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Nicolás Guillén, il poeta nazionale cubano / El poeta nacional de Cuba

A cura di Gordiano Lupi

NicolásGuillén-1942Nicolás Guillén dopo il trionfo della Rivoluzione è sempre stato chiamato il poeta nazionale e non c’è denominazione più giusta e meritata. Infatti la poesia di Guillén interpreta la realtà in maniera critica e da un punto di vista collettivo, senza mai farsi tentare da individualismi o da fughe astratte. Quando Cuba era ancora alla ricerca della sua identità lui denunciava l’ingiustizia sociale, la discriminazione del negro, la fame, il furto sistematico da parte degli Stati Uniti delle ricchezze nazionali. Possiamo dire che Guillén è sempre stato il cantore delle necessità degli oppressi e dei poveri. A maggior ragione, dopo il trionfo della Rivoluzione, ha messo al servizio della costruzione di un nuovo stato la sua poesia. Nicolás Guillén è nato a Camagüey il 10 luglio del 1902, suo padre lottò per l’indipendenza cubana, ma subito si rese conto che la Repubblica sarebbe stata tradita dal nuovo governo e si schierò con i liberali. Fu assassinato durante una rivolta e Nicolás dovette lasciare l’Università (frequentava Giurisprudenza) per impiegarsi come tipografo e dare una mano in casa. Pubblicò le prime poesie nella rivista Camagüey Grafico, quindi in Castalia dell’Avana e in Orto di Manzanillo. Il suo primo libro è del 1922 (non lo pubblicò) e si intitola Cerebro y corazón, mentre l’anno dopo fonda Lis, una rivista letteraria che ha breve vita. Nel 1926 si trova all’Avana, si iscrive al Partito Comunista Cubano ed è proprio nella capitale che si avvicina alla poesia d’avanguardia. Scrive per El Diario de la Marina, un foglio reazionario, una serie di articoli contro la discriminazione razziale. Nel 1930 pubblica Motivos de son e Ideales de una raza. Soprattutto il primo è un libro importante, perché adotta il son come base musicale e sceglie un linguaggio di facile comprensione, capace di parlare alla gente e di raccontare la vita quotidiana. Si tratta di poesia che molti hanno giustamente definito mulatta, perché si appoggia ai due elementi predominanti della cultura negra: il ritmo e il colore. Le liriche di Guillén nascono dalla guaracha cubana e sono soprattutto parole scritte per canzoni popolari. Si pensi a cose come: Sóngoro cosongo/ Songo be/ Sóngoro cosongo/ de mamey;/ sóngoro, la negra/ baila bien

Si tratta di una vera rivoluzione poetica che vede protagonisti soprattutto i negri avaneri, con il loro linguaggio caratteristico e i loro modi di dire.

La poesia di Guillén però non si ferma qui. Con il passare del tempo diviene lirica di denuncia sociale e lui stesso è tra i primi intellettuali che aderiscono al Movimento Negrista. Il suo secondo libro è Sóngoro cosongo (1931) e qui affronta ancora il tema del negro, ma lasciando da parte la comicità e la caricatura dei vecchi personaggi per cominciare a sperimentare una poesia descrittiva e realistica. Non è ancora un libro sociale, ma basta a dare valore all’opera la denuncia dello sfruttamento dei negri: El negro/ junto al cañaveral./ El yanqui/ sobre el cañaveral.

West Indies Ltd. (1934) è invece il primo poema sociale vero e proprio e preclude a un impegno politico sempre maggiore da parte di Guillén, che sarà redattore ed editore delle riviste comuniste Resumen e Mediodia.

