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Michael Schmidt, Scorpion/Scorpione

Scorpion

Under its stone, it pleats and unpleats ebony,
it digs a bed which is a body-print exactly,
room for pincer, tail and sting.
If it elbows out, it leaves
cold evidence of tenancy.

Bedded with it, less precise,
ambling grubs and sloe-worms
eat and burrow deep sometimes as earthworms,
not worrying that fast eel of their element—
it flinches, deadly at a grain’s shift.

I follow you hunting with jar and trowel.
Each time you turn the right stone up:
warm flat stones which roof an airless square of dark
and hold all night the sun’s warmth
for the black king-pin of the poor soil.

The stone raised, the creature’s tense and cocked.
Tail curled, it edges forward, backward—its enemy
so big he is invisible (though a child)
hunched over it, who trembles too
at such a minute potency.

And you flick it with the trowel into the jar.
It jerks and flings its fire in all directions
at hard transparency. You bear it to an anthill,
tip it on the dust. Like a cat it drops
right side up, into a red tide of pincers.

It twitches its tail and twice stings itself—
to death. Piece by piece it is removed
underground by the ants—a sort of burial—
perhaps to be reassembled as an effigy
somewhere deeper than we can know

bound home with an empty jar,
the field full of upturned stones.

Scorpione

Sotto la sua pietra, piega e spiega ebano,
scava un letto, il calco esatto di un corpo,
spazio per tenaglia, coda e pungiglione.
Se spreme lascia
un gelido indizio della sua presenza.

Stratificati con lui, meno precisi,
lente larve vaganti e orbiettini
mangiano e scavano a fondo talvolta come lombrichi,
senza turbare la rapida anguilla del loro elemento –
implode, letale al minimo moto di un grano.

Ti seguo a caccia con vaso e cazzuola.
Ogni volta che rovesci la pietra giusta:
calde pietre piatte a coprire un quadrato asfittico di buio
e tengono tutta la notte il calore del sole
per il nero perno del misero suolo.

Sollevata la pietra, la creatura è dritta e tesa.
Coda arricciata, di lato avanza, indietreggia – il nemico
per quanto grande è invisibile (eppure bambino)
curvo su di lui, altrettanto tremante
a una tale minuta potenza.

E dolcemente lo spingi con la cazzuola nel secchio.
Si scuote e lancia il suo fuoco in ogni direzione
a dura trasparenza. Lo porti a un formicaio,
lo rovesci sulla polvere. Come un gatto cade
in piedi, in una rossa marea di pinze.

Torce la coda e si punge due volte –
a morte. Pezzo dopo pezzo è trasportato
sottoterra dalle formiche – una sorta di funerale –
forse per essere ricomposto in un’effige
più a fondo di quanto possiamo sapere

diretti verso casa con un secchio vuoto,
il campo pieno di pietre rovesciate.

Michael Schmidt, Una parola che il vento ci ha passato. Poesie 1972 – 2015
Edizioni Kolibris 2015
Traduzione di Chiara De Luca

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