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Miloš Crnjanski, Il poeta dell’esilio

A cura di Vesna Andrejevic

Passeranno gli anni. Chi potrebbe contare gli uccelli che migrano, o i raggi che il Sole manda da Est ad Ovest, da Nord a Sud? Chi potrebbe prevedere quali popoli migreranno e dove, e tra cent’anni dire, come e perchè quelle genti giunsero? Chi potrebbe contare i semi che, alla prossima primavera, germoglieranno nel mondo, in Europa, Asia, America e Africa? Alla mente umana non è dato comprendere. Laggiù, dove andarono gli Isakovič e la Milizia, e così tanti connazionali, portando, come chiocciole, le loro case sulle spalle, di loro non v’è traccia, se non due o tre nomi. Come le nascite, le migrazioni ci sono state e continueranno a esserci. Le migrazioni esistono. La morte non esiste!”[1]

CrnjanskiÈ così che scrisse Miloš Crnjanski (1893-1977) nel suo romanzo “Migrazioni”, (Seobe) pubblicato in due volumi nel 1929 e nel 1962, ormai considerato tra le opere più significative non solo delle letterature slave, bensì della letteratura europea del Novecento. Si tratta senz’altro di un capolavoro, un romanzo storico in cui il poeta, romanziere, drammaturgo, pubblicista, traduttore e diplomatico serbo è riuscito a presentare lo strazio e lo smarrimento, ovvero l’essenza di ogni esilio personale e nazionale, raccontando le tragiche esperienze e gli spostamenti del popolo serbo nelle pianure dell’Europa Centro-orientale del XVIII secolo. Lo stesso Crnjanski fece la dolorosa esperienza da esule di cui testimonia il suo “Romanzo di Londra” (Roman o Londonu, 1971) quando, dopo l’inzio della Seconda Guerra Mondiale e la salita al potere dei comunisti nell’ex Jugoslavia, ma prima di tutto dopo una brillante carriera diplomatica a Berlino, Lisbona e Roma, fu costretto a emigrare a Londra, dove visse fino al 1965, anno del suo ritorno definitivo a Belgrado.
Un altro ‘vivo’ contributo alla sua poetica lo ha dato la sua dolorosa esperienza durante la Prima guerra mondiale, che Crnjanski visse in gioventù, prima da soldato, poi da ufficiale con la divisa dell’Austria-Ungheria, rischiando più di una volta la vita. È da quella triste vicenda che nascono le sue prime poesie. In sostanza, da vero poeta, Crnjanski si diffendeva dal caos che lo circondava con i versi, anche con quelli amorosi. Tant’è vero che il giovane poeta scrive sul suolo italico e tra le cannonate una delle sue più belle poesie d’amore, intitolata “Storia” (Priča, Pieve, 1918). Però assieme ai versi appaiono le sue prime riflessioni sul fronte, sul ruolo e il posto dell’uomo nel mondo, e inanzittutto su un posto sia reale che immaginato, dove si potrebbe trovare una minima consolazione. È solo l’inzio di un filone poetico, o meglio di una filosofia tutta sua che Crnjanski stesso in seguito definirà sumatrismo, ovvero l’eterna ricerca dei legami invisibili tra spazi e tempi, tra lo smarrimento individuale/collettivo e scenari mitici e mai visti, dove i colori e i sogni del poeta trovano finalmente un po’ di pace e conforto dopo le orribili esperienze belliche ed esistenziali. Si tratta perciò di un tentativo del poeta di dare una risposta alla propria domanda-dubbio: “da qualche parte, almeno da qualche parte, deve esserci una consolazione…”.
Così, una volta finita la querra, Crnjanski esordisce con la sua prima raccolta poetica Lirica d’Itaca nel 1919 e due anni dopo pubblica il “Diario di Carnojevic” (Dnevnik o Čarnojevicu), più un poema che un romanzo, in cui si parla di guerra e s’invoca la pace, ma in modo nuovo, insolito e ribelle. Si tratta di due opere significative per il nuovo stile e la nuova forma letteraria che Crnjanski, da vero modernista, introduce nella letteratura serba. Tuttavia, entrambe le opere si fondano sullo spiccato lirismo e la grande sensibilità di cui il poeta si serve per creare le immagini poetiche che, insieme alle insolite metafore, saranno il suo segno distintivo. “Che cosa sono io se non aria? Un lampo / che, scomparendo, si spande nel nulla / illuminando nello stesso attimo il cammino e l’abisso? / Non furono allora che ombre passeggere / quelle su cui con tenerezza, tristemente e in silenzio / ho semintao e scosso la mia polvere di stelle, diafana ed eterea”
