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Milo De Angelis, Distruzione, tu mi hai generato / Destruction, you have begotten me

Testi tratti da Splinters of Light / Schegge di luce.

Poesie/Poems by Antonella Anedda, Milo De Angelis, Fabio Pusterla

Edizioni Kolibris 2013.

Translated by Gray Sutherland

Photo by Dino Ignani

Nessuno riposa. Il ragazzo
con la fronte squarciata sul marciapiede
sente il fischio degli dei, un vortice
da stadio che lo sveglia
ai confini della città
e lo solleva. Ma anche tu
sentirai nella stanza sigillata
alzarsi un antico profumo di benzina
e volerai sul cortile
dove uno sconosciuto si sporge
dal balcone con l’asfalto nelle mani.

 

 

 

 

 

 

È qui, in un angolo della stanza, scocca
la sua freccia negli anni, nei nostri anni,
e vacilla. L’ho conosciuta. È una furia
che scende verso l’oscuro e dilaga
tra i muri passeggeri e sgretolati
dove ognuno è solo il suo andarsene,
il piede franato sulla riva, lo stormo delle frasi
che cadono cieche da una volta.

 

 

 

 

 

 

Vicina all’anima è la linea verticale.
Il pomeriggio ci portò suburbani in un canto,
l’attimo divenne nudità
e potenza greca del finale: siamo i supplici
rimasti ad ascoltare, il cielo che nasce
in ognuno di noi, pattuglia di ragazzi
innamorati del numero giusto,
la bella epopea, il peso mortale di un pallone.

 

 

 

 

 

 

Ciò che vedo mi fu consegnato
da un respiro fratello e nemico
fino a quel teatro sgomento
dove abbiamo preso la parola,
tra l’allegria dei papaveri
e la rovina celeste. Era
una frase che, penetrando
nella ferita più buia, la fa sua,
la guarisce, l’aggrava, la sposa
era il talismano
stesso del nulla, quando divampa
nel grande paese di Milano
e riscalda milioni di fantasmi.

 

 

 

 

 

 

Ecco l’acrobata della notte, il corpo
senza nulla, un’incisione
nell’aria, un puro scoccare
di fosfori: gettò il suo smeraldo
all’ultima fortuna, si avvicinò ai sepolti,
indicò a ciascuno la strada. La terra appartiene
a chi l’ha abbandonata.

 

 

 

 

 

 

L’infinito appare nel poco,
come l’ultima nota di un grido
mentre si dilegua. L’attimo ci insegue.
Cosa ho amato? Forse quell’aria,
due centimetri, tra il corpo e l’asticella,
che dà luce a ogni applauso. O quel soffio
invisibile sull’albero
dove sorride fanciulla e non ha fine.
E quei feriti di un’antica gara
che trovarono in questo bar
un interno musicale. Poi basta. Poi
la parola che presenta se stessa,
l’interminabile parola data.

 

 

 

 

 

 

È così. La memoria
di un uomo era solamente questa
manciata di sillabe. Solo loro
ritornano dalle cantine
abitate per niente
e sono puntuali, sono
scagliate oltre le rocce, bisbigliano
parole esterrefatte, sono un battere
di ali protese e fedeli
a un ordine oscuro. Adesso tu
devi tradurre.

 

 

 

 

 

 

 

Non rispondono all’appello, sono
dispersi ai bordi della terra, hanno
il segreto della linea che trema, sono usciti
dalle vene dell’essere amato e ora
potete vederli, di sera, verso le tangenziali
chiedere silenzio con un dito sulle labbra.

 

 

 

 

 

 

Transita nelle case popolari
la stessa forma destinata
si intreccia alle dita e le fa sue…
scende il mercurio del termometro, tutto
riprende il proprio caos,
si ferma la bocca
sul punto di parlare, si aprono gli occhi
della tuffatrice con la testa spaccata…

 

 

 

 

 

 

Abbiamo scritto per un mandato
certo come il nostro smarrimento
eravamo lì, in un fervore di ceneri,
murati vivi, mentre una foiba scendeva
nella bocca, sigillava tutte le parole date,
la corsa dei momenti, la morte vista in giro…
… così giunse la notte umana, nel tempo
delle sillabe tronche, così il vero
inizio di ogni cosa.

