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Michele Nigro,”Zelig” e i nuovi anni ’20

“Zelig” e i nuovi anni ’20

 

Assomigliare agli altri, ai “vincenti” con cui si entra in contatto, agli influencer cliccatissimi e straricchi, al trapper di turno che sbraita di ribellioni basate sul nulla, ai potenti che dominano la scena politica ed economica, alle star del cinema e della televisione, alle belle cantanti di MTV… Avvicinarli almeno, assorbirne il successo per illudersi di riprodurlo in parte nel quotidiano; assumerne le fattezze, gli stili, i gesti, il look, e quindi la gloria.

Adattarsi politicamente, a seconda che si tratti di un governo blu-grigio o blu-viola: essere un po’ grigi oggi e un po’ viola domani, lasciare che le sfumature tra i due colori del momento penetrino fin dentro l’altra parte, diluendo l’eventuale ideologia che sta alla base dell’azione politica. Tutto questo per continuare a piacere, a essere amati, a restare sul pezzo. Per sopravvivere senza problemi.

Mimetizzarsi sui social, cercare di essere un altro, migliore, di successo, brillante, accettato, condiviso, taggato, addirittura amato. Riuscire a essere un fenomeno in una generazione di sedicenti fenomeni, aizzati dalla pubblicità, da un apparente successo sbandierato dal capitalismo e dal suo braccio consumistico attraverso la sofisticata arma della pubblicità: il vero individualismo è morto da tempo, vuoi per esigenze rivoluzionarie, vuoi per un lento adattamento alla facilità esistenziale prospettata dal consumismo; ha lasciato il posto a un’innumerevole quantità di tanti piccoli falsi individualismi, ignari gli uni dell’esistenza degli altri, simboli egoici di personalità inesistenti; tutti speciali, posti sullo stesso livello del podio, aventi tutti le stesse apparenti possibilità. Sono riusciti a separarci; ci siamo lasciati separare senza battere ciglio. C’è chi si adatta, caso mai inconsapevolmente, assomigliando agli altri, a quelli con cui entra in contatto senza però compiere un reale confronto e un’analisi oggettiva delle differenze; e c’è chi, una volta scoperto il trucco, tenta di distinguersi, ma nel farlo, a volte, finisce addirittura per essere più conformista di chi non pensa affatto di perseguire la via dell’anticonformismo. Paradossi possibili e per niente rari.

Il “camaleontismo” dello Zelig di Woody Allen è il risultato di un ‘tirare a campare’ consigliato in punto di morte dal padre del protagonista; è l’arma di difesa di un “uomo massa” che cerca di evitare le violenze e i dolori del confronto e dello scontro sociale: piacere agli altri per non soffrire e per avere vita facile. Il “piacismo” berlusconiano e il più recente “likesimo” facebookiano ne rappresentano le odierne appendici. Se negli anni ’20 del XX secolo l’uomo è sconcertato e impaurito dalla realtà che lo circonda ed è sempre più disorientato a causa della mancanza di valori caratterizzante l’epoca contemporanea, oggi – al netto di un equivalente sconcerto e di una condizione disvaloriale ancor più marcata – la “reazione camaleontica” è facilitata da una “liquidità comunicativa” che non esisteva in quegli anni ’20 utilizzati dal genio cinematografico di Woody Allen come sfondo per le vicissitudini psichiatriche di Leonard Zelig.

I “ruggenti” anni ’20, i mitici Roaring Twenties, compresi e compressi tra i disastri del passato e quelli ancora da venire: tra le macerie della prima guerra mondiale e la crisi economica del ’29 (la Grande depressione), tra le speranze sociali inoculate dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e le premesse geopolitiche che avrebbero dato il via a un secondo disastroso conflitto mondiale. Il tutto condito, a suon di jazz, da nuove mode, un nuovo taglio di capelli per le donne, nuovi balli scatenati, tanto alcol venduto clandestinamente negli speakeasy a causa del proibizionismo e un “fanatismo futurista” per le macchine e le nuove tecnologie che sembravano facilitare la vita a una parte di umanità di quel secolo appena nato. Tutta questa frenesia può disorientare e confondere gli animi sensibili, può schiacciare l’uomo medio che non ha molti mezzi per emergere e per sfruttare le novità dell’epoca.