Nel 1937 pubblica in Messico una delle cose più belle di tutta la sua produzione: Cantos para soldados y sones para turistas. La cosa triste è che questa poesia, scritta da un comunista per un paese che doveva ribellarsi all’oppressione di un feroce dittatore, si adatta bene ancora oggi alla situazione che vivono i cubani nel periodo speciale. Protagonista del poemetto è José Ramón Cantaliso che mostra al turista la miseria, la fame e tutte le ingiustizie nascoste dietro una facciata di allegria. Tutto questo senza perdere l’umorismo tipico della sua poesia e senza lasciare il ritmo del son che accompagna i versi. Ai soldati Guillén ricorda qual è la loro estrazione sociale e dice che sono soltanto lo strumento di un potere ingiusto, quindi devono imparare a rivolgere i fucili contro la tirannia. Sempre in Messico pubblica España: poema en cuatro angustias y una esperanza, ispirato alla lotta del popolo spagnolo contro il fascismo. Guillén viaggia molto: prima va in Spagna ed entra in contatto con la parte comunista della ribellione, successivamente è in Argentina dove pubblica El son entero (1947). In questo libro c’è tutta la sensibilità e la musicalità afrocubana: poche poesie sociali, alcune folcloristiche, altre intimiste, persino romantiche. Viaggia ancora nei paesi socialisti e nel 1953 è a Santiago del Cile per il Congresso della Cultura Latinoamericana. Il dittatore Fulgenzio Batista, in un impeto di repressione anticomunista, gli impedisce di fare rientro a Cuba. Nel 1955 l’Unione Sovietica gli conferisce il Premio Lenin per la Pace. Le poesie di questo periodo sono raccolte nel libro La paloma de vuelo popular (1958), pubblicato a Buenos Aires. Sono le liriche di un rivoluzionario ante litteram vagabondo del mondo e accomunano la sorte di tutti gli oppressi uniti nel solo destino possibile: la ribellione per essere finalmente liberi. In questo libro Guillén profetizza il trionfo rivoluzionario. Un libro politico per eccellenza è anche Elegías (1958) che raccoglie: Elegía a Jesús Menéndez, Elegía a Jacques Roumain e soprattutto la Elegía cubana che esalta la Rivoluzione

Brilla Maceo en su cenit seguro./ Alto Martí su azul estrella enciende.

Nel 1959 la Rivoluzione Cubana giunge a compimento e Guillén si unisce corpo e anima alla causa dell’uomo nuovo. Sarà Presidente della Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba (UNEAC) fino al 1961. Pubblica ancora: Prosa de prisa (un libro di cronache giornalistiche del 1964), Poemas de amor e Tengo. Soprattutto Tengo è importante, un libro scritto sotto l’influenza della vittoria rivoluzionaria. Tutto quello che prima veniva denunciato (repressione, razzismo, miseria, sottomissione agli statunitensi) è scomparso e l’uomo socialista ha la forza necessaria per superare antiche disuguaglianze e ingiustizie (Tengo, vamos a ver,/ tengo lo que tenía que tener). Il passato serve da esempio per far brillare i meriti di una rivoluzione voluta dal popolo oppresso. Tengo è caratterizzato da un ottimismo e da una fiducia nel futuro senza precedenti.

 

Buenos días, Fidel !

Buenos días, bandera; buenos días, escudo.

Palma, enterrada flecha, buenos días.

Buenos días, mis manos, mi cuchara, mi sopa,

mi taller y mi casa y mi sueño….

 

Tutto è allegria e limpidezza. Tutto è nuovo e bello. I simboli nazionali (bandiera, scudo, palma), ma pure le cose del quotidiano (il cucchiaio, la zuppa nel piatto, la casa, il canto…). Guillén canta un paese che risorge dall’oblio della dominazione e che vuole essere artefice del suo futuro.

 

Obrero en armas, buenos días.

Buenos días, fusil.

Buenos días, tractor.

Azúcar, buenos días.

 

Tengo raccoglie anche la epopea cubana dalla Sierra Maestra fino al trionfo, le successive minacce americane e la vittoria di Playa Giron.

Leggiamo in italiano la parte finale di Tengo, ma la traduzione letterale fa perdere molta della bellezza musicale della lirica.

Ho, vediamo bene,

che adesso ho imparato a leggere,

a contare,

ho che adesso ho imparato a scrivere

e a pensare

e a ridere.

Ho che adesso so

dove lavorare

e guadagnare

quello che devo mangiare,

ho, vediamo bene,

ho tutto quello che devo avere.