 

 

 

 

 

 

Strada dei tormenti, l’amore insiste.
Restammo vicino al passaggio a livello.
Tu perdevi i tuoi cieli. Come rispondere
all’immenso? Eravamo una frazione della voce,
sillabe disperse. Blocchi di partenza. Scacco
del respiro. L’estate affondò nell’asfalto.
Solo ora, come un grido, mi raggiunge.

Distruzione, tu mi hai generato.

 

 

 

 

 

 

Fermalo. Il portone sta fuggendo. Devi
guardare. È la solitudine dell’uomo,
il suo unico quartiere. Devi guardare.
Il citofono è acceso. Il gesto si aggrava.
Lassù brucia ancora quella giovane donna,
ti nomina nel sonno. Il pianto
vi ha chiamati. Tutti e due.
Così soli, adesso, nell’imminenza.

 

 

 

 

 

 

Inchiostro nero

La vita esce dal quaderno
a righe, stamattina, svolge i pensieri,
supera i ponti, getta le sillabe
in un fiume di acque lunari e di ragazze
disperate per un corpo da niente
un cenno delle labbra,
una tenerezza protesa nel vuoto.

 

 

 

 

 

 

Cum più ablativo

Il nostro pensiero cercava la carne
nel guizzo del pallone e nell’estasi del prato,
luci dello scatto, legni colpiti, case
aperte al primo sguardo, aveva il volto
nudo dell’estate, di ogni estate. Cosa avvenne
lo ignoro. Non siamo tornati mai più.

 

 

 

 

 

 

Voci

 

I

Ci frastorna questa furia di voci, foglie
nello spazio tra due corpi, antiche
camere d’albergo cadono in cortile
come una frazione di noi
e noi cominciamo la parafrasi.

 

 

 

 

 

 

II

… allora mi chiamò un drappello
di anime sole… scostarono le tende bisbigliando,
si avvicinarono alle grandi vetrate del tempo…
una salmodia di numeri e vento… quello fu l’atto
… il solo atto consentito…
quell’andarsene dei cortili nel buio…

 

 

 

 

 

 

V

si spezza il tempo, si oscura
il paesaggio, noi ci siamo persi
tra i gessetti di una stanza…
… questa voce dimezzata
era la nostra… era la parola
cancellata dal documento, la sete
che cerca il suo cammino, il raggiro
dei ricordi… era il drastico
inizio di un amore…

 

 

da Quell’andarsene nel buio dei cortili [Going Out into Courtyard Dark], Mondadori 2013.

 

No-one is resting. The kid
with his forehead shredded on the sidewalk
hears the gods whistling, a stadium
whirlwind that awakens him
on the outskirts of the city
and lifts him up. But you too
in the sealed room you will smell
an old fragrance rise, of gasoline
and you will fly to the courtyard
where a stranger is leaning out
from a balcony with asphalt in his hands.

 

 

 

 

 

 

Here in a corner of the room she aims
her arrows at the years, our years,
and wavers. I knew her once. She is a fury
who goes down toward the dark and spreads
among fleeting walls, crumbling walls
where each person is his leaving, nothing more,
his foot slipping down the bank, massed phrases
tumbling blindly from before.

 

 

 

 

 

 

Close to the soul rises the vertical line.
Afternoon brought us suburbanites to a song
the moment became Greek nakedness
potency of the final: we are the remaining
pleas begging to be heard, heaven being born
in each of us, we the platoon of kids
in love with the right number,
heroic outcomes, the fatal weight of a football.

 

 

 

 

 

 

That which I see was handed to me
by a brotherly, hostile breath
out to that theater of dismay
where we took the floor, our words
wavering from the poppies’ joy
to celestial ruin. It was
a phrase that penetrating
into the darkest wound makes it its own,
heals, worsens, weds it
the very talisman it was
of nothing when in the vastness
of Milan it flares up, warming
fantasms by the millions.