Oggi, ormai assuefatti e vaccinati, più che un ruggito possiamo concederci tutt’al più un flebile miagolio nella notte del “abbiamo visto già tutto”. Non siamo in grado di assaporare nemmeno più il disorientamento causato dallo stupore del nuovo che avanza perché un vero nuovo non c’è. Scomparsa la frenesia, ci è rimasta la fredda emulazione dell’influencer via social: almeno l’insicuro Zelig per diventare qualcun’altro scendeva in strada, s’intrufolava in ambienti e realtà distanti dalla propria, toccava i suoi nuovi interlocutori, ne assorbiva per “osmosi” fattezze e gestualità.

Oggi viviamo una strisciante crisi economica e la povertà colpisce le classi deboli esattamente come nel ’29; la seconda guerra mondiale è lontana nel tempo ma in compenso ne stiamo vivendo una terza “a puntate”; i nazionalismi stanno riprendendo forza e l’odio per gli ebrei sembra vivere una seconda giovinezza come se la memoria storica fosse stata resettata da un’ondata negazionista di “in fin dei conti io all’epoca non c’ero!” Che differenza c’è tra gli anni ’20 dello scorso secolo e quelli del XXI secolo che ci apprestiamo a vivere? Dal punto di vista dei contenuti sembrerebbe nessuna.

Spetta a noi scegliere se adattarci ai “banchi di pesce” che scendono in piazza in nome del nulla ideologico, ai sovranisti madonnari che basano il proprio consenso sulle paure dell’elettorato, o se coltivare in silenzio (ma questo comporta fatica, ricerca e umiltà) una merce diventata rara e che si chiama personalità. Una personalità innanzitutto di tipo culturale, onesta e trasparente:

ZELIG: “Era il giorno di San Patrizio. Sa, la festa irlandese. Capitai in un bar. Non avevo indosso niente di verde. Udii dei mormorii. Allora… mi finsi irlandese.”

D.SSA FLETCHER: “Disse loro che era irlandese?”

ZELIG: “No. I capelli mi divennero… rossi… come il pelo di un setter irlandese… naso all’insù… occhi verdi… e mi misi a parlare con accento dublinese… della grande carestia di patate e del Piccolo Popolo.” *

Spetterà a noi scegliere se adattarci a eventuali, e tutto sommato improbabili, nuovi totalitarismi per non esserne schiacciati o se coltivare, almeno all’inizio, anarchiche e private libertà di pensiero. Fenomenale, nei prossimi anni ’20, non sarà essere dei nuovi Uomini Camaleonte ma il contrario: avere un solo colore e una sola forma, non adattarsi, protestare duramente se necessario; alzarsi, uscire, continuare a confrontarsi andando in luoghi ritenuti pericolosi, parlare con il diverso, viaggiare, leggere, seguire il proprio orologio interiore, amare anche se ti dicono che non ci sono i presupposti socio-economici per formare una famiglia, risvegliarsi dalla sensazione di questo finto benessere senza diventare cinici, ridiventare cittadini padroni di sé e non fenomeni da baraccone privi di vita propria; avere fede al di là dei presepi, liberarsi di un certo “conformismo pseudo-rivoluzionario” (sia esso di destra o di sinistra), risultare simpatici pur essendo diversi dall’interlocutore, partecipare anche se sembra già tutto deciso… Fare la differenza e non “essere differenti da se stessi”.

ZELIG (in via di guarigione): “Bisogna essere padroni di sé e… e fare le proprie scelte morali, anche quando… anche quando ci vuol molto coraggio per farle, altrimenti… sei come un burattino, un robot, un camaleonte.” *

Metafora, secondo alcuni, del tentativo da parte degli ebrei di adattarsi ai vari ambienti nel corso della storia in seguito alla Diaspora, Zelig è il simbolo di quanto possa essere deleterio mimetizzarsi durante un periodo in cui è necessario invece ribadire la propria identità: solo quando i nazisti ascesero in Germania molti ebrei si accorsero, risvegliandosi da un sonno assurdo, di cosa significasse veramente essere ebrei. Desiderare di “smarrirsi nella massa amorfa, di immergersi nell’anonimato…” * non era più possibile. Lo stesso desiderio di anonimato valse anche per i tedeschi che si diluirono in quel movimento di massa – il nazionalsocialismo -, credendo in un nuovo ordine e in un militarismo onnipresente quali uniche soluzioni alla crisi della Repubblica di Weimar: sentirsi parte di qualcosa di grande, inquadrati e quindi al sicuro, protetti dai nemici della patria, partecipi della rinascita dell’amata Germania umiliata a Versailles, rinunciando però alla propria anima e alla propria personalità critica.

* tratto da Zelig di Woody Allen (Universale Economica Feltrinelli, 1992)

 

Michele Nigro

 

 

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