Nel 1967 esce El gran zoo, che costruisce una galleria di animali paragonati a una serie di tipi negativi che si annidano nella società capitalista (usurai, gangster, magnaccia, generali…). Nel maggio del 1972 pubblica El diario que a diario (versi e prosa) e riassume tutta la storia di Cuba fino al trionfo della Rivoluzione facendo ricorso a tutta la sua verve satirica. A giugno invece esce l’ultimo libro: La rueda dentada che dimostra la sensibilità artistica di Guillén, sia quando canta il Vietnam, la morte di Gagarin, Martin Luter King, oppure quando chiama alla ribellione contro i padroni culturali stranieri, ma anche quando canta gli uccelli dei campi cubani e l’amore per la donna.

Nell’opera di Guillén non vanno dimenticate le poesie dedicate a Che Guevara: Che Comandante, Guitarra en duelo mayor e Lectura de domingo. Che Guevara è visto come simbolo immortale di lotta e la sua figura è un esempio eccezionale per tutti (Che comandante,/ amigo… e poi conclude: Partiremos contigo), persino per i soldati boliviani che lo massacrarono: Él fue tu mejor amigo, / Soldadito boliviano;/ Él fue tu amigo de a pobre/ del Oriente al altiplano… Il vero cammino, quello diritto, lo ha indicato il Che e tutti dobbiamo seguirlo.

Guillén muore nel 1989, al massimo della fama, appena in tempo per veder cominciare il periodo speciale, ma non abbastanza per rendersi conto di quel che sarebbe accaduto dopo. Meglio per lui, in ogni caso. Non ha visto la fine che ha fatto quel comunismo in cui aveva così fervidamente creduto.

Gordiano Lupi

Nicolás Guillén
da Cerebro y corazon (Cervello e cuore), 1922

Corazon Adentro

 

Yo no quiero saber si tú has vendido

el cuerpo al oro del que no te quiere,

ni si el recuerdo de mi nombre muere

sepultado en la noche de tu olvido.

 

Yo no quiero saber si tu has rodado

de goces harta, al fondo de la vida,

donde quizás tu desenfado pida

lo que el Honor y el Bien jamás han dado.

 

Yo no quiero indagar qué rumbo toma

la barca sin timón de tu existencia:

paloma fuiste, llena de inocencia…

¡y aún quiero yo creer que eres paloma!

 

Pero si el Vicio te llamó a su lado,

pero si el Vicio te manchó la frente,

¡respeta en las negruras del presente

las limpideces castas del pasado!

 

¡Que yo no pueda verte! Y si arrastraste

la gloria de tu carne sobre el lodo,

¡ama con otro corazón, de modo

que no se ensucie aquel con que me amaste!

 

No quieras nunca que mi mano escombre

en las ruinas desiertas de tu vida,

ni que me aflija, como artera herida,

la deshonra maldita de tu nombre.

 

Permíteme vivir mi desvarío

y, lejos de pesares y agravios,

seguir creyendo que en tus rojos labios

¡el postrer beso que vibró fue mío!

 

 

 

 

 

Rosas de Elegía

 

I

 

Hoy te miré pasar, con la arrogante

aristocracia audaz de tu desvío,

cual si quisieras, en el pecho mío,

tornar más cruel la llaga torturante.

Yo, sin querer, soñé con el distante

amor feliz que se murió de frio

y en el dolor de mi jardín sombrío

se abrió la flor de otra ilusión amante.

Sentí otra vez tu cuerpo perfumado

junto a mi pobre cuerpo abandonado

latir ardiente, como en otros días…

busqué tus manos y busqué tu frente,

¡y hallé tan sólo, dolorosamente,

la soledad de las tristezas mías!

 

 

II

 

Ya no podré, bajo la tarde quieta,

cuando suspira el céfiro en las flores,

decirte la canción de mis amores,

ni la emoción de mi pasión secreta.

Ya no me quieres, y la cruel saeta

del destino, mató mis ruiseñores:

sólo quedan, junto a mis dolores,

mis quiméricas ansias de poeta.

Yo bien quisiera doblegar la frente,

romper la lira y acallar la ardiente

queja inmortal que mi dolor exhala;

Pedir perdón con humildad de niño

y así esconderme bajo tu cariño,

como si fuera tu cariño un ala.

