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MOLINAROLI, Simone

crollocoverStanate la speranza e giustiziatela sul posto

Prefazione a Il crollo degli addendi, di Simone Molinaroli[1]

 

Dal primo momento in cui ho incontrato la poesia di Simone Molinaroli, sono stata colpita da una energia dirompente che la abitava, dal desiderio incontenibile che manifestava: il desiderio di dire ed essere compresa, nel senso di un abbraccio, di un abbandono alla sua forza trascinante. Già i primi libri di Molinaroli sono ventosi, pieni di slancio comunicativo, ma ne Il crollo degli addendi si riscontra una maturità maggiore, un accentuato controllo, nato, oltre che dal lavoro ai testi, anche dalla materia del nucleo tematico: un nucleo incandescente che muove dall’esperienza più profonda di Molinaroli, una musica che nasce dalle corde più segrete, e viene poi accortamente modulata per essere portata all’altro come un dono, anche terribile, ma incondizionato, e in quanto tale vero, come la poesia chiede che sia.

Questa istanza comunicativa mi pare confermata anche dal modo indissolubile in cui la poesia si intreccia con la vita dell’autore. Invece di lamentarsi del fatto che il pubblico della poesia diviene sempre più esiguo, e che la poesia non suscita interesse nella società contemporanea, Molinaroli, più umilmente fiducioso nella fame di verità che si cela dentro il correre quotidiano, sfrutta tutte le potenzialità dei suoi testi, dona loro la sua voce, il suo corpo, la sua gestualità. Come un musicista compositore, nonché cantautore, Molinaroli viaggia per tutta Italia dando vita  ai reading itineranti di Enduring Poetry. E la sua è in effetti una poesia che resiste, sopporta, ma non si lamenta, bensì si ribella al dolore, così come alla chiusura supponente che così spesso ci avvicina al silenzio. È una poesia che si forma nel cratere, prende slancio ed erutta all’esterno, investe, coinvolge, tira dentro.

C’è in questi testi un desiderio forte di comunicare, un’apertura completa, senza nascondimenti, senza il facile e all’apparenza furbo ricorso a orpelli letterari o abbellimenti linguistici. C’è un linguaggio accuratamente vagliato, che coniuga la materia linguistica del quotidiano con l’equilibrio formale, la ricerca stilistica e la potenza evocativa, fondata su immagini visive, nitide, forti e precise, luminose, anche nella loro intermittente oscurità, al punto da essere a volte insopportabili. Dunque efficaci, reali.

Nel luogo del dolore Molinaroli non cerca escamotage consolatori («stanate la speranza / e giustiziatela sul posto»), non cerca palliativi né rimedi per alleviare il male, ma gli si getta contro prendendo fiato, per viverlo a fondo. E in quel fondo anche la parola perde la sua sacralità, diviene inerte, lascia spazio al corpo che si difende, perché «Di lì si accede a una stanza / dove il respiro si amplifica / e la parola si sgrana / come fedeli che si precipitano / fuori da una chiesa per vedere / un incidente automobilistico».

Nel luogo del dolore anche la ragione non ha potere, diviene testimone di un’implosione di senso, rilevatore passivo del proprio stesso sgretolarsi di fronte a quanto di percettibile, eppure inarrestabile, avviene nel corpo: «La ragione in regalo ai sofferenti / non arresta l’ossidazione del pensiero / una quota pari / alla millesima parte di un sorriso / non risolleva l’economia / di un corpo sfinito». È «l’economia del corpo», dunque, a dettare legge, a vincere ogni possibile giustificazione razionale del dolore, in cui il conflitto tra sangue e pensiero, corpo e ragione, si acuisce, in cui «La carne brucia la conoscenza / mentre il cervello se ne nutre». Non resta dunque che affrontare la realtà «a cuore duro», perché «Se il male deve essere / che sia male irrimediabile / e non lamento annoiato / che sia rovina materiale / e non crollo teorico». Soltanto ammettendo la presenza del male, soltanto stanandolo e facendolo uscire allo scoperto, andandogli incontro, lasciando che pervada il nostro intimo, è possibile conoscerlo, dunque fronteggiarlo, infine sconfiggerlo. Soltanto in questo modo – e non quando «canta l’ovvio/ al posto della gola» –  è possibile conseguire la quiete: «Con il palmo della mano sinistra / saluto il male / come l’amico più caro / lo accolgo nella stanza segreta / e con l’altra mano / quella – per me mancino – inadatta / lo uccido. / Pace».

Il conflitto tra sangue e pensiero si attesta anche nel contrasto tra parola e silenzio, tra l’esigenza di dire e la forma che «[…] vuole un silenzio / che somigli alla discrezione / come il terrore / alla saggezza /». Eppure «la fitta alla mascella» induce a dire la ribellione, mentre «i sordomuti fanno il loro dovere / osservando attentamente / senza essere sviati / dall’abbondanza di rumore / dalla tentazione di dire».

In Noi che siamo morti raggiungiamo con Molinaroli il nucleo del dolore, il magma incandescente. In questa sezione aumentano dunque le immagini intense, infuocate. Il dolore è stato fatto uscire allo scoperto, al centro del campo, dove mostra il suo volto, che è anche «il volto e il dolore di un arbitro vivo», che «scrisse la fine e non la sospensione», portando la disperazione al parossismo, senza possibilità di ritorno, senza concedere tempi supplementari.

Solo con l’accettazione della fine, che prelude alla mesta dispersione dei giocatori dopo la sconfitta, è possibile rinascere, o meglio nascere differenti («- sono nato quando mio padre / alzò due dita in segno di vittoria / per salutarmi prima di morire –»), ma senza poter dare un nome all’accaduto («per vedere la pulsione che sbrana / il teorema del reale e i suoi professori»).

Il male colpisce infatti senza un preciso intento, senza una giustificazione logica, colpisce a caso, inavvertitamente, colpisce soprattutto chi non se lo aspettava, chi si credeva al sicuro, e resta dunque senza difese: «La pioggia cadeva con scientifica / e malvagia precisione. / Bagnava soprattutto chi odiava la pioggia / chi si riparava o correva ai ripari / perdendo il privilegio degli attendisti».

Il poeta nasce allora «[…] dove nessuno ha cercato la parola / o il suo rimbalzo di gomma», e proprio con la complicità della pioggia (il dolore), mediante l’ammissione della sua esistenza e del suo potere, uccide «in extremis» il postino che reca «quelle scritte da chi ambisce / alla salvezza, a ribaltare il risultato» quando ormai invece il crollo degli addendi si è compiuto, e siamo costretti a prendere atto che «Abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste. / Per questo sopravvissuti».

 


[1] Da SIMONE MOLINAROLI, Il crollo dgeli addendi, Ass Cult Press, Pistoia 2006.

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