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Michael Strunge

 

a cura di Bruno Berni, Elliot, Roma 2014

 

Schermata 2014-06-30 a 00.05.06“Posso fornire la mia ipotesi sui presupposti che l’arte degli anni Ottanta ha avuto negli anni Settanta, riflettere sui suoi punti chiave, proporre il momento della sua morte – sarei persino in grado di descrivere e definire con precisione temporale, per esempio, una determinata performance nella Galleri Sub-Set sulla Nørregade, e fare i nomi della maggior parte dei presenti, ma quello che è il presupposto più importante per comprendere tutto, l’atmosfera di allora, non posso coglierlo”. Così afferma Søren Ulrik Thomsen nel suo splendido saggio sul clima culturale nella Danimarca – e soprattutto nella Copenaghen – degli anni Ottanta, Farvel til det blå rum (‘Addio alla stanza azzurra’), con il quale nel 1990 traccia il bilancio di una stagione ormai definitivamente chiusa, della quale era stato testimone e protagonista.

Pur continuando per convenzione – anzi “per semplicità e vecchia amicizia” – a definire il periodo “gli anni Ottanta”, Thomsen propone una scansione temporale che fa iniziare il decennio, con i suoi fermenti artistici e soprattutto poetici, nel 1975, per farlo terminare già nel 1985, e non è un caso se la personalità di Michael Strunge, la cui produzione poetica coincide in buona parte con quel decennio, aleggia su ogni pagina del saggio, come precursore e incarnazione dell’epoca, come rivoluzionario emblema del modo di scrivere e di vivere, come meteora che col decennio in tal modo spostato compie la sua parabola e si estingue. Del resto anche l’azzurro elettrico di David Bowie – “Blue, blue, electric blue / that’s the colour of my room / where I will live”, da Sound and Vision del 1977 –, che compare a epigrafe del saggio ed è all’origine del titolo, affiora ripetutamente nelle poesie di Strunge e diviene esso stesso emblema di un periodo in cui l’arte, la poesia, la musica cambiarono.

Nato nel 1958 in una famiglia piccolo borghese di Hvidovre, alle porte della capitale danese, Michael Strunge aveva frequentato lezioni di letteratura e arte all’università di Copenaghen senza mai terminare gli studi. La sua carriera poetica iniziò nel 1978, a soli vent’anni, con La velocità della vita, un titolo ripreso da Speed of Life di Bowie, più volte citato nelle poesie che compongono la raccolta e richiamato alla mente del lettore con versi, titoli, immagini, come i “figli dell’era silente”, i “Sons of the Silent Age” dell’album Heroes, registrato a Berlino nel 1977. La sua posizione di romantico postmoderno portò alla ribalta nuovi temi come il corpo e lo spazio urbano della metropoli notturna, che affiora continuamente nell’onnipresente azzurro dei neon e della televisione, ma anche tematiche simboliste come la notte e il sogno, con intensi momenti di amore – come nei testi dedicati ad “Angie” – e frequenti contatti con la cultura punk dell’epoca.

Fin troppo consapevole di un ruolo di rottura che lo avrebbe portato alle estreme conseguenze, Strunge era in aperta polemica con i poeti più anziani della generazione che aveva fatto della poesia un impegno sociale o peggio ancora un genere di mercato, come quando nell’indimenticabile puntata del programma televisivo Bazar, alla quale nell’aprile del 1984 era stato invitato insieme a Pia Tafdrup, faccia a faccia con i più anziani Kristen Bjørnkjær e Lola Baidel, con una consapevole, pacata durezza bocciò quest’ultima come autrice di “poesia da quattro soldi”, l’intera generazione come artefice di “chiacchiere da salotto” e la popolazione danese come “quasi analfabeta”.