 

 

III

 

Mi corazón, que se embriagara un día

de pasíon y de luz, hoy pena y llora,

sin que alumbre una estrella bienhechora

la noche funeral de su agonía.

El hada cruel de la melancolía

clava en mí su guadaña punzadora:

no tengo una ilusión consoladora,

ni un ensueño feliz, ni una alegría…

Y tu lo sabes, porque tú me has visto

llevar a cuestas, cual un nuevo cristo,

la negra cruz de mi esperanza trunca.

Mas hoy que a tu placer mi duelo asomo,

tú me desprecias y te burlas, como

si no me hubieras conocido nunca.

 

 

IV

 

¿No te conmueve mi pesar sombrío?

¿Nada te dice mi fatal quebranto?

Tu corazón, que me quisiera tanto,

¿por qué hoy me mira indiferente y frío?

La noche tenebrosa del hastío

cubre mi vida de mortal espanto

y aunque canto mis sueños en mi canto,

no tengo un sueño a quien llamarle mío.

La daga cruel de tu desdén me hiere

y hasta en mi pecho, en que la dicha muere,

la negra copa del dolor vacías…

¡En vano esperarán mis ilusiones

tus misereres y tus oraciones

sobre la pena de tus agonías!

 

 

 

 

 

Jardín

 

I

 

Igual que un mustio lirio en un florero

la tarde se desmaya en el ocaso,

donde por fin ha detenido el paso

el sol, como un cansado caballero.

 

La nívea plata del primer lucero

rueda en el raso del azul escaso,

cual si quisiera, en el nocturno raso,

poner la gloria del fulgor primero.

 

Con un temblor de castos madrigales

sobre la urdimbre astral de los rosales

Céfiro afina su divina flauta,

 

y bajo la tupida enredadera

un fauno de granito en vano espera,

ebrio de aromas, a la ninfa incauta.

 

 

II

 

En el jardín (donde su níveo velo

la luna prende en el follaje arcano)

también yo aguardo la piadosa mano

que ha de sanar mi agudo desconsuelo.

 

Pero es inútil mi mortal desvelo,

porque el amor que espero está lejano,

como el lejano amor que espera en vano

el pétreo fauno que dormita en celo.

 

Así, cuando la seda de la tarde

en las inciertas lontananzas arde

y el primer astro su fanal enciende,

 

la queja cruel de mi dolor musito

junto al grotesco fauno de granito,

¡porque yo sé que el fauno me comprende!

 

 

 

 

 

El piano

 

I

 

Bajo la tarde serena

con ritmo dulce y liviano,

solloza un piano lejano

la suavidad de su pena.

 

Todo mi pecho se llena

de la tristeza del piano

repienso en la fina mano

la que el piano suena..

 

Cada suspiro del viento

acerca hacia mí el acento

de la música preclara.

 

Y llora el alma sonora,

como si el piano que llora

dentro del alma llorara.

 

 

II

 

Liszt… Schubert… Un divino

y luminoso quebranto

es el que informa el encanto

del ritmo sereno y fino.

 

Cadencia en que yo adivino

ligados, con nudo santo,

el miserere del llanto

y el epinicio del trino.

 

Lampo de blanca armonía

que prende en el alma mía

—llena de sombra— su lumbre,

 

y que en mi vida destella

como el fulgor de una estrella

sobre el dolor de una cumbre…

 

 

 

 

 

Nácar

 

La última llama en el ocaso arde

y ante el negro fantasma de la noche

tímida cierra su dorado broche

como una flor hecha de luz, la tarde.

 

El céfiro al pasar, manso y cobarde

murmura entre las frondas un reproche

mientras la luna, en su nevado coche,

trepa el zafir con quijotesco alarde.

 

Todo es misterio y paz. Serenamente

boga en la fuente un cisne de alabastro

y al ver temblar, al fondo de la fuente,

 

de un astro níveo el luminoso rastro,

párase el cisne y atrevidamente

pica enel agua, por cazar el astro

 

 

 

 

 

Silenter

 

Amo las soledades de la aldea

y de la cripta, y el silencio arcano

de los obscuros templos, donde en vano

la luz de enfermos cirios parpadea.