 

 

 

 

 

 

And here it is, night’s acrobat,
a body lacking nothing, an incision
in the air, a pure darting
of phosphors: it tossed its emerald
to its last chance, drew close to the buried,
showed each one the path. The earth belongs
to who has abandoned it.

 

 

 

 

 

 

The infinite appears in the diminutive
like the last note of a cry
as it fades away. The instant pursues us.
What have I loved? Perhaps the space,
barely an inch wide, between the body and the crossbar,
that brings light to all applause. Or the breath
the invisible breath on the tree
where a girl smiles and has no end.
And the injuries from an old competition
that will find in this bar
inner music. Enough. And then
the word that presents itself,
he unending given word.

 

 

 

 

 

 

That’s how it is. A man’s
memory was only this
handful of syllables. They alone
return from the cellars
where nothing lives
and they are on time, they are
flung beyond the rocks, whispering
etherized words, a beating
of wings outstretched, true
to some obscure order. And now
you have to translate.

 

 

 

 

 

 

 

They don’t answer when called, they’re
lost at the edges of the earth, know
the secret of the line that trembles, have sprung
from the veins of the beloved one and now
you can see them, evenings, out toward the freeway
calling for silence, a finger on their lips.

 

 

 

 

 

 

Among the projects, the council flats
the same intended form passes
wraps itself around fingers, takes them over…
in the thermometer the mercury falls, everything
returns to its own state of chaos,
mouths shut
at the very point of speaking, and the eyes
of the diver with her head split open…

 

 

 

 

 

 

We wrote for a mandate
as sure as our being lost
we were there in a fervour of ashes
walled up alive while a doline sank
into our mouths, sealing up all the given words
the rushing moments, death seen around…
… thus came the night of man, in a time
of broken-off syllables, and thus the true
beginning of all things.

 

 

 

 

 

 

Street of torment, love insists.
We stayed close to the level crossing.
You lost your skies. How is one to respond
to the immense? We were a fraction of the voice,
scattered syllables. Starting blocks. Breathing…
check. Summer sank into the asphalt.
Only now it reaches me, like a cry.

Destruction, you have begotten me.

 

 

 

 

 

 

Stop it. The door is geting away. You need
to look. It is the solitude of man,
his only quarters. You have to look.
The intercom is on, the gesture becoming harsher.
That young woman is still burning down there,
she calls your name in your sleep. You
have been called by weeping. Both of you.
So now in imminence you are alone.

 

 

 

 

 

 

Black ink

Life emerges this morning
from your exercise book, develops thoughts,
crosses bridges, throws syllables
into a stream of lunar waters and girls
desperate for a trivial body
a wink of the lips
a tender gesture extended in the void.

 

 

 

 

 

 

Cum plus the ablative

Our thinking sought the flesh
in flash of ball and ecstasy of field
lights of the sprint, wood struck, houses
open at first glance, had summer’s
bare face, every summer’s. What became of it
I do not know. We never returned.

 

 

 

 

 

 

Voices

 

I

It bothers us, this frenzy of voices, leaves
in the space between two bodies, old
hotel rooms fall in the courtyard
like a fraction of ourselves
and we start on the paraphrase.

 

 

 

 

 

 

II

… then a squad of lonely souls
called me… moving the curtains whispering,
they drew close to the great panes of time…
a psalmody of numbers and wind… that was the act
… the only act allowed…
going away from courtyards in the dark

 

 

 

 

 

 

V

time breaks up, the landscape
darkens, and we have lost our way
among the pieces of chalk in a room…
… this voice now cut in half
was once our own… was the word
deleted from the document, the longing
seeking its way, the trickery
of memory… it was the sudden
beginning of love…

 

 

Translated by Gray Sutherland in Schegge di luce / Splinters of Light, Kolibris 2013

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