L’interprete di un’intera epoca, l’oggetto di un vero e proprio culto da parte delle generazioni successive e fino a oggi, l’artefice della rottura con l’immediato passato e di una nuova corrente poetica che ha ancora i suoi eredi nella grande poesia contemporanea – sia tra i suoi coetanei di allora come Søren Ulrik Thomsen e Pia Tafdrup, sia tra i poeti nati negli anni Sessanta e ancora più tardi – non sopravvisse però al termine fisiologico di un’epoca, quella degli anni Ottanta, che Thomsen non a caso fa terminare nel 1985. Dopo aver dichiarato che non avrebbe mai più scritto poesia perché aveva esaurito la sua produzione, Michael Strunge pubblicò invece un’ultima raccolta con uno pseudonimo, per marcare il distacco dai suoi stessi versi, ma il 9Targa marzo 1986 – in un ultimo accesso di identificazione tra vita e a poesia – disse alla sua compagna “Ora so volare” e saltò da una finestra della sua abitazione al quarto piano di un palazzo di Copenaghen, consegnando definitivamente al mito se stesso e la sua parabola poetica ormai compiuta, e contribuendo a cancellare l’atmosfera oggi ormai inafferrabile, che rimane solo nelle disperate poesie di allora e nella coscienza di chi l’ha vissuta in prima persona.

 

dall’introduzione di Bruno Berni

a Michael Strunge,  La velocità della vita, Elliot 2014

 

 

Til Angie IV – Satellit

 

Glødende gråblåt

øjner dit syn

vor fælles vision af viden

som fædes mellem vore pupillers entydige sorthed

hvor alt er det samme

for dig og for mig

når vi ser det dybeste i hinanden

sortrundt i iris’ ringe

igennem øjenvæske til synets fremkaldelse

af nye frugtbare lande.

 

Jeg vil være din satellit

opfange alle signaler

og omdanne dem til billedskrift

hver gang dine elektriske øjne

udsender glimt, smiler, tæt på

græder, skuer dybt langt væk.

 

Alt vil jeg opfange, min egen planet,

når jeg svæver omkring din krop

og opfanger alle signaler

fra alle dine øjne:

ører, bryster, mund og skød.

Alt vil jeg opfange og kalde frem

og studere og kæle for

og analysere og kysse.

 

Er det sandt, er det muligt, min elskede,

er du min egen planet?

Ja, svarer du og puster lidt atmosfære i øret på mig

så hele din sjæl følger med

og dine øjne slår gnister

og havet skælver

og dit venusbjerg går i glædesudbrud.

Solopgange finder sted

ørkenstorme flytter sandet

og i et land står et lille barn

og spiser af den nyhøstede frugt.

 

 

 

Per Angie IV – Satellite

 

Di un rovente grigiazzurro

la tua vista intravvede

la nostra visione di sapienza

che nasce tra l’univoca nerezza delle nostre pupille

in cui tutto è lo stesso

per te e per me

quando vediamo ciò che è più profondo nell’altro

cerchiato di nero negli anelli dell’iride

attraverso il liquido oculare per lo sviluppo della vista

di nuovi fertili paesi.

 

Voglio essere il tuo satellite

captare tutti i segnali

e trasformarli in pittogrammi

ogni volta che i tuoi occhi elettrici

emettono bagliori, sorridono, vicini

piangono, guardano a fondo molto lontano.

 

Tutto voglio captare, pianeta mio,

quando orbito intorno al tuo corpo

e capto tutti i segnali

di tutti i tuoi occhi:

orecchie, seno, bocca e grembo.

Tutto voglio captare e suscitare

e studiare e accarezzare

e analizzare e baciare.

 

È vero, è possibile, amore mio,

sei tu il mio pianeta?

Sì, rispondi tu e mi soffi un po’ di atmosfera nell’orecchio

e tutta la tua anima la segue,

i tuoi occhi emettono scintille

e il mare freme,

e il tuo monte di Venere dà in esclamazioni di gioia.

Si verificano albe

le tempeste spostano la sabbia nel deserto

e in un paese c’è un bambino

che mangia la frutta appena raccolta.

 

 

 

 

 

 

Til Angie VII – Luxus

 

Hvis dine øjne lyser hovmodigt

på min bekendelse

og dine pupiller et øjeblik

røber en fjern og frydefuld hån,

en lysstråles nålestik i maven,

så er du min største plage og luxus.