 

Busco un sitio de paz en que no vea

bullir en torno el hormiguero humano

y que al dolor del corazón insano

como un nirvana azul, piadoso sea.

 

Quiero el olvido… la quietud… No quiero

ni una risa —que es ruido— en mi sendero,

ni un eco solo en mi interior abismo…

 

¡Déjame, vida, indiferente o loco,

misantrópicamente, poco a poco

dormirme en el silencio de mí mismo!

 

 

 

 

 

A Jesu-Cristo

 

La rosa del amor y del consuelo

floreció, esplendorosa, entre tu mano

y a tu acento, el dios rudo del pagano

cubrió sus desnudeces con un velo

 

De la existencia en el mortal desvelo

fuiste un rayo de luz sobre lo humano

y en el lodo podrido del pantano

tu piedad derramó flores de cielo.

 

Alumbró tu pupila santa y buena

la noche del dolor y de la pena;

secaste llantos, disipaste dudas,

 

bajaste de la vida a lo profundo

¡y al fin hallaste la maldad del mundo

en el rastrero corazón de Judas!

 

 

 

 

 

Aguafuerte

 

Unió la noche al resplandor del día

para formar tus ojos, el Arcano,

y en tu cuerpo juncal y soberano

puso el fuego eternal del Mediodía.

 

Hechizo de una loca hechicería

es el nervioso lirio de tu mano

y unes la gloria del perfil romano

con la gracia y la sal de Andalucía.

 

En el negro triunfal de tus cabellos

pone a ratos sus mágicos destellos

áurea peineta, en luminoso ensayo.

 

Y finge así tu obscura cabellera

un ciclo tempestuoso, en el que hubiera

puesto su firma esplendorosa un rayo.

 

 

 

 

 

Blasón

 

Odio la absurda lámpara de la Filosofía,

porque jamás alumbra su luz una ilusión

y misteriosa y grave, ceremoniosa y fría,

busca el porque y el cómo de las cosas que son.

 

Para vivir el sueño de la existencia mía

por compañero sólo me basta el corazón.

¿A qué sufrir esclavo de esa loca sombría,

de esa altanera loca que se llama Razón?

 

Amo las limpideces de lo etéreo y lo abstracto.

Abomino de todo lo medido y exacto,

-lo que no se equivoca y es preciso y fatal…—

 

Por eso es que en mis ansias de ser otro, quisiera

ir rumor de fontana, ser temblor de bandera,

a quimera esculpida sobre un sueño inmortal.

 

 

 

 

 

Granate

 

Ya en tu carne hay ardores meridionales,

y en tu cuerpo magnífico de pantera

una jocunda y cálida primavera

dibuja esplendorosas curvas triunfales.

 

Amor prende en tus ojos llamas sensuales;

la sangre ya empurpura tu faz de cera

y bajo tu camisa, blanca y ligera,

tus senos incipientes son dos puñales.

 

Mas yo sé que tus labios, donde está preso

el beso —esa libélula roja y rara—

no saben del encanto gentil del beso…

 

¡Feliz yo si lograra que en ansia loca

mi ebria boca de sátiro derramara

la dulzura de un beso sobre tu boca!

 

 

 

 

 

Rima amarga

 

Cerré los ojos, se nubló mi mente,

mi corazón no pudo ya latir:

hundíme de repente en el vacío…

¡al fin iba a morir!

 

Sentí en mi boca el roce de otra boca,

oí un rumor extraño junto a mí:

abrí los ojos, te encontré llorando…

¡y retorné a vivir!

 

Volví de nuevo a bendecir la vida,

forjé otras esperanzas junto a ti,

sin precaver que la ilusión se acaba

y el amor tiene fin.

 

Y hoy que te encuentro sorda a mis pesares

y el cariño hacia ti se apaga en mí,

es que comprendo, dolorosamente,

¡que no debí vivir!

 

 

 

 

 

 

 

Señor

 

Éntrate en mis abismos,

Señor, y en ellos vierte

la fe con que se triunfa

del Mal y de la Muerte.

Quema esta llaga hedionda,

verde ya de podrida,

que lacera mi espíritu

y me roba la calma

y enciende entre las sombras

rebeldes de mi alma

el amor del que sufre

y el perdón del que olvida.

