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Nella città di formiche di luce. Sulla poesia di Silvia Belcastro

di Chiara De Luca

 

In tempi di facile delirio distopico sarà utile chiarire che la città di formiche di luce esiste davvero, anche se, trovandoci in poesia, è ovviamente una visione. Quale sarà la città in cui le formiche rosse si spandono nel buio diluito dalla nebbia delle sere d’inverno, formando aloni arancioni che rimbalzano sul rosso dei mattoni? Quale sarà la città in cui formiche bianche smorzano in branco la luce lattiginosa delle albe d’estate, oppure esplodono in traiettorie di stelle filanti a ogni primavera che riviene? Chi l’abbia visitata almeno una volta la riconoscerà subito, non può essere che Ferrara. Ma non conta e non serve tenerlo a mente, perché la città delle formiche di luce è ovunque nell’altrove. È la città surreale delle nostre eterne infanzie, il territorio franco delle fiabe. Ma attenzione: le fiabe non sono sempre a lieto fine e sono popolate da tutti i nostri mostri e antagonisti. Nulla è quel che appare, né il male né talvolta il bene.

Ma chi vive e descrive la visione? Come definiamo nel mondo capovolto di quest’epoca strana una persona che abbia grazia ed eleganza innata, profondità di visione e intelligenza emotiva insieme? Una persona d’altri tempi. Una visione. È così che per qualche anno dopo un primo incontro fortuito mi è apparsa Silvia Belcastro, all’improvviso, inaspettatamente, in luoghi sempre diversi della città delle formiche di luce. Solo dopo molto tempo mi ha fatto un breve cenno alle sue poesie. Parlava sempre d’altro e d’altri, d’altri libri e voli e mondi. Per questo ho creduto valesse la pena d’insistere e sapere. Di solito i poeti non sono avari di poesia, ne hanno una pronta per ogni occasione: a cadavere ancora caldo, a strage appena avvenuta, a guerra appena scoppiata. E non parlano d’altro che di sé. A meno che non abbiano qualcosa da dire. Silvia Belcastro ha molto da raccontare. Ma non s’illudano i lettori alla morbosa ricerca del dato biografico spicciolo: Belcastro non effettua traduzioni né parafrasi di sé. Belcastro parla la lingua di chi ha giocato a lungo a carte nell’abisso coi mostri che avvelenano le fiabe, la sua voce proviene da un altrove di mistero rischiarato da minuscole luci: visioni, apparizioni, incontri, tutto è sfumato dall’atmosfera evanescente della città volante. Ma il lettore accorto saprà seguire la scia luminosa delle audaci creature, i disegni che tracciano, i simboli, le premonizioni, le sagome confuse nella nebbia e le improvvise esplosioni e rivelazioni. Saprà farli suoi, o ricomporre le formiche in una nuova visione.

Questo libro è una raccolta perché è un raccolto di piccole pietre miliari disseminate nel corso degli anni, a segnare le tappe di una storia da ritracciare e rintracciare, guidati da infinite fiammelle soffuse. Sono testi scritti in codice di luce per gli angeli e gli eroi.

 

Sabba per un’evasione

La notte dei matti
è un’ombra di verde dolore
o a volte, nei dormitori,
è un preludio di fiamme azzurre.

Non v’è carcere che possa trattenere
lo scheletrico dio che li assiste:
sguscia fra muri d’assenza
e sotto le finestre sbarrate.

Irrompe nelle camerate a mezzanotte
e a bordo di una macchina volante
li porta via con sé.

Salgono, salgono verso le montagne spoglie…
In sinistra carovana, i matti
varcano con grazia il suo segreto.
Sono soltanto un’ombra,
contro la Luna.

 

In uscita per edizioni Kolibris

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