 

Du vender mig ryggen

og jeg læser i den kun mystiske, bizarre tegn

grove fordømmelser på fjerne sprog,

en tænkt tropisk hede

med smukke og farlige blomster

der skjuler insekters snylten,

vingede hieroglyffer

ædende papyrus

opbyggende en mur af uforståelighed

med afvisende skuldre

og tavst, glat hår.

Min største plage og luxus.

 

Jeg ønsker at vide

dit inderste mørke rum

men jeg kender ikke vejen

gennem dine lange gange

kun oplyst af forførende sang

blandt disse beskrevne vægge

som jeg hele tiden tyder

kun for at finde nye selvmodsigende udsagn.

Jeg forstår intet:

Hvordan din krops skønhed?

Hvordan denne dybde?

Alene dine øjne.

Udtrykket…

 

Tør jeg forstå det

er jeg ikke et rystende vrag

oplyst af angst

dybt i mit eget rum

som jeg ikke kender

skønt jeg altid har kendt det

og søgt tilflugt der?

 

Og du svarer mig ikke

men dine læber skærer et smil i dit ansigt.

Min største smerte og luxus.

 

 

 

 

Per Angie VII – Lusso

 

Se i tuoi occhi illuminano altezzosamente

la mia confessione

e le tue pupille per un istante

rivelano un lontano ed esultante scherno,

la puntura di un raggio di luce nello stomaco,

allora sei il mio più grande tormento e lusso.

 

Mi volgi le spalle

e io vi leggo solo misteriosi, bizzarri segni

rozze maledizioni in lingue lontane,

un pensiero di calura tropicale

con fiori belli e pericolosi

che nascondono il parassitismo degli insetti,

geroglifici alati

che divorano papiro

costruendo un muro di incomprensibilità

con spalle intolleranti

e taciti, lisci capelli.

Il mio più grande tormento e lusso.

 

Desidero conoscere

il tuo più intimo spazio buio

ma non so la strada

attraverso i tuoi lunghi corridoi

illuminati solo da un canto seducente

tra queste pareti coperte di scrittura

che io continuo a interpretare

trovando solo nuove contraddittorie affermazioni.

Non capisco niente:

Come la bellezza del tuo corpo?

Come questa profondità?

Solo i tuoi occhi.

L’espressione…

Ho forse il coraggio di capire

non sono forse un tremante relitto

illuminato dall’angoscia

in fondo al mio spazio

che non conosco

sebbene l’abbia sempre conosciuto

cercandovi rifugio?

E tu non mi rispondi

ma le labbra tagliano un sorriso nel tuo volto.

Il mio più grande dolore e lusso.

 

 

 

 

 

 

Støv

Jeg svæver gennem dagenes tåge

mellem nattens spredte lys

rammer kun tilværelsen af og til

i indbyrdes uafhængige sammenstød

som i drøm eller fantasi:

Kun få hændelser skiller sig ud

ingen fortrydelser inddampes af tågen

hvorigennem jeg svæver.

 

Begivenhederne passerer bare forbi

og lyser i sekunder

mens jeg registrerer dem

– i forhold til universet er de ligegyldige

enkelte bemærker jeg dog særligt

de kan måle sig med stjerner.

Jeg fortryder intet.

 

(Intet er det ugjorte

som kunne være blevet stjerner!)

 

 

 

 

Polvere

Fluttuo attraverso la nebbia dei giorni

tra la diffusa luce della notte

solo di tanto in tanto colpisco l’esistenza

in reciproci indipendenti scontri

come in sogno o in una fantasia:

solo pochi eventi si distinguono

nessun pentimento viene dissolto dalla nebbia

che fluttuando attraverso.

 

Gli avvenimenti si limitano a passarmi davanti

e si illuminano per qualche secondo

mentre io li registro

– in confronto all’universo sono irrilevanti

ma alcuni li noto in particolare

possono misurarsi con le stelle.

Non mi pento di niente.

 

(Niente è il non fatto

che sarebbe potuto diventare stelle!)

 

 

 

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