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Nuno Júdice, Vigília branca/Veglia bianca

Vigília branca

 

As cadeiras em que ninguém se sentava foram

para o lixo. Partidas, tábuas podres, também poderiam

ter servido de lenha, se houvesse alguém

que precisasse de acender a lareira para se aquecer. Mas

há muito que ninguém se junta nesta mesa

onde a última toalha se colou à madeira, com

a humidade dos invernos que se sucederam aos invernos,

acumulando solidões no fundo de vinho seco das garrafas

esquecidas. Ainda abri a cortina, para ver se alguém

chegava; mas os campos estendiam-se até ao limite

das colinas e do bosque; alguns animais ainda pastavam; e

se alguém se avistava, logo desaparecia, como se não

fizesse parte da paisagem.

Afasto a casa vazia do meu horizonte. Sob

as suas telhas, os camponeses esvaziaram os barris

da última aguardente; e os guinchos do porco degolado

ressoaram pelas frinchas do fundo, quando o vento soprava

do norte. Nos caminhos de terra, os velhos de pés descalços

não sentiam as raízes ásperas ou as pedras, como se

uma sola de pele se lhes tivesse colado aos pés; e um silêncio

negro envolvia as suas roupas – o silêncio que

lhes serviria de mortalha, nos velórios sem ninguém,

a não ser as sombras da noite. Que resta da sua memória?

Passos apagados pelas chuvas, nomes que nenhuma

pedra regista, rostos que se perderam nas madrugadas

de névoa, as mais frias entre o natal e o fim do ano.

Mas sento-me com eles nesta casa de ninguém, e

sirvo-lhes o vinho seco da noite, para que matem a sua sede.

 

 

 

de A matéria do poema, Dom Quixote, Lisboa 2008

Veglia bianca

 

Le sedie su cui nessuno si sedeva finirono

nella spazzatura, con le assi marce, sarebbero potute

anche servire da legna, se qualcuno avesse avuto

bisogno di accendere il camino per scaldarsi.

Ma è molto tempo che nessuno si unisce a questa tavola

dove l’ultima tovaglia s’incollò al legno, con l’umidità

degli inverni che si avvicendarono, accumulando

solitudini nel fondo di vino secco delle bottiglie

scordate. Ancora aprivo la tenda per vedere se qualcuno

arrivasse; ma i campi si estendevano fino al limite

delle colline e del bosco; alcuni animali pascolavano ancora;

e se si avvistava qualcuno, subito spariva come se non

facesse parte del paesaggio.

Rimuovo la casa vuota dal mio orizzonte. Sotto

le sue tegole, i contadini avevano vuotato i barili

dell’ultima acquavite; e i guaiti del porco sgozzato

erano risuonati dalle fessure sul fondo, quando il vento

soffiava da nord. Sui sentieri della terra, i vecchi scalzi

non sentivano le aspre radici o le pietre, come se

avessero una suola di pelle incollata ai piedi; e un silenzio

nero avvolgeva i loro vestiti – il silenzio che avrebbe

fatto loro da sudario, nelle veglie senza nessuno,

per non essere le ombre della notte. Che resta della loro

————————————————–memoria?

Passi spenti dalle piogge, nomi che nessuna pietra

registra, volti che si perderanno nelle albe

di nebbia, le più fredde tra natale e fine d’anno.

Ma mi sento con loro in questa casa di nessuno, e

servo loro il vino secco della notte, perché uccidano

——————————————–la loro sete.

 

Da La materia della poesia, Kolibris, Ferrara 2015. Traduzione di Chiara De Luca

 

Judice

Nuno Júdice è nato a Mexilhoeira Grande, Algarve. Oltre ad essere uno dei maggiori poeti contemporanei di lingua portoghese, è saggista, narratore, traduttore e critico letterario. Attualmente è professore di Letteratura all’Universidade Nova di Lisbona, dove vive. Tra il 1969 e il 1974, ha fatto parte della redazione della popolare rivista “Time and Mode”. Nel 1997, è stato consulente culturale dell’ambasciata del Portogallo e direttore dell’Istituto Camões di Parigi. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, italiano, inglese e francese. Lavora per il teatro e ha tradotto autori come Molière, Shakespeare ed Emily Dickinson. Si occupa della sezione cultura della Fondazione José Saramago, creata nel 2008. È stato nominato Grande-Oficial da Ordem de Sant’Iago da Espada in Portogallo e Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres in Francia. Júdice ha ricevuto vari riconoscimenti letterari e gli sono stati assegnati numerosi premi, tra cui il prestigioso Reina Sofía per la poesia iberoamericana 2013, il più importante della penisola iberica. Tra le sue opere più recenti ricordiamo: Poesia Reunida (1967-2000) (2000), Pedro, Lembrando Inês (2001), Cartografia de Emoções (2001), O Estado dos Campos (2003), Geometria Variável (2005), As Coisas Mais Simples (2006), O Breve Sentimento do Eterno (2008), A Matéria do Poema (2008), Guia de Conceitos Básicos (2010), Fórmulas de uma luz inexplicável (2012), Navegação de Acaso (2013). In italiano sono stati pubblicati due volumi in edizione bilingue: A te che chiamo amore (Kolibris, 2012) e La materia della poesia (Kolibris, 2015) entrambi nella traduzione di Chiara De Luca.

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