamano grande a strisce
bianche e rosse, da barbiere, ma non sanguinava, solo un po’
di graffi su guancia e schiena, eppure piangeva; piangeva
come fosse stato sepolto nella sabbia, come scorticato.

Mai più tornò alla spiaggia e mai più
nuotò (perché sapeva farlo) con radiose
sirene, anche se avrebbe ricordato, sognato
il risucchio di quelle labbra, il bagliore delle code azzurre,
e i capelli verdi e argentei, i seni freschi che gli diedero
il permesso di toccare, che offrirono ai suoi baci,
solidi e tondi come frutti che mai prima aveva visto
o toccato o assaggiato, coi capezzoli dolci e scuri,
dolci come mai avrebbe immaginato si potesse,
più scuri e appuntiti, una pelle come quella delle sue labbra.
A tentoni ne cercò le gambe, lunghe, ma non le avevano,
solo la bella pinna, la coda aggraziata dov’erano morbide
le scaglie come velluto e carezzevoli in entrambi i versi,
dall’argento al turchese, dal turchese di nuovo all’argento;
lo guardavano mentre le blandiva nel mare.

Non fosse stato per la sabbia
sarebbe tornato tra loro, sarebbe diventato
tritone, non una povera creatura biforcata, sarebbe stato un noto
restauratore di cuori lievi, un uomo che faceva l’amore
come altri facevano le scarpe, o la musica, o il formaggio.
Ma la sabbia gli entrò nel sangue, gli impantanò il cuore;

Ora la cenere lo strazia sotto le costole, è infuocata
ancora dal suo eterno banchetto col convitato
di pietra, padre putativo, e il cavallo e il plinto
e la lista delle mogli respinte di cui non sa rievocare
il volto, la voce, il profumo, o il sapore sulla lingua
anche se ha un’eternità per rintracciarli.

Le strade del suo paese sono lastricate con quel che
a prima vista sembrano ciottoli, ma di fatto sono
i gusci spaiati di cuori spezzati. Un traffico di carri
che rincasano rimbalzandoci sopra, i conducenti
ragazzi che mai conobbero il padre, o hanno sabbia
dentro i cuori, e cenere, ardente, e rodere di topi
attorno agli inguini, come desiderio, fame e male.
Sarebbero belli se nelle cornici di cieche finestre
spuntasse una ragazza, sbiadita dal sogno, una sirena,
e fosse messa a fuoco gradualmente, fissata, potrebbero
essere gli uomini che i padri volevano che fossero.

A casa le donne vestono a lutto, hanno i volti velati.
Non sorridono, sebbene un tempo lo fecero. Vivono in ginocchio.
E i ragazzi guidano i carri sulla via di casa oltre la baia.
Non nuotano. Nessun volto emerge dalle onde a guardarli
colmo di desiderio, il mare si ritrae. Risucchia
ciottoli e sputa; risucchia, poi di nuovo sputa.

Michael Schmidt, Una parola che il vento ci ha passato. Poesie 1972-2015, Edizioni Kolibris 2015.

Saggio introduttivo e traduzione di Chiara De Luca

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