 

Señor: dame la gracia

celestial de ser bueno.

Hazme albura de armiño

en todo bajo cieno.

Trueca mi grito enorme

en suavidad de arrullo

y doma los lebreles

grises de mis crueldades,

y abate mi alta torre

de absurdas vanidades,

y lima las aristas

ásperas de mi orgullo.

 

Que así seré yo entonces

-de suave amor henchido-

caricia en el granate

de tu costado herido;

voz que en tu gloria eleve

sus místicos cantares,

miel en tu negra esponja

de vinagre inclemente,

piadosa golondrina

para tu rota frente

y diminuto grano

de incienso en tus altares…

Dentro al cuore

 

Non voglio sapere se hai venduto

il corpo all’oro che non ti ama,

né se il ricordo del mio nome muore

sepolto nella notte del tuo oblio.

 

Non voglio sapere se hai circondato

di voluttà piena, il fondo della vita,

dove forse il tuo disincanto chiede

quel che Onore e Bene mai ti han dato.

 

Non voglio indagare che rotta prende

la barca senza timone della tua esistenza:

colomba fosti, piena d’innocenza…

e ancora voglio crederti colomba!

 

Ma se il Vizio ti chiamò al suo lato,

ma se il Vizio ti macchiò la fronte,

rispetta nel torbido presente

la limpidezza casta del passato!

 

Non voglio vederti E se trascinasti

la gloria della tua carne in mezzo al fango,

ama con altro cuore, in modo

che non si sporchi quello con cui mi amasti!

 

Non voler mai che la mia mano ordini

le deserte rovine di tua vita,

né che mi angusti, come arteria ferita,

il disonore maledetto del tuo nome.

 

Permettimi di vivere il mio sogno

e, lontano da crucci e da dolori,

voglio credere che nelle tue rosse labbra

l’ultimo bacio che vibrò fu mio!

 

 

 

 

 

Rose di elegia

 

I

 

Oggi ti vidi passare, con l’arrogante

audace alterigia della tua lontananza.

come se volessi, nel petto mio,

render più crudele la piaga torturante.

Io, senza volere, sognai con il distante

amor felice che morì di freddo

e nel dolore del mio giardino ombroso

si aprì il fiore d’altra illusione amante.

Sentii ancora il tuo corpo profumato

insieme al mio povero corpo abbandonato

pulsare ardente, come in altri giorni…

Cercai le tue mani e pure la tua fronte,

trovai soltanto, dolorosamente,

la solitudine della mia tristezza!

 

 

II

 

Più non potrò, nella sera quieta,

quando sospira zefiro nei fiori,

cantarti la canzone dei miei amori,

né l’emozione della passion segreta.

Più non mi ami, e la crudel saetta

del destino, uccise i miei usignoli:

solo mi restano, insieme ai miei dolori,

le mie chimeriche ansie di poeta.

Ben vorrei piegar la fronte,

romper la lira e far tacer l’ardente

lamento immortale che il mio dolore esala;

chieder perdono, con umiltà di bimbo

nascondermi così dentro il tuo amore

come se fosse il tuo amore un’ala.

 

 

III

 

Il mio cuore, che si ubriacherà un giorno

di passione e luce, oggi pena e piange,

fin quando illumini una stella benefattrice

la notte funebre della sua agonia.

La fata crudele della Malinconia

penetra in me la sua falce pungente:

non possiedo illusione consolante,

né sogno lieto, né allegria…

E tu lo sai, perché m’hai visto

portar sulle spalle, come nuovo Cristo,

la nera croce della mia tronca speranza.

Ma oggi che a tuo piacere il mio dolore mostro,

tu mi disprezzi e irridi, come

se non m’avessi conosciuto mai.

 

 

IV

 

Non ti commuove il mio dolore oscuro?

Niente ti dice il mio fatal tormento?

Il tuo cuore che m’amava tanto,

perché oggi mi guarda freddo e indifferente?

La notte tenebrosa del Tedio

copre mia vita di mortal spavento

e anche se intono sogni nel mio canto,

non tengo sogni da chiamare miei.