Un altro elemento distintivo della poetica di Crnjanski, sia di quella della prima fase della sua produzione letteraria che di quella successiva, è il suo metodo “connettivo”, di cui molto si è parlato. Un metodo con cui il poeta mette in relazione gli elementi della natura e dell’universo con i luoghi geografici, come le città e i paesi stranieri, con le persone, conosciute o meno, e addirittura con gli eventi storici. Stando al poeta, si tratta di “i legami invisibili”, che aiutano ogni essere umano a superare l’angoscia esistenziale personificata nella solitudine e nell’alienazione generata da ogni nostro allontanamento, sia fisico che emotivo, da tutto ciò che rappresenta il nucleo del nostro esistere. La metafora di Sumatra come un luogo onirico che scalda l’animo del poeta dopo le illusioni perdute nelle orribili vicende di guerra che hanno segnato la prima fase del suo percorso poetico, adesso si carica di nuovo significato, rivelando anche al poeta stesso quale è il più significativo legame invisibile che si porta per tutta la vita nel cuore. “VITA umana, e un levriere / foglia avvizzita, gabbiano, cerbiatta, e la Luna in mare aperto / m’appaiono, alla fine, come un sogno, come la morte / uno dopo l’altro attori della nostra commedia / Solo, tutte queste cose, e io, non fummo mai più di questo / schiuma, istanti, un sussurro in Cina, / che sussurra, come il mio cuore, sempre più freddo, sempre più piano: / perchè non resti né Ming, né yang né yin, / né Tao, né ciliegie, né mandarino. / Nessuno e niente ”.
Milos CrnjanskiÈ proprio “Lamento per Belgrado” (Lament nad Beogradom, 1961) di cui abbiamo citato alcuni versi, che ha aperto il cuore del poeta fino al fondo. Se la poesia “Sumatara” era una sorta di manifesto artistico di Crnjanski negli anni Trenta dello secolo scorso, il “Lamento per Belgrado” è il suo testamento poetico. Solo una forzata lontantanza dalla patria e dalla città amata hanno potuto indirlo a scrivere “uno dei più grandi affreschi della letteratura di ogni tempo sull’esperienza dell’esilio”. Infatti, il suo è un inno, a tratti in un tono tanto esaltato da farlo sembrare un urlo, con cui il poeta invoca i momenti più belli che riportano le magiche immagini belgradesi impresse nella sua mente. Secondo la testimonianza della consorte Vida di Crnjanski, il “Lamento” è stato scritto in un momento di un vero “delirio” del poeta durante il soggiorno a Gooden Beach, sulla costa atlantica nel 1956 quando, a causa delle modeste condizioni economiche, Crnjanski era afflitto da una grave crisi psicologica. Tornare o non tornare in patria era il ritornello che gli martellava quotidianamente in testa.
È così che la stesura del “Lamento” lo aiutò a trasfondere il dialogo con se stesso in un breve poema che consta di 120 versi di 12 strofe. La dualità emotiva ha imposto due stili differenti e altrettante forme della stesura dei versi. A sinistra della pagina si rivolge a noi il Crnjanski di un tempo, poeta modernista, sumatrista, che sperimenta diversi registri linguistici, elencando immagini di luoghi lontani, visitati in tempo reale o virtuale. A volte si sente qualche parola straniera, che rivela il suo legame invisibile non solo con i posti citati, bensì anche con la propria autoironia. A destra della pagina invece tutto brulica di una nostalgia agonizzante, con cui il poeta corre verso la devota città, a cui si rivoge sempre con il “Tu”. Nella lingua serba la parola città è di genere maschile. La Belgrado di Crnjanski porta sempre il timbro di una meravigliosa femminilità, a volte i suoi versi sembrano un inno a una donna amata o a una madre adorata. Davanti agli occhi del lettore si susseguono le immagini di Cina, Espana, Lisboa, Jan Mayen, delle onde dell’Adriatico ecc. per non dire le fotografie scattate dall’animo irrequieto del poeta, ma tutto finisce sempre con l’unico faro poetico che ispira la gioia. Con Belgrado. “Tu, intanto, brilli, ancora, attraverso il mio sogno oscuro”…
“Il cerchio si è chiuso”. Il giro poetico è finito. L’esilio di Crnjanski è finito con il suo rientro in patria nel lontano 1965. Forse nel modo migliore. È stato proprio il poeta a dare l’unica valida risposta al proprio eterno dubbio:

