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Michele Nigro, João Luís Barreto Guimarães, La poesia tra parentesi/Poesia entre parênteses

Prefazione di Michele Nigro all’edizione italiana di
Nómada, di
João Luís Barreto Guimarães 
In uscita per Edizioni Kolibris

Prefácio de Michele Nigro à ediçao italiana de
Nómada de João Luís Barreto Guimarães
a ser publicada por Edizioni Kolibris

La poesia tra parentesi

di Michele Nigro

 

Cosa cercano gli scienziati poeti? Sono tanti, troppi, gli autori provenienti dal mondo scientifico per assestare una risposta univoca che vada bene per tutti i casi. Da sempre, ancora prima della scellerata idea di separare le discipline umanistiche da quelle scientifiche, le lettere sono complementari e, forse, compensative a una formazione ritenuta rigida, preparatoria a una professione – quella medica – che non può essere affidata all’estro, all’ispirazione creativa (a volte sì, senza esagerare!), ma alla più sicura riproducibilità sperimentale e alla dimostrabilità statistica degli effetti benefici di una pratica. E ritornano alla memoria le bellissime Note di un anatomopatologo del messicano F. Gonzales-Crussi: scienziato rubato alle lettere o letterato prestato alla scienza? Si tratta, come spesso accade, ed è forse un bene, di ibridazioni difficili da misurare. Così come inutile sarebbe stabilire se João Luís Barreto Guimarães sia un medico-poeta o un poeta-medico: il confine, in poesia, tra detto e non detto, tra visibile e invisibile, tra scientifico ed esoterico, è equivalente a quello esistente tra azione del farmaco e processo di autoguarigione; anche gli scienziati, a volte, devono arrendersi dinanzi al mistero, e accettare di cantarlo in versi.

C’è un senso di profondità e di speranza nel delegare al tempo ciò che la poesia ha ancora in serbo per noi pazienti. “… La poesia va senza paura / (si dispone sulla carta) / lascia scritto in nero ciò / che aveva da dire / (ambendo senza pigrizia a ciò che / ancora non c’è)…” (Preludio). Si ha fiducia nella poesia, senza forzarla a dire tutto e subito, perché “… con l’inchiostro sprecato potrei aver conservato / parole straordinarie…” (Dita macchiate d’inchiostro).

Per soddisfare queste attese c’è bisogno della pazienza del nomade: le lunghe pause pretese dal viaggio, le immense distanze che non possono essere coperte se non percorrendole con il solo sguardo umano, fin dove può, aspettando il momento adatto per fissare l’essenza dell’arrivo, e nel frattempo farsi immortalare per caso Nelle fotografie di altri; il tempo va ignorato (perché è inutile dare importanza allo scorrere del tempo: “Solo l’amore ferma il tempo”, (Nomadi); e infatti: “Ciò che chiudi in una stretta quando / abbracci qualcuno non è / un corpo: è tempo.”, (Meccanica di un abbraccio) anche se alla fine si vendica, mostrandoci in un colpo solo tutti i segni del suo inesorabile passaggio: “… Il tempo è implacabile: incide / queste rughe nella pelle solo / per punirmi…” (La crescita del tempo).

C’è abbondanza di versi tra parentesi nella poesia di Barreto Guimarães: voci aggiuntive, cori per una polifonia dell’animo umano, controcanti, forse embrioni di eteronimi pessoani, come strumenti musicali che accompagnano, con abbellimenti informativi e paralleli, la partitura principale. “… Dentro la poesia: / suoni / (intorno: spazio bianco) / silenzio all’opera.” (Mele selvatiche). Come se un poeta minore coabitasse con il Poeta, quello vero, e lo aiutasse a dire di più, a spiegare, a slacciarsi per aprirsi al mondo, a volte coadiuvando il discorso, altre volte quasi contraddicendolo in un dire che va per la sua strada. Ma è un’antitesi che aiuta e non scredita.

Il poeta s’interroga spesso sul non ancora detto, su quella parte di poesia che non si è ancora espressa, e che forse mai si manifesterà non per mancanza di volontà, ma più semplicemente per carenza di occasioni, perché la vita potrebbe decidere di “stuzzicare” altri centri della versificazione; perché la poesia non può essere progettata in laboratorio ma appare, scompare, a volte riappare altrove in base a logiche misteriose, a economie dell’anima che fortunatamente non possiamo controllare: “… il / postino stesso ignora che sorta di / futuro porti. Anche con una penna vuota si / possono incidere / parole altisonanti…” (Dita macchiate d’inchiostro).