La daga crudel del tuo sdegno mi ferisce

penetra il petto, dove la felicità muore.

la nera coppa del dolore vuoti…

Invano attendono le mie illusioni

i tuoi miserere e le tue orazioni

sulla pena delle loro agonie!

 

 

 

 

 

Giardino

 

I

 

Come giglio appassito in fioriera

la sera si stempera in tramonto

dove alla fine placa l’andatura

il sole, come stanco cavaliere.

 

Il niveo argento della prima luce

ruota nel raso dello scarso azzurro,

come volesse, nel notturno raso,

poner la gloria del fulgore primo.

 

Con un fremito di casti madrigali

sopra l’intrigo astrale dei roseti

Zefiro affina il suo divino flauto,

 

e sotto il fitto intrigo

un fauno di granito invano attende,

ebbro d’aromi, la ninfa incauta.

 

 

II

 

Nel giardino (dove il suo niveo velo

la luna prende nel fogliame arcano)

anch’io attendo la pietosa mano

che deve guarire il mio acuto sconforto.

 

Ma è inutile la mia insonnia mortale,

perché l’amor che attendo sta lontano,

come il lontano amor che attende invano

il pietroso fauno che sonnecchia con zelo.

 

Così, quando la seta della sera

nelle incerte lontananze arde

e il primo astro il suo fanale accende,

 

il lamento crudele del mio dolor sussurro

insieme al grottesco fauno di granito,

perché io so che il fauno mi comprende!

 

 

 

 

 

Il piano

 

I

 

Durante la sera serena

con ritmo dolce e leggero,

singhiozza un piano lontano

la soavità della sua pena.

 

Il mio petto si riempe

della tristezza del piano

e penso alla lieve mano

che fa suonare il piano…

 

Ogni sospiro del vento

mi avvicina l’accento

della musica suprema.

 

E piange l’anima sonora,

come se il piano che piange

dentro l’anima piangesse.

 

 

II

 

Liszt… Schubert… Un divino

e luminoso disfacimento

è quel che annuncia l’incanto

del ritmo sereno e fino.

 

Cadenza nella quale indovino

legati, con nudo santo,

il miserere del pianto

e l’epinicio del suono.

 

Lampo di bianca armonia

che accende nell’anima mia

– piena d’ombra – la fiamma,

 

e che in mia vita deflagra

come fulgore di stella

sul dolor d’una vetta…

 

 

 

 

 

Madreperla

 

L’ultima fiamma nel tramonto arde

e davanti al nero fantasma della notte

timida chiude la sua dorata spilla

come un fiore fatto di luce, la sera.

 

Lo zefiro passando, mite e codardo

mormora tra le fronde un rimprovero

mentre la luna nel suo innevato carro,

monta il destriero con donchisciottesco azzardo.

 

Tutto è mistero e pace. Serenamente

voga nella fonte un cigno d’alabastro

e al veder fremere, al fondo della fonte,

 

d’un astro niveo il luminoso rastro,

si ferma il cigno e arditamente

becca nell’acqua, per cacciare l’astro.

 

 

 

 

 

Silenter

 

Amo la solitudine del villaggio

e della cripta, e il silenzio arcano

degli oscuri templi, dove invano

la luce di malati ceri sfavilla.

 

Cerco un luogo di pace ove non veda

brulicare intorno il formicaio umano

e che al dolore del cuore insano

come un nirvana azzurro, sia pietoso.

 

Voglio l’oblio… la quiete… Non voglio

né una risata – che è rumore – sul mio sentiero

né un solo eco nel mio interiore abisso…

 

Lasciami, vita, indifferente o folle,

misantropicamente, poco a poco,

assopire nel silenzio di me stesso!

 

 

 

 

 

A Gesù Cristo

 

Rosa d’amore e di conforto

fiorì, brillante, tra la tua mano

e il tuo accento, il dio rude del pagano

coprì le sue nudità con un riporto.

 

Dell’esistenza nel mortale velo

fosti un raggio di luce sull’umano,

nel fango putrido del pantano

la tua pietà sparse fiori dal cielo.