In qualche luogo, doveva esserci anche per lui qualcosa che provenisse dal cielo, come quel fascio di luce che brillava sulle cime degli alberi nei frutteti, sopra la città, con dietro il cielo stellato, nell’oscurità dei tetti popolati da piccioni e da rondini. Una vita più dolce, la serenità, avvenimenti che fluissero come i getti puri e freddi, gradevoli e spumeggianti, di una cascata, tutto questo doveva pure esistere da qualche parte, per lui e per la sua gente. Bisognava quindi migrare, cercare la tranquillità e la pace in una terra pura, limpida e levigata come la superficie dei profondi laghi di montagna, pensava Isakovič. Andar via con gli altri, e con il patriarca, lasciare quel fango, le guerre continue, il servizio, gli obblighi. Vivere come voleva, senza quella terribile confusione, seguire la vita per la quale era nato. Cercare l’evento straordinario che, come il cielo, tutto avvolgesse e completasse.[2]

                                                                                         Vesna Andrejevic

* Traduzione dei versi citati nel testo: Massimo Rizzante

[1] Miloš Crnjanski, Migrazioni II, traduzione Lionello Costantini, gli Adelphi, 2011

[2] Miloš Crnjanski, Migrazioni I, traduzione Lionello Costantini, gli Adelphi, 2011

ŽIVOT

 

Sve to ne zavisi od mene.

 

Setim se kako beše lep,

nad vodama dubokim nekim,

kao Mesec beo,

sa lukom tankim i mekim,

jedan most.

 

I vidiš, to, uteši me.

 

Ne zavisi od mene.

 

Dosta je da toga dana,

zemlja oko mene zamiriše preorana,

ili da oblaci prolete, malo niže,

pa da me to potrese.

 

Ne, ne od mene.

 

Dosta će biti ako, jedne zime,

iz vrta jednog zavejanog,

istrči neko ozeblo, tuđe dete,

i zagrli me.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

 

PRIČA

                                                                      

Sećam se samo da je bila

nevina i tanka

i da joj je kosa bila

topla, kao crna svila

u nedrima golim.

 

I da je u nama pre uranka

zamirisao bagrem beo.

 

Slučajno se setih neveseo,

jer volim:

da sklopim oči i ćutim.

Kad bagrem dogodine zamiriše,

ko zna gde ću biti.

U tišini slutim

da joj se imena ne mogu setiti

nikad više.

 

San Vito, al Tagliamento, 1918.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

TRAG

 

Želim:

da posle snova

ne ostane trag moj na tvom telu.

 

Da poneseš od mene samo

tugu i svilu belu

i miris blag…

 

puteva zasutih lišćem svelim

sa jablanova.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

RASTANAK KOD KALEMEGDANA    

 

Rastali smo se

i sisli iz grada.

Kao dve suze, kad naporedo kanu,

sa naboranog lica.

 

Na vodi su nas cekale ladje.

Tvoja ode prva.