Tuttavia quella del poeta è una posizione privilegiata: nel mezzo, in una zona grigia da cui poter osservare le cose (anche quelle che vanno perdute, perché “La vita / vista da fuori / invita a figurarsi l’archeologia delle perdite”, (Vita interiore), i fatti personali e le altrui vicende. “Con la tavolozza dei grigi potrei / perfezionare l’arte della sopravvivenza che / (come i miti ben sanno) è / non essere vivo / né morto.” (L’ipotesi del grigio). E se il pericolo di una Falsa vita si fa terribilmente concreto, non ci resta che partire: “Se alla fine del giorno chiedi / dove sia finito tutto il giorno / è ora di partire…”. Il tempo passa e il corpo lo sa: la malattia attende al varco in compagnia di orribili pesi lasciati in eredità dalla Storia (“Ma loro / ancora vestono di nero…” (I corvi di Birkenau).

Domande sull’esistenza sparse tra immagini passeggere recuperate dal mondo percorso; ricordi personali che diventano insegnamenti di vita quando è giunto il momento che lo diventino, e mai prima. Quella di João Luís Barreto Guimarães non è una poesia sofisticata, bensì semplice, discorsiva, che parla all’umanità dell’uomo, che descrive il libero Movimento del mondo, geniale in alcune soluzioni scelte per spiegare a se stesso e a noi lettori la sorprendente originalità della vita. È una poesia degli opposti: al poeta, a volte, piace giocare con elementi inizialmente contrastanti, li confronta, li sposta, fa delle prove per vedere se sia possibile ricavare nuove verità esistenziali sfuggite alla logica scientifica e all’ordine della sperimentazione, nuove combinazioni tra realtà e immaginazione, tra mito e cronaca, tra solitudine (quando si è uomini stanchi) e conquista del mondo, tra passato e presente, in eterno bilico tra Eros e Thanatos.

Nonostante la sua formazione, il poeta concede alla propria penna la possibilità del disincanto e di una salvifica irrazionalità: “La / conoscenza di tutto (quando ben adattata) / entra nello spazio esiguo di una / scatola / cranica. […] In questa spugna curiosa quasi non entrava / la ragione per la quale Cayetano Ordóñez tradì / Paloma Castillo con una certa / Mercedes Ortiz.” (Sala d’attesa). Anche per la scrittura poetica, frutto di questa spugna curiosa, valgono le stesse regole-non regole: “Tu scrivi / lo stesso – / fallo nel tuo stile (prosa nuda punteggiata / da note di ironia) in fin / dei conti / è probabile che / non ti capiranno.” («Naturalmente che ci piacerebbe poter contare su di te»). Un consiglio spassionato che non può non richiamare alla memoria la sentenza fortiniana: “Nulla è sicuro, ma scrivi!”. Anche se sei tra Quelli che arrivano secondi.

Michele Nigro

«Poesia entre parênteses.»

de Michele Nigro

 

«O que procuram os poetas cientistas? São tantos, muitos, os autores provenientes do mundo científico para dar uma resposta única que seja boa para todos os casos. Sempre, mesmo antes da idéia perversa de separar as disciplinas humanísticas das científicas, as letras são complementares e, talvez, compensando uma formação considerada rígida, preparatória para uma profissão – a médica – que não pode ser confiada à criatividade, à inspiração criativa (às vezes sim, sem exagerar!), mas à reprodutibilidade experimental mais certa e à demonstrabilidade estatística dos efeitos benéficos de uma prática. E regressamos às belíssimas Notas de um anatomopatólogo do mexicano F. Gonzales-Crussi: cientista roubado às Letras ou Literato emprestado à ciência? Trata-se, como costuma acontecer, e talvez seja uma coisa boa, de híbridos difíceis de mesurar. Tal como seria inútil estabelecer se João Luís Barreto Guimarães é médico-poeta ou poeta-médico: a fronteira, em poesia, entre dito e não dito, entre visível e invisível, entre científico e esotérico, é equivalente à existente entre a ação do fármaco e processo de autocura; até os cientistas, às vezes, precisam de se render diante do mistério, e aceitar cantá-lo em verso.

Há uma sensação de profundidade e esperança em delegar ao tempo o que a poesia ainda reserva para nós, pacientes. “O poema vai sem medo / (dispõe-se sobre papel) / deixa ficar escrito a negro o / que eu tinha para dizer / (perseguindo sem pereza o que / ainda não existe)” (Prelúdio). Confia-se na poesia, sem forçá-la a dizer tudo e de imediato, porque “com a tinta desperdiçada podia-se ter conservado / palavras extraordinárias” (Dedos manchados de tinta).