 

Schiarì la tua pupilla santa e buona

la notte del dolore e della pena;

asciugasti pianti, fugasti dubbi,

 

ti calasti nella vita fino in fondo,

per stanare la malvagità del mondo

nello strisciante cuore di Giuda!

 

 

 

 

 

 

Acquaforte

 

Fuse la notte con lo splendore del giorno

per formare i tuoi occhi, l’Arcano,

e nel tuo corpo elegante e sovrano

pose il fuoco eterno del Mezzogiorno.

 

Sortilegio d’una folle stregoneria

è il nervoso giglio della tua mano

che fonde la gloria del profilo romano

con la grazia e lo spirito d’Andalusia.

 

Nel nero trionfale dei tuoi capelli

dispensa le sue magiche scintille

aureo pettine, nel luminoso saggio.

 

E finge così la tua oscura chioma

un ciclo tempestoso, dove abbia

posto la firma brillante un raggio.

 

 

 

 

 

Blasone

 

Odio l’assurdo lume della filosofia,

perché mai accende la sua luce un’illusione

ma misteriosa e grave, cerimoniosa e fredda,

cerca il perché e il come delle cose che sono.

 

Per vivere il sogno dell’esistenza mia

come solo compagno basta il cuore.

Perché soffrire schiavo d’una folle ombrosa,

d’una folle altera chiamata Ragione?

 

Amo la limpidezza dell’etereo e dell’astratto.

Ripudio quel che è preciso ed esatto,

– che non si sbaglia, è definito e fatale… –

 

Per questo nelle mie ansie d’esser altro, vorrei

esser rumore di fontana, fremito di bandiera,

chimera scolpita sopra un sogno immortale.

 

 

 

 

 

Granata

 

Ora nella tua carne ci sono ardori meridionali,

e nel tuo corpo magnifico di pantera

una gioconda e calda primavera

disegna brillanti curve trionfali.

 

Amore accende nei tuoi occhi fiamme sensuali;

il sangue imporpora il tuo volto di cera

e sotto la tua camicia, bianca e leggera,

i tuoi seni incipienti son due pugnali.

 

Ma io so che le labbra dove il bacio

è prigioniero – libellula rossa e rara –

non sanno il gentile incanto del bacio…

 

Felice sarei se potesse in ansiosa follia

la mia ebbra bocca da satiro sciogliere

la dolcezza d’un bacio sulla tua bocca!

 

 

 

 

 

Rima amara

 

Chiusi gli occhi, si annebbiò la mente,

il mio cuore non fu più capace di pulsare:

sprofondai di colpo nel vuoto…

stavo per morire!

 

Sentii la mia bocca sfiorare un’altra bocca,

udii un rumore strano accanto a me:

aprii gli occhi, ti vidi piangere…

e ritornai a vivere!

 

Tornai di nuovo a benedir la vita,

forgiai altre speranze accanto a te,

senza pensare che svanisce l’illusione

e l’amore ha fine.

 

Ma oggi che sei sorda ai miei dolori

e il mio amore per te si sta spegnendo,

comprendo, dolorosamente,

che non avrei dovuto vivere!

 

 

 

 

 

 

Signore

 

Entra nei miei abissi,

Signore, e contemplavi

la fede che sconfigge

il Male e la Morte.

Brucia questa piaga disgustosa,

verde e ormai putrida,

che lacera il mio spirito,

mi ruba la calma

e accende tra le ombre

ribelli della mia anima

l’amore di chi soffre

e il perdono di chi dimentica.

 

Signore: dammi la grazia

celestiale d’esser buono.

Rendimi alburno d’ermellino

in mezzo al fango.

Smorza il mio grido enorme

in soave ninna nanna,

doma i levrieri

grigi delle mie crudeltà,

abbatti la mia alta torre

di assurde vanità,

lima gli spigoli

aspri del mio orgoglio.

 

Che io possa così diventare

– ebbro di soave amore –

carezza nella granata

del tuo costato ferito;

voce che nella tua gloria eleva

i suoi mistici cantici,

miele nella tua nera spugna

di aceto inclemente,

pietosa rondine

per la tua distrutta fronte

e minuscolo granello

d’incenso nei tuoi altari…

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