Moja je obilazila ostrva.

 

Sedeo sam poguren i crn,

pust

kao Meseceva senka.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

SUMATRA

 

Sad smo bezbrižni, laki i nežni.

Pomislimo: kako su tihi, snežni

vrhovi Urala.

 

Rastuži li nas kakav bledi lik,

što ga izgubismo jedno veče,

znamo da, negde, neki potok

mesto njega, rumeno teče!

 

Po jedna ljubav, jutro, u tuđini,

dušu nam uvija, sve tešnje,

beskrajnim mirom plavih mora,

iz kojih crvene zrna korala,

kao, iz zavičaja, trešnje.

 

Probudimo se noću i smešimo, drago,

na Mesec sa zapetim lukom.

I milujemo daleka brda

i ledene gore, blago, rukom.

 

Beograd, Braće Nedića 29, 1920.

 

 

 

 

 

 

 

LAMENTO PER BELGRADO

 

JAN MAJEN i moj Srem,

Paris, moji mrtvi drugovi, trešnje u Kini,

priviđaju mi se još, dok ovde ćutim, bdim, i mrem,

i ležim, hladan, kao na pepelu klada.

Samo, to više i nismo mi, život, a ni zvezde,

nego neka čudovišta, polipi, delfini,

što se tumbaju preko nas, i plove, i jezde,

i urliču: «Prah, pepeo, smrt je to».

A viču i rusko «Ničevo» –

i špansko «Nada».

 

*

 

Ti, međutim, rasteš, uz zornjaču jasnu,

sa Avalom plavom, u daljini, kao breg.

Ti treperiš, i kad ovde zvezde gasnu,

i topiš, ko Sunce, i led suza, i lanjski sneg.

U Tebi nema besmisla, ni smrti.

Ti sjajiš kao iskopan stari mač.

U Tebi sve vaskrsne, i zaigra, pa se vrti,

i ponavlja, kao dan i detinji plač.

A kad mi se glas, i oči, i dah, upokoje,

Ti ćeš me, znam, uzeti na krilo svoje.

 

 *

 

ESPANJA i naš Hvar,

Dobrović mrtvi, šejk što se u Sahari beli,

priviđaju mi se još, kao utvare, vatre, var.

Moj Sibe poludeli, zinuo kao peš.

Samo, to više nismo mi, u mladosti i moći,

već neki papagaji, čimpanzi, neveseli,

što mi se smeju i vrište u mojoj samoći.

Jedan se «Leiche! Leiche! Leiche!» dere.

Drugi šapće: «Cadavere!»

Treći: «Leš, leš, leš!».

 

*

 

Ti, međutim, širiš, kao labud krila,

zaborav, na Dunav i Savu, dok spavaju.

Ti budiš veselost, što je nekad bila,

kikot, tu, i u mom kriku, vrisku, i vapaju.

U Tebi nema crva, ni sa groba.

Ti blistaš, kao kroz suze ljudski smeh.

U Tebi jedan orač peva, i u zimsko doba,

prelivši krv, kao vino, u novi meh.

A kad mi klone glava i budu stali sati,

Ti ćeš me, znam, poljubiti kao mati.

 

*

 

TI, PROŠLOST, i moj svet,

mladost, ljubavi, gondole, i, na nebu, Mljetci,

priviđate mi se još, kao san, talas, lepi cvet,

u društvu maski, koje je po meni došlo.

Samo, to nisam ja, ni Venecija što se plavi,

nego neke ruševine, aveti, i stećci,

što ostaju za nama na zemlji, i, u travi.

Pa kažu: «Tu leži paša! – Prosjak! – Pas!»

A viču i francusko «Tout passe».

I naše «Prošlo».

 

*

 

Ti, međutim, stojiš nad širokom rekom,

nad ravnicom plodnom, tvrd, uzdignut kao štit.

Ti pevaš vedro, sa grmljavom dalekom,

i tkaš u stoleća, sa munjama, i svoju nit.

U Tebi nema moje ljudske tuge.

Ti imaš streljača pogled prav i nem.

