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NIERO, Alessandro

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Fine traduttore dal russo, Alessandro Niero è abituato al lavoro umile sulla materia verbale da plasmare in senso e suono, alla dura guerra con lessico e sintassi per dare forma coerente al verso, obbedendo a quella melodia segreta che il traduttore, così come il poeta, intende all’orecchio, e che deve trascrivere, obbedendo a un ritmo interno naturale, a una musica che raffina il tempo, perché il lettore possa a sua volta percepirla. La distanza strutturale e semantica della lingua russa dall’italiano non lascia inoltre appigli al traduttore, che si abitua a piegare il linguaggio, a provarlo fino ai suoi limiti, fin quasi oltre i suoi confini, a reinventarlo. Artigiano della parola, il traduttore compie un lavoro ossessivo, certosino di lima, per spogliare la parola del superfluo, dell’inessenziale, affinché si stagli e vibri sul foglio. Ed è questo che Niero fa anche in veste di poeta, arrivando a conferire al verso una misura propria, riconoscibilissima, una cifra peculiare che nasce dall’incontro/scontro di istanze differenti: la necessità di dare forma e suono di parola all’emozione, all’immagine rievocata nella mente dal magma della memoria, e un timore reverenziale nei confronti della parola stessa, che lo induce a porsi un freno, ad arginare il flusso delle emozioni, a convogliarlo perché in parte si raffreddi, per trattenere il pathos affinché non sconfini nel patetico, nel sentimentale.

Questa dicotomia d’intenti origina un fare poetico che è per molti aspetti metapoetico, una lingua che interroga se stessa e talvolta su di sé ironizza, con esiti felici soprattutto laddove il poeta raggiunge l’equilibrio tra un moderato distacco e la discreta partecipazione emotiva al ricordo che si attualizza, richiamando l’esperienza condivisa, quasi facendosi da parte, a osservare il racconto della realtà interiore e dell’attorno nel proprio stesso farsi.

“Buono è l’inverno delle parole,” scrive Alessandro Niero, “tienine / nel frigorifero un piccolo treno, / butta via il verbo andato a male e l’aggettivo / usalo con parsimonia, col colino.” Le parole sole, liberate dall’inutile puntello di un’aggettivazione ridondante, raffreddate dalla distanza dei volti e degli eventi nel tempo e dal controllo esercitato dal poeta sul magma incandescente della lingua, sono i profili segnati dalla mano che scorre lentamente sulla ferita cauterizzata dalla vita. Il segno liberato dal guasto verbale si fa scabro e preciso come l’immagine del bianco e nero di una foto, spogliata dell’invadenza dei colori, che nulla aggiungono alla potenza evocativa del ricordo, teso a incarnare altro, dentro e oltre la metafora calcistica, che è pre-testo: “E quella formazione di quartiere / che spaccò il mondo e all’Inter le suonò / si trasformò in metafora, parabola, / panca mediatica, provetta impresa.”

A partire da episodi singoli, datati con precisione e documentati, Alessandro Niero delinea pagina dopo pagina i principi di una “metafisica dei poveri”, che non si arroga il privilegio di discettare dei grandi temi esistenziali, eppure, implicitamente, li adombra, “nell’etica del pieno e del completo” della raccolta delle figurine dei calciatori, per esempio, nella “stortura metafisica del mondo / la prima, sfarinante tarlatura” della sconfitta contro la Juventus (e non soltanto), in quella “terra di male oggidiano / sulle guance di un padre” che si mostra quando la violenza fuori dallo stadio sporca la sacralità di una passione eternamente bambina.

Pur non illudendosi di fornire risposte possibili agli eterni interrogativi che assillano il genere umano, il poeta scava inoltre non poche, salvifiche risposte dalla terra dell’esperienza, in quel paese privo di confini spaziali e temporali che è l’infanzia.

Il Chievo, Clivus è infatti “terreno di partenza, parossia”, è dove ha inizio l’esperienza di un percorso di formazione che serpeggia nel campo da calcio della vita, che spesso sprofonda e sembra svanire nel fango, e dopo riprende, verso la porta, con quell’incessante e tormentoso “desiderio di durare, di esserci per sempre”. Quel percorso talvolta segue troppo in alto il vento per finire contro la traversa, talvolta si avviluppa in uno scarto per arenarsi contro il palo, talvolta, dribblando ostacoli e tormenti, sembra dipanarsi tra le zolle per finire dritto al centro della rete. Talvolta invece deve prendere un inizio nuovo in angolo, oppure scontare uno slancio troppo ardito, attendere il fischio del calcio di rigore. Ma nella partita della vita non ci sono vincitori, e ognuno è avversario in fondo soltanto di se stesso e di se stesso compagno, “Un goal è sempre e solo un sogno, un’equazione cosmica, non c’è, / si può soltanto immaginare.” Obiettivo della partita è superarsi, non accontentarsi del pareggio, né adagiarsi tra le maglie della rete dopo aver segnato all’apparenza un punto, perché ogni goal è solo un principio, ogni sia pur fulgida vittoria è già trascorsa. Il senso, quello “comune”, quello del quotidiano, sta nel partire, nel non fermarsi. La vittoria risiede nel guardare al futuro con inesausto desiderio, perché l’avventura non muoia “moscia / di spalti e di pudore, in poca erba”.

Chiara De Luca

Già pubblicato in Poesia, di Luigia Sorrentino

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