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Michele Nigro, La sensualità delle cose quotidiane

La sensualità delle cose quotidiane.
Su La vita sottomarina di Ana Martins Marques

di Michele Nigro

Il ricordo dei (e nei) nostri corpi, gli oggetti che circondano l’esistenza nella scontata dimensione giornaliera, la natura e i suoi fenomeni, le memorie familiari e amorose, i luoghi (quelli autentici, non i non-luoghi di Marc Augé): questi elementi, e molti altri non elencati, rappresentano l’humus della poesia. Di tutti.
Le cose intorno a noi, a loro insaputa, ci aiutano a rappresentare il nostro mondo interiore: a queste presenze inanimate forniamo – non sempre, ed è un peccato – una funzione maieutica. Una tazza scheggiata, uno specchio, un mobile, un biglietto consunto, le semplici immagini casalinghe (anche quelle passate, legate all’infanzia), un tappeto, un album di fotografie: tutti questi testimoni muti, quando non dispersi dal maremoto di uno scellerato space clearing, anche mnemonico, contribuiscono alla ricostruzione di un “organigramma” esistenziale altrimenti destinato a rimanere in una dimensione idealistica, immateriale, quasi storicamente non credibile in quanto non documentabile. Solo la poesia può dare un significato coerente e organico, in alcuni casi oserei dire filosofico, all’incontro tra oggettistica e memoria; in caso contrario tutto si riduce a un’autocommemorazione museale (in stile pamukiano) fine a se stessa, a un selfie poetico fatto nelle stanze da bagno o mentre stiamo a letto da soli o in compagnia. L’autoscatto, al netto delle implicazioni psichiatriche quando si eccede nell’uso del mezzo, serve a guardarsi da fuori, a fare la propria conoscenza, a svelare un po’ di quel sottobosco gestuale spesso sconosciuto a noi stessi, a ricostruire in parte la storia quotidiana dell’immortalato, per capire come è andata o come sta andando a finire.
La poesia (“un dardo tirato a cose minime”) è materia che vive con noi nella vita di tutti i giorni: la tocchiamo, la usiamo, la laviamo, la rompiamo illudendoci di poterla ricomprare, non sapendo, a volte, che si tratta di poesia. Le case, e non solo le cose, ci raccontano storie in fieri o trascorse, ombre di vissuti amorosi che ancora c’inseguono tra la cucina e la sala da pranzo, il non detto relegato negli angoli delle abitazioni, i cimeli della persona venerata e ormai assente: una poetica domestica non leggibile da tutti; solo il poeta decide se fornire o meno il codice con cui identificare e seguire il sommerso.
Cantavano i Beatles, con piglio bandistico, qualche decennio fa: “We all live in a yellow submarine…”. Tutti, anche senza l’uso di droghe, siamo in contatto, più o meno consapevolmente, con una zona ancestrale, personalissima e quindi irriproducibile, sottomarina appunto, della nostra esistenza. Sarebbe innaturale (per un poeta lo è di sicuro!) non lasciare costantemente aperto uno iato tra la quota periscopica del visibile superficiale “e una vita marina, che non vedi, / che non si può raccontare”, o almeno non direttamente, banalizzandola. La vita sottomarina è quella che finalmente impariamo a scorgere in noi, stupendoci, rispettandoci un po’ di più e, se abbiamo voglia e strumenti, raccontandoci un po’ di più: raramente si ha la consapevolezza necessaria per tradursi al mondo attraverso il significato sommerso che attribuiamo alle cose d’uso comune. Che funzione ha la poesia in questo gioco subacqueo? “la poesia rammenda / quello che non puoi riparare”; perché il perfezionismo lo si lascia ad altri, le foto con i “filtri” non ci appartengono. Tutt’al più leviamo la polvere dagli oggetti e dai ricordi che riesumano sensualità archiviate e passioni amorose divenute storia personale, che non interessano alla Grande Storia.
Ana Martins Marques offre al lettore ‘disegnini’, ‘schizzi’ quando non scherzi, frammenti, tracce di un diario poetico, prose poetiche, memorie, giochi a puntate, assiomi indiscutibili, tutorial sulle azioni più naturali, “sforzi di dizionario”, rivisitazioni mitologiche ad uso privato, versi apparentemente semplici, mai didascalie anche quando sembra spiegare e spiegarsi; insiste, soprattutto nella prima parte, nell’uso della parola poesia, non per convincersi (o convincerci) bensì per evocarla nella sua funzione balsamica e riparatrice: un mantra brasiliano. Ogni tanto ricompare un lui, presente nella sua assenza; e il mare (difficile da dipingere), compagno poeta ed elemento primario (“si percepisce / la presenza inquietante del mare”, Nella notte): senza il quale non ci sarebbe vita (neanche quella sottomarina).
A rafforzare quest’epica personale e, solo per un attimo, non più popolare e continentale, una nomenclatura naturalistica che sfiora quella del Canto General (e di altre opere) del poeta sudamericano Pablo Neruda: i nomi delle piante, i pesci e i molluschi, le alghe, l’enumerazione delle creature, una succulenta zoologia e una botanica puntuale che accompagnano le vicende personali; si passa da un inventario casalingo e intimo a uno universale, biologicamente pubblico e non meno intimo: anche il creato sembra raccontare di noi; la terra della poetessa irrompe nei versi con i suoi colori e le indispensabili sfumature, le sue piante e i frutti esotici, i fiori dipinti, certi strani animali cucinati, mangiati o amati, scaduti e mai dimenticati. Alla fine di un amore si rilevano tracce di passione nelle cose di tutti i giorni, briciole esistenziali; il corpo stesso racconta e raccoglie i segni dell’esistere. Dai gesti quotidiani e dagli oggetti ad essi collegati, usando questi come passe-partout, si cede il passo alla cristallizzazione di verità universali, o almeno all’accettazione consapevole di ciò che abita in noi, nel nostro universo. I pensieri sottomarini riemergono dagli abissi oceanici dell’anima aggrappandosi alle innumerevoli boe del consueto, altrimenti resterebbero inespressi e sommersi. E in molti casi devono continuare a essere ricoperti dalle acque dell’indicibile: non per pudore o voglia di mistero, ma semplicemente perché è giusto e naturale per un poeta “perdersi per sempre / nello splendore della vita / sottomarina.”

COLLANA BRASILIANA
Ana Martins Marques, La vita sottomarina
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Michele Nigro
ISBN: 978-88-99274-55-9
pp. 272, € 12

In stampa per Edizioni Kolibris

ana martins marques

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