Ti plač pretvaraš kao dažd u šarene duge,

a hladiš, ko dalek bor, kad te udahnem.

A kad dođe čas da mi se srce staro stiša,

Tvoj će bagrem pasti na me kao kiša.

 

*

 

LIZBUA i moj put,

u svet, kule u vazduhu i na morskoj peni,

prividjaju mi se jos, dok mi zizak drsce ko prut

i prenosim i zemlju, u sne, u sne, u sne.

Samo, to vise nisu, ni zene, ni ljudi zivi,

nego neke nemocne, slabe, i setne seni,

sto mi kazu, da nisu zveri, da nisu krivi,

da im zivot bas nista nije dao,

pa sapcu «Não, não, não»

i nase «Ne, ne ».

LA VITA

 

Tutto ciò non dipende da me.

 

Mi ricordo quanto era bello,

appeso alle acque lontane e profonde,

come la Luna bianca,

e con l’arco sottile e leggero,

un ponte.

 

E vedi, tutto ciò mi conforta.

 

Ma non dipende da me.

 

Mi basta che quel giorno la terra solcata

profumi attorno a me,

o le nuvole volino basse

e ne resto sempre commosso.

 

No, no, non dipende da me.

 

Basterà che un giorno d’inverno

da un giardino avvolto nella neve

esca fuori un fanciullo,

sconosciuto e infreddolito

e mi abbracci.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

STORIA

                                                                      

Ricordo solo che era

pura e snella

con i capelli caldi

come la seta nera

sul seno nudo.

E che in noi prima dell’aurora

l’acacia bianca emanava il suo profumo.

 

Mesto ricordai senza volere,

perché amo:

chiudere gli occhi e stare in silenzio

Quando l’acacia profumerà di nuovo

chissa dove sarò.

Nel silenzio presento

che non ricorderò mai più

il suo nome.

 

San Vito, al Tagliamento, 1918.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

TRACCIA

 

Desidero

che dopo i sogni non ti resti

nessuna mia traccia sul corpo.

Che di me porti soltanto

la tristezza e la seta bianca

e quel profumo dolce…

 

dei sentieri dorati da foglie secche

di pioppi.

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

 

 

ADDIO PRESSO KALEMEGDAN*

 

Ci dicemmo addio

E scendemmo dal borgo

Come due uguali scie di lacrime

Che solcano il viso.

 

Sul fiume le barche stavano in attesa

La tua se ne andò per prima

La mia girò per le isole

 

Stavo seduto, piegato e cupo,

solingo,

come l’ombra della luna.

 

*il piu grande parco belgradese

 

trad. di Vesna Andrejevic

 

 

 

 

SUMATRA   

 

Ora che siamo privi di preoccupazioni, sentimentali e leggeri.

Pensiamo: come sono silenziose, sotto la neve,

le cime degli Urali.

 

Se siamo tristi per il pallore di un viso,

che una sera abbiamo perduto,

lo sappiamo: da qualche parte, al suo posto,

scorre un ruscello imporporato!

 

Un amore, all’alba, in un paese straniero,

avvolge la nostra anima e la stringe,

nella pace infinita di mari azzurri,

dove il corallo abissale rosseggia

come le ciliegie della mia terra natale.

 

La notte ci svegliamo, e sorridiamo

alla Luna e al suo arco argentato,

accarezzando teneramente con la mano

le colline lontane e i monti innevati.

 

Belgrado, via di Braće Nedića 29, 1920

 

trad. Massimo Rizzante

 

 

 

 

LAMENTO PER BELGRADO

 

JAN MAYEN e il mio Srem,

Parigi, i miei compagni defunti, i ciliegi in Cina,

m’appaiono di nuovo, mentre qui taccio, veglio, e muoio

e resto supino, freddo, come un ceppo nella cenere.

Solo, noi non siamo più noi, la vita, e neppure le stelle,

ma mostri, polipi, delfini,

che aleggiano su di noi, e nuotano, e cavalcano sulle onde,

e urlano: «Polvere, cenere, morte, nient’altro».