Para satisfazer essas expectativas, precisamos da paciência do nómada: as longas pausas exigidas pela viagem, as imensas distâncias que não podem ser percorridas, excepto percorrendo-as com o único olhar humano, na medida do possível, aguardando o momento certo para fixar a essência da chegada e, entretanto deixando-se imortalizar acidentalmente Nas photografias de outros; o tempo deve ser ignorado (porque é inútil dar importância à passagem do tempo: “Só o amor pára o tempo”, (Nómadas); e de fato: “O que encerras num abraço quando / abraças alguém não é / um corpo: é tempo” (Mecânica de um abraço) mesmo se no final ele se vinga, mostrando-nos ao mesmo tempo todos os sinais de sua inexorável passagem: “O tempo é implacável: crava / esses riscos na pele apenas / para castigar” (O crescimento do tempo).

Há uma abundância de versos entre parênteses na poesia de Barreto Guimarães: vozes adicionais, coros para uma polifonia da alma humana, contra-elementos, talvez embriões de heterónimos pessoanos, como instrumentos musicais que acompanham, com enfeites informativos e paralelos, a partitura principal. “Dentro do poema: / sons / (em redor: espaço branco) / silêncio a trabalhar.” (Maçãs selvagens). Como se um poeta menor convivesse com o poeta, o verdadeiro, e o ajudasse a dizer mais, a explicar, a se libertar para se abrir ao mundo, por vezes apoiando o discurso, outras vezes contradizendo-o num dizer que segue seu caminho. Mas é uma antítese que ajuda e não desacredita.

O poeta interroga-se frequentemente sobre o que ainda não foi dito, sobre aquela parte da poesia que ainda não foi expressa, e que talvez nunca se manifeste não por falta de vontade, mas muito simplesmente por falta de oportunidade, porque a vida pode decidir “provocar” outros centros de versificação; porque a poesia não pode ser projetada num laboratório mas aparece, desaparece, às vezes reaparece noutros lugares com base em lógicas misteriosas, economias da alma que felizmente não podemos controlar: “o / próprio carteiro ignora que sorte de / futuro. Com uma caneta vazia também se / podem gravar / palavras altissonantes” (Dedos manchados de tinta).

Todavia, a do poeta é uma posição privilegiada: no meio, numa área cinzenta da qual pode observar as coisas (mesmo aquelas que andam perdidas, porque “A vida / vista de fora / convida a imaginar a arqueologia das perdas”, (Vida interior), os factos pessoais e outros eventos. “Com a paleta de cinzentos poderia / aprimorar a arte da sobrevivência que / (como os mansos bem sabem) é / não estar vivo / nem morto”.) E se o perigo de uma Falsa vida se torna terrivelmente concreto, não resta mais do que partir: “Se ao fim do dia perguntas para / onde foi o dia inteiro /é a hora de partir”. O tempo passa e o corpo sabe-o: a doença está na espreita na companhia de fardos horríveis, legados pela História (“Mas eles / já vestem de preto…” (Os corvos de Birkenau).

Perguntas sobre a existência espalhadas entre imagens passageiras recuperadas do mundo percorrido; memórias pessoais que se tornam ensinamentos de vida quando chega a hora em que venham a sê-lo, e nunca antes. A de João Luís Barreto Guimarães não é uma poesia sofisticada, mas simples, discursiva, que fala à humanidade do homem, que descreve O movimento do mundo, genial em algumas soluções escolhidas para explicar a si e a nós, leitores a surpreendente originalidade da vida. É uma poesia de opostos: às vezes, o poeta gosta de brincar com elementos inicialmente contrastantes, compara-os, move-os, testa-os para ver se é possível derivar novas verdades existenciais que escaparam à lógica científica e à ordem da experimentação, novas combinações entre realidade e imaginação, entre mito e crónica, entre solidão (quando somos homens cansados) e conquista do mundo, entre passado e presente, em eterno equilíbrio entre Eros e Thanatos.

Apesar da sua formação, o poeta dá à própria caneta a possibilidade de desencanto e uma irracionalidade salvadora: “O / conhecimento de tudo (quando bem acomodado) / cabe no espaço exíguo de uma / caixa / craniana. […] Nessa esponja curiosa quase não cabia / a razão pela qual Cayetano Ordóñez traiu / Paloma Castillo com uma tal / de Mercedes Ortiz.” (Sala de espera). Mesmo para a escrita poética, resultado desta esponja curiosa, as mesmas regras-que-não-são-regras se aplicam: “Ainda assim / tu escreve –/ fá-lo no teu próprio estilo (prosa nua pontuada / por notas de ironia) assim / como assim / é provável que / não te fossem entender.” (“Naturalmente que gostaríamos de poder contar consigo”). Um conselho desapaixonado que não pode deixar de lembrar a sentença fortiniana: “Nada é certo, mas escreva!”. Mesmo se você fique entre Os que ficam em segundo

Tradução de João Luís Barreto Guimarães

 

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