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NYS-MAZURE, Colette

feux_dans_la_nuitL’isola abolita

Su Feux dans la nuit di Colette Nys-Mazure[1]

I versi di Collette Nys-Mazure si muovono lievi tra le pagine, come un filo che si dipana, si aggroviglia, si scioglie ancora a colmare il bianco della pagina, si spezza e ricompone in un tessuto musicale, in cui s’intrecciano la realtà e il sogno, il presente e un’infanzia rievocata che ritorna, senza mai essere intatta come un tempo.

La poetessa imbraccia il “il violino delle parole”, si fa strumento delle parole, che la attraversano, perché “Sotto la carezza i corpi si animano / e si mettono a cantare, / chitarre risvegliate, affollate.” Il corpo è dunque strumento della parola, e non viceversa. La musica è insita nel reale, che la parola poetica incarna, in un mondo formato da ciò che è esperibile ai sensi, e ciò che si cela in un Oltre di ricordo, attesa e assenza irrevocabile.

Staccate dal corpo, le parole non gli appartengono più, vengono trascinate dal vento come un eco, cui altri possano rispondere, riverberandolo: “ad altri / che pronuncino le parole della nostra bocca / nell’ebbrezza dei sensi e dei segni che porta via la voce / che reca le parole da seminare la tua o la mia / voce che il vento porta via sulla scia del verbo”.

La parola è seme, che può essere abbandonato in un terreno incolto, dove si spegnerà, o essere raccolto nel palmo d’altri, e fatto germinare, perché fiorisca.

Uno dei leit motiv della poesia della Nys-Mazure è il rimpianto nostalgico dell’infanzia intesa come regno ormai inaccessibile, “isola abolita” dove “Eravamo quelle piccole bestie calde, / acciambellate nel fraterno sudore / con i visi confusi nello stesso ardore.”. Nel regno dell’infanzia, la parola era compenetrata al gesto, s’incarnava perfettamente in esso, e il senso dell’abbraccio era la piena corrispondenza tra la percezione sensoriale e il sentire interiore.

Nella vita adulta ricerchiamo quell’abbraccio, quella calda corrispondenza fraterna tra gli esseri, premessa di una fiducia e d’un abbandono fiaccati dall’esperienza. È per difesa che anche da adulti “Inventiamo i nostri riti e le nostre metamorfosi”, finché “Il sogno prenderà corpo / i pavimenti si solleveranno / la vita sorgerà senza modi”. Nella poesia della Nys-Mazure, la premessa della fruizione più autentica del reale sembra essere, paradossalmente, la creazione di una dimensione onirica, in cui l’istinto, quello dei bambini e degli animali, possa esprimersi in pieno, libero da condizionamenti, schemi, paure e limitazioni. La vera realtà poetica è dunque, romanticamente, quella del sogno, in cui passato e presente, visibile e invisibile confluiscono, in un reciproco rispecchiamento tra la dimensione intima e quella esteriore.

Se la fine è “compartimento stagno / tra follia e ragione”, il sogno è rifugio temporaneo, minacciato, costantemente messo in crisi dall’incombere del contingente, così come il sonno, in cui “il dormiente appesantito smuove accecamento / tenta di cambiare armatura / non ricondurrà nulla nei fili dell’alba / all’aurora sconvolgono le chimere / il mattino ha il gusto acido / del reale senza ricorso”

Per la Nys_Mature la poesia è ciò che preserva i territori dell’anima dallo strazio del tempo e dall’avvento di falsità, inganno e disillusione quali parti integranti della vita, una volta abbandonato il territorio franco dell’infanzia, che pure continua ad avere dominio, nel paese in macerie della nostra interiorità: “Il tempo ha fatto man bassa / nei nostri territori intimi // Maschera rotta / disgusto della lusinga / e dell’esca // La vita gioca più duro / grandi lembi di cielo si celano // sembrerebbe di essere in punto di morte / ma il canto / inesauribile”. La “scrittura in agonia” è la voce che racconta “un’ultima favola d’amore / prima di affondare in queste terre / di tenebre / di pienezza forse


[1] Su «Fili d’aquilone», Nr. 6, aprile-giugno 2007.

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