E gridano in russo: «Ničevo» –

e in spagnolo: «Nada».

 

*

 

Tu, intanto, ti ergi, con l’astro chiaro dell’aurora,

con l’azzurra Avala, in lontananza, come una collina.

Tu scintilli, anche quando qui le stelle si spengono,

e sciogli, come il Sole, il ghiaccio delle lacrime e la neve di un tempo.

In Te non esiste il non senso, né la morte.

Tu brilli come una vecchia spada dissepolta.

In Te tutto resuscita, e danza, e volteggia,

e si ripete, come il giorno e il pianto dei fanciulli.

E quando la mia voce, e i miei occhi, e il mio respiro si estingueranno,

Tu mi accoglierai, lo so, nel tuo grembo.

 

*

 

ESPAÑA e la nostra isola di Hvar,

il fu Dobrović, lo sceicco che biancheggia nel Sahara,

m’appaiono di nuovo, come fantasmi, fuochi, inganni.

E il mio Sibe impazzito, la bocca spalancata come uno scorfano.

Solo, noi non siamo più noi, la gioventù e la potenza,

ma dei pappagalli, degli scimpanzè, tristi,

che sghignazzano e sbraitano nella mia solitudine.

Uno grida: «Leiche, Leiche, Leiche!».

Un altro mi sussurra: «Cadavere!».

Un terzo: «Leš, leš, leš!».

 

*

 

Tu, intanto, apri come un cigno le tue ali,

e l’oblio, sul Danubio e sulla Sava, addormentati.

Tu risvegli l’allegria, quella di un tempo,

e le risate, mentre chiedo aiuto, urlo e piango.

In Te non ci sono vermi, neppure nelle tombe.

Tu brilli, come il riso nelle lacrime.

In Te un contadino canta, anche d’inverno,

versando il sangue, come vino, nell’otre nuova.

Ma quando suonerà l’ultima ora e il mio capo si reclinerà,

Tu mi bacerai, lo so, come fossi mia madre.

 

*

 

TU, MIO PASSATO, mio universo,

gioventù, amori, gondole, e nel cielo Venezia,

mi siete apparsi di nuovo, come un sogno, un’onda, un bel fiore,

in mezzo a un corteo di maschere venute a prendermi.

Solo, io non sono io, né Venezia l’azzurra,

ma rovine, ombre, menhirs

che spuntano alle nostre spalle dalla terra, e nell’erba.

Dicono: «È un pascià quello che giace qui! – Un mendicante! – Un cane!»

E gridano in francese: «Tout passe».

E il nostro: «Prošlo».

 

*

 

Tu, intanto, ti stagli sul fiume imponente,

e la fertile pianura, forte, ritto come uno scudo.

Tu canti allegro, in compagnia del tuono lontano,

tessendo nei secoli, con i fulmini, le tue fila.

In Te non c’è la mia umana tristezza.

Tu hai del sagittario lo sguardo onesto e muto.

Tu trasformi come la pioggia i pianti in arcobaleni colorati,

e rinfreschi, se ti aspiro, come un pino lontano.

Ma quando verrà il tempo che il mio vecchio cuore si plachi,

la tua acacia cadrà su di me come pioggia.

 

*

 

LISBOA e la mia strada,

nel mondo, le torri nell’aria e sulla schiuma del mare,

m’appaiono di nuovo, quando la mia fiammella vibra come un fuscello

e porto la terra con me perfino nei sogni, nei sogni, nei sogni.

Solo, non ci sono più né donne, né uomini vivi,

ma ombre impotenti, deboli e tristi,

che mi dicono che non sono malvage, che non hanno colpe,

che la vita non ha loro regalato mai nulla,

e sussurrano: «Não, não, não»

e il nostro «Ne, ne »

 

 

* Nota: traduzione tratta dall’introduzione a “Lamento per Belgrado” a cura di M.Rizzante. Rovigo, Il Ponte del Sale, “Il Labirinto del Mondo”, 2010

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